Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Francisco Elías de Tejada

Posted by on Giu 9, 2018

Francisco Elías de Tejada

Forse quarant’anni fa il termine “Europa” esercitava ancora un grande fascino, evocando il concetto di “fortezza europea”, quasi sinonimo di Cristianità. Ora, anche dopo la pessima riuscita delle istituzioni di Bruxelles e di Strasburgo, il concetto di Europa (Europa Unita, Comunità Europea) si lega piuttosto a un centralismo ateo e ferocemente progressista, pronto a imporre ai singoli Paesi leggi contronatura create da burocrati lontani dalla vita reale.

Ma già quarant’anni fa c’era una voce che criticava fortemente il concetto stesso di “Europa”, identificandolo con quello di modernità (nel senso negativo del termine). Era quella di Francisco Elías de Tejada, filosofo giusnaturalista, filosofo della storia e storico, di cui cade quest’anno il centenario della nascita.

In Italia è noto soprattutto per la monumentale opera storiografica dedicata ad uno dei periodi più bistrattati, sul quale pesa un pregiudizio negativo: il periodo cosiddetto “spagnolo”, sulla quale la storiografia italiana, da Manzoni in poi, fa ricadere tutti i mali della Penisola.

Le cinque «fratture»

Nato a Madrid, ma legato alle proprie origini dell’Estremadura, giovanissimo raggiunse la Cattedra di Diritto Naturale presso l’Università della Murcia (sarebbe poi passato a Salamanca, a Siviglia e quindi a Madrid). Assieme a Rafael Gambra y Álvaro d’Ors rappresenta una delle cime del pensiero carlista, il movimento tradizionalista spagnolo che non si limita ad agitare le pretese dinastiche al Trono di Spagna del legittimo successore Don Carlos, ingiustamente posposto alla nipote liberale Isabella di Borbone, ma che incarna il più puro pensiero politico tradizionalista cattolico.

La sua visione storico-politica individua la presenza di cinque “fratture”, che portarono dal mondo medioevale e cristiano a quello moderno ed ateo: «La Cristianità muore perché nasca l’Europa, quando questo perfetto organismo si infrange dal 1517 al 1648 con cinq

ue fratture successive: la frattura religiosa del protestantesimo luterano, la frattura etica con Machiavelli, la frattura politica per opera di Bodin, la frattura giuridica con Grozio e Hobbes e la frattura definitiva del corpo mistico cristiano con i trattati di Westfalia. Dal 1517 al 1648 l’Europa nasce e cresce e, nella misura in cui nasce e cresce l’Europa, la Cristianità si indebolisce e muore».

Con lo scisma di Lutero scompare la vecchia Europa, sorta ed unita grazie al cristianismo, la Christianitas maior, e rimane la Christianitas minor, cioè le Spagne, che continuano a difendere la Fede a questo punto non con l’Europa, ma contro di essa (pensiamo alla Francia di Francesco I che cerca accordi con il Sultano turco in funzione nazionalistica, scegliendo cioè un “alleato” islamico contro un “nemico” cattolico).

L’«Hispanidad»

Come filosofo del diritto, oltre ad occuparsi della relazione tra diritto, morale e politica, lasciò erudite considerazioni sulla conoscenza giuridica, affermando la supremazia della prudentia iuris (la giurisprudenza intesa come conoscenza filosofica) sulle conoscenze tecniche e puramente scientifiche.

Inoltre studiò le cause delle differenze tra i popoli, valorizzando la tradizione rispetto alla nazione e lo sviluppo del modello istituzionale della monarchia tradizionale, cattolica e rappresentativa.

Infine, nella storia delle idee politiche, ha perseguito con zelo l’indagine del concetto di hispanidad, nel senso ampio e pre-nazionale che esprime la parola – che fu lui a rilanciare – di “Sp

agne”, al fine di rinvenire il suo cammino nel tempo: per questo si interessò non solo ai costumi giuridici della propria terra, ma anche a quelli dei più svariati universi culturali (Scandinavia, Estremo Oriente, Africa nera, eccetera).

Istituzioni ed opere

Il suo enorme studio sul diritto naturale (duemila pagine) fu interrotto dalla morte, avvenuta a Madrid a soli 61 anni nel 1978, e lo stesso avvenne con la storia della letteratura politica delle Spagne.

Rimane, però, la base del suo pensiero politico, rimane come uno degli archetipi del tradizionalismo ispanico di radice cattolica e di matrice tomista, legato alla cultura giuridica dei fueros, i diritti tradizionali locali, e quindi opposta alla cultura centralista di matrice europea.

Tra le molteplici attività dell’instancabile professore si contano la fondazione del Consiglio di Studi IspaniciFilippo II”, tuttora attivo anche in Italia, e, come accennato, la monumentale storia del pensiero politico nel Regno di Napoli in cinque volumi, la cui traduzione in lingua italiana è stata da poco pubblicata dalla casa editrice Controcorrente.

Si tratta di un’opera che ribalta completamente il giudizio negativo sul periodo “spagnolo”, dimostrando attraverso l’analisi delle opere pubblicate l’esistenza di un pensiero “ispano-napoletano”, che si opponeva alla cultura atea, totalitaria e anticristiana della modernità (quella, per intenderci, di Machiavelli, Campanella e Giordano Bruno).

Lo studio di decine e decine di autori, meno famosi ma non per questo m

eno importanti, permette dunque di dare un giudizio completamente diverso su quello che, in realtà, fu uno dei periodi di massimo splendore del Meridione, al contrario di quanto ci viene gabellato a scuola.

All’iniziativa della casa editrice Controcorrente di tradurre l’intera opera storiografica di Francisco Elías de Tejada su Napoli, si affianca la nascita di una collana, che intende riproporre i testi originali che lo studioso spagnolo cita per estratto: il primo volume è il trattato di Francesco Lanario, Il Principe bellicoso, edito dal Club di Autori Indipendenti, la risposta cattolica che la Napoli ispanica dette all’amorale Principe di Niccolò Machiavelli.

fonte

https://www.radioromalibera.org/cultura-cattolica/francisco-elias-de-tejada/

 

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