Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

GESSOLUNGO: IL MASSACRO DEI BAMBINI SICILIANI NELLE MINIERE DI ZOLFO

Posted by on Nov 30, 2025

GESSOLUNGO: IL MASSACRO DEI BAMBINI SICILIANI NELLE MINIERE DI ZOLFO

LA SICILIA NON È MAI STATA POVERA. È STATA SACCHEGGIATA.

Caltanissetta, 12 novembre 1881. Un’esplosione nella zolfara di Gessolungo. Sessantacinque morti.

Diciannove sono “carusi”, bambini tra gli 8 e i 16 anni.

NOVE SENZA NOME.

L’infanzia sacrificata sull’altare del profitto. Non è storia: è un atto d’accusa.

C’è una data che dovrebbe essere scolpita nella memoria collettiva dei siciliani: 12 novembre 1881.

Questo non lo troverete nei libri di storia.

Perché la storia non la scrivono i popoli che muoiono in trincea, ma gli Stati che li mandano a morire. E quando una verità incrina il mito della “patria”, viene cancellata, ridotta, edulcorata.

Quella mattina, nella zolfara di Gessolungo, a Caltanissetta, il ventre della terra si aprì come una ferita e inghiottì sessantacinque lavoratori.

Diciannove erano carusi: bambini, creature con il volto sporco di carbone e di sogni mutilati.

Nove di loro restarono senza nome.

Non perché non ne avessero uno, ma perché per il sistema erano numeri, carne, manodopera sacrificabile.

Un Paese che cancella il nome dei bambini non è un Paese civile.

È un colonizzatore.

La miniera non era lavoro. Era schiavitù.

I “carusi” venivano comprati, non assunti.

Esisteva un vero e proprio “contratto di vendita”: il patto di carusato.

Il padre — piegato dalla miseria — cedeva il figlio al padrone della miniera.

Il bambino diventava proprietà, come un attrezzo, come un mulo.

Non esiste salario, esiste debito: il bambino lavora per ripagare l’“anticipo” dato alla famiglia.

Così nasceva la schiavitù perfetta: legale, cattolica e patriottica.

Spogliati nudi per resistere ai 60 gradi sottoterra, i bambini trasportavano sulla schiena fino a 80 chili di zolfo.

Camminavano piegati in cunicoli alti un metro.

Respiravano polvere, zolfo, silice.

Molti non arrivavano ai vent’anni.

Chi ci arrivava aveva la colonna spezzata, i polmoni bruciati.

Lo chiamavano lavoro.

Era sacrificio umano.

La bugia più grande: “La Sicilia era povera.”

Questa è la menzogna fondamentale che regge l’intera narrazione dell’Unità d’Italia, meglio definita “conquista”.

La Sicilia non era povera.

Era ricchissima:

• era il più grande produttore mondiale di zolfo;

• controllava una materia prima strategica per la chimica, per la metallurgia e persino per la produzione di polvere da sparo;

• alimentava l’industrializzazione di Francia, Inghilterra e Stati Uniti.

Lo zolfo siciliano teneva in piedi le economie europee.

In cambio, la Sicilia riceveva fame.

I profitti a Nord,

i polmoni distrutti a Sud.

Non è arretratezza: è estrazione coloniale.

La morte di quei bambini non è una fatalità del destino industriale.

È una conseguenza diretta di un sistema politico che vedeva la Sicilia non come una regione, ma come una riserva di materie prime e corpi da consumare.

Gessolungo non è una tragedia. È una prova processuale.

Una prova contro:

• uno Stato che aveva abolito la tratta degli schiavi, ma non la schiavitù;

• un Parlamento che conosceva perfettamente la realtà delle miniere, ma scelse di ignorarla;

• una classe dirigente siciliana piegata, complice, ASCARA, interessata a mantenere la Sicilia prigioniera della sua stessa sofferenza.

E qui c’è il nodo storico-politico:

Se la Sicilia avesse potuto decidere del proprio destino, quei bambini non sarebbero morti.

Uno Stato indipendente non sacrifica i propri figli per ingrassare industrie straniere o per far crescere i portafogli degli armatori settentrionali.

Uno Stato coloniale sì.

L’Italietta “industriale” sfruttava lo zolfo. L’Italia politica sfruttava i siciliani.

Quando i capitali stranieri cercarono di acquistare lo zolfo siciliano, lo Stato italiano intervenne, non per proteggere i minatori, ma per proteggere il suo monopolio.

Si chiamò questione dello zolfo (1887): Roma preferì far fallire la Sicilia pur di non perdere il controllo sulla produzione.

Il messaggio era chiaro:

La Sicilia può anche bruciare, basta che non si emancipi.

È lo stesso messaggio che continua ancora oggi, declinato con parole più eleganti e più moderne: “sottoutilizzo dei fondi europei”, “ritardi infrastrutturali”, “autonomia differenziata”.

Forma diversa, logica identica:

una terra ricca tenuta in miseria affinché resti dipendente.

Gessolungo non è passato. Gessolungo è presente.

Ogni volta che dicono “i siciliani non hanno voglia di lavorare”,

rispondiamo: noi siamo un popolo che è stato costretto a lavorare fino a morire.

Ogni volta che ci accusano di assistenzialismo,

rispondiamo : l’assistenzialismo serve a mantenere lo status di colonia.

Ogni volta che parlano di Unità d’Italia come redenzione,

rispondiamo: nessuna redenzione presuppone il sacrificio dei bambini.

La vera memoria è politica.

Ricordare Gessolungo non è mettere una targa.

È mettere un punto.

È dire: mai più.

Mai più una Sicilia piegata, sfruttata, raccontata dagli altri.

Mai più figli venduti al miglior offerente.

Mai più risorse donate e miseria ricevuta.

La memoria non è un rito. È una rivolta.

Se ricordiamo, resistiamo.

Se resistiamo, cambiamo.

La Sicilia non vuole pietà.

Vuole giustizia.

Vuole ciò che non ha mai avuto:

SOVRANITÀ.

E la sovranità non si chiede.

Si prende.

Movimento Siciliano d’Azione

Non commemoriamo. Accusiamo.

Perché la memoria non è un fiore: è un’arma.

Movimento Siciliano d’Azione

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.