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Giuseppe da Copertino, il frate volante… e anche cuoco

Posted by on Lug 14, 2021

Giuseppe da Copertino, il frate volante… e anche cuoco

Ragazzo semplice di mente, incapace di imparare a leggere e scrivere, ebbe il dono di una vita spirituale e mistica molto intensa. Famoso per le sue levitazioni, è stato per questo nominato patrono dei piloti. Ma fin da bambino amava anche molto cucinare.

L’aereo balla paurosamente. I fulmini illuminano ogni tanto la cabina di pilotaggio, dando l’impressione che lingue di fuoco invadano l’abitacolo.
Joe, il pilota, con tante ore di volo al suo attivo, prega sottovoce, toccando un’immaginetta incollata dalla sua parte sul pannello di controllo. In tanti anni di lavoro non ha mai visto una tempesta così repentina e così pericolosa, uscita dal nulla, captata all’ultimo secondo dagli apparecchi elettronici. Mentre il suo giovane vice, Karim, che assiste per la prima volta ad una tempesta in volo, è spasmodicamente attaccato ai comandi e si domanda cosa avrà mai da invocare Joe e a chi. Senza volere, nota il silenzio assoluto da parte dei passeggeri: che strano che nei film, quando c’è una scena simile a questa, i passeggeri urlano…

Finalmente il grosso aereo della Delta supera la turbolenza ed entra in una zona calma. Si sentono i sospiri di sollievo dei passeggeri e il mormorio delle loro voci ha qualcosa di tranquillizzante. Karim si rilassa. Ora il velivolo sembra che plani su un’acqua limpida, il cielo è blu e i fulmini sono solo un brutto ricordo.
Joe si deterge la fronte con un fazzoletto e sorride al co-pilota, facendogli notare che san Giuseppe da Copertino li ha salvati ancora. Il co-pilota, musulmano, gli chiede chi era e Joe glielo spiega.

Giuseppe Desa (diventato poi san Giuseppe da Copertino) era un ragazzo un po’ semplice di mente, nato il 17 giugno 1603 a Copertino, piccola città situata in una bellissima regione d’Italia, la Puglia. Joe aggiunge che suo nonno materno è originario da lì. Giuseppe rimase orfano di padre (che era falegname) prima ancora di arrivare al mondo. La madre, piena di debiti e incinta di lui, fu cacciata di casa, i mobili le furono sequestrati e lei diede alla luce il piccolo in una stalla. Joe non può impedirsi di notare le similitudini della nascita di Giuseppe con quella di Gesù. D’altronde, il ragazzo dimostrò fin da piccolissimo un’inclinazione spirituale fuori dal comune per un bambino. A cinque anni pregava con fervore, ovunque fosse, dialogando con Gesù (che sua madre gli aveva descritto con dovizia di particolari).

La madre lavorava come bracciante nelle numerose fattorie della zona, specializzate in olive, frutta e verdura e perfino vino. La paga era spesso in natura e benché fossero poveri, il bimbo non mancava di nulla. Imparò presto a cucinare e preparava da mangiare già a nove anni: zuppe di verdura, legumi cotti nella cenere, pasta. A volte avevano carne e lui amava molto preparare il pollo al limone. I frati della Grotella (un monastero della zona, passato ai francescani nel 1613 grazie ad un frate, Giovanni Donato Caputo), lo accoglievano spesso in cucina, dove aiutava il fratello cuoco a preparare il pasto.
Lui amava l’atmosfera di preghiera di quel piccolo monastero e si attardava spesso lì. I frati lo indirizzarono da un calzolaio, che gli insegnò il mestiere a 17 anni.

Giuseppe era considerato poco intelligente, perché si estraniava anche quando era circondato da gente e sembrava perso in un mondo visibile solo a lui, ma sorrideva sempre ed era di natura gioviale. Alla Grotella, dopo avere aiutato in cucina, si isolava da tutti e si inginocchiava davanti al Santo Sacramento, pregando per ore, il corpo fermo e gli occhi alzati al cielo.
I frati provarono ad insegnargli a leggere e scrivere, senza successo: il suo intelletto era a dir poco molto mediocre.
Malgrado questo, nel suo cuore il desiderio di abbracciare la vita religiosa diventava sempre più forte. Ispirato da due suoi zii diventati francescani, si presentò ai francescani conventuali di Napoli, ma lì non poté essere ammesso a causa della sua insufficienza intellettuale.

I Frati Minori Cappuccini lo accettarono come frate laico. Ma anche lì faceva tanti errori nel lavoro affidatogli che lo licenziarono dopo otto mesi. Inoltre, essendo perennemente in estasi, non era in grado di far fronte ai suoi compiti. L’incapacità naturale e la preoccupazione soprannaturale creavano un mix che lo rendeva inadatto a qualsiasi cosa.

Giuseppe insisteva nella richiesta di essere ammesso in convento come religioso e la madre, mossa da compassione per quel figlio così speciale, riuscì a convincere il fratello Giovanni Donato Caputo ad accoglierlo al convento della Grottella nella frazione di Balsorano, situata nei pressi di Copertino, dove il massimo che poté fare era la professione di frate laico. Fu incaricato di badare al mulo del convento. Consapevole dei suoi problemi, si definiva, non senza ironia, “fratello asino”. Giuseppe, sempre allegro e di buon umore, ma ancora incapace di imparare a leggere e scrivere correttamente, dimostrò una tale obbedienza, pietà e umiltà che i suoi superiori decisero di accoglierlo: ricevette l’abito dell’ordine ad Altamura, nel giugno 1625.
Non sapeva ancora né leggere né scrivere e non era in grado di spiegare un solo vangelo tranne il versetto 27 del capitolo 11 del Vangelo secondo Luca che inizia con “Felici le viscere che ti hanno portato …”.

Il 3 gennaio 1627 il vescovo de Franchis lo esaminò, in vista dell’ammissione agli ordini minori. Per decidere sul tema, il vescovo aveva aperto a caso la Bibbia e si era imbattuto proprio in questo versetto. Con sorpresa di tutti, Giuseppe fece un commento brillante, che indusse il vescovo a conferirgli gli ordini minori. Successivamente ricevette il suddiaconato il 27 febbraio e il diaconato il 20 marzo.

Nel 1630 il fratello Giuseppe chiese di essere ammesso al sacerdozio. I primi postulanti che avevano sostenuto l’esame guidato dal cardinale Giovanni Battista Deti (1580–1630), vescovo di Castro, avevano risposto così brillantemente che il vescovo, immaginando che gli ultimi fossero dotti quanto i primi, aveva ammesso tutti i candidati in blocco. Frate Giuseppe ricevette così l’ordinazione sacerdotale il 4 marzo 1628, essendo stato esentato, per pura grazia divina, da un esame che probabilmente non sarebbe riuscito a superare.

Quell’anno marcò un evento maggiore nella vita di frate Giuseppe: si verificarono le prime levitazioni. La prima avvenne a Copertino il 4 ottobre 1630, durante la processione in onore di San Francesco d’Assisi. Stava assistendo alla processione quando improvvisamente si alzò in aria, librandosi sopra le teste dei presenti. Quando tornò di sotto e si rese conto di cosa gli era appena successo, si spaventò e scappò per nascondersi.

Da quel momento la vita di padre Giuseppe fu completamente stravolta. Le sue elevazioni nell’aria continuarono e la loro frequenza aumentò. Gli bastava udire i nomi di Gesù, di Maria, o cantare un salmo durante la messa per alzarsi da terra, rimanendovi finché il suo superiore, in nome della santa obbedienza, gli ordinava severamente di scendere. Tutto sommato, i suoi superiori erano disturbati da queste esibizioni. Durante la sua permanenza a Copertino, i suoi contemporanei assistettero ad una settantina di eventi di questo tipo.

Fra questi, uno degno di nota accadde nel 1645, quando l’ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede, ammiraglio di Castiglia Juan Alfonso Enríquez de Cabrera, di passaggio con la moglie nella città di Assisi, volle incontrare padre Giuseppe. Il fratello custode accompagnò quest’ultimo in chiesa, per incontrare gli illustri ospiti. Appena entrato, Giuseppe, vedendo la statua della Vergine Immacolata, posta ad un’altezza di circa 4 metri, si levò in aria, passando sopra le teste degli augusti visitatori e del loro seguito, tutti sconvolti. Dopo un po’ si è spostato al punto di decollo ed è tornato alla sua cella confuso. L’ammiraglio e il suo seguito rimasero sotto shock, la moglie svenne e fu necessario ricorrere a forti sali per riportarla in sé.

Un’altra levitazione attestata da testimonianze avvenne nel 1649, quando Jean-Frédéric, duca di Brunswick- Calenberg (1625-1679), allora 24enne, accompagnato dal suo medico e da diversi cardinali, assistendo ad una Messa celebrata da padre Giuseppe, videro quest’ultimo alzarsi per pochi minuti sopra l’altare dove stava celebrando l’Eucaristia. Temendo un inganno, il Duca sguainò la spada e la passò sotto i piedi, sopra la testa e tutt’intorno a padre Giuseppe senza scoprire alcun sotterfugio.

La sua levitazione più notevole, attestata dal maggior numero di testimoni oculari, fu quella avvenuta durante un’udienza papale che Urbano VIII (1568 – 1644) concesse ai monaci del convento dove abitava padre Giuseppe. Dopo essersi a sua volta inginocchiato per baciare l’anello del Papa, si sollevò improvvisamente in aria al di sopra del soglio pontificio dove sedeva il Pontefice e così rimase per lunghi istanti, nel silenzio attonito di tutta l’assistenza, finché il suo superiore gli ordinò con voce severa e secca di scendere subito. Papa Urbano VIII, che osservava tutto ciò senza batter ciglio, in un silenzio impassibile, disse poi al Padre Superiore: “Se frate Giuseppe muore durante il Nostro pontificato, vogliamo servire di testimone al suo processo [di canonizzazione] per deporre un miracolo, cui abbiamo appena assistito”.

Le elevazioni, che erano manifestazioni soprannaturali al di fuori del controllo di padre Giuseppe, immersero nello stupore gli altri monaci e scontentarono al massimo i suoi superiori gerarchici, il che provocò l’intervento e le indagini dell’Inquisizione romana sotto il regno del nuovo papa, Innocenzo X (1574 – 1655).
La fama di padre Giuseppe, i fenomeni di cui fu oggetto, i miracoli di premonizione e guarigioni a lui attribuiti, sollevarono i sospetti dell’Inquisizione. E così, nel 1653, per ordine di papa Innocenzo X, l’inquisitore di Perugia, il domenicano Fra’ Vincenzo Maria Pellegrini lo fece rinchiudere, per la prova provvisoria, nel convento dei cappuccini di Pietrarubbia, poi in quello di Fossombrone, accusandolo di attirare l’attenzione su lui e mettendo in dubbio (finché era vivo e la Chiesa non si è pronunciata sul suo caso) la veridicità dei fenomeni che stava vivendo e la realtà dei suoi miracoli. È stato interrogato, detenuto per diverse settimane e infine rilasciato perché i giudici inquisitori non hanno trovato nulla da rimproverargli.

Dopo essersi giustificato davanti all’Inquisizione, padre Giuseppe fu inviato ad Assisi. Nonostante la vicinanza della tomba di San Francesco che venerava, la lontananza lo rattristò molto, e in questo periodo i suoi fenomeni di levitazione cessarono temporaneamente.
Rimase nove anni ad Assisi, fu fatto cittadino onorario della città, fu anche visitato da una grande folla, non solo di laici, ma anche da tante figure religiose; tutti erano attratti dalle meraviglie che si dicevano di lui, e dai miracoli che in molti speravano. Era felice di riceverli, ma la tristezza dell’esilio non lo abbandonava, tanto più che non gli era permesso confessare, né partecipare alle processioni. Tuttavia, la sua presenza attirò ancora le folle.

Alla morte di papa Innocenzo X nel 1655, i frati minori cappuccini chiesero al nuovo papa Alessandro VII (1599-1667) di porre fine al suo esilio e consentire il suo ritorno. Ma il nuovo Papa rifiutò ancora, come il suo predecessore, e lo mandò a Osimo dove gli fu persino proibito di parlare con chiunque, eccetto il vescovo, il vicario generale dell’Ordine, i suoi confratelli e forse il dottore. Padre Giuseppe non se ne è mai lamentato, anche quando il fratello cuoco “dimenticò”, per ordine segreto e per metterlo alla prova, di portargli da mangiare in cella per due giorni.

Il 10 agosto 1663 ebbe la febbre alta, ma mantenne la sua allegria dicendo che presto si sarebbe unito a Dio. Si è rialzato un’ultima volta da terra mentre celebrava la Messa il 15 agosto, giorno dell’Assunta. Proprio all’inizio di settembre, i suoi fratelli lo sentirono mormorare: “L’asino si è messo a salire sul monte”, alludendo alla sua prossima morte, di cui aveva prescienza, e si mise a letto. Gli furono amministrati gli ultimi sacramenti e, il 18 settembre 1663, all’età di 60 anni, morì serenamente recitando le “Litanie della Beata Vergine Maria”.

I due piloti cominciano la discesa verso l’aeroporto di Denver e Joe interrompe il racconto per salutare i passeggeri dal piccolo microfono di bordo. Karim è pensieroso e ancora sotto il fascino del racconto sulla vita di padre Giuseppe. Riagganciato il microfono, Joe aggiunge che padre Giuseppe è il patrono dei piloti e che lui lo venera e prega tutte le volte che deve salire a bordo, per non parlare poi delle situazioni di pericolo, come quella che avevano appena vissuto in quel volo. Gli dice anche che con la famiglia è già stato in pellegrinaggio a Copertino, in Puglia. E Karim decide in quel momento che le prossime vacanze le farà in Puglia, per visitare il monastero e conoscere meglio padre Giuseppe, il patrono dei piloti: quindi anche il suo. 

Liana Marabini

fonte

https://lanuovabq.it/it/giuseppe-da-copertino-il-frate-volante-e-anche-cuoco

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