Alta Terra di Lavoro

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Giuseppe Mazzini segreto (II)

Posted by on Nov 2, 2021

Giuseppe Mazzini segreto (II)

Concludevamo la prima parte del nostro articolo domandandoci se Mazzini, che tanto aveva scritto in vita, non avesse pensato alla propria morte, lasciando indicazioni sui suoi funerali e come avrebbe voluto essere ricordato.

La risposta è da individuare nelle lettere che il patriota scrisse in diverse occasioni ad amici e persone care. In esse aveva manifestato il desiderio di avere esequie discrete poichè si diceva molto rattristato dalle commemorazioni, trasporti di statue, ceneri, eccetera. Di più, si era espresso contro ogni tentativo di conservare i cadaveri (1).

Sorge allora la domanda: come mai venne pietrificato?

La natura politica della pietrificazione*

La ragione,  leggendo varie relazioni del tempo, appare chiaramente di natura politica. Non scelse il proprio destino post-morte ma gli venne conferito dai mazziniani che ritenevano dovesse costituire una reliquia laica, un’icona incorruttibile del repubblicanesimo. Scrive Alberto Carli: “[…]l’incorruttibilità di un cadavere era ritenuta prova di santità, soprattutto nel Medioevo; la conservazione di un vero martire della causa italiana come Mazzini ‘beatificato’ dai suoi seguaci, non avveniva attraverso un miracolo ma attraverso la logica di formule chimiche, certamente segrete, ma teoricamente riproducibili e verificabili, secondo i ‘desiderata’ di una religione laica e scientifica […] In tempi di materialismo, se è uno scienziato ad occuparsi dell’importante mummificazione, assumendo attraverso la segretezza della formula con cui opera le vesti di un sacerdote, ciò accresce il valore della reliquia stessa, facendone un’icona della modernità scientista capace di vincere la morte (o di perpetuarla in una continua parodia) attraverso una tecnica che diviene ‘mistero’ e, contemporaneamente, illusorio lume scientifico” (2)

Ma tutti sappiamo che Mazzini non è esposto al pubblico, come ad esempio Lenin o altri corpi di personaggi importanti. La sua fama è chiaramente inossidabile ma il corpo imbalsamato manca. Che cosa successe dunque?

Per saperlo, ripercorriamo insieme la storia, ritornando al giorno (10 marzo 1872) in cui Giuseppe Mazzini morì, in casa Nathan, in via Maddalena, 39 a Pisa. Era entrato da poco in Italia in incognito, sotto il falso nome di George Brown, perchè su di lui pendeva un ordine di cattura.

Alle 13.30 il Maestro lasciava questo mondo, confortato dagli amici di tante battaglie Felice Dagnino e Adriano Lemmi, oltre che dalla famiglia Nathan.

Mazzini morente, dipinto di Silvestro Lega (1872/’73), olio su tela, Rhode Island School of Design, Museum of Art

Quando arrivò il suo medico personale, l’amico massone Agostino Bertani, non potè fare altro che constatarne la morte. L notizia si diffuse a macchia d’olio. Gli studenti chiusero le porte dell’Università in segno di lutto e corsero a rendergli omaggio. 

In breve tempo arrivarono i capi storici del movimento mazziniano e tutti i repubblicani d’Italia. Unitamente all’incontenibile sgomento e al dolore, si doveva decidere cosa fare del corpo. Bertani propose subito la conservazione mentre i Nathan erano contrari:avrebbero infatti voluto seppellire degnamente l’amato Giuseppe e basta (infatti loro sapevano che egli desiderava così). Viste le contrapposizioni, si mise ai voti la decisione: vinse Bertani con il suo seguito e si mise in moto la ‘macchina’ che doveva condurre alla pietrificazione di Mazzini.  “Bertani doveva aggrapparsi al carisma del trapassato per serrare le schiere del partito repubblicano“, scrive Sergio Luzzatto, che nel suo libro (cit. nella nota 3) fa emergere lucidamente quali furono i retroscena politici dell’operazione di conservazione del corpo del ‘profeta’. Retroscena che devono ricercarsi ben prima della morte del Maestro.

BertaniAdriano Lemmi Francesco Campanella inviarono immediatamente un telegramma ad un amico che sapevano sarebbe stato in grado di eseguire il processo di imbalsamazione, lo scienziato Paolo Gorini. Presso il Museo di Lodi a lui intitolato, abbiamo visto la copia del telegramma di cui stiamo parlando (l’originale è conservato presso la Biblioteca Comunale di Lodi), tra l’altro.

Vieni immediatamente Pisa preparare salma Mazzini avvisaci partenza dirigendo 39 via Maddalena, risposta pagata“.

Gorini, che era rientrato da un paio di giorni da Milano, ricevette il telegramma l’11 marzo alle 3.40 del mattino. Tramontato il suo proposito di riposarsi un po’, acconsentì a partire per Pisa; tuttavia i tempi tecnici erano legati ai trasporti dell’epoca. Gorini arrivò alla stazione di Pisa il 12 marzo; Bertani e Lemmi lo condussero in casa Rosselli/Nathan, dove -scriverà Gorini in seguito- si trovava una folla caotica di mazziniani, che impartiva ordini disordinatamente a destra e sinistra. Giunto davanti alla salma dell’amico Giuseppe, Gorini si impressionò dall’avanzato stato di putrefazione.” Era verde– scrisse nelle sue memorie- era una vescica zeppa di marcia“. Come avrebbe potuto attendere alla conservazione di un simile cadavere? La responsabilità era immensa e la perplessità non da meno.

L’opera di dissuasione del Bertani dovette essere talmente convincente, che lo scienziato lodigiano tentò comunque di bloccare i fenomeni putrefativi con un’iniezione conservante. Dopo una lunga notte di tentativi, Gorini riuscì ad eliminare il verde e a far coagulare la marcia. Tanto serviva per deporre il corpo esanime di Mazini nella cassa e trasportarlo a Genova; il resto delle operazioni di pietrificazione sarebbe stato proseguito là.

Le cronache narrano che un lungo corteo funebre, preceduto da bandiere e dalle bande delle associazioni operaie ed artigiane, accompagnò il feretro alla stazione di San Rossore, dove venne “caricato su un vagone parato a lutto e frettolosamente portato a Genova. Anche da morto fa ancora paura” – scrive Benito Lorigiola (Catalogo della Mostra sulla vita di Mazzini per le celebrazioni del bicentenario dalla nascita, p.50). “Timorose del corpo morto di Mazzini quasi altrettanto che del corpo vivo, le forze dell’ordine ne sorvegliano il viaggio in ferrovia minuto per minuto, con delegati della Pubblica Sicurezza imbarcati sul convoglio funebre e teelgrammi in cifra inoltrati nottetempo al Ministero degli Interni e alla Prefettura di Genova (S. Luzzato, op. cit., p. 41).

La ragione di quella fretta, tuttavia, poteva essere legata alla sua pietrificazione. Si era infatti a quattro giorni dalla morte, il 14 marzo, e bisognava fare presto. Bertani, però, aveva organizzato la traslazione della salma di Mazzini su un itinerario ‘politico’, che toccasse Lucca, Pescia, Pistoia, Bologna, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Alessandria…Ogni stazione era ingombra di gente; la salma veniva accolta da bande musicali e da comizi in qualsiasi ora passasse.

Naturalmente, c’erano diversi schieramenti ideologici anche tra gli amici stessi di Mazzini: chi applaudiva a tanti ‘onori’, e chi invece aveva in orrore tutta quella ‘pompa magna’, e ancor di più la sua pietrificazione (una delle più accese oppositrici del progetto di Bertani fu un’intima amica di Giuseppe Mazzini, la pittrice ‘inglese Emilie Ashurst Venturi, che non potè presenziare alle esequie).

Sullo sfondo, anche la Massoneria ebbe il suo peso.

Durante il viaggio, la cassa si ruppe e ne uscì del liquido, come tramandatoci da Carlo Dossi nelle sue ‘Note Azzurre‘ (4). Stando a quanto scrive anche Sergio Luzzatto (op.cit. p. 47), un inviato del quotidiano romano ‘Fanfulla’ (governativo e quindi in antitesi con le idee mazziniane) telegrafò una simile notizia:” Cassa metallica in cui (salma Mazzini) era rinchiusa male stagnata lasciò luogo a dilamazioni liquido acidulato preprazione Gorini. Così operazione male riuscita, cadavere deformato, dicesi non sarà più esposto camera ardente“. A quanto è dato sapere, era stato in realtà lo scienziato lodigiano “a versare nella cassa-ancora prima di partire per Genova- un bottiglione di soluzione disinfettante e aromatica la cui dispersione, a genova, fomentò la voce di un’operazione fallita. Gorini stesso avrebbe ammesso che durante il trasporto verso Staglieno la bara aveva rilasciato miasmi tutt’altro che rassicuranti”.

Possiamo soltanto immaginare queste scene concitate. Sullo sfondo si muoveva un’Italia appena riunificata che Mazzini aveva contribuito a ‘fare’ (seppure con tutte le riserve del caso); il personaggio era molto discusso, famosissimo e la circostanza -oltre che tristissima- si profilava greve per le sorti del partito repubblicano. Abbiamo già accennato nella precedente sezione che la morte di Mazzini avrebbe potuto costituire la scomparsa del partito stesso, poichè egli era un leader insostituibile e con la sua dipartita si apriva una crisi politico-ideologica, accentuata da fratture interne. La pietrificazione di Mazzini pareva dunque cementare le divisioni e il leader ‘eternamente’ presente avrebbe contribuito a compattare la retroguardia, a formare nuovi accoliti e perpetuare la memoria storica-politica- risorgimentale delle sue gesta. Nonchè, esaltava il materialismo scientifico. In quel momento, la volontà del Giuseppe uomo, che aborriva ogni forma di conservazione dei corpi, era stata dimenticata. “La reliquia– scrive Alberto Carli (op.cit.) – mummificata alla stregua di un faraone, di un santo o di un pontefice, secondo Bertani, avrebbe rappresentato in quel momento un’arma se non efficace almeno di sicuro impatto nella lotta culturale e politica, accesissima, fra parte dello Stato laico e parte della Chiesa. Paraddosalmente, ad avvicinare i due poli in opposizione su un comune terreno di scontro, in questo caso, è proprio il concetto di reliquia, intesa come perpetuazione del ricordo nella sua forma più tangibile, fisica e unica”.

La strumentalizzazione della morte di un leader passa semprer attraverso dei copioni ben precisi; così dobbiamo calarci nell’epoca in cui questi fatti avvennero. Epoca senza i mezzi di comunicazione odierni, senza la cultura media generale raggiunta oggi. Anche Mazzini venne ‘usato’ a scopi propagandistici:ben presto iniziarono a proliferare dipinti e litografie della scena della sua morte (scene inventate ad arte per far maggiore presa sulla gente), dei cortei, dei funerali, e forse chissà quali altri ‘souvenirs’ (proprio come accadde per altri carismatici capi politici e religiosi).

Giunto a Genova il 17 marzo, Mazzini ebbe un fastoso funerale, poi venne collocato nell’obitorio del cimitero di Staglieno, dove Gorini e Bertani ebbero a disposizione tutti i mezzi necessari affinchè l’impresa di rendere pietra la carne di Mazzini riuscisse. Nessuno aveva avuto dubbi sulla destinazione finale che avrebbe accolto il ‘profeta’: egli sempre si era espresso di voler riposare accanto alla madre, Maria Drago. Genova, poi, era la capitale delle ideologie democratiche, in un’Italia che ora era unita sotto la monarchia sabauda…

Il sarcofago di Maria Drago, madre di Mazzini,  situato di fronte all’ingresso del mausoleo del figlio (una lapide ricorda anche il padre del patriota, Giacomo). Sullo sfondo, l’albero fatto piantare da Giorgina Saffi e sul quale Mazzini- nelle rare parentesi della sua vita da esiliato- meditava assorto, traendo ispirazione dalla figura materna.

Sempre affiancato da Agostino Bertani, che era medico, lo scienziato lodigiano aveva concluso un patto con l’amministrazione comunale genovese, secondo la quale -allo scadere di due anni- avrebbe restituito il corpo di Mazzini imbalsamato. Le operazioni, lunghe e costose, si profilavano difficilissime, quasi impossibili. Gorini cominciò a tirare un sospiro di sollievo quando, nell’agosto 1872, si rese conto che il cadavere poteva dirsi ‘disinfettato’. In pratica, non si sarebbe mai più deteriorato. Ma pietrificarlo era un altro paio di maniche, stante le circostanze in cui lo aveva ricevuto, quel corpo. Più passava il tempo, e più le contraddizioni sull’imbalsamazione del Maestro si rincorrevano nell’opinione pubblica e negli addetti ai lavori.

Luigi Arnaldo Vassallo ebbe modo di visitare alcune volte, su invito del Gorini, il ‘tavolo da lavoro’ su cui giaceva Mazzini imbalsamato e ne riportò in questi termini l’impressione:” […] Sopra un tavolo di marmo – come il cadavere della lezione di anatomia del Rembrandt – stava la rigida salma di Mazzini, con i capelli e la barba bianchissimi, quasi risplendenti, come fili d’argento non brunito, e i muscoli di un colore verdognolo uniforme. Il Gorini, man mano, si dichiarava altamente soddisfatto dell’opera propria: ma io, con occhi pieni di terrifica emozione, guardavo quel profilo trasfigurato, quasi irriconoscibile e mi auguravo che nessuno dovesse vedere mai quella mummificazione“(5).

Dalle note autobiografiche di Gorini, apprendiamo che un anno dopo la morte di Mazzini, cioè nel 1873, il cadavere del patriota venne esposto al pubblico per quattro giorni, durante i quali una folla numerosissima di persone sfilò davanti all’urna che lo conteneva e che permetteva di vederlo (viene indicato un numero di 20.000 persone). Dopo una marea di polemiche sull’opera goriniana (imbalsamazione riuscita o fallita), finalmente la ‘mummia della repubblica’ era concessa alla pubblica piazza. A.Cesare Abba ricorda così quel memorabile evento: “In uno dei viali [del cimitero di Staglieno] su d’una specie di letto mortuario, giaceva Mazzini vestito di nero, così com’era sempre andato al mondo. E quelli che lo avevano veduto vivo sentivano un brivido, rivedendo ancora quale era stata quella testa canuta, dalla fronte spaziosa come un cielo, dalle tempie larghe; quella persona esile, nell’abito severo, fin colle scarpe ai piedi”.

Il profeta era dunque perfettamente riconoscibile.

Quella fu la prima e unica voltaper quel secoloche Giuseppe Mazzini venne concesso alla vista del popolo. Contrariamente a quanto aspiravano i repubblicani infatti, che avrebbero voluto esporlo ogni anno in occasione dell’anniversario della morte, il 10 marzo, Mazzini venne rinchiuso in un’urna e tumulato nel sepolcro nel cimitero di Staglieno.

Gorini, come pattuito, restituì il cadavere al Municipio di Genova, nel 1874; ipotizzava che si sarebbe conservato, tutto sommato, sebbene non prevedesse come, all’interno di un’urna. I preparati dello scienziato, infatti, non avevano bisogno di condizioni particolari per mantenersi: potevano stare all’aria aperta e alle intemperie! “Così conservato, il corpo di Mazzini potrà mantenersi per un lungo periodo di anni, anzi io propendo a credere che, a somiglianza delle antiche preparazioni egiziane, potrà conservarsi per un tempo indefinito“, scrisse in seguito, nella Relazione dell’operazione.

Risvolti etici della pietrificazione

Il letterato Carlo Dossi, sempre nelle “Note Azzurre” (n.4744) scrisse un’ode immaginaria intitolata “L. d. B. La lamentazione di un cadavere pietrificato”, in cui a parlare, da morto, è Mazzini stesso: “Era un uomo illustre:l’hanno voluto onorare, dopo morte, cangiandolo in pietra. Egli vede, intorno a sè, le sciolte molecole degli altri corpi rientrare nella perpetua danza e rivivere in altri corpi. Ma egli è condannato a non dissolversi più, a non riacquistar quindi, sotto nessuna altra forma, un’altra vita. E anela alla vita, fosse pure quella di una marmotta, ed impreca a’ suoi malconsigliati ammiratori. -Intrecciarvi l’elogio della cremazione, la quale aiuta il pronto rinnovarsi de’ corpi. – Incatenato eternamente alle antiche sue spoglie, come Prometeo allo scoglio, egli chiede a Gorini che lo ha impietrito: e che ti feci di male o Gorini?” (6)

Molto cruda come disamina, imbarazzante per i fautori della decisione di pietrificarlo. Mazzini aveva un suo credo, e si era espresso – in vita- a sfavore della conservazione del proprio corpo. Dunque la ‘causa’ venne prima dell’uomo. Tuttavia, è da tenere in conto che Mazzini non aveva espresso pubblicamente la sua volontà (ma soltanto a pochi intimi) e che la decisione di conservarlo ‘in eterno’ venne messe ai voti, come abbiamo già visto. Decisione democratica.

Vittorio Imbriani sembra di tutt’altro avviso, elogiando la pietrificazione e sostenendo che il tema è millenario e ampiamente presente in molte aree. Aggiunge pure che il divenir sasso o quarzo in vita è raccapricciante ma divenire tali dopo morte, ben venga: è una vittoria sulla morte nella morte stessa…

Comunque la si pensi, si sconfina in speculazioni filosofiche, etiche e filosofiche, se non esoteriche. La figura di Paolo Gorini è ammantata del fascino di mago-alchimista che conosce la materia e la manipola, la trasforma, consegnando le sue tecniche segrete al campo del fantastico e del mistero. Il suo nome compare anche in Martin Mystère (Almanacco del Mistero, 1995. Bonelli editore), di A. Castelli…

Che poi sono segrete fino ad un certo punto(oggi la formula della pietrificazione dei corpi dello scienziato lodigiano è stata trovata da A. Carli e pubblicata). Ma immaginiamo cosa passasse nella testa della gente della sua epoca, e in special modo quali saranno state le ‘divagazioni’ in merito alla preprazione del corpo di Mazzini. Gorini stesso si pose il dilemma, se dovesse agire segretamente, in quanto ciò dava adito alle fantischerie di prendere piede, stravolgendo la verità dei fatti. Sulla Plebe del 5/4/1874, ribadendo comunque il fatto che il silenzio sulle sue operazioni fosse stata una necessità, espresse anche il peso sopportato nell’anima: “Chi sosteneva che il cadavere da me pietrificato si era convertito in una statua, paragonabile a quelle che si scolpiscono nel duro marmo, chi assicurava ch’esso era divenuto più nero che l’inchiostro o che si era per metà consumato o ch’era spaventoso a vedersi. La prima diceria mi noceva perchè insinuava negli animi un’aspettazione che doveva essere delusa, la seconda poi mi noceva anche maggiormente“.

La Ricognizione del 19 giugno 1946 e il mistero dell’astuccio

Trascorsero 73 anni da quel 1873, anno in cui era stata esposta la salma di Mazzini al pubblico, e l’Italia si trovò a vivere una nuova epoca storico-politica. Nel 1946 gli italiani, chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica, scelsero la seconda. Il sogno di Mazzini si era tradotto in realtà. Un’ Italia unita e repubblicana, finalmente, avrebbe esclamato lui se fosse stato ancora in vita. Ma come esimersi dal commemorarne degnamente la figura, in un frangente del genere? Andava fatto e si pensò quindi di riaprire la sua bara per valutare la possibilità di esporlo al popolo.

Il 19 giugno 1946, per iniziativa del Comune di Genova, e con la collaborazione del Comitato per le onoranze a Giuseppe Mazzini, si procedette all’ispezione dell’urna, situata nel cimitero di Staglieno. Dal Verbale di quella Ricognizione, diretta dal prof. Domenico Macaggi, si apprende che la bara contenente la salma del Maestro era chiusa nel cofano di marmo collocato al centro del Mausoleo.

La cassa, una volta estratta, risultò avere uno sportellino che però era stato tamponato con una tavoletta, rendendo impossibile vedere all’interno. La cassa stessa risultò parzialmente distrutta e facilmente polverizzabile. Rimosso il coperchio, si osservò un cadavere supino, con le braccia semiflesse ed appoggiate al bacino; le mani indossavano guanti bianchi ed erano avvicinate, ma non giunte. Una vestaglia color tabacco- stretta in vita da un cordoncino rosso annodato – lo rivestiva; al di sotto, gli abiti, che risultarono estremamente friabili.

Il viso di Mazzini era ricoperto da una finissima polvere bianca, residuo di un velo che doveva ricoprirgli originariamente il capo fino al torace. Nei globi oculari, furono trovati i due occhi di cristallo (alquanto impressionanti) apposti da Paolo Gorini durante le manovre di pietrificazione del 1872-’74. Costui aveva fatto comunque del suo meglio e un buon lavoro se gli ispettori trovarono il viso di Mazzini “perfettamente riconoscibile, dato lo stato di mummificazione della salma bene conseguito alla imbalsamazione”. Venne realizzato un calco (o maschera funeraria) del volto, di cui una riproduzione fedele si trova nella Collezione Anatomica Paolo Gorini di Lodi.

Vennero realizzate delle fotografie, pubblicate sull’organo di stampa “Lavoro”, che molti ritennero impressionanti.

Il colore cutaneo del patriota era bruniccio, di consistenza coriacea. Nella cassa si trovò un astuccio cilindrico di metallo, deposto accanto alla salma, molto arrugginito; al suo interno furono determinati residui pulvirulenti misteriosi, probabilmente si trattava di un foglietto che era andato in polvere. Ma cosa vi era stato scritto? E perchè? Tra le ipotesi, si ritiene probabile che recasse scritta la relazione di Gorini in occasione della restituzione della salma al Municipio di Genova. Su un giornale di quell’epoca infatti, “La Plebe” del 5 aprile 1874, apparve un articolo, che si ritiene fosse opera di Gorini stesso (ricalcando brani della Relazione che egli aveva redatto circa la pietrificazione di Mazzini), in cui si dice che la stessa(cioè la Memoria o Relazione)  era stata racchiusa nell’urna.

Sergio Luzzato (op. cit., p.156) scrive che il tubetto metallico venne affidato ai restauratori della Biblioteca Nazionale di Torino per i debiti accertamenti. Intanto che si attendevano i risultati, è ovvio che si intecciassero nelle menti le più cervellotiche ipotesi sul contenuto della pergamena: chi supponeva ‘fosse di un’importanza senza precedenti e senza aggettivi’, chi sosteneva potesse contenere il testo della Costituzione della Repubblica Italiana auspicata da Mazzini, sospettando che egli -come un vero profeta- avesse sempre saputo che il giorno della proclamazione della Repubblica sarebbe arrivato.

Arrivò il responso della decifrazione della pergamena: si trattava di una ‘semplice dichiarazione attestante che la sama è veramente quella di Giuseppe Mazzini”.

Delusi? Ciascuno è libero di continuare a credere nel mistero dell’astuccio ma…torniamo alla ricognizione della salma, perchè dobbiamo ancora capire se Gorini riuscì nella sua impresa o meno.

Venne scoperta appena una porzione di avambracci, che confermò la rigidezza delle articolazioni e dunque una ‘buona conservazione’, che non precludeva di esporre la salma in pubblico, anzi la autorizzava. Unico appunto mosso dai medici ispettori:sarebbe stato meglio apporre due palpebre artificiali sui globi oculari, da far sembrare gli occhi chiusi e conferire al volto del Maestro un’espressione di riposo. Così si fece e la bara con la Salma venerata venne ricoperta, fasciata in una bandiera tricolore, quindi affidata a chi di dovere perchè fosse sistemata per l’esposizione pubblica. Che vide immancabili polemiche, tra i detrattori e i sostenitori del progetto. 

Davanti al Mausoleo venne posta una Guardia d’Onore per tutta la durata dell’ostensione; le cronache ci tramandano che “in quei giorni una fila interminabile di italiani salì la scalinata che conduce al Famedio di Staglieno, per raggiungere la bara, collocata all’aperto, sul piazzale, circondata da bandiere” (nella foto sotto, il Pantheon o Famedio del cimitero monumentale di Staglieno, GE).

*Pietrificazione=tecnica che va a sostituire con sali minerali i liquidi organici tessutali, tanto da farli diventare duri come pietra.

Note:

1)- La stessa sorte l’ebbe Giuseppe Garibaldi, morto nel 1882. L’ ‘eroe dei due Mondi’ aveva lasciato nel testamento di venire cremato, dando precise indicazioni su dove collocare la pira da ardere, nel terreno attiguo alla sua casa sull’isola di Caprera e di riporre le ceneri in un ‘urna qualsiasi’ da riporre nello stesso sepolcreto dove giacevano le sue figlie morte da piccole. Ma in nessun conto vennero tenute queste volontà: i suoi epigoni e il Governo nazionale decisero per la pietrificazione. Caprera sarebbe diventata, come Staglieno e il Pantheon di Roma -dove riposava Vittorio Emanuele II – una fascinosa meta di pellegrinaggio laico. Soltanto tempo dopo, verso la fine dell’ Ottocento, circolarono stampe con le immagini del rogo del corpo pietrificato di Garibaldi (S.Luzzatto “La mummia della Repubblica. Storia di Mazzini imbalsamato 1872-1946”, Rizzoli, Milano, 2001, p.130).

2)-Alberto Carli “La fiaba del mago di Lodi”, Interlinea, 2009, p.87

3)-S.Luzzatto,op.cit. p.25

4)- Carlo Dossi, “Note Azzurre”, (nota 2737), Testo, prefazione, note e indici a cura di Dante Isella, Adelphi Edizioni, Milano, Sesta edizione,1988 (Collana ‘I Classici), terz’ultima riga

5)-Riportato da A. Carli, op. cit. p.89

6)- Carlo Dossi “Note Azzurre”, op.cit.

Altre letture:

Catalogo della Mostra di pannelli su Giuseppe Mazzini, in occasione delle celebrazioni del bicentenario della nascita, a cura di Benito Lorigiola

Alcuni LINKS utili per le celebrazioni dell’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia:

http://www.italiaunita150.it/
http://www.iluoghidellamemoria.it/area_notizie/
http://www.prefettura.it/genova/index.php?f=Spages&nodo=332457855&id_sito=1178 (specifico per la città di Genova e i tributi a Mazzini)

fonte

http://www.duepassinelmistero.com/Mazzinisegreto2.htm

1 Comment

  1. Meno male che non e’ riuscita la tanto cercata… trovo macabra non solo la realizzazione ma anche l’idea dell’imbalsamazione! La si puo’ accettare per i faraoni lontani migliaia di anni e vissuti quando imperavano altre teorie o religioni… Oggi da una foto si puo’ riprodurre in creta o in plastica o in cristallo cio’ che si vuole, e soddisfa forse la superficialita’ delle teorie nichilista o materialistiche… A Genova nel cimitero di Staglieno si puo’ sempre andare e la forza del pensiero, o della fede, ci puo’ sempre collegare con chi ci ha lasciato traccia di se’, anche se “materialmente” non c’e’ piu’!
    caterina ossi

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