Gianandrea de Antonellis La battaglia di Potenza – 3 per la rubrica “Barbajada”
La “Barbajada” è una bibita inventata dal mio bisarcavolo Domenico Barbaja, mischiando cioccolato, caffè e latte, per stimolare e irrobustire (e magari addolcire).
La presente rubrica intende rivolgersi al lettore stimolandolo con il caffè delle considerazioni, irrobustendolo con il cacao delle dimostrazioni e, possibilmente, addolcire il tutto, rasserenandolo con lo zucchero dell’ironia o la panna della leggerezza.
Gianandrea de Antonellis
La battaglia di Potenza, racconto scritto in occasione del 150° dell’Unità e pubblicato su Altri Risorgimenti. L’Italia che non fu (1841-1870), a cura di Gianfranco de Turris, Bietti, Milano 2011
Rimasto solo, Andrea Guarna ricominciò a pensare che di lì ad un mese avrebbe dovuto partecipare alle celebrazioni – che parola orribile! Perché celebrare, anziché studiare pacatamente, magari ammettendo eventuali errori di valutazione? – del centocinquantenario della presa di Potenza, particolarmente fasti perché coincidevano con il centenario dell’Unificazione.
Quanto avrebbe voluto approfittare del palco che gli veniva offerto per gridare la verità, per pubblicare il diario segreto dell’«Eroe di Potenza», per smascherare la disonestà di Crocco, per levarsi un peso dalla coscienza! Cosa sarebbe cambiato, a centocinquant’anni dagli avvenimenti? Sarebbe stata forse messa in discussione la terza restaurazione? O forse sarebbero venuti meno i presupposti dell’Unificazione? L’ex Regno delle Due Sicilie sarebbe dovuto forse – e in virtù di che? – passare al Re di Sardegna, a quel Vittorio Emanuele IV dai numerosi scandali nella vita privata, alle prese con un erede che aveva sposato un’attricetta e i cui cugini del ramo Aosta mettevano fin d’ora in dubbio la legittimità della successione?
L’unico cambiamento, non certo epocale, poteva essere dato dalla rimozione della statua di Crocco… un po’ più di problemi, per via dell’alto numero, poteva giungere dal dover cambiare il nome alle strade o dall’eliminare le varie targhe (soprattutto i numerosissimi “Crocco ha mangiato qui”!). Ma era questo un elemento che potesse impedire di far conoscere la verità, soprattutto dopo che tanto tempo era passato dai fatti di Potenza?
Che infangare il nome di Crocco – o meglio, dargli giustizia – potesse minare l’Unificazione non era uno scenario credibile. E allora?
Andrea Guarna iniziò a domandarsi cosa sarebbe avvenuto se la trama del brigante avesse avuto successo: Borjes disarmato e consegnato ai Piemontesi; la Basilicata e tutto l’ex Regno delle Due Sicilie saldamente in mano degli invasori; le potenze straniere che abbandonano la causa di Francesco II; Vittorio Emanuele (finalmente!) primo re d’Italia e non più secondo di Sardegna; banditi come Crocco e filibustieri come Garibaldi esaltati. Certo a Napoli in largo dei Guantai non ci sarebbe la statua di Borjes, questo è sicuro. Magari ci sarebbe quella di Garibaldi, anche lui a cavallo. Oppure Garibaldi alla stazione e Vittorio Emanuele (non certo Crocco!) ai Guantai, chi può dirlo!? Magari (a parte la statua di Borjes) non sarebbe cambiato molto… magari, visto che non sarebbero mai riusciti a conquistare Roma, Napoli stessa sarebbe potuta divenire capitale del Regno d’Italia (mica potevano pensare di lasciarla a Torino!).
Ma questo non contava. Quel che contava era: e se un giorno si fosse scoperto che Garibaldi era poco più di un avventuriero? E se – anzi, quando, perché era certo – fossero venute alla luce le prove per dimostrare che le sue vittorie erano state preparate dalla massoneria, garantite dal tradimento di tanti generali borbonici, sostenute dalla mafia e dalla camorra? E quando si fosse scoperto che il Nizzardo portava i capelli lunghi per nascondere la mutilazione di un orecchio, sofferta come pena in Uruguay in quanto ladro di cavalli? Allora, quando tutto ciò fosse emerso, sarebbe stato credibile che, a distanza di un secolo e mezzo, in una Italia definitivamente unita (sotto la corona Savoia, Aosta o di qualunque altra dinastia), gli storici seri avrebbero avuto paura di svelare finalmente la verità su casi tanto lontani?
«Credo proprio di no. – diceva Guarna a se stesso – L’Italia unita non avrebbe timore di rivelare che l’Unità è stata realizzata sul tradimento e sulla menzogna. E la Spagna unificata non dovrebbe avere maggior timore». Pensò ad alcuni studiosi rinomati del Settentrione, come Giovanni Spadolini, ascetico rettore dell’Università di Torino, essenziale negli scritti come schivo nei modi. Era così magro che veniva soprannominato “Segnalibro” e su di lui circolava una battuta secondo la quale in una vita precedente era stato appunto il segnalibro del diario segreto di Cavour: per questo conosceva tanto a fondo le trame segrete di quell’uomo, considerato per un secolo la maggiore mente politica sabauda, l’uomo che aveva saputo usare Garibaldi e Mazzini per ingrandire il Piemonte, salvo poi essere pronto a ridimensionarli non appena era sorto un pericolo di destabilizzazione repubblicana.
Ebbene, nonostante Cavour fosse considerato il salvatore della patria, l’uomo che aveva difeso il regno di Sardegna da una pericolosa deriva democratica, guidata dal duo Garibaldi-Mazzini (particolarmente esecrati sui libri scolastici piemontesi), Spadolini non aveva esitato a denunciare l’ambiguità diplomatica del politico torinese durante la campagna del 1860-1861, quando il diario segreto era venuto alla luce. E lo aveva fatto addirittura quando tutti si aspettavano da lui un elogio dello statista franco-piemontese (ciò era avvenuto giusto cinquant’anni prima, nel 1961, durante le celebrazioni del centenario della morte di Cavour), spingendosi ad affermare che era stata una fortuna che il Piemonte fosse stato sconfitto in una guerra combattuta, sue parole testuali, «con l’oro e non con il sangue».
Un uomo davvero coraggioso, che aveva pagato il proprio amore per la verità – ma soprattutto quella frase un po’ infelice e che oggettivamente stonava in bocca ad un accademico del suo rango – con la perdita della cattedra (motivo per cui, non senza livore, era passato dalle file del partito conservatore a quello repubblicano, senza peraltro riuscire più a farsi eleggere, dato che il suo partitino racimolava sempre una percentuale insufficiente di voti…).
Quarant’anni dopo, le sue tesi erano state riprese (e divulgate, banalizzandole) da un furbo giornalista dalla lunga carriera, Primo Maggio (nomen omen), che con il suo Polentoni, un pamphlet privo di qualsiasi riferimento bibliografico, ma scritto con molta verve, aveva risvegliato l’orgoglio dei fanatici mazziniani, mai del tutto scomparsi, e aveva dato la stura ad una serie di pubblicazioni da parte di sedicenti storici “fai-da-te”, che si erano improvvisati studiosi del mancato “Grande Piemonte”, ripetendo sempre la solita solfa: il movimento “risorgimentale” era fallito per colpa della arretratezza culturale sabauda e della vigliaccheria di Vittorio Emanuele (ribattezzato “Emanueletto” con riferimento sia alla scarsa statura politica, che alla propensione per le avventure amorose), ma soprattutto per via del machiavellismo di Cavour, che aveva tradito Garibaldi e Mazzini (e i loro principali accoliti), facendoli morire di stenti nella famigerata prigione-lager di Fenestrelle.
Naturalmente, la risposta degli storici accademici, capeggiati dall’onnipresente Sandrino Barboso, che imperversava in tutte le trasmissioni “culturali” televisive e radiofoniche piemontesi, non si era fatta attendere e il coro di tante voci sguaiate era stato presto silenziato dalla verità “ufficiale”.
Invece, nelle Spagne attuali, quali pericoli si potevano temere? Forse che venisse meno la solidità della Corona? Forse che i repubblicani (politicamente risibili e numericamente ridicoli, al pari degli anarchici) potessero avere un argomento in più per attaccare l’istituzione monarchica? Certo che no: magari criticare il generale Borjes, l’«Eroe dei due Regni», avrebbe causato qualche – lieve – ripercussione, ma annientare il mito di Crocco!… si trattava solo di una questione locale. Qualche targa da cambiare, qualche statua da spostare in un museo… un bel po’ di libri scolastici da riscrivere, questo sì; e poi censurare molti, moltissimi film celebrativi in cui veniva esaltata l’amicizia tra Borjes, Guarna e Crocco; tra il generale, l’aristocratico ufficiale ed il rozzo, ma fedele popolano… bastava presentare una qualsiasi sceneggiatura su questo soggetto per vedersi approvato un finanziamento (e quale funzionario si sarebbe permesso di negare soldi pubblici ad un simile progetto cinematografico? Si rischiava l’accusa di attività antipatriottica…).
Andrea Guarna sfogliò le pagine del manoscritto dell’avo e si chiese quanto tempo avrebbe impiegato a prepararne una buona edizione, accuratamente commentata. Solo per la trascrizione (che avrebbe dovuto fare di persona e praticamente di nascosto: non si fidava di nessuno) almeno un paio di settimane, visti tutti gli impegni che aveva. E poi un saggio critico che doveva risultare inappuntabile, con tutte le note possibili e immaginabili, gli indici (i maledetti indici, tanto utili e così scomodi da realizzare!) e magari una tavola cronologica e qualche piantina (le uniche due sezioni che avrebbe potuto affidare a qualche suo assistente)… Insomma, non meno di tre o quattro mesi di lavoro. In ogni caso, non sarebbe stato pronto per il convegno… E allora? Annunciare intanto una scoperta, una primicia (termine giornalistico che aveva sostituito il più volgare scoop)?
D’un tratto si risolse: avrebbe sicuramente pubblicato il diario dell’antenato, ma prendendosi tutto il tempo necessario affinché il suo lavoro risultasse scientificamente inattaccabile. Però, intanto, doveva decidere cosa dire alle celebrazioni; gli avevano chiesto un discorso di prammatica: avrebbe potuto limitarsi a ripetere la “vulgata”, giusto con qualche aggiornamento sui più recenti studi pubblicati (che peraltro non aggiungevano alcunché di nuovo); una sorta di recensione indolore, insomma. E poi ricordare quali erano stati gli effetti benefici della vittoria di Potenza, eccetera, eccetera… Già, ma prima o poi doveva pur giungere ai tre mitici “Eroi”.
«Una trimurti indivisibile: Borjes-Crocco-Guarna! Un vizio italiano, quello delle triade: la lingua è stata creata da Dante-Petrarca-Boccaccio. Il Regno è stato salvato da Borjes-Crocco-Guarna. Sarebbe avvenuto lo stesso in Piemonte, se avessero vinto la guerra? Avrebbero esaltato Cavour-Mazzini-Garibaldi? Davvero poco probabile: dopo centocinquant’anni, tanta falsità non possono resistere e non si sarebbe potuto far convivere un aristocratico monarchico e pragmatico con un idealista fanatico e repubblicano ed un avventuriero filibustiere e ladro di cavalli, siamo seri!… Va bene che – a differenza di quella piemontese – la nostra triade un senso ce l’ha: il popolano fedele, che imbraccia il fucile ed è pronto a donare la vita per il Re; il militare aristocratico, che cancella le vergogne degli ufficiali venduti al nemico; il generale spagnolo, che quasi preconizza la futura unificazione… tre figure perfettamente complementari, togliere una sola delle quali rischierebbe di far cadere l’intera costruzione retorica, come se fosse un tavolino a tre piedi… Eppure la verità esige… già: la verità. Anzi la Verità, con la maiuscola. Certo, che sconquasso sarebbe presentarsi a Potenza e dire, in sostanza: “Tutto quello che credete di sapere sull’amicizia tra il generale Borjes e Crocco è una falsità. È tutto una menzogna. Io solo so la verità. Ed è completamente diversa da quella che potete immaginare!”»
Andrea si fermò, colto da un dubbio: «E se facessi tutto questo per la gloria? Se volessi rivelare la “mia” verità solo e soltanto per il gusto di far parlare di me, di essere io, per un giorno, al centro dell’attenzione? Di non essere soltanto il pronipote dell’eroe, ma l’eroe stesso, anche se solo per breve tempo?»
Il suo pensiero fu interrotto da alcuni colpi alla porta. Si riscosse; disse – Un momento! – e fece sparire in un cassetto della scrivania il manoscritto dell’avo, prima di dirigersi verso la porta. Apertala, fece quasi un salto indietro, come se nella penombra gli fosse apparso un fantasma. Anzi due fantasmi: quelli del generale spagnolo e del cafone lucano, unisoni in un grido di battaglia, con le spade sguainate e puntate verso il suo petto.
Ma lo stupore (più che lo spavento) fu breve: i fantasmi dei guerrieri non bussano. E non sono alti poco più di un metro, né hanno voci bianche.
– Papà, ti piace come siamo vestiti?
I due figli di Andrea Guarna erano pronti per una recita scolastica. Con evidente tatto l’insegnante aveva evitato di affidare all’uno o all’altro il ruolo dell’eroico bisarcavolo.
– Giuriam insiem di vivere | E di morire insieme! | In terra, in ciel congiungere | Ci può la tua bontà!
Andrea sorrise alla reminiscenza operistica che si adattava perfettamente alla bisogna: il famoso duetto del Don Carlos, Rey y Emperador.
Si trattava di un’opera celebrativa commissionata a Giuseppe Verdi nel 1868 su libretto (postumo) di Ángel de Saavedra, più noto con il suo titolo di Duca di Rivas, in occasione della restaurazione carlista, presentata l’anno dopo con esito trionfale al Teatro Real di Madrid. Tale melodramma era imperniato sull’ascesa al trono di Spagna del futuro imperatore Carlo V, il cui regno era stato messo in discussione da una congiura di nobili. Per la cronaca, qualche maligno sosteneva che il maestro parmense avesse utilizzato alcuni temi preparati per un altro Don Carlos – commissionatogli dall’Opera di Parigi e rimasto incompiuto per disaccordi sull’entità finale del compenso –, incentrata invece sulla figura del figlio demente di Filippo II e tratta dall’omonimo dramma di Schiller, lavoro peraltro bandito dal Regno ed a ragione, per l’evidente falsità storica che lo contraddistingueva. Dicerie, che non inficiavano la qualità dell’unico Don Carlos realizzato da Verdi e che, al più, potevano interessare i musicologi e gli storici della musica. Verdi era noto come artista di sicuro talento, ma anche come uomo pratico, che sapeva vendersi bene e confezionava dolci melodie a chi lo sapeva pagava, fosse lo zar Alessandro II (come nel caso della Forza del destino, tratto da un dramma dello stesso Duca di Rivas) o Ferdinando II di Borbone-Napoli (che aveva acquistato i diritti del coro dell’Ernani per farne il proprio inno nazionale). Gli artisti sono liberi anche in questo senso.
* * *
Andrea abbracciò i figli e, dopo essersi complimentato per l’accurata ricostruzione dei costumi, fingendo di essere il proprio avo, levò il braccio e declamò:
– Generale Borjes, generale Crocco: per Dio e per il Re, all’assalto!
I bambini si voltarono e si allontanarono con passo marziale, le spade levate, intonando ancora il duetto verdiano. Il padre li seguì con lo sguardo, quindi richiuse la porta e ripose con circospezione lo scritto dell’avo nello scaffale più alto della biblioteca. Poi aprì gli scuri delle finestre, fermandosi a guardare lo spettacolo della città che si stendeva sotto di lui, con migliaia di luci che spezzavano il buio della sera.
Tornò a sedersi e a contemplare la conferenza che aveva preparato. Ne evidenziò, svogliatamente, qualche passaggio: generalmente (come faceva anche con le lezioni universitarie) la maggior parte dei discorsi che preparava non era letta, anche se la teneva sempre su una solida base di conoscenza della materia e dopo molte prove. «Tene rem, verba sequentur» gli citava la sua insegnante di liceo. L’evidenziazione gli serviva solo per alcuni passaggi fondamentali. Sentì suonare il campanello che annunciava la cena. Mise da parte i fogli:
– Tanto lo so che poi, come al solito, parlerò a braccio – disse tra sé, quasi per rimandare la decisione sul da farsi, mentre si alzava per unirsi alla famiglia.
Bibliografia
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Pseudobiblia
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Gabriele d’Annunzio, El martirio de San Simonìn, dramma sacro in cinque atti per la musica di Claude Debussy, Madrid 1911
Giacinto de’ Sivo, I Napolitani spagnoli di fronte alle nazioni civili, Edizioni del Castello, Napoli
Andrea Guarna, Storia delle Due Sicilie dal 1861 al 1911. Dalla Restaurazione all’Unificazione, Edizioni Universitarie (dispense del corso di “Storia dell’Unificazione”), Napoli 2010
Primo Maggio, Polentoni, Torino 2001
Riccardo Pazzaglia, Crocco ha mangiato qui. Storia eno-gastronomica della riconquista, La Terza Restaurazione, Bari 1995
Giuseppe Verdi, Don Carlos, dramma eroico in cinque atti su libretto di Ángel de Saavedra (Duca di Rivas), prima rappresentazione Madrid, Teatro Real, 11 novembre 1869.
note
Barbajada, bibita inventata dal mio bisarcavolo Domenico Barbaja, mischiando cioccolato e caffè, per stimolare e irrobustire (e magari addolcire con la panna)


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