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Gli anni della Woolf di Alfredo Saccoccio

Posted by on Lug 22, 2019

Gli anni della Woolf di Alfredo Saccoccio

Virginia Woolf, morta suicida nel 1941, a 59 anni, appartiene a quella generazione di scrittori di cui fanno parte Joyce, che scrisse mille pagine sulla giornata di un uomo comune, Proust che ne scrisse molte di più per ricostruirsi un suo tempo perduto e fittizio. In questi scrittori il naturalismo e l’impressionismo ottocentesco si dissolvono. Con essi la Woolf ha in comune il senso angoscioso della personalità umana, la quale non sarebbe che un crocevia disordinato di pensieri e di sensazioni, donde la distruzione del concetto del tempo, perché, non essendovi più uno sviluppo psicologico e morale del genere di quello che si osserva in romanzi quali “Le Rouge et le Noir” o “Madame Bovary” , il tempo ricade nel nulla, identificandosi con i foglietti del calendario e descrivere la giornata di un uomo equivarrà a descrivere tutta la sua vita, la quale non sarà appunto che una serie monotona di tali giornate allineate senza progresso né significato tra i due termini crudamente materiali della nascita e della morte. Questo senso dell’uomo senza passato né avvenire, senza storia insomma, gli scrittori succitati lo ebbero in varia maniera, secondo la qualità dei loro talenti e della loro sensibilità. In Proust la personalità umana si dissolse in un’analisi moralista degli stati psichici e affettivi, in Joyce in un verbalismo enciclopedico e grottesco. Quanto alla Woolf, più giovane e donna, ella ha in proprio una sensibilità poetica e trasognata, di quelle che si attribuirebbero piuttosto ad un compositore del genere di Debussy che ad un romanziere. La Woolf scrive libri in cui i personaggi dubitosi e messi in dubbio dall’autrice stessa, sfumano nelle fitte notazioni ambientali e psicologiche; notazioni sempre piuttosto improbabili, il cui valore è propriamente lirico. Di modo che, a lettura finita, non uno di quei personaggi sdoppiati e multiformi rimane in mente, bensì il ricordo di un tono, ora malinconico, ora fantastico, ora ironico e ora evocativo: come avviene appunto di certa musica. E questo effetto è tanto più notevole in quanto è raggiunto con uno stile preciso, controllato e sapiente. Sempre vi si sente un non so che di robusto. La Woolf insomma, pur con una materia che si presterebbe a molte sdolcinature, è scrittrice poco femminile. Ma, oltre a possedere uno strumento verbale duttile e intelligente, la Woolf ha ereditato dalla tradizione di certo romanzo inglese, quello, per intenderci, di Jane Austen, di Henry James, di Butler, eccetera eccetera, una tecnica consumata. Si direbbe, anzi, che ella creda alla tecnica presa per sè sola. Perciò le fu possibile, invece di esaurirsi in una sola opera conclusiva, tirare avanti, senza notevoli sviluppi, su un piano che chiameremmo volentieri sperimentale. Più di ogni altro scrittore moderno, la Woolf dà l’impressione di un certo sperimentalismo, conistente nel provare, per ogni suo libro, una tecnica narrativa diversa, come se la tecnica fosse cosa da applicare all’esterno e potesse rendere più poetica e profonda la realtà a cui, spesso senza alcuna necessità, viene imposta. La Woolf è assillata dalla sua idea del tempo: ora allunga un giorno, di una signora di alto rango, in trecento pagine, come in “Mrs. Dalloway”, ora restringe più secoli in una sola vita come in “Orlando”, ora rovescia il passato come in “To the Lighthouse” (Gita al faro, 1927), considerato il suo capolavoro, ora intreccia più biografie come in “The Waves” (Le onde, 1931). Però non sempre evita di cadere nel gratuito e nell’arbitrario. Nel suo ultimo libro “The Years” ella prova una nuova tecnica, più tradizionale e in certo senso più convenzionale delle altre. E’ forse perciò che i risultati sono meno gratuiti. “The Years”, come lo indica il titolo, è un po’ concepito alla stessa maniera di un molto noto centone drammatico di Noel Coward: “Cavalcade”(1932). Un seguito di scene, in cui si descrivono le vite e le riflessioni dei membri di una famiglia inglese, i Pargiter, attraverso nove anni scelti fra il 1880 e gli anni Trenta. Ogni anno intitola un capitolo. Nel primo i personaggi sono bambini; nell’ultimo sono vecchi. All’inizio di ogni capitolo, c’è un pezzo descrittivo che serve a fissare la scena, il clima del capitolo stesso. Una tecnica siffatta farebbe aspettare una sorta di rievocazione dei fatti storici attraverso le vite private, come era appunto il caso di “Cavalcade”. Ma sia che la narratrice e saggista inglese abbia sentito il pericolo di tale melensa cronaca a sfondo sciovinista, sia che più probabilmente i fatti storici la lascino indifferente e li consideri poco o punto importanti, la storia è relegata in secondo e in terzo piao, quando, come avviene, non senza ostentazione, nel capitolo intitolato “1914”, non è assente del tutto. Quelle poche volte, del resto, che la Woolf accenna a fatti storici avvenuti in quel periodo, lo fa in maniera casuale e leggermente ironica. D’altra parte, a questi Pargiter, famiglia inglese delle più comuni, molto simile ai mediocrissimi Forsyte di Galsworthy, non succede, durante quei cinquant’anni, proprio nulla di notevole. Non la napoleonica e rapida ascesa alla fortuna come nei romanzi di Balzac, non il verificarsi delle nemesi ereditarie come in quelli di Zola, non il lento passaggio dalle attività commerciali a quelle intellettuali e artistiche come in quelli di Galsworthy. Nulla, assolutamente nulla. Questo è un po’ l’originalità del libro, ma ne è anche il difetto, perché il capitolo del 1918 si potrebbe mettere sotto la data 1910, senza turbare molto l’ordine e la verosimiglianza del romanzo. I Pargiter, gente senza talenti speciali, provvisti di tutte le qualità che sono proprie alla borghesia britannica (la Woolf vi accenna di sfuggita, non senza ironia), nascono, crescono e fioriscono senza profitto e senza danno, in un’aria di assoluta inutilità. Qui sta l’abilità o, se si preferisce, l’indifferenza della Woolf, che tace il solo fatto che giustifichi l’esistenza di questo limbo: l’organismo sociale e politico della nazione inglese. La ripugnanza della Woolf per tutto quello che è intreccio, dramma, contrasto, interesse, si rivela appieno in questo libro, nel quale, pur a distanza di tanti anni, i protagonist sono sempre colti nelle loro più scialbe occupazioni, mentre dicono o fanno cose del tutto prive di interesse, comuni, giornaliere, abituali. Pare che la Woolf voglia dire: ecco la personalità umana e la vita: una serie di chiacchiere, di pranzi, di colazioni, di passioni e di occupazioni a vuoto e il tempo è breve e la vecchiaia arriva molto presto. Ma anche da tale conclusione troppo amara e decisa la Woolf rifugge avvolgendo tutte queste smorte vicende e questi personaggi sfocati in un’atmosfera benigna che ce li fa simpatici (i personaggi della Woolf sono sempre simpatici ed è un gran merito), in una malinconia un po’ sfilacciata e nebbiosa, che ci impedisce di disprezzarli e di compiangerli. Semmai, la conclusione a cui pare giungere la Woolf è contenuta nella riflessione del giovana North sul suo parente Edward, professore, poeta e traduttore di Sofocle: “Cos’era che lo faceva sembrare così calmo. così fermo?…C’era in lui qualcosa di finito… Egli non non si era arrabattato per il denaro e la politica… C’era in lui qualcosa di suggellato e di concluso… Egli non si era occupato che della poesia e del passato…”. “Gli Anni” non aggiungono nulla all’opera della Woolf, anche perché la tecnica di questo romanzo non le permette di esprimere la sua particolare sensibilità con quella bravura sottile e delicata che è il suo maggiore pregio, come per esempio in “Orlando” o in “To the Loghthouse”. Sotto certi aspetti, soprattutto nel disegno fermo e intelligente, ma privo di novità dei personaggi, questo è il romanzo più tradizionale, meno sperimentale e insolito della Woolf. Il lettore di Galsworthy o di Bennett non ci si troverà a disagio. Hanno un bel chiedersi un po’ tutti i personaggi: “Chi sono io? Dove sono? Che cosa faccio?”, domande solite alle creature della Woolf. Resta il fatto che questa volta non sarebbe difficile rispondere, risultando essi tutti più o meno dei buoni borghesi britannici. Con questo si vuol dire che, di fronte a tale materia, meglio avrebbe fatto la Woolf a dare maggior sviluppo a certi suoi spunti ironici e anche satirici, qua e là accennati e. per una volta tanto, lasciare da parte la consueta maniera poetica, che in questo libro, pare piuttosto meccanica e indifferente.

Alfredo Saccoccio

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