Gaetano Filangieri propone un sistema di istruzione pubblica
Giuseppe Gangemi
“Quando una parte della nazione s’illumina, nel mentre che si lascia l’altra languire negli errori, il contrasto delle verità cogli errori ne dee produrre uno tra coloro che sono a parte delle une, e coloro che sono a parte degli altri” (IV, 19). Il fatto che una parte della popolazione sia illuminata e l’altra non lo sia può produrre un conflitto sociale in più rispetto a quelli che già esistono. Questo è il primo argomento a favore della scelta di istruire, secondo le professioni a cui ciascuno è destinato e il rendimento scolastico di ognuno, tutta la popolazione.
L’educazione pubblica deve essere universale e, per esserlo, “richiede, che tutte le classi, tutti gli ordini dello Stato vi abbiano parte; ma non richiede, che tutti questi ordini, tutte queste classi vi abbiano la parte istessa” (IV, 24). In altri termini, tutti i cittadini devono ottenere l’educazione per diventare magistrato o duce, ma se non si ha la vocazione per queste professioni o il rendimento scolastico necessario, si deve ottenere la migliore istruzione possibile per diventare colono o artigiano. Bisogna considerare che il popolo si divide in due classi secondo il modo in cui serve la nazione: con la forza delle braccia (agricoltura, mestieri e arti meccaniche) o con i talenti (che possono servire alle arti liberali, al commercio, all’altare, a curare, a istruire, “a condurre gli eserciti, a guidar le squadre, ad amministrare il governo, a diffondere i lumi” – IV, 26).
Questo sistema di istruzione dovrebbe cominciare per tutti i bambini tra i sette e gli otto anni anche se ogni padre dovrebbe presentare il proprio figlio al magistrato che deve indirizzarlo verso una professione a cinque anni. Questo permetterebbe di capire quanti padri affideranno i propri figli a questo sistema pubblico, incentivati dalla gratuità del sistema per tutti i bambini. In quel primo contatto, si dovrebbe conciliare il desiderio del padre con quello della nazione. Ci sono, infatti, arti che sono necessarie, ma non molto gradite, per esempio quella di agricoltore, e arti che non sono necessarie e sono molto gradite, per esempio le cosiddette belle arti. Nelle prime potrebbe succedere che si ritrovino meno figli iscritti rispetto a quelli programmati come necessari e nelle seconde di più di quanto sia economicamente conveniente per i meno competitivi sul mercato. Quando i bambini saranno tra i sette e gli otto anni, questi squilibri tra domanda e offerta dovrebbero essere risolti e si procederebbe con decisione sulla via dell’istruzione pubblica.
Bisognerebbe, naturalmente, anche tener presente che tutto questo (le spese anche del vitto a carico dello Stato, un insegnante ogni 15 bambini, etc.) avrebbe un costo che si ripercuoterebbe sulla fiscalità e richiederebbe un maggiore contributo in tasse da parte di ricchi e di poveri. È solo il primo dei tanti problemi cui Filangieri cerca di trovare soluzione. Egli si dilunga nei particolari nel chiedersi: quanto potere al magistrato che indirizza e quanto al padre? Quanta libertà di scelta rimane al figlio, ovviamente nel procedere della sua crescita?
Filangieri, a furia di stabilire i principi su tutte le questioni (per esempio sulle punizioni per gli studenti o le prescrizioni per il vitto) e curare i minimi particolari, dà, a volte, l’impressione di predeterminare tutto e lasciare poco spazio alla libertà del legislatore o di quanti debbono concorrere al funzionamento del sistema. Questa impressione finisce, tuttavia, per capitolare dinanzi al principio che Filangieri tiene in massima considerazione: “Inimica della violenza, la legge deve, sempre che può, invitare gli uomini a concorrere a’ suoi disegni, e non forzarli” (IV, 35).
Questa educazione per tutti deve coltivare non solo la mente, ma anche il fisico dei fanciulli. E soprattutto bisogna anche pensare alla salute, soprattutto alle epidemie che sono più facili a diffondersi quando si mettono tanti fanciulli in una casa per l’istruzione e, quindi, in aule affollate di studenti. Filangieri fa l’esempio del vaiolo e dispensa consigli e disposizioni di legge.
Egli suggerisce che occorra anche educare i giovani alle leggi morali, all’amore per la patria, al senso civico e così via. Ma soprattutto la parte illuminata della nazione deve procurare, con l’istruzione, il grande salto che è necessario per produrre, nel corso di una generazione, una popolazione abbastanza numerosa da rafforzare il peso e la preparazione dell’opinione pubblica. Perché solo così si sarà capaci “di insinuare le verità opposte agli errori della pubblica opinione, e di prepararne in questo modo la correzione” (IV, 80). Filangieri concepisce il proprio sistema capillare di istruzione pubblica come uno strumento per illuminare tutta la nazione, per debellare gli errori di opinione, le superstizioni e tutto ciò che può contrastare un miglioramento delle condizioni di vita di tutte le classi.
Dopo aver fornito indicazioni pratiche di tipo generale, Filangieri passa a fornire indicazioni sui sistemi educativi per le varie professioni: marinaio, commerciante, medico, chirurgo, farmacista, cultore delle belle arti. Quasi alla fine, accenna al problema della formazione dei sacerdoti. Sull’educazione ecclesiastica dichiara di non volerne parlare subito perché, per non essere frainteso e calunniato, avrebbe bisogno di fare tutta una serie di considerazioni a monte del problema; considerazioni che, in questo quarto libro, porterebbero fuori traccia e, di conseguenza, affronterà la questione solo nel libro quinto.
Questa decisione risulta indiscutibilmente saggia. Poco saggia appare, invece, la decisione di discutere, subito e in poche pagine, dell’istruzione delle donne. Anche perché la nostra sensibilità moderna ci spinge a pensare che, quando Filangieri sostiene che l’istruzione pubblica è per tutti i cittadini, egli intenda che quel “tutti” comprenda sia maschi, sia femmine. Invece, quasi alla fine del libro, Filangieri ci racconta che il tutti è riferito solo ai maschi e, per questo, egli decide di affrontare il problema dell’istruzione delle donne in un capitolo separato. Anzi, nemmeno in un vero capitolo, perché esaurisce l’argomento dell’istruzione delle donne in una “Appendice al proposto piano di pubblica educazione”. In altri termini, Filangieri prevede un sistema di pubblica istruzione solo per i maschi. Per le femmine immagina un sistema di istruzione che definisce “domestico”.


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