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Gli ultimi Normanni

Posted by on Ago 5, 2020

Gli ultimi Normanni

Sotto il governo di Ruggero II alla corte normanna lavoravano funzionari di origine araba e bizantina, e ciò aveva favorito i rapporti commerciali con tutto l’Oriente e con l’Africa del Nord; in Sicilia, inoltre, erano molti gli scali commerciali degli Amalfitani, dei Pisani, dei Baresi, dei Veneziani, dei Genovesi e dei Lucchesi, cioè di tutte le maggiori potenze economiche italiane del tempo. Nell’isola prosperavano dunque colonie della più diversa provenienza. Fra di esse furono molto fiorenti soprattutto quelle ebraiche e greco-bizantine, le quali svilupparono attività economiche importanti: le manifatture delle stoffe e della seta, ad esempio, nacquero quando Ruggero II fece venire a Palermo un gruppo di artigiani greci, presi prigionieri durante le sue campagne militari contro i bizantini.

Qualcosa di simile accadde anche con le comunità degli Arabi siciliani che i Normanni lasciarono liberi di vivere nei propri quartieri e di gestire gran parte delle attività commerciali, mantenendo un sistema giudiziario autonomo. In seguito, con lo sviluppo delle comunità latine e greco-bizantine cominciarono a crearsi contrasti sempre più duri che si accompagnarono alla crescente prepotenza dei nobili.

Quando alla morte di Ruggero II salì sul trono Guglielmo I (detto il Malo), il momento politico non era pertanto facile. La Sicilia fu così sconvolta dalla crescente opposizione feudale e dalle tensioni sociali che spesso sfociarono in insurrezioni popolari: uno dei bersagli fu Maione di Bari, primo ministro di Guglielmo, vittima di una sanguinosa congiura nel 1155. Fu ucciso davanti al palazzo arcivescovile da Matteo Bonello, un nobile normanno passato alla fazione dei baroni nonostante Maione gli avesse promesso la mano della figlia. Ancora oggi sul grande portone del palazzo arcivescovile di Palermo è infissa l’elsa di una spada che la tradizione vuole sia quella di Matteo Bonello.

Guglielmo regnò solo dodici anni, morì nel 1166 dopo una vita travagliata e angustiata da disgrazie private tra le quali la morte del figlio primogenito Ruggero.

Egli iniziò la costruzione di quello splendido palazzo che ancora oggi ammiriamo, La Zisa, che fu completata dal suo successore. “El Aziz”, in arabo, vuol dire nobile, splendido, e certo così doveva apparire l’imponente edificio della Zisa. Guglielmo lo concepì come edificio che fosse allo stesso tempo un luogo di delizie e l’espressione della potenza del Re. Ampi spazi erano adibiti all’harem del sovrano e tra i magnifici giardini detti anticamente di Genoard (Il Paradiso sulla terra) tra aranci, cedri, limoni si aggiravano i cortigiani nelle ore più fresche.

Non fu un cattivo re nonostante il soprannome “Malo” certamente datogli dai baroni suoi nemici. Fu un sovrano democratico e prudente, anche se durante il suo regno non mancarono sommosse, che egli stroncò con energia, ne ebbe fine il braccio di ferro con il pontefice Adriano IV, che per difendersi da lui si alleò con Federico I detto il Barbarossa.

A causa delle sue personali vicissitudini qualcuno ha scritto che più che “Malo”, sarebbe stato più giusto chiamarlo “il Malinconico”.

Gli successe il figlio secondogenito Guglielmo II che aveva solo dodici anni che venne incoronato nel duomo di Palermo con grandissimo sfarzo, ma a causa della giovanissima età la reggenza fu assunta dalla madre, Margherita di Navarra la quale preoccupata dalla gravità della situazione e per i complotti sempre più numerosi, chiamò in suo aiuto il cugino, Stefano di Rouen, conte di Perche. Questi fu nominato cancelliere e poi arcivescovo di Palermo ma ben presto, sentendosi circondato da una crescente ostilità, si trasferì in Terra Santa.

Il governo passò quindi in mano a Gualtiero di Offamil, vescovo di origine inglese a cui si deve la costruzione della Cattedrale di Palermo. Con Guglielmo II detto il Buono (1166-1189) l’isola riacquistò la pace interna.

In occasione delle sue nozze con Giovanna, figlia di Enrico II d’Inghilterra, i nobili inglesi raccontarono dello sfarzo e del lusso della corte normanna. Fu però un matrimonio sterile che spinse Guglielmo, per assicurare un erede al trono di Sicilia, ad acconsentire alle nozze dell’ormai matura zia Costanza (la figlia postuma di Ruggero II) con Enrico di Svevia, figlio di Federico Barbarossa, il futuro Enrico VI.

Ritenuto dai più giusto, indulgente e tollerante, Guglielmo II conquistò l’opinione degli storiografi anche perché proteggeva gli intellettuali del tempo, soprattutto i poeti arabi. I musulmani mantenevano una larga rappresentanza di governo e di religione e Palermo era ancora ricca di moschee. Grande merito di Guglielmo fu di aver iniziato la costruzione del magnifico Duomo di Monreale cui seguì la costruzione della Cuba.

Narra la leggenda che al giovane re era apparso in sogno il padre e che questi gli aveva svelato l’esistenza di un grande tesoro da utilizzare per la costruzione di una chiesa. La leggenda forse serviva a giustificare le enormi spese per la costruzione del superbo edificio, unico al mondo per la ricchezza dei suoi mosaici.

Alla morte di Guglielmo II, avvenuta a soli 35 anni, sul trono di Sicilia doveva salire la zia Costanza d’Altavilla, sposata a Enrico VI di Svevia, ma i baroni siciliani si opposero alla successione, cercando di imporre uno di loro: Tancredi, figlio illegittimo di Ruggero duca di Puglia (figlio di Guglielmo I). Tancredi fu incoronato nel 1190. Il regno di Tancredi fu breve e difficile. Appena Tancredi salì al trono divampò una furiosa lotta religiosa tra cristiani ed arabi. Gruppi di cristiani, che fino ad allora erano stati trattenuti dal potere dei precedenti re, assalirono i quartieri arabi con grande spargimento di sangue. Le lotte furono aspre e sanguinose, frutto di una tensione repressa ormai da lungo tempo, come testimonia il viaggiatore Ibn Gubajr, scrivendo che ormai, e siamo ancora sotto Guglielmo II, i musulmani di Palermo cercavano di salvare quanto ancora rimaneva della loro cultura e della loro fede.

Intanto Enrico VI, marito di Costanza, incoronato imperatore a Roma in seguito alla morte del Barbarossa, non perse tempo a scendere in Italia per estendere il suo potere nel Mediterraneo e nell’Europa meridionale, rivendicando il regno di Sicilia in nome della moglie. Rapidamente conquistò Napoli, Capua e Salerno dove fu fermato dalle truppe di Tancredi. Anche Costanza cadde prigioniera, ma quello che fu l’ultimo re normanno, generosamente, la lasciò libera.

Mentre tornava a Palermo, Tancredi ebbe la notizia della morte del figlio Ruggero. Il dolore fu tale che, rinchiusosi nella reggia ben presto morì di dolore.

Il disegno di conquista di Enrico così venne definito nel 1194, anno del suo ingresso a Messina, quando Tancredi era già morto e sul trono sedeva il figlio Guglielmo III sotto la reggenza della madre Sibilla. La flotta siciliana non fece nulla per fermare Enrico e Messina accolse i tedeschi con entusiasmo. Arrivato a Palermo, il 20 Novembre 1194, dimostrò tutta la sua ferocia: fece deportare in Germania la regina Sibilla ed i figli mentre Guglielmo III, ancora giovanetto, fu incarcerato, accecato ed evirato. Non ebbe poi esitazione alcuna a far aprire il sarcofago di Tancredi per impossessarsi della corona e dello scettro e degli altri regali ornamenti tra cui il famoso manto (la dalmatica) di Re Ruggero, che oggi si trova in un museo di Vienna. Lo storico Kantorowicz ha scritto che nel 1195 arrivò al castello imperiale di Trifels, in Germania, una carovana di 150 muli carichi di oggetti preziosi, solo una parte del bottino fatto dall’imperatore nella reggia normanna di Palermo.

Con questa fosca vicenda si chiude la breve ma splendida epopea Normanna. Il regno di Enrico VI ebbe vita breve e fu caratterizzato dalle rivolte della nobiltà locale; nel 1197, morì per un’infezione intestinale durante una battuta di caccia. Le sue spoglie furono deposte nella cattedrale di Palermo ed il regno fu ereditato da Federico II che aveva solo tre anni e che perciò fu posto sotto la tutela della madre prima e, dopo la morte di questa, di papa Innocenzo III.

Oggi nella cattedrale di Palermo possiamo ammirare le semplici e severe tombe di Ruggero II, di Costanza, di Enrico VI e di Federico II, mentre i due Guglielmo riposano nel Duomo di Monreale. Ruggero in verità avrebbe voluto essere sepolto nel “suo” Duomo di Cefalù, ma la sua volontà non fu rispettata ed il sarcofago di porfido rosso che aveva fatto preparare per se, dopo essere rimasto vuoto per sessanta anni venne trasferito a Palermo per accogliere le spoglie di Federico II.

Allora come oggi sono sempre stati i cristiani a distruggere le civiltà e le culture diverse dalla propria. Mai hanno tentato un’integrazione, mai una giustificazione. Solo intolleranza e mero interesse, sempre in nome di Dio, un Dio che invece è sempre stato lo stesso per tutto il bacino del Mediterraneo …

Fara Misuraca

fonte

http://www.ilportaledelsud.org/ultiminormanni.htm

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