Giambattista Vico scopre l’anarchia feudale e l’oppressione dei nobili sui ceti urbani e rurali
Giuseppe Gangemi
In conseguenza della scoperta di Grozio, “Vico intese non esservi ancora nel mondo delle lettere un sistema in cui accordasse la miglior Filosofia, qual è la platonica subordinata alla cristiana religione, con una Filologia che portasse necessità di scienza in entrambe le sue parti, che sono le due storie, una delle lingue, l’altra delle cose; e dalla storia delle cose si accertasse quella delle lingue … e con questo intendimento egli tutto spiccossi dalla mente del Vico quello ch’egli era ito nella mente cercando nelle prime Orazioni inaugurali, ed aveva dirozzato pur grossolanamente nella Dissertazione De nostri temporis studiorum ratione” (1836, I, 414-415).
Dopo questa scoperta e lettura, databili al 1713-1715, e la pubblicazione delle gesta del maresciallo Antonio Carafa (1716) seguono quattro anni senza nuove pubblicazioni di Vico (1716-1720) e, sul finire del periodo, dal 18 ottobre 1719 all’agosto 1820, un intenso lavoro che lo porta a destrutturare due opere e farne sparire la stesura malgrado fossero già state rese pubbliche.
Secondo una ricostruzione di Giangaleazzo Visconti, l’orazione pronunciata da Vico il 18 ottobre 1719, per esortazione di Francesco Ventura, uno dei più autorevoli “literati” napoletani del tempo, viene ampliata e, nel febbraio 1720, diventa un’opera dal titolo Diritto Universale. Per quest’opera, pronta nel febbraio del 1720 (Visconti 1966, 16), Vico chiede un imprimatur che gli viene concesso il 17 agosto 1720. “E codesto così lungo e insueto ritardo non si spiega se non col supporre il sopraggiungere di un fatto nuovo: fatto nuovo che dev’essere appunto un ritorno dell’autore sull’opera propria” (Nicolini citato da Visconti 1996, 16). Questo ritorno è la riscrittura del Diritto Universale, attraverso la scomposizione in due opere, il De Uno del 1720 e il De Constantia del 1721.
Giuseppe Giarrizzo vede nello scritto su Carafa un testo di alta dignità storiografica per “l’impegno politico che Vico vi ha posto, spingendo la sua riflessione a un punto di rottura critico” (1981, 92). Questo impegno, a mio avviso, consiste nell’avere affrontato, andando oltre il come lo aveva fatto Niccolò Machiavelli, il problema su cui il segretario fiorentino ha fondato la propria scienza della politica: “come possono delle società civili sottrarsi ab electione [per scelta] alla rovina che prima o poi le assalirà dall’esterno? È il tema politico del De rebus gestis Caraphaei” (Giarrizzo 1981, 93). Continua Giarrizzo: “Sarebbe persino troppo facile riferire alla politica economica dell’impero nel Regno il discorso che Vico attribuisce al Carafa, ma preferisco crederlo filtrato attraverso le discussioni col Doria. E d’altra parte, la ricostruzione che Vico ci dà della struttura politica della Polonia e dell’Ungheria (e vi si sente ad ogni passo la presenza di Bodin) ha un preciso valore politico, per la critica severa che vi è svolta dell’anarchia feudale, della prepotenza dei nobili, dell’oppressione dei vari ceti urbani e rurali (parecchi tratti se ne ritroveranno poi nel Diritto Universale)” (Giarrizzo 1981, 94-95).
Con il libro su Carafa, sarebbe stata intenzione di Vico fare appello a forze politiche presenti in Napoli e allineate “alle più significative posizioni del Doria 1713” (Giarrizzo 1981, 92). Con “Doria 1713”, Giarrizzo intende il pensiero di Paolo Matteo Doria fino al 1713, ultimo anno in cui questi guida i “riformisti”, prima del capovolgimento di fronte che lo porta a porsi dalla parte dei “conservatori”. Con la defezione di Doria, il “terzo partito” di Vico si trova fortemente indebolito. Vico si mette a lavorare sulla vita di Carafa e si impegna al massimo a rilanciarne il programma. Forse per colmare il vuoto seguito alla defezione di Doria.
Dallo scritto su Carafa emerge che questo partito persegue, oltre al progetto di riforma fiscale, sette altri punti sostantivi di diretto impegno politico: 1) “regni e imperi vengono sì fondati con la violenza e l’uso delle armi ma, una volta fondati, risplendono per ragioni del tutto diverse, cioè per lo sviluppo delle arti liberali [studiis humanitatis]” (Vico, Le gesta di Antonio Carafa, 1997, 321) – l’affermazione riprende l’Oratio V (1836, I, 401 e Gentile e Nicolini 1914, 47) -; 2) “perché regni e imperi siano al sicuro dalle aggressioni esterne, occorre che i cittadini siano contenti del regime in cui vivono; infatti, quando i cittadini sono paghi delle proprie leggi e dei propri costumi con il consenso unanime della nazione sono capaci di tenere lontani gli invasori molto più che con fortezze e residui” (1997, 508); 3) “Col tempo possono venir fuori molte cose impreviste: ma nel prendere una decisione, bisogna prevedere anche i casi della fortuna. È nostro compito, infatti, sforzarci di renderci benemeriti, con l’efficacia delle nostre deliberazioni, del genere umano; della fortuna, poi la gloria di presentare, al momento opportuno, l’occasione di fruire di saggi consigli. Per questo motivo egli si applicò con scrupolosità all’arte di amministrare l’erario con il quale si sarebbe procurato i suoi primi incarichi di governo” (1997, 327); 4) Carafa “Riteneva regola prima un uso e un’amministrazione dell’erario giusta, dalla quale derivassero modeste ricchezze private e ingenti patrimoni pubblici, concordia in patria ed eserciti preparatissimi all’esterno” (1997, 325-326); 5) Carafa “riteneva l’agricoltura la prima ma non l’unica risorsa dell’erario: nei tempi antichi, difatti, tutti utilizzavano soltanto i frutti della natura perché il genere umano si accontentava di un vitto e di un abbigliamento semplice; in quest’epoca, invece, il culto dell’eleganza non solo, ma anche il lusso sfrenato fanno tenere in considerazione le ingegnose tecniche ad essa legate” (1997, 326); 6) Carafa riteneva “che i popoli e le nazioni abbiano quelle stesse capacità che lo Stato ha fatto loro sviluppare … E così egli confidava nel fatto che i regni austriaci, dando una spinta determinante all’esercizio delle arti [artium cultu excitato], potessero fornire grandi ricchezze al governo austriaco” (1997, 326). Restava, però, l’ostacolo delle guerre …; 7) Carafa “difendeva la povertà contro il lusso a favore della plebe che protestava per le pesanti usure dei nobili. E al nascere di qualsiasi controversia o disputa, proteggeva il diritto della moltitudine contro il potere di pochi” (1997, 503).


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