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Opus Dei Giochi di potere, giochi settari

Posted by on Ott 26, 2016

Opus Dei Giochi di potere, giochi settari

Il “manifesto”, a metà degli anni Ottanta, usciva la domenica con un blocco di pagine di approfondimento intitolate, appunto, “la domenica”. Su quelle pagine è possibile ritrovare molte firme esterne, spesso prestigiose, per collaborazioni assai spesso gratuite. L’apertura de “la domenica” il 19 maggio 1985 fu affidata a Juan Arias, corrispondente da Roma del quotidiano spagnolo “El Paìs”: il tema era l’Opus Dei, che aveva ottenuto da papa Wojtila la cosiddetta “Prelatura Personale” e che mostrava anche in Italia la sua potenza. Della Masoneria blanca si ricostruivano le origini, la storia, il potere, fino appunto agli anni Ottanta. E’ una lettura utilissima anche oggi, anche per valutare il significato e la natura del “papato polacco”, a cui in buona parte si deve l’attribuzione ai seguaci di Escrivà di un potere, che il pastore tedesco oggi al vertice del Vaticano non solo non ha scalfito, ma tende a confermare. (S.L.L.)

In Spagna, prima della sua approvazione come “Prelatura Personale” e quindi del suo riconoscimento papale definitivo veniva chiamata «Masoneria blanca» per la segretezza che circondava questo Istituto religioso e perché il suo Fondatore si era ispirato, per l’organizzazione interna del suo piccolo esercito, agli statuti della massoneria. Il suo “life motive” era: «Ciò che viene adoperato per il male può anche essere usato al contrario per il bene».

In Italia è stata chiamata invece «La Santa mafia di Wojtyla», alludendo alle simpatie che da sempre aveva dimostrato il papa polacco per l’opera di José Maria Escrivà de Balaguer, considerandola come il suo esercito di attacco personale in lenta ma chiara sostituzione dei figli di Sant’Ignazio che per secoli erano stati la punta di diamante della difesa del Papato.

In realtà il suo vero nome completo è «Società sacerdotale della Santa Croce e dell’Opus Dei». Generalmente viene chiamata semplicemente «Opus Dei» ed in Spagna «la Obra», mentre il fondatore, oggi in procinto di beatificazione, viene chiamato «el Padre».

Fino a qualche anno fa dell’Opera di Escrivà di Balaguer si sapeva ben poco anche in Spagna. La norma era che i membri, anche quando erano ministri o direttori di banca o preti, dovevano mantenere il segreto. E se era necessario potevano negarlo apertamente.

Si sapeva solo che era una organizzazione cattolica fondata nel 1928 da un prete spagnolo che sarebbe diventato più tardi Marchese di Peralta. Un piccolo libretto che aveva le pretese di diventare il nuovo «Kempis» o «Imitazione di Cristo», chiamato «Camino», lo rese famoso in tutto il mondo perché la forza dell’organizzazione riuscì a farlo tradurre in più di quaranta lingue.

Quel libro è tuttora una sorta di guida ideologica e spirituale per i suoi militanti. Ancora oggi Giulio Andreotti afferma di leggere ogni giorno qualche pensiero di Camino, con notevole profitto spirituale.

Ma la verità è che soprattutto dopo il Concilio quel libricino, e con esso la spiritualità dell’Opus Dei, sono stati duramente attaccati dai nuovi teologi che, in qualche passaggio, credettero di rintracciare addirittura gravi errori dottrinali. Diventò celebre la frase in cui Escrivà, parlando dei due tipi di membri del suo Istituto, gli sposati ed i celibi, afferma, con un certo disprezzo, che i primi sono «la truppa» ed i secondi i veri «generali» del suo esercito.

C’era stata sempre una grande curiosità, negli ambienti spagnoli, di conoscere la vera portata di un Istituto religioso che non assomigliava a nessun altro esistente. Nel suo seno c’erano insieme sposati e celibi, sacerdoti e laici, uomini e donne. Non erano religiosi come i gesuiti o i carmelitani o i salesiani ma allo stesso tempo erano un’ opera della Chiesa. Erano gente consacrata, con voti di castità, povertà ed ubbidienza, però rivendicavano il diritto di intervenire nel «secolo». Ciascuno poteva continuare, anzi doveva continuare, ad esercitare la propria professione: medico, architetto, giornalista, ministro, direttore di banca, e così via. Il loro motto: «la santificazione personale nel proprio lavoro».

Ma nei primi tempi era nata una certa ostilità da parte dei vescovi nei confronti dei membri dell’Opus Dei, per la loro pretesa di essere autonomi ed indipendenti in alcune occasioni con alcuni vescovi ci furono delle vere e proprie lotte. Più di un vescovo si rifiutò di accettarli nella sua diocesi. L’Opus veniva accusato di voler essere «una chiesa nella chiesa».

 

Con Franco

Al tempo del Franchismo, l’Opus Dei, antimarxista per natura e fortemente conservatore in campo religioso, balzò subito sul carro del vincitore. Roma approva l’Opera come «Istituto secolare» ed i figli di Escrivà di Balaguer cominciano ad interessarsi in modo particolare alle élites sociali ed economiche. Diventano subito una potenza economica e vanno alla caccia dei giovani più dota-

ti intellettualmente offrendo loro possibilità di studio dentro e fuori la Spagna in cambio dell’accettazione delle severe regole dell’Istituto.

Tre saranno i campi più coltivati dall’Opus: l’Università, l’economia ed i mezzi di comunicazione sociale. E si può dire che dal 1956 l’Opus, pur sostenendo di essere un istituto religioso al di sopra di ogni ideologia politica, diventa uno dei gruppi di pressione più forte del regime franchista.

Quando arriverà la crisi economica, il Caudillo che sentiva parlare di questi curiosi «religiosi» esperti in banche ed economia e che, con l’autorizzazione della Chiesa, potevano conciliare la loro vita di penitenza e povertà personale con l’interessarsi dei problemi temporali, non tardò a chiamarli. E così membri dell’Opus Dei, più o meno conosciuti pubblicamente come tali, cominciano ad arrivare ai posti chiavi dello Stato, ai ministeri, all’Università. Perfino di Carrero Blanco, braccio destro di Franco, assassinato dall’Eta, si diceva che fosse uomo dell’Opus Dei.

E’ in questo frangente, con nelle loro mani i ministeri chiavi delle finanze, che l’Opus diventa un’Istituzione ricca ed influente. Se nel 1960 si poteva parlare del solo banco «el Popular» controllato dall’Opus Dei, nove anni più tardi si poteva considerare che ben 14 istituti finanziari, sotto le sigle «Banco Popular», «Banco Atlantico» e la holding «Rumasa», fossero dell’Opus. Più tardi si saprà che più di venti banche appartenevano all’Opus Dei nella sola in Spagna e che la più grande multinazionale, quella di Ruiz Mates, contraddistinta dal segno dell’ape, la stessa che finanziò il viaggio di Papa Wojtyla in Spagna, era collegata all’Opus Dei. Questa holding di Rumasa è stata poi momentaneamente nazionalizzata dall’odierno governo socialista di Felipe Gonzalez ed il suo fondatore, Ruiz Mates, finì in carcere, dopo essersi rifugiato all’estero accusato di bancarotta.

Franco, che si era fidato dei membri dell’Opus Dei per consegnare loro le finanze considerandoli «sicuri», restò deluso quando scoppiò a Barcellona lo «scandalo Matesa» che vide coinvolto indirettamente l’Opus Dei in una colossale truffa ai danni dello Stato.

E’ difficile sapere quale sia oggi il peso reale dell’Opus Dei in una società spagnola profondamente secolarizzata. Perché, anche dopo l’approvazione papale come «Prelatura personale» rimane in loro il vecchio vizio della segretezza.

C’è chi assicura che il vero peso politico sia molto ridimensionato anche se per altri lo è solo in apparenza. Basti pensare che nel Parlamento creato dopo Franco si calcola che ci siano non meno di settanta deputati dell’Opus Dei, distribuiti nei partiti di centro destra, e che Rafael Termes, presidente della banche private, ma vera potenza in Spagna dove praticamente non esiste banca pubblica, è un membro «effettivo» dell’Opus Dei.

Questo solo in Spagna senza considerare che l’Opus Dei ha avuto un grande sviluppo all’estero, specialmente in America Latina.

Solo nel novembre del 1979 l’opinione pubblica mondiale ebbe la possibilità di conoscere la mappa segreta delle attività reali dell’Opus Dei nel mondo grazie alla rivelazione del carteggio segreto fra il successore del Fondatore, l’ingegnere Alvaro del Portillo ed il cardinale Baggio, allora Prefetto della Congregazione dei Vescovi. Quelle lettere segrete, che dovevano essere pubblicate dalla rivista cattolica spagnola «Vida Nueva» se non gli fosse stato vietato, furono rese note dal quotidiano indipendente «El Pais» che le aveva ricevute da un’altra fonte.

Quei documenti non potevano essere più ufficiali perché si trattava delle informazioni che Alvaro del Portillo offriva al cardinale Baggio perché questi le trasmettesse a Papa Wojtyla. Al papa si chiedeva l’approvazione dell’Opus come «Prelatura Personale» e quindi l’autonomia di una diocesi mondiale sotto la giurisdizione del Generale che acquistava così la qualifica di «Prelato». Secondo quelle lettere l’Opus in cifre a quella data era cosi strutturata: 73.475 membri fra uomini e donne, preti e laici, celibi e sposati. Sparpagliati in 87 nazioni diverse.

La loro presenza viene registrata in 479 università e scuole superiori nei cinque continenti; in 604 giornali, riviste e pubblicazioni scientifiche; in 52 emittenti televisive e radiofoniche; in 32 agenzie d’informazione e 12 case produttrici e distributrici cinematografiche.

Questo accadeva sei anni fa. Ed in questi ultimi anni l’espansione dell’Opus Dei si considera molto importante grazie all’appoggio incondizionato che papa Wojtyla ha dato ai figli di Escrivà di Balaguer con il regalo fatto loro di una sistemazione giuridica come la sognavano da anni e che era stata loro rifiutata invece sia da papa Giovanni sia da papa Montini, quest’ultimo considerato dall’Opus Dei la pecora nera del papato nei loro confronti. Accomunato a Paolo VI fu anche il suo sostituto, il defunto cardinale Giovanni Benelli, fino alla sua morte nemico irriducibile della «Obra», che aveva conosciuto molto bene nei suoi anni di Nunziatura a Madrid da dove fu espulso, come non gradito, dal regime franchista.

 

Il dono del papa

Si è molto discusso sulle vere ragioni che hanno spinto questo papa, contro la volontà di tanti vescovi, a cominciare da una buona parte degli spagnoli, a dare all’Opus Dei, se non la «prelatura nullius cum propio populo», come avrebbero desiderato, almeno la «Prelatura personale» con la quale l’Opus diventa autonomo per quanto riguarda la creazione di seminari propri dove preparare, con la sua impostazione spirituale, i suoi preti, (i quali rappresentano tuttavia solo il 2% del totale dei membri) che così non dipenderebbero più dalla Congregazione dei Religiosi molto severa nel controllo interno degli Istituti che fanno i voti religiosi di povertà, castità ed ubbidienza.

Probabilmente le ragioni della decisione del papa sono diverse. In primo luogo l’Opus risponde in parte all’idea di Papa Wojtyla di creare un esercito di «laici» che siano allo stesso tempo consacrati e capaci di agire nel mondo temporale sotto il controllo di Roma. Piace il loro attivismo; il loro anticomunismo; la loro compattezza interna dove non esiste pluralismo di idee ; piace la loro totale sottomissione a Roma, come una volta accadeva con i gesuiti.

Piace in questo momento il fatto che dall’Opus Dei non uscirà mai la neppur minima contestazione al pontificato del primo papa polacco, del quale si assicura che fosse, prima di essere papa, membro d’onore dell’Opus Dei. E non c’è dubbio che l’Opus aveva sempre coccolato l’arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla, lo aveva aiutato a girare il mondo, e quindi a prepararsi per il suo pontificato, e gli aveva aperto tutte le sue istituzioni culturali, offrendogli la possibilità di tenere conferenze in tutto il mondo.

Ma c’è una cosa che probabilmente a Papa Wojtyla è particolarmente piaciuta dell’Opus: un certo tipo di attività «segreta», come lascia intendere una nota della lettera di Alvaro del Portillo al cardinale Baggio che così dice-«Tutto ciò senza contare l’apostolato di penetrazione che attraverso e con occasione di normali attività professionali corsi di specializzazione e cambi culturali» incontri internazionali e congressi, inviti a operatori economici, tecnici, docenti ecc.) si cerca di sviluppare in nazioni sottoposte a regimi totalitari di carattere anticristiano o ateo o comunque di acceso nazionalismo, i quali rendono difficili e spesso impossibile, de iure o di fatto, l’azione dei missionari e dei religiosi, e persino una presenza organizzata e attiva ella Chiesa come istituzione».

 

L’esercito laico

Forse questa possibilità di penetrazione segreta e camuffata in quei regimi «vergogna dell’umanità» (come vengono chiamati nell’ultimo documento del Sant’Ufficio, approvato dal Papa Wojtyla) offerta dall’Opus ha convinto Giovanni Paolo II a dare la sua approvazione ancor più di quanto non abbia fatto la possibilità di aiuto economico, che comunque l’Opera non farà certo mancare alle denutrite casse vaticane.

La spiritualità dell’Opus Dei, è stata molto criticata dai teologi moderni come «anticonciliare» e certi suoi metodi di lavaggio di cervello avevano preoccupato tempo indietro lo stesso cardinale inglese Basile Hume che aprì un’inchiesta nella sua diocesi, per accertarsi sulle accuse gravissime fatte all’Opus da alcuni membri importanti che avevano lasciato l’Istituto con tanta paura da non osare di dire pubblicamente i loro nomi.

Il fondatore Escrivà di Balaguer in realtà si era ispirato per l’organizzazione dell’opera alla massoneria e per la struttura spirituale alla dottrina tradizionale del fondatore dei gesuiti, il capitano dell’esercito Ignazio di Loyola, che aveva un concetto dell’ubbidienza alla gerarchia e soprattutto al Papa «come un cadavere». Ed infatti i membri dell’Opus hanno norme rigidissime per quanto riguarda l’ubbidienza ai loro superiori. Pare che siano costretti addirittura ad accettare il direttore spirituale imposto dall’alto.

Ma è curioso che Padre Arrupe fosse solito dire parlando dell’Opus Dei che per i gesuiti la «Obra» era «come uno specchio dove vediamo i riflessi di quello che siamo stati e di ciò che non dovremo più essere».

Padre Arrupe si riferiva all’ansia dell’Opus di accaparrarsi i giovani «migliori», per entrare nelle alte sfere della società, per avere collegi soprattutto per i ricchi ed al desiderio di essere una «potenza» dentro la Chiesa.

Oggi però a Papa Wojtyla piace più questa «potenza» dell’Opus Dei, così desiderosa di metterla al servizio incondizionato della Chiesa che non le aperture progressiste dei figli di Sant’Ignazio ed il loro pluralismo.

E’ rimasta celebre a questo riguardo la frase di papa Wojtyla detta al Generale dei salesiani Egidio Vigano. Quando il Papa seppe che erano quasi centomila in tutto il mondo esclamò: «Ma allora siete più potenti dell’Opus Dei che ne ha 70.000».

Al che Vigano rispose : «Noi non siamo potenti ma umili ed inquieti lavoratori». Ma papa Wojtyla rispose: «No, no, per realizzare il bene ci vuole potere».

Ed io sono convinto che l’Opus Dei a questa concezione wojtyliana crede fermamente, come ho avuto occasione di capire parlando con alcuni dei suoi membri; molti di loro, per essere sinceri, persone veramente squisite, aperte, disponibili e simpatiche dal punto di vista umano. Noi giornalisti che abbiamo seguito questi anni il Papa nei suoi viaggi abbiamo potuto ad esempio riconoscere la qualità umana e l’innegabile simpatia del collega dell’Opus Dei spagnolo Joaquin Navarro, medico, oggi direttore della Sala stampa vaticana.

Solo quando viene toccato il tasto «religioso», quando scatta il loro integrismo, anche le persone più deliziose dal punto di vista sociale ed umano si irrigidiscono fino a far paura. Un solo esempio potrebbe essere emblematico. Mi trovavo a Istanbul la vigilia dell’arrivo di papa Wojtyla. Il clima da parte delle autorità era piuttosto freddo ed ostile.

 

Una cronaca proibita

Nella sala stampa dell’albergo dove ci ospitavano non c’erano ancora né un telefono né un telex. Alcuni di noi giornalisti, arrivati prima del Papa, erano disperati. Alla fine ho potuto sapere che l’albergo aveva un vecchio telex che metteva a nostra disposizione solo per spedire qualche riga. Mi precipitai e trovai lì l’allora corrispondente in Italia dell’agenzia Europa Press, un membro dell’Opus Dei, sposato e padre di cinque figli. Stava finendo il suo pezzo e gli chiesi la cortesia di battermi venti righe perché non conoscevo quel vecchio telex. Premetto che era un caro amico che si era appena rivolto a me per fargli trovare una camera nell’albergo. Mi guarda e mi dice: «Ma io devo prima leggere il testo». Non capivo. Credevo avessi paura che io potessi dare al mio giornale una notizia che lui non aveva. Ed aggiunse: «Perché se non è ‘cattolica’ la tua cronaca io non te la posso battere, sarebbe contro la mia coscienza, sarebbe collaborazionismo». Continuavo senza capire. Cosa voleva dire una cronaca «cattolica»?

Gli do il pezzo. Aveva solo la notizia che il terrorista turco Ali Agcà era fuggito dal carcere di massima sicurezza e che aveva minacciato di ammazzare il papa. Pura notizia presa dalla stampa locale senza commento. Il collega dell’Opus Dei legge il foglio e dice: «Mi dispiace ma non posso aiutarti. La tua cronaca è tendenziosa. E’ contro il papa perché fai capire che lo vogliono ammazzare».

Quando il 13 di maggio del 1981 Ali Agcà sparò al Papa sul serio pensai a quel mio collega che non era più in Italia. Spero che il fatto lo abbia aiutato a riflettere che una notizia è sempre una notizia e niente di più. Spero che almeno professionalmente si sia pentito di non aver dato allora la notizia.

A mio avviso è questo integrismo dell’Opus la cosa che più spaventa. Molto più che certe critiche a volte veramente superficiali e maldestre, gratuite, inutili e penso anche false ed ingenerose, come quando si cerca di coinvolgerli nella drammatica morte di Roberto Calvi, perché in realtà l’Opus con Marcinkus mai ha avuto dei buoni rapporti.

Pubblicato da Salvatore Lo Leggio sul suo blog

 

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