GIOLITTI E IL MEZZOGIORNO
Il 14 marzo 1909, Gaetano Salvemini, intellettuale e politico meridionalista, pubblicò sull’Avanti! un articolo che fece molto scalpore: definì il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti “il ministro della malavita”. L’accusa era precisa e grave. Secondo Salvemini, Giolitti aveva costruito il suo potere nel Mezzogiorno non su basi di legalità o sviluppo economico, ma affidandosi alla corruzione sistemica, alla connivenza con le forze dell’ordine e con la criminalità organizzata. In particolare, sosteneva che durante le elezioni il governo favorisse candidati compiacenti usando “la malavita e la questura” per ottenere consenso.
Questa denuncia non riguardava solo Giolitti, ma rappresentava per Salvemini la continuità di un sistema politico nato nel 1861, con l’unificazione d’Italia, in cui il Sud veniva governato attraverso il controllo sociale, clientelare e spesso mafioso, da parte delle élite del Nord e di politici meridionali complici. Invece di affrontare i problemi strutturali del Meridione, come il sottosviluppo e la povertà, si consolidava un patto tra Stato e malaffare, con l’obiettivo di mantenere l’ordine e assicurare voti.
Il testo di Salvemini fu un atto di rottura: un’accusa netta verso un sistema che impediva la piena cittadinanza democratica ai cittadini del Sud, intrappolati tra miseria e manipolazione elettorale. Una storia che, in forme diverse, si sarebbe ripetuta nel tempo.
Fonti:
Salvemini G., Il ministro della malavita, Avanti!, 1909
Romeo R., Giolitti, Laterza



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