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Giacinto De’ Sivo e José Martí, due Padri ispiratori della rinascita nazionale

Posted by on Nov 6, 2025

Giacinto De’ Sivo e José Martí, due Padri ispiratori della rinascita nazionale

Antonino Russo

Giacinto De’ Sivo e José Martí sono due personaggi che hanno dato un’importante svolta nella storia dei loro popoli che, in quegli anni, erano vittime del colonialismo da parte dei due regimi diversi: Impero Spagnolo e Piemonte dei Savoia. Sebbene entrambi condivisero le proprie idee politiche diverse, perché De’ Sivo era monarchico e il cubano Martí era un repubblicano, ma non dimenticarono mai la volontà e il dovere di raggiungere l’obiettivo di liberazione nazionale di un popolo da un crimine impunito. La motivazione principale derivante da tale obiettivo si lega alle esperienze personali e testimonianze oculari di De’ Sivo e Martí che li avrebbe spinti, in seguito, ad essere protagonisti di mutamenti particolari nelle vite dei loro popoli.

Giacinto De’ Sivo, nato a Maddaloni nel 1814 da una famiglia devota alla dinastia borbonica e all’indipendenza dello Stato napolitano, il cui nonno Giacinto si impegnò a sostenere le spese per l’armamento dell’Esercito popolare della Santa Fede nella prima guerra d’indipendenza napolitana del 1799 contro la Francia giacobina, svolse ruoli importanti nella cultura napolitana, tra cui le pubblicazioni di otto tragedie e un romanzo storico, divenendo un esponente della letteratura napolitana. Grazie ai suoi contributi culturali per il suo popolo che venne scelto come membro della Commissione per l’Istruzione Pubblica. In seguito De’ Sivo dovette prendere parte alla politica della sua Nazione quando nel 1848, con l’avvento delle rivoluzioni oligarchiche (che popolari) in Europa, viene nominato capitano della Guardia Nazionale che si concluse nel 15 maggio a causa del terrorismo dei deputati repubblicani contro l’unità nazionale dello Stato duosiciliano, spingendo lo stesso De’ Sivo a dover criticare la vera faccia della “rivoluzione italiana” così tanto auspicata dalla minoranza di esuli traditori, denunciando la loro propaganda di calunnie rivolte ai legittimi Borbone e, infine, al suo popolo. Tale denuncia la esporrà nella sua opera “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1860”, mediante il quale, inoltre, evidenziava anche uno sbaglio commesso dalla dinastia borbonica e dal suo governo, ossia la mancata necessità di condurre una seria battaglia culturale contro la propaganda sabauda degli esuli, visto che nel nostro Regno le biblioteche erano pubbliche e aperte a tutti. De’ Sivo servì molto alla Patria Napolitana e ai Borbone fino all’invasione mercenaria avvenuta nel 1860 ad opera dell’esercito di Giuseppe Garibaldi, con il supporto inglese a favore dell’espansionismo politico e militare del Piemonte sabaudo. Al momento dell’occupazione illecita di Napoli nel settembre del 1860, la casa di De’ Sivo viene saccheggiata dai camorristi mandati dal traditore Liborio Romano e dai mercenari garibaldini con lo scopo di impedire lo scoppio di una rivolta popolare. Subì due arresti ingiusti per essere, poi, emarginato dal nuovo ordine di cose imposto dai nuovi colonizzatori stranieri, senza accettare la rassegnazione alle nuove ingiustizie coloniali derivanti dalle leggi piemontesi “esportate” dai Savoia e dal suo esercito d’occupazione. Promuove il giornale “La Tragicommedia” dove denunciava gli abusi di potere e la violenza esercitata dai “nuovi italiani”, in particolare signorotti liberali (compresi i camorristi) e invasori piemontesi suoi alleati, ma dovette chiudere tale giornale dietro l’intimidazione di censura sabauda, scegliendo l’esilio a Roma al fianco della Corte borbonica di Francesco II anche per supportare, con coraggio e onestà, l’eroica resistenza dei partigiani indipendentisti napolitani diffamati dagli invasori con il marchio di “briganti”. La battaglia di De’ Sivo era totalmente una battaglia di verità e coscienza, dando tanti sforzi nel difendere la sua Patria in pericolo fino alla sua morte avvenuta nel 1867 a Roma. De’ Sivo, nel suo impegno politico e culturale, prevalse la salvaguardia dell’indipendenza napolitana contro le minacce interne (terrorismo settario) ed esterne (imperialismo britannico e colonialismo sabaudo) fomentate proprio per distruggere l’unità e la pace stabilite da Dio e dal nostro popolo civile. L’opera massima e principale del pensiero di Giacinto De’ Sivo è “I Napolitani al cospetto delle nazioni civili” (1861), dal quale l’autore descrive dettagliatamente gli aspetti negativi del “Risorgimento” e quelli positivi della storia del Regno delle Due Sicilie, condannando la rivoluzione come una forma di minaccia rivolta a tutti i popoli d’Italia e d’Europea fondata sull’imposizione del nuovo diritto, “cioè la facoltà d’aver dritti senza doveri, di non riconoscere trattati né dritti preesistenti”, in difesa delle leggi, dell’economia e dell’indipendenza del popolo napolitano, soprattutto in risposta alla politica di piemontesizzazione che portò danni al popolo discriminato e impunità ai suoi criminali assassini. De’ Sivo legava il diritto alla verità al recupero della memoria del suo popolo e dell’intera Italia, arrivando a proporre che l’unità italiana si poteva realizzare con una confederazione di Stati indipendenti in tal modo che “l’Italia cristiana riederà al suo naturale primato”. “I Napolitani al cospetto delle nazioni civili” (1861) è un grido di battaglia sancito da De’ Sivo e da coloro diffamati come Briganti, “noi combattenti in casa nostra, difendendo i tetti paterni”.

José Martí, nato all’Avana nel 1853 da una famiglia umile, rimase spettatore di ingiustizie sociali del colonialismo spagnolo inflitte al suo popolo cubano: povertà, schiavitù nera, tassazione e condanne a morte. All’età di 16 anni, alla pari di De’ Sivo, fondò nel 1869 il primo giornale “La Patria libre”, subendo anch’egli il primo arresto che, su richiesta dei suoi genitori per la riduzione della pena, viene trasferito in Isla de Pinos, vicina a Cuba, per poi essere rimpatriato in Spagna per volere del governo ma da lì, dopo aver conseguito le lauree in Giurisprudenza e in Filosofia e Lettere, condusse le prime attività politiche con l’obiettivo di liberare Cuba dal dominio spagnolo. Mediante il viaggio dalla Spagna ai Paesi latino-americani e agli Stati Uniti, mobilitò molti cubani emigranti nella lotta per l’indipendenza della propria Nazione costituendo, nel 1892, il Partito Rivoluzionario Cubano. Grazie al suo ideale d’indipendenza cubana, Martí stabilì un contatto con altri esuli della guerra del 1868-78, tra cui Máximo Gómez, arrivando a organizzare lo sbarco nella sua immancabile Cuba l’11 aprile del 1895 ma non riuscì a sancire la nascita della rivoluzione d’indipendenza per la sua uccisione avvenuta nella Battaglia di Dos Ríos da parte delle truppe spagnole il 19 maggio, dando inizio alla seconda guerra d’indipendenza cubana che si concluse nel 1898 non con la vittoria di Cuba ma con la sua sconfitta, perché Cuba cadrà nuovamente nelle mani di un’altra potenza straniera, gli Stati Uniti, i quali la renderanno un protettorato fino alla rivoluzione nazionale del 1959. Martí affermava che Cuba si debba liberare non solo dalla Spagna e, soprattutto, dagli Stati Uniti, ma anche dalla miseria degli operai e dalla schiavitù dei neri, nei cui confronti manifestò una forte opposizione di queste ingiustizie, privilegiando l’uguaglianza tra cubani prendendo come esempio la figura di Abraham Lincoln, quando il presidente americano nel 1865 aveva sancito la fine della schiavitù afro-americana nei territori ex-confederati, anche se tale proclama non ebbe la sua applicazione nella società americana. Nonostante ciò, Martí considera l’uguaglianza molto utile per risanare i difetti del capitalismo negli Stati occidentali, caratterizzato dall’eccessivo lusso e dalla maggiore povertà, oltre ad essere una spinta di conquista dell’indipendenza contro la Spagna, in quanto essa è il nemico coloniale che soffocava le richieste e i diritti dei cittadini cubani.

Sia De’ Sivo sia Martí condividono una propria visione comune della difesa e rinascita dell’indipendenza nazionale, dove in questo caso emergono vari paragoni storici di entrambi personaggi, pur mantenendo le differenze delle loro idee politiche. De’ Sivo, sulla ribellione del popolo, cita la figura di Masaniello sia come oggetto di manipolazione da parte dei traditori del popolo napolitano sia come esempio di volere popolare nella difesa della patria, pur volendo la monarchia, oltre ad avere il merito di aver dato origine il primo Stato napolitano moderno. Anche lo stesso Martí, come il De’ Sivo, è molto attratto dalla figura di Carlos Manuel de Céspedes, un semplice avvocato e primo martire dell’indipendenza cubana, perché egli aveva ridato la dignità al popolo cubano mediante la ribellione iniziata nella parte orientale dell’isola in nome della lotta contro le disuguaglianze razziali. De’ Sivo e Martí sono forti sostenitori dell’antimperialismo occidentale, in particolare contro gli Stati Uniti, definiti dallo stesso Martí con il nome di “Golia delle Americhe”, e la Gran Bretagna, secondo De’ Sivo responsabile della frase di calunnia “negazione di Dio eretta a sistema di governo”, scritta e pubblicata dal Lord Gladstone nel 1851 su richiesta del politico schiavista Lord Palmerston per denigrare l’immagine del Regno delle Due Sicilie e il suo popolo, e di altri atti illegali e contrari al diritto internazionale, come la questione degli zolfi del 1838-40 causata dalle politiche di sfruttamento economico e lavorativo degli inglesi.

Sull’elogio della propria patria, De’ Sivo ammira l’evoluzione storica del popolo napolitano con la seguente e famosa frase: “La Patria nostra era il sorriso del Signore. La Provvidenza la faceva abbondante e prospera, lieta e tranquilla, gaia e bella, aveva leggi sapienti, morigerati costumi e pienezza di vita, aveva esercito, flotta, strade, industrie, opifici, templi e regge meravigliose, aveva un sovrano nato napolitano e dal cuore napolitano. L’invidia, l’ateismo e l’ambizione congiurarono insieme per abbatterla e spogliarla”. Fin qui si comprende chiaramente che è ben nota e forte l’orgoglio dei privilegi civili raggiunti e ottenuti dal popolo napolitano anche per il buon governo promosso e mantenuto dalla dinastia borbonica e dai valenti uomini del governo monarchico. In tale pensiero ci sta pure Martí per la sua Cuba: “Patria è umanità, è quella  parte dell’umanità che vediamo più vicina a noi, e nella quale siamo nati”. La frase rappresenta un invito di professare liberamente il proprio amore verso un popolo che di fatto è la propria Patria di appartenenza.

Da questa forte appartenenza patriottica s’intende passare alla condanna del trasformismo, favoritismo e corruzione della politica, in particolare De’ Sivo disse: “Il volgo s’annoia a pensare, e volentieri s’acconcia alle idee altrui; così pochi scaltri fanno l’opinione che si dice pubblica, e partorisce ruine”, il cui significato intende essere non solo la non dimenticanza dell’etica nella politica ma la denuncia del tradimento che si imponeva mediante la rivoluzione che, in seguito, si sarebbe mutata in violenza per determinati scopi illeciti, come esattamente lo conferma nella sua stessa opera principale. Anche Martí condivise sia tale valore sia tale denuncia, affermando che: “la libertà è il diritto che hanno le persone di agire liberamente, pensare e parlare senza ipocrisia” perché il popolo sarà libero quando avrà il diritto di essere colto nel poter esprimere le proprie idee senza i presunti condizionamenti interni ed esterni.

Inoltre De’ Sivo e Martí sono concordi al raggiungimento di una unità coesa di popoli nella salvaguardia delle loro indipendenze, tra cui mediante una confederazione. In particolare De’ Sivo la confederazione italica è la risposta unica alla realizzazione dell’unità  italiana, puntata sul rispetto delle diversità tradizionali e nazionali, garantendo la sopravvivenza dell’autonomia e delle leggi, ma quel che è certo è che tale unità non si può realizzarla se viene fatta contro la Chiesa cattolica e le autorità legittime, danneggiando i valori spirituali e civili di ciascuna nazione e, soprattutto, generando una totale “disunione morale”. Anche Martí credeva fortemente sulla necessità dell’unità dell’America Latina, su ispirazione del pensiero di Simon Bolívar, per liberare sia i popoli appartenenti del continente dalla peste coloniale spagnola, compresa la sua Cuba. La condivisione di tale ideale significava anch’esso il rifiuto totale dell’imperialismo, spingendo gli stessi personaggi di esporre le loro denuncie contro i mali del colonialismo inflitti nei loro popoli, rivestendo il ruolo di difensori di quest’ultimi. Infatti De’ Sivo, ne “I Napolitani al cospetto delle nazioni civili”, disse che “Però noi, decimati da ingiusti assalimenti, da fucilazioni atrocissime, da nefandi giudizii illegali; noi decaduti da quella prosperità invidiata che ne faceva primi in Italia; privi d’ogni maniera di quiete, schiavi nella stessa nostra patria, impediti e depressi in qualsivoglia manifestazione del pensiero; fra i saccheggi e gl’incendii, fra le calunnie e le percosse, fra le bombe e i pugnali, fra le prigioni e gli esigli, fra le catene ed il sangue, leviamo la voce in nome della umanità e del dritto imperscrittibile delle genti, per protestare innanzi all’Europa ed alle nazioni, contro l’iniquo e cruento servaggio, che da sedici mesi grava sulla nostra cara patria, e che ha fatto del più bel giardino del mondo uno spettacolo di devastazione, una piaggia miseranda di pugne brutali, e di offese e di vendette.”, ricollegandosi, in seguito, alla frase famosa del giovane re Francesco II al momento della sua partenza da Napoli fino a Gaeta che cita: “Ai napolitani non resteranno neanche gli occhi per piangere”. Quindi il nostro De’ Sivo ci insegna che la rassegnazione alle nuove o vecchie ingiustizie non va accettata ma è importante denunciare e combattere quelle ingiustizie a nome e in difesa del proprio popolo violentemente occupato e maltrattato. Ancora una volta Martí offre il suo contributo a questo obiettivo fondamentale e irrinunciabile, senza aver il torto di dire che “Quando un popolo emigra, i governanti sono troppo”, colpevolizzando il governo in quanto responsabile di aver fomentato l’emigrazione di massa e per porre fine ad essa è necessario un cambio di governo.

Dalla difesa delle loro nazioni si riconosce, all’interno dei pensieri patriottici dei due personaggi, il profondo amore verso quei popoli promotori di progressi e destinatari di benefici presente nell’anima dei due personaggi. Esempi di De’ Sivo relativi a questa causa sono collegati alle seguenti frasi derivanti dalla sua stessa opera letteraria: “Fuori lo straniero! è il grido terribile di tutta una gente oppressa: ogni valle, ogni grotta, ogni macchia ne ripete l’eco; un popolo non può tutto andare in esilio, o in carcere, o in tomba.”, “i Napolitani rimpiangono la pristina pace, e il loro patrio governo” e “Non è la forza che rende un popolo felice”. Stessa cosa accade in Martí con le sue frasi famose: “Il nostro popolo non si arrenderà”, “Ho imparato che il coraggio non è la mancanza di paura, ma la vittoria sulla paura” e “I cubani sono il mio cuore e l’anima del mio viaggio”. Tanto forte è la manifestazione di attaccamento ai popoli da parte dei due personaggi per determinati motivi storici e per legittima difesa, ma assai dura è la condanna spontanea della politica dei dominatori e del tradimento di certi politicanti che vendettero i loro popoli trattandoli ingiustamente come merci da strumentalizzare.

Quello che unisce veramente De’ Sivo con Martì non è tanto l’elogio forzato della rivoluzione, visto che sia De’ Sivo la condannava per il voltagabbana presente intorno ad essa per volere di quei intellettuali oligarchi esuli e del Piemonte (“Dove non è lei tutto si appella tirannide, servaggio e ingiustizia. Essa sola ha la divisa della libertà, dell’indipendenza e dell’uguaglianza; e però ha sola il dritto privativo d’assalire qualunque libertà, indipendenza ed uguaglianza che non venga da lei. La rivoluzione sola dà la felicità; e guai a chi senza di lei osi esser felice!”) sia Martì non piacque il ricorso alla lotta di classe né all’uso unico della violenza armata in quanto per poter cambiare una certa situazione è necessaria la prevalenza primaria dell’etica, come lo stesso De’ Sivo concordava per la realizzazione del buon governo; è proprio il sentimento dell’amor patrio derivante dai pensieri di De’ Sivo e Martí, caratterizzato dall’amore e dalla difesa dei diritti e dei progressi dei propri popoli e dalla condanna dei mali del passato e presente negativo generati dai crimini lasciati impuniti, come per es. la mafia, sulla quale De’ Sivo la considerava un’aperta sostenitrice della “rivoluzione italiana” ai danni dei Borbone e degli abitanti napolitani (“camorristi, commessi viaggiatori, usciti di galera, servidorame a spasso: questa mescolanza di persone diverse, interessate a’ subugli, questi, o che sel sapessero o no, erano i propagatori, o gl’inventori delle mille laidissime favole. Che questi poi fossero della nazione napolitana la parte minima e la più rea, i fatti posteriori han pienamente dimostrato all’Europa stupefatta delle nefandezze che ne’ loro trionfi han perpetrate”; “La rivoluzione non perdé un istante. Subito il ministero camorristi mise generali camorristi incontro al Nizzardo; fece da’ suoi uccidere per le vie gli uffiziali della precedente polizia; creò anzi poliziotti gli stessi ucciditori; mise camorristi Intendenti al governo delle province, alle direzioni, alle amministrazioni, a’ tribunali. Sindaci nuovi decurioni nuovi, eletti nuovi, guardie nazionali nuove, tutte persone a suo modo rimutò; e guai a chi osasse fiatare” e “camorristi a calunniare, a carcerare, a pugnalare quanto era onorato e virtuoso; la stampa a deificare il tradimento, a predicare l’insurrezione, a incitare i dubbii, a diffamare la dinastia.”) ma Martí pone come riferimento all’atteggiamento di tale organizzazione criminale la figura del “Corpo dei Volontari Cubani”, una sorta di milizia locale che, al soldo dei grandi proprietari terrieri e dei latifondisti, ricorsero alle intimidazioni, alle minacce e all’uso eccessivo dei fucili per imporre la sottomissione coloniale al popolo cubano, anche con il grido di “Viva la Spagna!”. Questa milizia era la prima mafia locale imposta dalla Spagna coloniale e l’eroe Martí non dimenticava di essere stato anch’egli vittima delle minacce avute dagli stessi soldati mercenari nei confronti della sua famiglia a causa del suo ideale d’indipendenza. L’atteggiamento e i metodi brutali impiegati dai camorristi “italianissimi” al servizio degli invasori Savoia contro la legittima rivolta del popolo napolitano difesa dal nostro De’ Sivo è perfettamente paragonabile di quello dei mercenari del Corpo dei Volontari a Cuba. In tutto questo, l’etica e la coscienza sono parole non vuote, se non sono manipolate, ma molto utili a comprendere al meglio la realtà di un popolo che apparteniamo e che ha bisogno di ricevere supporto per avere o riavere tutto ciò che gli è stato sottratto con prepotenza e senza dignità. Per tale motivo che De’ Sivo e Martí sono esempi di figure di liberazione, di libertà d’autonomia e del diritto alla verità contro bugie e manipolazioni ingiustificate. Ma se l’eroe Martí viene celebrato dal suo popolo come il Grande Apostolo di Cuba proprio perché i suoi ideali si realizzarono grazie alla partecipazione di esso alla rivoluzione nazionale condotta da Fidel Castro, invece il nostro De’ Sivo merita di avere il titolo di Padre ispiratore della rinascita della Nazione Napolitana perché ci trasmette messaggi utili per il bene delle nostre vite, delle nostre famiglie, dei nostri figli e del nostro amato popolo, vittima del colonialismo padano impostegli. C’è una sola frase di De’ Sivo di cui il nostro popolo ha il sacro diritto di vivere e decidere il suo destino in autonomia senza ingerenze e divisioni interne ed esterne:

I Napolitani invocano il diritto, reclamano la pace, fanno appello agli uomini onesti di tutte le nazioni, e fidano in Dio.”.

Che il nostro Giacinto De’ Sivo viva nei nostri cuori per amore, affetto e fratellanza dei cittadini della nostra e bellissima Napolitania.    

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