HORRENT AURES AUDIENDO EA CRIMINA PATRATA!
Vergognosamente fuggiasco da questa Capitale, al primo annunzio della caduta fatale del suo perfido protettore ed amico, non men che al rumore propalatosi dapertutto di essersi già sventate le inique sue trame, il suo tradimento orrendo, i suoi abbominevoli delitti, erasi rifugiato ed ascoso nella vicina terra di Somma; donde snidato alle grida allarmanti d’un popolo mosso a giustissimo sdegno, erasi ridotto di furto a Castellammare, e propriamente nel palazzo del Vescovo di quel luogo.
Quel popolo altresì, fatto pienamente istrutto del suo arrivo e del suo clandestino soggiorno colà, levossi ratto a tumulto, si munì d’armi e di sassi, e, corrivo ad irrefrenabil furia, minacciava di spegnergli la vita. Vi accorse però immantinente la Guardia Nazionale accompagnata dal Sottintendente, e lo sottrassero per avventura a quel furor popolare. L’indomani finalmente, 6 Marzo del 1848, il vapore NETTUNO, Comandato dal sig. Salinas, trasportava in Malta per ordine Sovrano quel ECCELLENTISSIMO PRELATO…. —
Giunti finalmente alla meta i voti comuni di tante sventurate vittime, barbaramente sacrificate al dispotico volere di quell’abbattuto mostro, infranse d’un sol colpo il nostro generoso Sovrano le loro catene, e fu bastevole una sola parola perché uno stuolo immenso di proscritti fosser ritornati a libertade ed a vita civile, in mezzo alla pubblica esultanza de’ loro concittadini e fratelli, e perché divenisse egli stesso il provvido salvatore di tutto il nostro Reame, già preparata e disposto ad un miglior avvenire.
Ed e pur grande senza dubbio la consolazion nostra nel pensare, che i nostri redenti fratelli stiansi non mezzanamente cooperando, d’accordo col novello Ministero, e col nostro savissimo Re, a sottrarre gl’interi popoli napolitani all’abbrutimento ed al l’ignominiosa servitù, con elaborate leggi d’irretrattabili garantìe; che tutte le amministrazioni dello stato saranno avvedutamente immegliate, ed in forza delle loro rispettive leggi organiche, e coll’intervento di uomini probi ed eminentemente illuminati; che le Province, i Distretti e le Comuni non più amministreransi da un sol uomo capriccioso, e nella guisa orientate; che eligeransi le municipalità, e verran quindi i popoli governati moderatamente, e liberamente protetti; che il potere de’ Regi Giudici e degl’Intendenti sarà non mezzanamente frenato; che la legge elettorale sarà per provvedere a un tempo all’ordine pubblico, e farà onore alle proprietà intellettuali; che tra i corpi di Armata, tra’ negozianti, tra gli uomini di lettere e di scienze, tra le accademie Reali e le Università, essendovi non pochi individui oltremodo forniti di eminenti cognizioni teoretiche e pratiche, pieni di patriottismo e di vera filantropia, saran questi prescelti e compresi tra gli eligibili alla rappresentanza nazionale; che provvederà il Parlamento a far rientrare ogni cosa sulle vie del progresso, mettendo in armonia le antiche nostre istituzioni, a noi tolte da invasione straniera, con gli attuali bisogni dello Stato; che leggi particolari discusse nello stesso Parlamento regoleranno le provviste e promozioni di Magistrature e di Uffiziali d’Armata; che la stampa sarà libera e refrenata soltanto dalle leggi penali, ma non impedita da qualunque autorità, a segno da non dover temere che i soli perversi; che l’accordata Costituzione sarà sempre un vantaggio nazionale, e non già un appoggio al fellone, uno scudo al ribaldo ed al misfattore; che un densissimo velo sarà posto sugli antecedenti politici, anzi che sulle ruberie e sur altri misfatti di peculato o di omicidi senza forma di processo; che raddodoppierassi infine di cure e di sforzi, affinché le garantìe nazionali non tramutassersi in protezione di facitori di misfatti, e non s’incominciasse dal violar la Costituzione, col far tacere pe’ potenti le leggi, o col farle rimaner sospese e scempie affatto di esecuzione.
Come mai, in effetto, far rimanere impuniti ed in carica tanti magistrati indegni e corrotti, venali ed ingiusti, che hanno seviziato tanti esseri sventurati, che han fatto spegner la vita a molti cittadini, senza forma di processo e senza Giudizio; che si son fatti doviziosissimi per via di malversazioni, e di progettati lavori, ma non mai incominciati od eseguiti; con la vendita di cariche pubbliche, e con ignominiosi furti di comunali beni?… E non dovrem poi esultare di gioia nel solo riflettere, che ogni cosa andrà a rientrare nell’ordine; che ulteriori scene di sangue, di corruzione e di terrore non saran più riprodotte; che ne saranno severamente puniti e perseguitati gli autori; invalidati i titoli fastosi ed aristocratici, aboliti gli ordini cavallereschi, e rese nulle tutte le odiose distinzioni accordate nella discordia civile; che lenostre garanzie saranno effettive, e non più dipendenti dall’altrui cieco volere; che la nostra Guardia Nazionale, in miglior modo organata, servirà loro di saldo sostegno ed appoggio; che tutte le diverse amministrazioni dello Stato saran poste d’accordo e fatte omogenee col novello ordine costituzionale, tanto per le leggi ed i regolamenti, quanto per le persone che sono inseparabili dalle stesse garanzie; che la Consulta peranco sarà assorbita dal nuovo Consiglio di Stato, e che questo sarà eletto dal Re sulle terne degli Elettori provinciali; che saranno infine instituite Cattedre di diritto costituzionale in Napoli e nelle Province, affine di guidar meglio la pubblica opinione in partiti moderati, ma nazionali, energici, forti e saggiamente acconci a preparare una Camera di deputati che fosse accomodata alla condizione de’ tempi?
Ed osiamo veramente sperare, che nella prima Sessione legislativa avransi a trattare le più ardue e malagevoli quistioni interne e di diritto internazionale europeo. E però fa d’uopo consolidare questa grand’opera senza ritardo; ma, indipendentemente da un buon Parlamento, da salutari e savie leggi, dalla ferma fidanza nell’opinion pubblica, sarebbe assai vano il tentarla; perocché i nostri interessi sono ormai solidari ed intimamente appiccali a quelli degli altri popoli d’Italia, che, sotto la guida e direzione dei magnanimi Principi italiani, sono avviati sullo stesso calle di ordine e di libertà, di pubblico vantaggio e d’italiana indipendenza.
Mentre cosiffatti voti andavansi ferventemente volgendo nel cuore di ciascun cittadino, e cotal i speranze avean luogo fermamente nell’animo di tutti, un annunzio ufficiale facea noto al Pubblico napolitano, che nel giorno 24 di Febbraio del 1848 doveva aver luogo l’augusta ed imponente Cerimonia del Giuramento solenne, riguardato dall’intera Nazione come sicura guarentigia e religiosa consecrazione alle costituzionali riforme. E però, se la religione de’ potenti non suol essere comunemente che il potere e la materi al forza; se parecchi di costoro, in tempi di ferocia e di barbarie, nel giurar fede ai popoli, appressavansi all’altare della tremenda ed eterna Giustizia col tradimento nel cuore e con la maledizione del cielo sulla fronte; se il nome dell’Eterno, cui indegnamente profferivano, osavan costorofar complice della loro nera perfidia; se nello stender la mano sul Vangelo, obbliavan quella che aveva anticipatamente segnato la loro condanna; assai ben diverso da un giuramento sì nefando ed infame fu quello già prestato in tal giorno da Ferdinando II nel Tempio augusto di S. Francesco di Paola.
Dinnanzi a coloro, che sanno quanto sia calda e verace la fede nel cuore del Re, aveva egli giurato la Costituzione sin da quando la proclamava nel nome dell’Eterno, cui solo è dato di leggere nel profondo de’ cuori, e ch’egli invocava a Giudice della purità delle sue intenzioni e della sua coscienziosa lealtà. Quest’atto sovrano intanto venne pur troppo adempiuto nel modo più solenne ed imponente. Il saluto de’ castelli invitava i cittadini tutti a goder della solennità più lieta e più memoranda per la nostra Nazione. Il cielo stesso peranco, dianzi sì fosco ed ammantato di nere nubi, e divenuto poscia sì tranquillo e sereno, parea che volesse mescere il suo sorriso alla comune esultanza, e giugnere maggior ornamento alla festosa cerimonia, ornando de’ più bei raggi del sole questa nostra contrada.
Non men gradito spettacolo offrivan poi allo sguardo universale i Reali Legni a vapore che trovavansi in rada, del pari che i legni inglesi e francesi, che, facendo eco al nazionale tripudio, aveano sventolato il costituzionale vessillo. Sulla gran piazza del Palazzo Reale dodici Compagnie scelte dei battaglioni della Guardia Nazionale a piedi vedeansi schierate in doppia fila, dalla Reggia al Tempio anzi detto, per fare nobil corteggio alla Reale Famiglia. La Nazional Guardia d’Onore a cavallo, la Guardia Nazionale a piedi, e quelle tra le Reali Milizie di terra e di mare, eran ivi rappresentale da diversi drappelli di tutti i Corpi, con le rispettive bandiere e con la banda musicale.
Il resto poi della piazza era tutto ingombro e gremito d’innumerevol popolo; pieni del pari di molta gente i balconi de’ Reali palagi; tutti occupati da ogni generazione di persone i portici di quel grandioso edificio, che nel giro delle sue magnifiche logge appariva allo sguardo come gigantescamente ornato di mobili ghirlande di uomini sino alla sommità della cupola. Né diverso spettacolo appalesavasi nell’interno, le cui cappelle, le tribune e le ringhiere, infra il variato novero de’ nostri concittadini, comprenderán anco un immenso stuolo d’italiani e stranieri, cui era dato essere spettatori d’un sì grand’Atto, che rende in gran parte famosi gli annali della nostra patria storia.
Il Real Trono ed una provvisoria tribuna accoglievano il Re e la Regina co’ Principi Reali, la Regina Madre, le Reali Principesse e l’Infante di Spagna D. Sebastiano. Miravansi poscia ordinatamente disposti il Corpo Diplomatico, i Ministri Segretari di Stato, i Direttori delle Reali Segreterie e Ministeri di Stato in attività, la Real Camera con le Dame della Real Corte, i general i dell’Esercito di terra e dell’armata di mare, il Consiglio di Stato, e gli Ordini, giudiziario, scientifico ed amministrativo. Non ci facciam qui punto a descrivere le altre più minute particolarità d’una cerimonia sì sontuosa ed eminentemente nazionale, perché note pienamente fra noi; ai lontani ed ai posteri èbastevol solo accennare, che verun altra regal pompa e stata qui finora più splendida e più imponente a un tempo.
Celebrata la Messa, il Re e tutti gli altri levaronsi in piedi; un silenzio profondo regnava nel Tempio pronunziò allor egli ad alta voce la consueta formola del sacro giuro; i sensi più alti di religione, i più grandi affetti che muover possano un Padre il quale consacra per sempre la prosperità della sua rigenerata famiglia, eran pinti sul volto del nostro Monarca, in quel momento d’ispirazione sublime ed istintivamente profonda ch’ei giurava inviolabil fede alla napolitana Costituzione. Profferì costui il giuramento con voce sì ferma e sì vigorosa, che venne dà tutti distintamente ascoltata; e le solenni parole, che dall’intimo cuore fuor muovevan per le labbra, furono nel cuor di tutti indelebilmente impresse. In quel momento, fu estrema l’universal commozione, non ebbe più limite il sentimento di grata riconoscenza verso un Re sì magnanimo e caro. L’intervento della Maestà dell’Eterno, visibil per fede, e non per occhio mortale, la magnanimità del Sovrano, la santificazione del Patto, la conferma solenne della nazionale redenzione, il lieto avvenire della Patria comune, l’immegliamento futuro de’ nostri destini, l’idea consolante d’una vita novella, di nuovi e più sacri doveri, mille pensieri dolcissimi, mille sentimenti affettivi destaronsi in un punto, e tutti confusi in un sentimento solo ed immenso, che sprimer possono esclusivamente le lacrime.
Prestaron poscia il giuramento gli altri membri componenti la Real Famiglia, del pari che tutte le altre Autorità e Capi, ond’essi teste fatto cenno. Il Re intanto, montato a cavallo, e circondato da parecchi general i, percorse le schiere militari in mezzo a dimostrazioni di gioia e di general i acclamazioni: postosi quindi in un punto centrate, fè leggere ad alla voce dal Tenente general e Selvaggi la formola del giuramento al Re ed alla Costituzione; ciò fatto, rientrò nella Reggia tra le reiterate acclamazioni di giubilo, tra l’armonico fragore de’ militari strumenti, ed il rimbombo della salva delle fortezze.
Una Solennità sì grandiosa ed imponente, che mise in lieto movimento questa immensa Capitale, non venne punto sturbata da qual siesi più lieve inconveniente. Han tutti giurata la Costituzione del Regno; l’han tutti ad ogni costo proclamata e voluta; e tutti accingeransi, lo speriamo almeno, con la mente e col cuore, col senno e con la mano, col generoso sacrifizio delle proprie passioni e con lo spargimento del proprio sangue peranco, ad eternamente consolidarla. Chi non pensa e non sente siffattamente, o non l’ha mica giurata, o e spergiuro ed infìnto. Tra la vita e la morte una Nazione non può restare indecisa; ed oramai la nascente vita politica della nostra cara patria ò tutta riposta nel santo patto che abbiamo rifermato con giuramento solenne.
Che questo patto adunque di fraternale e sacra alleanza ci stringa insieme come in un corpo perfettamente morale, ci avvinca fra noi con indissolubili nodi di vero patriottismo, di cittadinanza non infinta, ci leghi infine con saldi vincoli filiali al Padre comune, all’adorato Monarca che ci ha generosamente affrancati e redenti. Ove siamo conseguenti a noi stessi e fermamente fidiamo nella comunanza delle nostre forze; ove la virtù sovrana a covrir facciasi come impenetrabile scudo i suoi fedeli suggelli, costantemente intesi a difender con le armi i sacri diritti con tanto stento riacquistati, e sovranamente ancor consecrati; ove i cittadini tutti dello Stato, giunti strettamente in uno, sien presti a ricovrarsi sotto le ale vastissime del nostro savio Re, sorgan pure infestissimi nemici all’augustissimo Trono, al nostro Statuto Costituzionale, a questa nostra patria valorosa, a questa terra d’Italia, non dovrem punto temerli né curarli gran fatto. Entreranno i nemici nel profondo della terra; verran dati alla strage; saran pastura di animali; esulterà di gioia e di gloria il Sovrano; chi ha giurato nell’Eterno trionferà combattendo; gl’iniqui invasori torneran muti e frementi di fierissimo sdegno. —
Havvi di lai sentimenti negli animi nobili e generosi, che, per quanto manifestinsi al di fuori con segni energici ed espressivi, non mai si affievoliscono, né vengon meno giammai. Di tal fatta or sono ne’ cuori napolitani i profondi sensi di gratitudine e di riconoscenza inverso l’augusto Monarca, per le concesse franchigie che han fatto risorgerea novella vita di nazional gloria la nostra Patria. Ogni più ardita immaginazione mal può concepire con qual tripudio e con quali dimostrazioni di pubblica gioia sia stato quella sera accolto in S. Carlo. Ei vi apparve sotto le onorate divise della Guardia Nazionale, portando quasi impresso sull’augusta sua tonte un novello raggio di patrio amore. Lo spettacolo fu tutto a un tratto interrotto, perché ognuno volgevasi a lui con lo sguardo e col cuore, con la voce e con la mente. Il levarsi tutti a un punto in piedi, sentirsi invasi come per elettrica possanza d’un inconcepibil entusiasmo, e proromper tutti in festose grida di Viva il Re, fu solo una cosa. Con una cordialità non ordinaria accoglieva costui quel prorompimento istintivo, quell’espressione fedele della più sentita e verace riconoscenza.
Era incapace di freno, in effetto, di misura e di modo quell’affettuoso slancio, e nol contenne allora che solo l’impaziente desiderio d’ascoltar l’inno allusivo al regal giuramento già dato. Quando finalmente la scena fè vedere agli spettatori la più bella piazza di Napoli, ed in mezzo la Statua di Ferdinando IIcon in mano il cappello in atto d’indirizzar il saluto al suo popolo; quando l’inno cantassi in armoniose note e quegli accenti divini di cittadino affetto via più destaran conformi sensi nel cuor d’ognuno, i concitati applausi scoppiarono con veemenza maggiore, e l’unanime grido di smodata esultanza più fortemente rimbombò…. —
Né deesi qui punto obbliare che tutto quel vasto teatro magnificamente folgorava di luminarie grandi, e che vi comprendeva il fiore della Nobiltà napolitana, del pari che i più insigni ed esimi personaggi stranieri, sovra tutto un buon numero d’Uffizialiinglesi e francesi. Grande, senza dubbio, fu lo spettacolo di quella sera, e tale da non potersi pigner acconciamente a parole. Segnerallo la storia a caratteri indelebili negli Annali del risorgimento de’ popoli e della vera grandezza de’ Principi.
L’entusiasmo intanto e la gioia che animaron questo popolo per quasi tutta intera quella notte; le dolci dimostrazioni di riconoscenza per un atto sì solenne che sanzionava al cospetto dell’Eterno la felicità d’una Nazione, il regno della Giustizia e della verità; i variati modi onde la pubblica esultanza fu rappresentata ed espressa, meritano pur troppo qualche rimembranza in queste pagine di storia nostra, che sono l’espression libera di ciò ch’è nel cuore, la manifestazione fedele ed ingenua di ciò ch’è chiuso nell’umano pensiero.
Innumerevole stuolo di cittadini, ed in cocchio, ed in piedi, ingombravan la vasta Toledo, il largo del Castello, le principali vie della Capitale, e sovra tutto il vasto spianato della Reggia. Ornava l’ordine della passeggiata ed impediva a un tempo l’allagamento della straripante folla l’infaticabil Guardia Nazionale a piedi ed a cavallo, rinforzata da numerosi drappelli di ausiliari, che facean dignitosa mostra di patriottico attaccamento. Ognuno intanto con rispettosa ilarità salutava i tre colori italiani, omai congiunti per sempre alla Nazionale Bandiera, e quel saluto era degno d’un popol libero e forte, politicamente uno ed indiviso.
Facendo eco spontaneo al dolce invito del Corpo di Città, ad illuminar fessi il popolo le. proprie case, e per impulso di cuore, e per irresislibil sentimento di vivissima gioia. Cosa veramente ben degna d’un’augusta ed imponente cerimonia, non ancor veduta da tutta intera la generazione presente! I palazzi, gli abituri, le botteghe, i pubblici edilizi, il palagio de’ ministeri, tutto mirabilmente offriva allo sguardo dell’immensa popolazione uno scintillar di lumi magnifico, un chiarore ammirabile ch’emulava quasi quello del più perfetto meriggio; né vedeasi allora certamente cosa più bella della decorazione dei prospetto delle Finanze, che, splendidamente illuminato, facea di sé vaghissima mostra.
Pio Nono colmò di benedizione e di gloria le nostre itale contrade. Tutte le dimostrazioni di pubblica gioia manifestavano in quei momenti di universale tripudio un pensiero veramente religioso, che avea per compagno il pensiero di libertà. Facea pur di mestieri che gli artisti mostrassero come la libertà del pensiero sia principio per essi e condizionale cagione d’ispirazioni sublimi. E però ravvisavansi in diversi punti della Città i più bei trasparenti, che raffiguravano in diverse fogge il Re, e quello peculiarmente che il rappresentava in alto di giurare la Costituzione del nostro Reame.
Il porticato poi e la cupola della Basilica di S. Francesco splendidamente illuminati, imitavan le luminarie grandi del porticato e della cupola di S. Pietro. Quel vasto spianato pieno zeppo di gente; l’imagin del Re toccante con la destra il libro de’ Vangeli; il Palazzo del Fontana in fondo; il cielo sereno e stellato; i musicali concenti d’un coro di dilettanti che con l’armonia della voce e del suono rendean più soave e più toccante l’inno Nazionale; gli innumeri spettatori che eran per via e pei balconi; lo splendore incantevole e gradito di mille faci accese; il suono delle bande musicali e gli applausi interminabili al Re, alla Patria, all’Italia, formavano un insieme veramente indefinibile ed arcano. —
Mentre nella Capitale si stava in gran festa, e gli animi di tutti i cittadini eran forte compresi di vivissima gioia e d’una galleria senza limite, per l’atto solenne della giurata Costituzione, stavansi pienamente compiendo gli ardenti voti degli altri nostri fratelli toscani. Leopoldo Secondo, rendendo degna la Toscana di quel bene e di quella felicità, cui l’ordin novello di cose le andava già maturando, le concedeva uno Statuto fondamentale, come l’esigevano i tempi nostri, come lo richiede l’altissima impresa della Nazionalità Italiana.
Uno Statuto fondamentale e la più grande e la più bell’opera che far possa un Principe; ed è a un pari il più grande de’ benefizi che possa ricevere un popolo rigenerato. Un’era novella schiudevasi ancora per quella cara parte della nostra bella Italia, l’era costituzionale! E quella redenta gente facessi intanto sollecita ad inaugurarla con atti profondi di ringraziamento all’Eterno che avea sì bene ispirato il suo principe, col raddoppiare di sforzi per rendersi via più degna del novello patto Nazionale, e fuor manifestando la gioia estrema del cuore con parole di concordia e di fraternale alleanza, con accenti di pace e di magnanimità italiana.
E però il dì 17 febbraio del 1848, dalla Comunità Civica di Firenze pubblicarsi il Programma della gran festa, in occasione del già concesso nazionale statuto. E di qual festa, grandini di quali dimostrazioni d’affetto e d’attaccamento, di riconoscenza profonda e di gratitudine somma non è mai degno un Principe, che dà le più chiare e luminose prove di generosa cura, di sapiente sollecitudine ne’ suoi grandi atti legislativi, e che, a seconda de’ tempi, tutto inteso si mostra a far pago il voto generale del popolo, ed a fondare la felicità della patria? —
Alle ore 10 della mattina impertanto il rimbombo del cannone ed il suono della campana della torre di Arnolfo davano il segna e che il toscano statuto faceasi pubblico nella Capitale, del pari che in tutta l’Etruria. E tosto, dinanzi alla metropolitana, numerosa schiera di militi cittadini si raccoglieva; e numeroso stuolo di concorrenti affollavasi con cuor tranquillo ed esultante di gioia, per le altissime speranze avverate. Ondeggiavan intanto sopra quella moltitudine un’infinità di bandiere, coi colori di tutti gli stati italiani. Leggevasi poi nel pontificio vessillo questo bel motto: BENEDITE, GRAN DIO, L’ITALIA!e a quel vessillo, cui stava fiso ogni sguardo, cui stava volto ogni pensiero, era indiritto il comun saluto degli spettatori commisto a lacrime d’italiana tenerezza.
In questo, sotto la loggia dell’Orgagna leggevasi ad alla voce il novello statuto al popolo, che, con profonda attenzione ascoltando, iva di tratto in tratto prorompendo in acclamazioni alla saviezza ed alla magnanimità del legislatore, che quell’immortal documento aveva dettalo. Ed èben degno di nota che, a quella parte in cui dichiaratasi affidata la tranquillità interna e l’indipendenza della patria ai militi cittadini, ed ai toscani tutti, levaronsi. in uno più voci che interruppero, interrogando, se i Toscani eziandìo non ascritti alla guardia civica, eran chiamati a quella sacra tutela; ed alla risposta affermativa, echeggiaron più forti e più concordi gli applausi. Chi leggeva quell’Atto Sovrano imprese peranco a rilevare la magnanimità del Principe che nello Statuto apertamente si svela, per variate prove, e peculiarmente per aver egli rinunziato all’aumento d’assegnazioni sulla lista civile, che dovuto si sarebbe alI’A. S. per la reversione degli stati lucchesi alla sua corona, e e?r la conseguente perdita delle signorie di Boemia. Gli ascoltanti allora espresser con vivi plausi il giusto senso d’ammirazione, onde profondamente commoveali la generosa rinunzia del principe, che le toscane assemblee legislative scambiar sapranno a suo tempo con debiti omaggi di riconoscenza e di laude.
Alle ore dodici di quel giorno, già convenuti nel designato tempio, facendo ala i militi cittadini, la civica magistratura, l’uffizialità della guardia civica e lo stato maggiore delle truppe di linea, in mezzo all’affluenza d’un popol devoto e redento, solenne intuonavasi l’inno consueto di lode e di ringraziamento all’Eterno. Ciò fatto, tutta la Magistratura e le Uffizialità anzidette, da lunga ordinanza di popolo, tranquillamente lieto; seguite, riduceansi al palazzo Pitti. L’adiacente piazza era giù ingombra d’affollata gente, alle cui acclamazioni quel generoso principe cortesemente rispondea. Avuto poscia ricevimento od ammissione nella Reggia la Magistratura, presentò il Gonfaloniere all’Augusto Sovrano l’infrascritto indirizzo:
«Altezza! I tempi sono grandi; ma l’animo vostro ch’è grande al pari di essi, gli ha soddisfatti con l’ampiezza delle Sovrane concessioni. Se il paese era preparato a riceverle, eran eziandìo apparecchiate ad elargirle la Bontà e la Sapienza vostra. Quest’opera ch’è frutto del senno Regio per un secolo intero, e della vita d’un popolo da lui ravvivato, comprende tutta la grandezza delle cose presenti e l’antiveggenza dell’avvenire italiano.
«Questo nuovo e massimo benefizio Sovrano, mentre stringe il legame di affetto annodato da’ benefizi del passato, stringe il novello patto politico fra Principe e Popolo, che li rende per sempre inseparabili.
«Altezza! Il Municipio di Firenze è altero di potervi il primo offerire l’omaggio d’una riconoscenza che niuno potrebbe porgervi maggiore.
«Questo municipio vide l’estremo della libertà e della servitù. Ora èsicuro, che la servitù e impossibile quanto la licenza. Egli vide per fanti secoli tante mutazioni di Signoria. Ma quale de’ principi gli rapì la libertà; quale gliela promise. Voi gliel’avete data, ed io modo che la libertà della Toscana assicuri quella d’Italia, e sia pegno a un tempo che voi e la vostra discendenza sarete in qualunque tempo ed in qualsiesi evento custodi dell’una e dell’altra.»
Né fu punto scempio di risposta un sì magnanimo ed eloquente indirizzo, cui quel generoso Granduca siffattamente ricambiava:
«Le generose parole del Municipio fiorentino risvegliano nel mio petto sensi di nobile orgoglio, perché mi porgono la desiderata assicurazione che le novelle Istituzioni hanno destato. nel cuore del mio Popolo un eco di riconoscenza e di affetto. La stessa fiducia nel senno de’ Toscani che mi consigliò a concedere queste franchigie, mi rende certo ch’eglino sapranno far sì che a vantaggio della Patria comune si volgan tutti quei benefizi i quali dal nostro Statuto fondamentale possono svilupparsi. Io continuerò a porre ogni mio studio per contribuire al maggior bene della Toscana; e confido che mentre i nostri sforzi. uniti vi assicureranno la tranquillità ed il libero godimento delle nuove Istituzioni, sarà questo per l’Italia tutta un argomento positivo di felicità e di gloria.»
Mentre tali riforme politiche concedeansi in Toscana dal generoso e magnanimo Leopoldo, e teneansi beati quei popoli nel vedersi risorti ad un novello reggimento civile; mentre gioiva ed esultava del pari il popolo napolitano, per gli stessi benefizi a lui largamente impartiti da Ferdinando II, non minore era il tripudio e l’universale allegrezza, ond’eran altamente invasi gli animi dei Genovesi, al lieto annunzio della napolitana restaurazione.
Un nazionale avvenimento, degno pur troppo di esser infuturato nelle generazioni avvenire e che sublima un regno all’altezza e dignità di nazion libera ed indipendente, ha per sestesso cotal efficacia nell’animo da preoccupare ogni altra facoltà, da vincer anco ogni possanza di stile. Il cumulo degli affetti ond’è forte il cuor inebbriato, mentre lo riempie d’un confuso senso di gioia profonda, fortemente infrena il limpido corso delle idee, ne turba l’ordine ed ingenera tosto una specie di estasi che si adora facendo. Non pertanto il debito sacro d’un vero amatore della patria comune, di narratore fedele ed esatto degli avvenimenti politici ed italiani, che han luogo ed esistenza in questi nostri tempi e nella nostra Penisola; il dovere ancor più sacro d’uomo riconoscente alla maestà dell’Eterno, che a noi primi in Europa largiva il dono d’un patto rappresentativo, senza che nella Capitale almeno ci costasse una lagrima ed una stilla di sangue; l’obbligo finalmente di cittadino devoto ad un principe che liberalmente precorre all’inchiesta, e concedendo si compiace di trascender financo l’espettazione comune, hanno cotal forza ed impero di legge per noi da obbligarci a volger per punta la parola a’ no«stri concittadini e fratelli. Parliam dunque in quel modo che il patrio amore ci vien neutro dettando, e riserbiamo ad altri momenti di men agitata od istintiva allegrezza il linguaggio della mente pacata e ragionatrice.
Lo stesso giorno in cui eravamo tutti intesi a vergare queste poche pagine di patrie rimembranze, doveva schiudersi per noi col lieto annunzio di quanto poteva far pieni i nostri desideri, consolare le nostre speranze, soddisfar pienamente le nostre bramosie, assicurar in somma i futuri destini del nostro reame; e ciò che poneva il colmo alle nostre nazionali venture, era il pensiero della gloria, l’idea consolante del riscatto e della possanza che sarebbe per esse derivata all’Italia. Direm dunque laconicamente a’ nostri fratelli delle altre italiane province con noi risorti a novello regime civile, od in via pur essi di pieno risorgimento, che il mattino de’ 9 febbraio destassi Genova novellamente libera e forte; e non più sola a godere d’un tanto inestimabil tesoro, ma stretta con sacro nodo d’alleata sorella ai valorosi custodi delle Alpi, e franca rispondente a’ lontani gridi di cittadina gioia ch’elevansi dall’Italia meridionale e forte rimbomban sulle rive Partenopee.
Diffusa appena colà la lieta novella d’uno statuto rappresentativo a noi dal Sovrano generosamente concesso; divulgati appena e dapertutto benedetti i larghi provvedimenti, omai dal nostro regno provvidenzialmente ottenuti, un festivo affaccendarsi, un percorrer le vie con canti ed evviva alternati, uno scambiarsi gli amplessi tra noti ed ignoti da non potersi descrivere, ha tramutato in pubblica festa un avvenimento siffatto. Sventolar vedeansi i patrii vessilli dalle finestre, da’ veroni, dai tetti, per tutte le vie, mentre diffondeasi ovunque il suono de’ sacri bronzi, e quello sovra tutto della gran campana della Torre di Palazzo, che ha sempre pei Genovesi un’eco risvegliatrice di grandi memorie.
Turbe immense di giovani irrompevan da ogni lato intuonando gl’inni cittadini e forte plaudendo al nome del Re, finché giunto il mezzodì, volgendo i cittadini il pensiero là donde ogni gran bene discende, ed in COLUI drizzando la mente che pose finora il sacro suggello ad ogni italica lesta, avviaronsi in ¡schiere ordinate, precedute da variopinte e ricche bandiere, inverso la cattedrale, che sotto le vaste e severe sue volte tutta accolse e comprese quella gente esultante. Vedeansi fra quelle brune colonne e in mezzo a un’onda di popolo immenso rosseggiare, biancheggiare, agitarsi le Sarde Croci e le Liguri, e luccicarne le punte astate ed adorne aurei pennoncelli; leggeansi inoltre sa quelle e nomi gloriosi, e motti sublimi, e consolanti cifre, ed energiche frasi, intra lequali ispiravan possente fiducia le sempre acclamate ed accolte: DIO È CON NOI,L’ITALIA FARA’ DA SÈ! Uno fra’ nostri patrizii più amati dal popolo, e il cui nome suona chiarissimo nelle scienze, impugnava trionfalmente un vessillo, a cui gli altri facean cerchio e corteo nell’entrare al Tempio.
All’esterna parte di questo, un altro spettacolo ancor più meraviglioso s’offriva allo sguardo di chiunque. Le case circostanti eran ornate di arazzi di vario colore; sulla gradinata della chiesa vedessi disposta una doppia fila d’altre bandiere e stendardi d’ogni orma, d’ogni grandezza. Elevavasi in mezzo, sotto l’arco della porta maggiore, il vessillo dell’immortale Pio Nono, che dapertutto era segno di plausi iterati, animatissimi, ben dovuti a quel Sommo che primo diede l’impulso possente e la religiosa sanzione all’Italico risorgimento. Di prospetto alla moltitudine sulla piazza raccolta, fra un’immensità di sventolati vessilli, dalle braccia d’alcuni cittadini era dignitosamente sorretta l’effigie del re. Entrato nella cattedrale il corpo civico, ed intuonato l’inno Ambrosiano dal popolo che tutto riempiva il tempio, le sacre note si diffuser sulla piazza e nelle vie adiacenti, e delle une e delle altre formossi quasi un altro tempio immensamente prolungato.
Compiuta la sacra cerimonia, e, postisi novellamente quei drappelli in ¡schiera, ricominciaron le grida di Viva il Re, Viva l’Italia, Viva la Costituzione! Intanto il carpo decurionale, raccolto nelle sottoposte sale del palazzo ducale, votava per acclamazione un atto di ringraziamento al Sovrano, che applaudito venne col più vivo entusiasmo.
Nella sera poi, i pubblici stabilimenti, i palazzi, le case degli agiati, i tuguri financo del basso popolo erano splendidamente illuminati. La popolazione tutta festante e in tripudio percorreva le vie alternando il canto degl’inni nazionali, e facendo accompagnamento ad una specie di marcia trionfale composta d’una schiera foltissima di cittadini, esprimenti nel volto la gioia delle compiute speranze.
Nel teatro, splendidamente illuminato, era immenso il concorso degli spettatori. Due trofei collocati stabilmente sul palco scenico, a cui intrecciavansi le bandiere dello stato, eran allusivi allo scopo della straordinaria festa; l’uno portava il motto: La Costituzione e il più saldo sostegno del Trono; nell’altro leggevasi: Sorgete Italiani. Tutto insomma manifestava eloquentemente che un’altra base saldissima al soglio di Carlo Alberto sarà l’amore de’ suoi redenti soggetti, elevati omai alla maestà di grande nazione. I voti, in effetto, che ora proromperanno liberissimi dagli animi de’ suoi figli, saranno la ricompensa più degna d’un Re veramente Italiano rafforzato da tanto amore; e il cuore di Carlo Alberto del pari prova sicuramente a quest’ora il senso dolcissimo, il nobile orgoglio di avere col promulgato Statuto beneficato non solo i suoi popoli, ma tutta intera l’Italia.
Mentre siffatti avvenimenti nazionali avean luogo in diversi Stati Italiani, dall’attual nostro Governo, e propriamente dal consiglio ordinario di Stato deliberavasi di farsi pronto acquisto di cinquantamila fucili da distribuirsi alla Guardia Nazionale, per la difesa della patria, non mezzanamente agitata da un secreto ed occulto fermento, e per la conservazione dell’ordine pubblico, pur troppo disturbato dalle infernali macchinazioni nel tenebroso genio del male. Nello stesso tempo, non pochi cangiamenti ha subito il Ministero; moltissime e frequenti sono state le dimissioni; le grida di malcontento, di sedizione e di tumulto, continue, imprudenti, irrefrenabili; si è stabilito di passare nelle attribuzioni del Consiglio di Stato, provvisoriamente, tutti gli affari ch’eran pendenti presso la Consulta del Regno, rimasta abolita; si eccettuò la discussione ed il provvedimento di quelli che sopravverranno, e di cui dovran prendere conoscenza le Camere legislative, ai termini della Costituzione del Regno; fu provveduto che, in quanto all’ordinamento, alle altre attribuzioni ed al servizio interno del Consiglio di Stato, si dovesserosservare in esso per la spedizione degli affari le norme stabilite per le Consulte con la legge e col regolamento de’ 14giugno 1824, e con altri decreti e regolamenti successivi; si stabilì che i Segretari, i Relatoripresso la Consulta in attuale servizio, e gl’impiegati d’ogni grado addetti alle Segreterie della Consulta medesima passasser a servire provvisoriamente presso il Consiglio di Stato; che la distribuzione de’ Consiglieri, da ultimo, nelle varie Sezioni del Consiglio venisse fatta dal Ministro Segretario di Stato di Grazia e Giustizia come Presidente del Consiglio medesimo. E parecchie altre mutazioni avvenivan peranco indiverse altre branche o rami ministeriali, di cui sia miglior consiglio e prudenza il non fare alcun motto.
Malgrado però le allarmanti voci, provvenienti da’ nemici più fieri della nostra patria, e corrive sempre al popolar tumulto ed alla discordia cittadina, non cessava il nostro Re di confermar sempre più nell’animo de’ suoi popoli diletti la consolante idea, che dal giorno in cui piacque all’Eterno ch’ei fosse chiamato a governare uno Stato distinto per tanta civiltà ed illustrato da tante glorie, la concordia non mai smentita e la fiducia in lui posta dal Pubblico, han sempre formata la gioia del suo cuore e la felicità della patria comune.
Tutto inteso, in effetto, a promuovere la maggior prosperità dello Stato per via di quelle riforme economiche e civili, cui volse il pensiero con zelo indefesso per tutto il corso del suo governo, benedisse il cielo le sue cure in tal modo, che fosse dato a lui ed ai suoi popoli di giungere ad un’epoca novella di civil risorgimento, senza che alcuna perturbazione positiva, tranne sempre il siciliano scisma onde farassi cenno qui appresso, togliendo la possibilità di operare il pubblico bene, rendesse necessario il ricorrere alla istituzione di nuove forme politiche.
Ed ha egli fermamente persistito nel coscienzioso desiderio di adempier con ferma, costante e deliberata volontà quel proposito che fu da lui annunziato antecedentemente ai suoi suggelli, di procurar loro quella maggior ampiezza di vita civile e politica, alla quale e chiamata non solo questa nostra patria, ma l’Italia intera, in una tanto solenne inaugurazione di comun risorgimento.
Né il sinistro procedimento intanto di non pochi felloni e traditori accaniti della patria, ha ora tanta possanza ed efficacia da modificare o scemar menomamente un sì salutare pensiero che tutta tiene occupata la generosa sua mente. Il compiuto sistema di governo rappresentativo ch’ei viene in questi giorni a fondare, èprova della fiducia da lui posta nel senno de’ pochi cittadini dabbene e nella già compiuta maturità de’ destini d’Italia. E però a divider farassi co’ più savi e benemeriti dello Stato il peso di quei doveri, de’ quali possiamo con piena sicurezza confidare che sia tanto vivo il sentimento nel cuore de’ popoli, quanto è, e fu sempre nella coscienza d’un tanto principe e padre.
La più chiara e convincente prova di esser egli conseguente a sestesso ed a’ giurati princìpi di nazionale indipendenza, ci viene offerta in questi tempi di pubblica urgenza dall’energico provvedimento da lui generosamente adottato, e già comunicato al Ministero di Guerra e Marina, intorno alla necessità d’un pronto e valido armamento; e ciò, non solo pel fondato timore d’invasione straniera, ma per ismentire eziandìo le voci sediziose ed importune di chi addebitava imprudentemente il Ministero di freddezza ed indolenza.
Ed in ciò si è ben avvisato, e con molta prudenza condotto il nostro savissimo Re; perocché le Costituzioni degli Stati Napolitani e Sardi, degli Stati Toscani e Romani, del paro che quelle degli altri Stati Italiani, sono e saran sempre il più forte legame della Nazionalità UNA ed INDIPENDENTE. E quanto più l’organazione nazionale progredisce e si avanza, tanto più fassi manifesto il pericolo che sia interrotta da’ suoi nemici più fieri. E se presentemente non ha che un solo nemico, perch’ella e ancor debole e quasi nascente; ne’ tempi avvenire ne avrà forse più d’uno, perché fatta gigante e più forte. Fa di mestieri adunque che la Nazionalità Italiana s’armi valorosamente, e tosto, per divenire più forte; e per esser forte e trionfante in qualsiesi lotta, e assolutamente d’uopo che si mantenga sempre desta ed armata.
Invano si crede da taluni che il nostro comun nemico non vorrà romper guerra, perché anco il Piemonte è costituzionale, e però forte custode della libertà e dell’indipendenza italiana; e perché tutti gli Stati Europei costituzionali saran pronti a respingere l’ingiusto invasore. Le cagioni di guerra sono oramai cresciute, non mica scemate di valore e di forza, perché non più cagioni di guerra italiana, di guerra europea sì bene; non più di guerra territoriale o continentale, ma bensì guerra di princìpi e di ambiziose teorie; non più di lotta parziale o passeggiera, ma di lotta universale ed estrema.
Né puote aver fine questa nazional lotta, indipendentemente dal braccio italiano; perocché l’Italia avrà da perdere o da guadagnar sempre, e più d’ogni altra nazione; e perché non potrà esser veramente nazione, se non dopo una grande e decisiva battaglia. Per l’Italia la battaglia ètrionfo, ed il trionfo èvita.
É dessa, in effetto, la prima ad esser assalita; anzi ha già dentro sestessa il nemico, un nemico forte e concitato a fierissimo sdegno. Il suo campo di battaglia e già pronto; ma dov’è il campo italiano? Evvi un esercito nel Piemonte; havvi in Napoli del pari un esercito: e che cosa vi è negli Stati Romani? che cosa vi ène’ Toscani? Il nemico deride ed insulta le Guardie Civiche o Nazionali, le quali potran farlo piangere pur troppo, ove sian però dalla milizia sostenute e rafforzate. E milizia toscana e romana chiedon appunto i Napolitani ed i Piemontesi; perocché, ove sia. indispensabilmente necessario un campo italiano, tutti i prodi e liberi Italiani star vi dovranno valorosamente armati.
«Armati tutti ci trovi il nemico (così scrive un Piemontese, esimio statista italiano), e non immersi nel torpore e nel sonno. Che più si attende sulle ordinanze guerresche? Ah! dite ai nostri fratelli, per Dio! che corran all’armi, s’apparecchino alla difesa, se non voglion cadere vilmente, e forse per più non risorgere, ché, ove si dovesse per nostra ria ventura soccombere, risorgerassi certo ogni qualvolta si soccombe con farmi alla mano. Quando i Francesi scesero a conquistar l’Italia, noi Piemontesi ci siam battuti come tanti leoni. Fummo vinti; ma siamo risorti. Venezia non volle combattere, ed è tuttora provincia di straniero oppressore.»
Anch’ella risorgerà, e forse più valorosa e più forte. La riportata pena superò di gran lunga il suo fallo. Nella penosa e dura servitù patì pur troppo il danno e l’onta del suo cadere inerme. Risorgeranno eziandìo gli altri Popoli ancor giacenti d’Italia, purché la gente già risorta e redenta s’armi repente, e s’armi per combattere, vincere, trionfare. Roma e Toscana non han più tempo da perdere. I primi a provveder l’armi e ad apparecchiar le difese, esser deono i Governi, cui e affidata la vita e la conservazione dello Stato. La negligenza e il torpore, nella difesa della comun causa, nel grave ed imminente pericolo che ci sovrasta, hanno tal nome che far dee raccapricciare ogni uomo d’onore, ogni buon italiano, ogni cittadino generoso ed onesto.
Ed in tale opinione è stato sempre tenuto dal popolo napolitano l’attuai Ministro di Guerra e Marina. A lui quindi si volge il fratello. come a primo custode e difensor della Patria, ed altamente l’esorta a non volere por mente che agli apparecchi di guerra, ad anteporre ad ogni altra cura la conservazione e salvezza del nostro paese. La guerra, in effetto, scoppiar potrebbe da un momento all’altro: come resistere questa nostra Terra, come trionfar onorata la Toscana e l’Italia tutta, se inerme ed immersa in un profondo torpore? Come inchieder aita e soccorso al Re della generosa Unione Italiana, se nell’Italiana Unione non si ravvisa tuttora che impotenza e periglio?—
Ed in tempi di grave pericolo sovra tatto, allorché non evvi a difesa della patria che lievissima forza armata, ed in cui tutto e raggirato peranco da un intrico impudente, da un sinistro e tenebroso mistero, e ognor sufficiente, per destare il vetusto valore nei pelli cittadini, e per renderli favorevoli alla sacra causa comune, l’impiegare repente i mezzi più liberi ed efficaci, più franchi ed arditi
Presso gli antichi Governi, in coi gl’interessi più seri e gravi della civil comunanza venian d’ordinario trattati o discussi dalle nazionali assemblee, l’opportuno soccorso d’una forza armata era ardentemente proda malo e voluto. Ogni cosa allora dipendeva dal popolo, e ‘l popolo stesso dipendeva dall’energia del Governo e dall’armi. La Grecia, che appellar puossi meritamente il primo e più perfetto modello di nazionale indipendenza, affine di sottrarsi all’indegno ed ignominioso giogo straniero, raddoppiò costantemente a incredibili sforzi, egualmente ammirabili per la sublimità dello scopo, che per la felicità del successo.
Prodi Italiani! e sino a quando starem noi perdutamente immersi nella dissipatezza e nell’ozio, nell’indolenza e nel torpore, addivenuti omai per effetto di smodato lusso quasi effeminati e molli, occupati del continuo e sol di spettacoli, di puerili e folli rappresentanze? Perché tranquillamente soffriamo, e quasi senza avvedercene, che l’ambizioso straniero, l’invido e tristo oppressore di tante italiane contrade, proceda ulteriormente ad opprimerci, con infame disegno d’insignorirsi di esse, e renderle perpetuamente al suo dispotico volere soggette? — Se fin da questo istante, poiché punto non vi è stato concesso di agire molto tempo innanzi, vaghezza vi prende di scuotervi dal vostro profondo letargo; se ciascuno di voi, or che il tempo stringe, e più forte il bisogno sentir fassi, vuole senza infingimento e senza rigiro tenersi apparecchiato a servire con tutte le sue forze la Patria, contribuendo il facoltoso co’ suoi beni, col suo ingegno l’uomo di affari, col suo coraggio il prode, l’ardita e franca gioventù con le armi; e, per dir tutto in una parola, se ama ciascuno agire per se stesso, e più non aspettare in una colpevol inerzia che altri agisca per lui; allora, con l’opportuno intervento della giustizia e con l’immanchevol soccorso del cielo, ristabilirete certamente gli affari politici della nostra Italia, riparerete i mali e le sciagure delle passate vicende, sarete pienamente vendicati in tutti i vostri torti. Imperocché non vogliate immaginar punto che la presente prosperità e grandezza del fiero nemico della nostra Penisola sia immutabile, permanente, eterna, come ei forse supponsi: havvi di quei, senza dubbio, che l’hanno fieramente in odio; di coloro che forte lo temono e vorrebber vederlo schiacciato ed oppresso; di quelli finalmente che portangli somma invidia, anche fra il novero di quegli esseri parassiti che gli paion più attaccati e fedeli, più cari ed accolli: tutte insomma lo passioni umane, qualunque elle sieno, agitano, contristano, muovon contro di lui buona parte di quei Grandi ond’egli e del continuo il bersaglio fatale.
Se le più generose passioni, per lo avverso, sono state sino a questo istante, o magnanimi Italiani, dal terrore compresse ne’ vostri petti; se non han mica potuto energicamente svilupparsi e metter in movimento; s’è pur troppo riuscito al comun nostro oppressore di porre una volta e fermare il suo piede di piombo nelle nostre itale contrade, non vogliate attribuirne la colpa che a quella mollezza, a quell’ignavia, a quella vile ed assurda pigrizia, ch’oggi conviene altamente scuotere e detestare.
E non vogliate già creder punto che sia pago e contento costui delle usurpazioni sin ora tentale; perocché incessantemente e di grado in grado va pur travarcando i limiti delle sue frontiere; e mentre noi ci stiamo tranquillamente immersi nella più stupida indifferenza; mentre ci attalenta di viver dolcemente nell’ozio, in luogo d’agire e d’operare, egli circonda e preme da tutte le parti non pochi di quei nostri cari fratelli, gl’investe ed opprime, ed altri sgozza, ed altri stringe in aurissimi ceppi. Quando verrà dunque quel giorno, o valorosi Italiani, in cui vi disporrete a fare ciò che far vi conviene pur troppo? che attendetevoi? qualche strano avvenimento senza dubbio, ovvero la più dura necessità? e qual altro nome dar mai potremo all’orribile sciagura che ci sovrasta? — Io per me non veggo né conosco punto un bisogno più stringente, più posi tiro, più forte, per le anime veramente libere, che l’istante fatale dell’oppressione e della servitù, dell’ignominia e del disonore. Vorreste voi sempre per avventura passeggiare alla lunga per le pubbliche piazze, chiedendovi del continuo l’un l’altro: Che cosa abbiamo di nuovo?— E qual altra cosa, giustissimo cielo! vi potrebb’esser di nuovo che un despota del Nord, carnefice superbo di buona parte de’ nostri sventurati fratelli, e dominatore insultante di più d’una delle nostre itale contrade? — Vassi intanto dicendo dall’oziosa gente del nostro bel paese, e pubblicando nei periodici fogli da più d’una penna curiosa e leggiera: Ha dichiarato, o non ha dichiarato guerra all’Italia il NORDICO LEONE?Ha ritratto, o via più esteso sur essa i suoi artigli? —che valgon mai, o Italiani, cosiffatte domande? e qual sollievo o conforto arrecar mai potranno a quei nostri oppressi cittadini le più oziose e sterili risposte? — Ove il Cielo si degnasse pure una volta di sottrarre al duro giogo d’un tanto Tiranno quegl’inviliti nostri fratelli, e non però di meno non si cambiasse punto la vostra condotta, ben presto si andrebbe incontro alla stessa sciagura; perocché debbe assai meno costui le italiane conquiste alle sue proprie forze, che alla vostra colpevol vigliaccheria. —
E qui richiederebbesi, senza dubbio, un più caldo e magnanimo scrittore, per pignervi con colori più vivi, con tratti più dilicati e sensibili, cotanto dure verità; un amico onesto dell’umanità, che portasse non solo scolpita ed impressa nel proprio cuore la patria, ma un benemerito difensore di lei altresì, che non potesse pronunziarne il nome nei suoi franchi e liberi eloqui, senza provarne un’emozion calda e forte; un cittadino zelante che punto non amasse di piacere o di dilettare, ma di esser utile ed avvantaggioso sì bene alla comuncausa italiana; un savio ed eloquente dicitore insomma, il cui buon senso soltanto parlasse, d’ogni altro ornamento scempio, tranne che della propria forza.
L’amico vero della patria, in effetto, nei casi urgenti e perigliosi, come quello in cui trovati, di presente quella parte d’Italia al Tiranno suggella, studiar deesi a tutt’uomo di render la verità eminentemente sensibile a tutti i popoli che han comune la stessa causa; e però procurar dovrebbe di destarli dal loro profondo letargo, forte animarli, incessantemente pungerli, far loro vedere del continuo spalancato un abisso in cui stanno per immergersi irreparabilmente…. Tutto ciò ch’ei dice insomma, debb’esser consecrato alla pubblica salvezza; una sola parola non pure dovrebb’essere spesa o profferita a vantaggio di se stesso; non solo un caldo ed ardito scrittore; in cosiffatte circostanze, perder debbe affatto di vista il proprio individuo, ma dal pubblico stesso eziandìo, in una causa comune e di tanta importanza, dovrebb’esser dell’intuito obbliato; non dovrebber anzi i prodi cittadini trasportarsi col pensiero che al capriccioso Tiranno, all’ingiusto invasore, all’oppressor fiero de’ nostri fratelli, e rappresentarselo in atto d’invadere, di soggiogare, di spegner vita e valore, di sparger sangue italiano, di rapir libertà, d’inceppar pensieri e parole financo. —
Tale dovrebb’esser senza dubbio, nelle urgenze presenti, la vera eloquenza degli scrittori eminentemente italiani, l’eloquenza del libero sentimento, dell’invilita natura, delle affezioni forti ed istintive, dell’amor di patria veramente caldo e sentito.
Ove prestar vogliasi piena credenza a Tito Livio, la salvezza di Roma e della cittadina libertà fu tutta dovuta, ne’ tempi della gallica invasione, all’eloquenza tribunizia e vibrata, energica e popolare del valoroso Manlio. Quest’uomo liberate e prode della persona, che avea costantemente, e più d’una volta, difeso e salvo il Campidoglio contra le barbariche violenze, sollevar volendo il popolo contro l’infestazione de’ Galli, in cosiffatta guisa si esprime:
«E sino a quando, o Romani, ignorar volete le vostre proprie forze, mentre la natura, il suolo, l’istituzione ricevuta, e la storia financo de’ vostri valorosi padri, vi rendo» pienamente istrutti di quelle istintive facoltà che havvi il cielo largamente trasfuso? Fate almeno un’esatta enumerazione di voi stessi; vedete bene quali e quanti sono i vostri nemici; supponete pure ch’ei siano a voi superiori di numero; senza dubbio voi combatterete, con più di coraggio e di valore per la libertà, che costoro per la tirannia. E sin a quando terrete voi fiso sa di me il vostro sguardo? lo non mancherò certamente ad alcun. di voi; ma e d’uopo intanto che ciascun di voi si cooperi a non far che venga meno il mio valore, o che restio dell’intutto deluse le mie speranze.»
Ed appunto d’un sì possente e formidabil difensore della patria libertà, che mettesse in movimento tutti i popoli italiani, avrebbero pur troppo bisogno i nostri fratelli veneti e lombardi, per esser gagliardamente difesi e salvi dal nostro comun nemico, che a tante migliaia di cittadini inermi ha già spento barbaramente la vita; d’un sì valoroso e prode commilitone, che metteva in pubblica mostra le spoglie degli estinti nemici, che offriva agli altrui sguardi le corone e i militari premi che aveagli meritato il suo coraggio, svelava le cicatrici delle tante onorate ferite che avea ricevuto per difendere la cara sua patria, additava sovra tutto ai suoi cittadini quel superbo Campidoglio, che avea più volte dal tirannico furore prodigiosamente scampato. —
Non havvi cuore italiano intanto che non abbia esultato di cittadina gioia, al consolante pensiero di festeggiar degnamente l’altissimo beneficio largito a’ loro popoli da’ generosi principi ‘italiani. I grandiosi preparativi fatti dapertutto dalle masse redenti, la mirabile adesione delle province tutte e di tutti quasi gli stati componenti la nostra penisola, le solenni dimostrazioni di pubblica esultanza per tanto dono concesso, son bastevoli omai a provare al mondo non tanto la grandezza della riconoscenza comune, quanto l’eccellenza e sublimità delle ottenute forme costituzionali.
Nulla però di manco, in mezzo a tante feste ed a tante gioie comuni, fra tanti voli pienamente compiuti ed in tanta universale esultanza, le più sinistre relazioni de’ casi tristi e miserevolissimi de’ lombardi fratelli, e peculiarmente degli oppressi Milanesi, martellanci disperatamente il cuore. Inique leggi che lasciano ben lungi dietro di sé i tempi miserabili del romano decadimento, e proprie soltanto d’uno stato ridotto agli estremi confini di debolezza e di oppressione, d’abbrutimento e di violenza fatale; leggi stranamente innestate a quanto l’umana gravità e la più mostruosa tirannia hanno di più abbietto, di più immorale, di più esecrando, emanatisi del continuo da un governo di ferro a minaccia ed a flagello di quei miserandi nostri fratelli de’ Lombardi e Veneti Stati.
Genovesi, Piemontesi, Romani, Toscani, Napolitani, Italiani tutti, quanti noi siamo dalle Alpi al mare, io lo domando a tutti, e coscienziosamente lo domando: E’ egli mai decoroso e fratellevol per noi l’esultare d’una gioia smodata, mentre dal Ticino al ragliamento, proclamata la LEGGE STATARIA, tenuta in vigore l’infernal legge di proscrizione e di condanna, di esecuzione e di sangue, i nostri sventurati fratelli stan fremendo di disperato dolore, e solo assistili da confortevole speranza, in noi altamente riposta e nella GIUSTIZIA DELL’ETERNO? —
Udite pure, o generosi Italiani, le parole di doglianza e di preghiera a un tempo, che v’indirizzan costoro: Fratelli nostri, fratelli di fede e di credenza, di speranza e d’amore, fratelli di sangue e di patria, ascoltate la nostra preghiera, soccorrete chi geme nell’assurdo avvilimento e nell’ignominioso dolore. Non è tempo di feste e di gioia, non è tempo di esultanze e di tripudi. Noi, e questi nostri fratelli Lombardi e Veneti, o siamo inabissati in fondo alle torri, o spiriamo sotto il ferro d’infami sicari, o muoiamo del continuo, o morremo per sempre, e per un’opinione soltanto, per una sola idea, per quell’opinione e per quell’idea che fa in tuonare un canto all’Eterno, un inno alla Patria ed al Re. La gioia si èconversa in lutto; in dolore il tripudio; in angoscia mortale la comune esultanza. L’esultanza, la gioia, il tripudio son grave insulto a chi soffre. La nostra festa non èpiù nazionale; o non dovrebb’essere almeno che la battaglia e la lotta, la vittoria ed il trionfo. I nostri principi italiani comprenderanno anch’eglino l’italiana sventura, comprenderán pure l’italiano silenzio. —
Tutti i ministeri italiani, nella santissima causa in cui sono vivamente impegnati quei miseri schiavi di nostri fratelli, sentir deonsi solidalmente responsabili. Pensino dunque seriamente al grave peso che forte li preme; badino pure al tremendo giudizio d’Italia, del mondo, della posterità. Firenze e Siena furon un tempo le ultime a cadere sotto le armi imperiali, ma caddero valorosamente; ogni cittadino pugnò da prode; pugnò lo storico Varchi, l’artista Buonarroti, Ferruccio mercante. La libertà toscana cadde finalmente pugnando; e pugnando risorgerà, anzi risorse a novella vita di gloria nazionale. Armi chiedansi dapertutto, armi a Napoli, armi all’Inghilterra, armi alla Francia, ch’essi pur dichiarata in questi ultimi tempi guardiana e sostegno de’ popoli deboli.
Ma l’armi non sieno un inutil pondo, un arnese inutile pei valorosi Italiani; si addestri, si apparecchi, s’istruisca nelle strategiche evoluzioni colui ch’è addetto all’onorevol mestiere di guerra; si rafforzino e fortifichino i punti più deboli. Ogni governo italiano provveda energicamente al maggior uopo; operi pure senza ritardo ogni popolo; non è più tempo di torpore e d’indugio. Il nostro risorgimento è stato così rapido, che non vi fu quasi intervallo di mezzo fra l’ora del risorgere e quella di combattere. E sì agevole e pronta e stata la rigenerazion nostra civile, che sembra quasi inconcepibile ogni altra più grave difficoltà. Ma il facilcompimento d’una cotanta impresa nazionale fu più tosto il prodotto della forza morale, che del fisico potere; ed ora di materiale possanza fa d’uopo pur troppo; ora il diritto solo e insufficiente, l’opinion sola non basta: son necessarie le armi, e necessaria l’arte di saper combattere ed atterrare il nemico, e necessario il braccio forte da ultimo, del pari che un cuor risoluto e disposto a vincere od a morire, a combattere e trionfare da vero Italiano. —
A questo sol modo operando, abbiam ferma fidanza che non andrà guari e resterà pienamente convinto il comun nostro nemico, l’oppressore superbo de’ nostri più cari fratelli, che costeragli assai caro il sostener d’avvantaggio un dominio illegittimo, un’oltraggiante e tirannica signoria nell’Italia. Assicurando vassi, in effetto, che il consigliere e ministro crudele del più malvagio dei tiranni, avendo fatto variate inchieste a più d’una casa commerciale per prestiti assai rilevanti, non abbia ottenuto che la seguente risposta da’ più accreditati capitalisti: «Noi non anticiperemo danaro per far la guerra all’Italia.»Le spese intanto pel mantenimento dell’esercito riunito e da riunirsi in Lombardia, sono enormi pur troppo. Corre voce peranco che in breve tempo le forze riunite in quel paese ascenderebbero a centocinquanta mila uomini. Si stenta a credere per seguenza che cosiffatti marziali apparecchi, e tutte queste spese eccessive abbiano per iscopo la semplice difesa soltanto. —
E tante sventure italiane non procedon in gran parte che dal reo suggerimento di ministri infami e perversi! E nulla di buono sperar puossi, giammai per gli stati, pei popoli, per l’umanità gemente ed oppressa, sino a che par fermo il volere d’iniquo fato che star dovesse a lato
A un re malvagio un consiglier peggiore!
Se vi fu mai più convincente argomento che dimostrar potesse un tanto vero; se vi fu mai cosa alcuna al mondo che avesse tanta efficacia da provare quanta parte abbiano alla gloria ed al disonore de’ principi i consigli de’ savi o de’ tristi ministri, e senza ¡dubbio quest’ultimo avvenimento politico, prodigiosamente operalo in Italia. Ei non è mica possibile covrir d’un velo sì denso tutto il passato, da nasconder l’odio che andavasi accumulando e rapidamente propagando ne’ popoli contro il principato; ed era sì forte quell’odio, sì possente ed accanito che congiurar te rilavasi financo un rovescio fatale di dinastie e di troni, per un cambiamento compiuto e radicale di forme di governo. .
Su di chi mai rifonder deesi la colpa d’un odio sì universale e profondo? Su’ rei ministri, sui consiglieri felloni e ribaldi. Nella condizione presente de’ tempi, i Seiani e i Caligola, i Neroni e i Tiberi sono ancora possibili; ma gli Achitofelli iniqui, i Burri esecrati e nefandi, di cui scrisse il famoso Racine:
Détestables flatteurs! présent le plus funeste,
Que puisse faire aux Rois la colère céleste, non sono che realmente esistenti e moltiplicati dapertutto, per orrenda sciagura del genere umano!
Ai tempi presenti nondimeno più non havvi via di mezzo da scegliere, né addur puossi ragione veruna a personale giustificazione. Perocché, o il principe e non mezzanamente fornito di saviezza e d’ingegno, e agevolmente allora conoscer dee, che una feroce crudeltà non puote aver lunga durata in mezzo alla civile cultura de’ popoli presenti; o è maturato d’intelligenza ottusa e limitata, ed in tal caso, avendo ricevuto un’educazione che ingentilisce il costume, umanizza il cuore, ed appiccasi a principi d’una religione fondata sull’amore, abborrir dee necessariamente lo spargimento di cittadino sangue, e tutto inclinare ad altissimi sensi di amor efficace ed operoso inverso i suoi soggetti. Non però di meno, per alcune anime ambiziose e corrotte l’unico mezzo d’ascendenza e di dominio, e sempre l’impossessarsi dell’animo del principe, e poscia, alienandolo interamente dal popolo e rendendolo a tutti odioso, ridurlo nello stato fatale di non aver altro confidente che un vile ministro, altro sostegno che un traditore ed un nemico fiero della patria, altro appoggio che i satelliti di costui, altra speranza infine d’assicurar la sua vita che l’incrudelir sempre più contra i pretesi nemici del trono, creali dall’arti menzognere d’un astuto ed infinto cortigiano.
Rimosso costui dal fianco del principe, e circondato questi da cittadini onesti, conoscitori de’ tempi, amanti di patria gloria, compirassi tosto una radicale trasformazione, ed il principe, odiato pria, diverrà poscia senza dubbio l’amore del suo popolo, e l’obbietto d’un cullo che risguardar potrebbesi talvolta come degradante l’umana dignità, ove s’ignorasse per avventura esser non tanto indiritto alla dignitade e al merito, quanto all’altezza ed importanza del principio ch’ei rappresenta.
Ed e senza dubbio un dominio d’istoria l’applicazion logica di teorie cosiffatte; e noi per via meglio raffermarle negli animi de’ nostri concittadini, farem rapido cenno del bisogno che sentir deono i principi italiani di farsi omai circondare da ministri savi ed umani, che non ascondan loro ma lignamente parte alcuna del vero, ma onestamente gl’indirizzino per l’indeclinabil calle che possa assicurar loro e gloria, e possanza, e pace, ed onore. E quale sia stato questo glorioso calle, l’hanmostro pur troppo alla nazione i ministri ed i consiglieri FAMOSI del tracorso governo, gl’ippocriti tristi, i lupi rapaci, i falsi e bugiardi amici del Trono, gl’iniqui PRELATI di Corte, i quali avventurosamente, comunque un po’ tardi, per giustissima ragion di stato e di salvezza pubblica, obbligati vennero a deporre una volta l’indegna benda che copriali, a sbalzar tostamente da quel posto che occupavan indegni, ed avviarsi, forse per sempre,
Chi ver Gerusalem, chi verso Egitto. —
La Provvidenza Sovrana, che veglia incessantemente sui destini de’ popoli, e tutta intesa par che si mostri a sottrarre la patria nostra all’invilimento ed all’abbiezione fatale, volle che il primo esempio d’una costituzione italiana fosse tipo ed occasionale cagione a un tempo di tutte le altre. E questa verità e per se stessa sì chiara, che ha indotto ora mai parecchi principi riformatori d’Italia ad avvicinarsi a quella in tal guisa, da far trasparire ne’ loro concessi statuti quelle poche modificazioni soltanto che, lungi dall’alterarne le basi, fosser ognora bastevoli a soddisfar pienamente a’ bisogni ed alle peculiari condizioni degli stati.
La Costituzione napolitana non è mica l’opera del momento o del caso; i novelli ministri che la consigliarono al nostro Sovrano, che l’ispiraron peranco agli altri Riformatori Italiani, avean già fatto uno studio accurato e profondo sulla nobiltà dell’umana specie e sa tutto ciò che la moderna civiltà conquistò su l’antica barbarie, quando volle inviolabilmente assicurati i diritti dell’uomo, ponendo un’insormontabil barriera all’arbitrio ed alla violenza, al dispotismo e al capriccio.
Non evvi verun’opera umana che sia di difetto o d’imperfezione scema; ma non havvi altresì una sola infra le tante moderne costituzioni che si accosti in perfezione alla nostra, o che abbia meglio tutelata la libertà individuale, l’ingenita uguaglianza innanzi alla legge, la libera e franca espressione del pensiero nelle politiche cose. Tutto fu saggiamente previsto; fu tutto espresso con tanta semplicità e chiarezza da toglier ogni timore d’interpetrazion falsa e capricciosa. L’iniziativa per la formazione delle leggi appartiene non solo al Re, ma alle due Camere pur anche; l’interpetrazione generale nondimeno appartiensi esclusivamente al potere legislativo; ed ecco chiusa per sempre la via che l’assolutismo indiscreto si lascia sempre aperta per l’arbitrio insultante e fatale.
Quel Governo, che spontaneamente interdice a se stesso il diritto di ricorrer all’intervento di truppe straniere, per l’interna ed esterna sicurezza, e che crea per lo avverso una Guardia Nazionale, lasciando libera ad essa l’elezione de’ suoi uffiziali fino al Capitano, mostra apertamente di non voler più ricorrere, alla violenza per regnare ed aver lunga durata, e che alle armi cittadine con piena sicurezza si affida.
Accordar il diritto di petizione; dichiarare i cittadini tutti indistintamente uguali al cospetto delle leggi; por mente soltanto alvero merito personale per ascender a posti onorevoli; proclamar sempre e legalmente la libertà individuale; invalidar gli arresti non emanati in conformità delle leggi; vietare che l’accusato esser possa tradotto innanzi ad un Giudice non determinato dagli statuti in vigore; appellar inviolabile la proprietà e il domicilio de’ cittadini; assicurare come inviolabile e sacra la proprietà letteraria; render solenne ed illeso il secreto delle lettere, violato impunemente sinora da tutti i Governi, e da quelli peranco che nomansi liberi per eccellenza: son questi cotal i atti sublimi che, altamente proclamando gl’imperscrittibili diritti dell’uomo, e la sua invilita dignità rialzando, svelan nell’animo degl’illuminati ministri, appalesan nel cuore del savio moderatore de’ popoli un alto e forte sentire, un filosofico e profondo pensiero, un amor caldo ed ardente di patria, una bramosia positiva e verace di render sì glorioso il secondo periodo d’un regno, da cancellare per sempre ogni odiosa memoria del già tra varcato.
Non si arrestaron costoro a meschine e sterili considerazioni, non illusero vilmente i popoli con un vano giuoco di parole, non si fecer ad imporre ali altrui esaltata immaginazione con lusinghiere e mentite apparenze; saliron sì bene alla cima del novello edilizio sociale innalzato da tanti esimi pensatori, rafforzato da terribili lolle, reso più saldo da tanti contrasti, inaffiato dal sangue di tanti generosi cittadini. E però meritaron bene di quella Patria cui stimaron degna di goder l’intero frutto della moderna civiltà, senza passare per lente gradazioni accompagnate sempre da tempestose reazioni, da violente e subitane scosse; perocché in queste gradazioni insensibili, in questo giusto mezzo non mai si lascia tanto libero campo al partito cittadino direttamente opposto all’esecrato assolutismo, da poter vincere le oscure macchinazioni o le aperte e vergognose lotte di COLOROche visser vita assai lieta e fortunata in mezzo alla miseria ed al tutto degli oppressati popoli. Né s’ingannaron punto allor ch’ebbero a concepire tutt’altra idea ed una stima più dignitosa ed alta de’ popoli italiani.
La stampa èor libera in questo nostro avventuroso Reame, ed essa parla nondimeno un linguaggio così dignitoso e moderato, e piena di sentimenti sì generosi e sublimi, da non far trapelare veruna idea di reazion vile o di bassa vendetta, verun desiderio che sia men legale ed onesto, verun pensiero che tracorra al di là d’un governo costituzionale e saggiamente moderato. Sia pur questo un esempio luminoso d’incitamento possente per gli altri Principi ad imitare, nella scelta de’ loro consiglieri e ministri, il nostro savio Monarca; e tolga loro ad un pari ogni mal fondato timore di sfrenati desideri, di smodate e criminose tendenze ne’ loro suggelli!
Diciamolo pur francamente e senza orgoglio: i popoli d’Italia hanno oramai acquistato, inmezzo a tante prove d’avversa fortuna, un fatto così squisito, un’intelligenza sì viva e profonda nello studio dell’uomo, che alle prime parole, ai primi fatti sovra tutto, a giudicar fansi irremisibilmente coloro ch’elevati vengon al potere. Niunosperi impertanto d’ingannarli o sedurli.
L’Italia tutta, ai dì nostri, tributa giustissime lodi all’attualnostro Ministero ed a CHI modera i nostri destini; perocché quando deliberarono nella legge costituzionale che la votazione nelle camere legislative avesse luogo in pubblica forma; quando ammisero che non il solo censo fosse requisito necessario per esser elettore ed eligibile, ma venisser anco risguardati come requisiti i doni dell’intelligenza ed i servigi resi allo stato; quando infine sceverandosi d’ogni iniziativa lasciaron libero alle Camere l’arbitrio di formare una legge elettorale, radical base d’ogni ben fondato costituzionale governo, han mostro assai chiaro allora di non aver altro in mira che il bene positivo e reale della nazione, il quale non puote oggi punto del mondo ottenersi senza accordare ai popoli quelle guarentigie che, consacrando i diritti dell’umanità, rendon affatto impossibile il ritorno dell’abborrito dispotismo o mascherato od aperto.
Essi detto dianzi, che non havvi quaggiù ver un’opera umana che dir si possa dell’intuito scevra d’imperfezione; ma quando sarà scrupolosamente ammessa ne’ tribunali tutti del nostro reame la bella conquista della moderna legislazione, la più sicura guarentigia dell’accusato; quando alla ragionata disposizione, che dichiara unica religione dello stato la cattolica, e proibisce l’esercizio d’ogni altro estraneo culto, si aggiunga pubblico esercizio; quando, da ultimo, ben organata la legge elettorale, un maturo escine delle due Camere avrà fatto subire qualche lievissima modificazione a talune parti non fondamentali della Napolitana Costituzione; non vedrassi allora certamente un tipo più bello d’umana perfezione fra quante produzioni eminentemente politiche sian apparse in questi ultimi tempi fra noi.
La novità del fatto che rovesciar sembra le attuali condizioni sociali, spaventar non debbe i principi italiani. Le attuali condizioni sociali sono in pericolo di esser rovesciate sin dalle loro basi, ove non pongasi tosto un saldissimo appoggio al vetusto edilizio che crollar dappertutto minaccia; e questo appoggio può solo ottenersi dalla rinata fiducia nei popoli, dalla rediviva venerazione pel trono, dalla piena osservanza delle leggi in vigore.
Sino a qual segno intanto promettian fiducia i popoli e venerazion somma al novello ordine di cose, e pur troppo noto a chiunque. Ed e cosa notissima altresì che, in un sì rapido e general cangiamento di leggi fondamentali, non perderan certamente qualche cosa se non quei pochi che regnavano invece de’ Principi iniquamente raggirati e traditi. S’egli e vero non pertanto che la possanza e la gloria degli attuali governi sta in ragion diretta della possanza e della gloria, della sicurezza e tranquillità de’ popoli, null’altra cosa veggiam oggi al mondo che render possa più temuti e rispettati gli uni, più sicuri e più forti gli altri, quanto l’adesion franca e leale a quei politici cangiamenti che son richiesti dai tempi, e proclamati dal senno maturo d’una nazione non più fanciulla, ma sviluppata ed adulta. —
Mentre intanto esultava di pubblica gioia i napolitani cuori, pel patto solennemente fermato tra il sovrano ed i suoi soggetti; mentre sorgeva dal petto dell’universale una commozion viva e forte, alla consolante idea d’una rigenerazione a vita novella mentre infine alla piena traboccante de’ cittadini affetti poneasi modo e suggello con amplessi di pace, che tutto un popolo di collegati fratelli generosamente scambiavasi in segno di concordia e di coscienziosa simpatia; contro queste solenni testimonianze di comune esultanza sorgeva importuno più d’un timore, si elevava indiscreto più d’un sospetto, volgeasi indecoroso più d’un dubbio negli animi vacillanti e perplessi di taluni, che, sul fondamento di mal raccolte o di mal digerite informazioni, a rimproverar faceansi la tarda pubblicazione della tanto sospirata ed attesa Legge Elettorale.
I rappresentanti il potere esecutivo intanto han già reso pienamente pago quest’altro pubblico voto, il voto di tutta intera una nazione. Quindi non più anatema ed esecrazione alle mostruose ambagi in che si avvolgeva la svelata turpitudine de’ vetusti sistemi comunicativi. E quell’atto pubblico del novello Ministero compì in gran parte la legalità del nostro riscatto, pose anzi il suggello all’iniziativa che precedette il giubilo cittadino de’ giorni tracorsi.
E però, avuto riguardo a ciò che venne stabilito nell’Articolo 62 della Costituzione, che per la prima convocazione delle Camere Legislative sarebbe pubblicata una legge elettorale provvisoria, la quale non diverrebbe definitiva, se non dopo essere stata esaminata e discussa dalle Camere medesime nel primo periodo della loro legislatura; preso inconsiderazione tutto ciò che contiensi negli articoli 53, 54, e seguenti della stessa Costituzione, co’ quali venne stabilito che il numero de’ Deputati corrisponderebbe sempre alla forza della popolazione, computala secondo gli ultimi censimenti; che, dovendo esservi un deputato per ogni complesso di quarantamila anime, la legge determinerebbe l’occorrente, ove nella circostanzade’ Collegi Elettorali vi fosse difetto od eccesso di popolazione; che annoverar deonsi fra gli elettori e gli eligibili tutti coloro che posseggon una rendita imponibile, di cui sarebbe determinata la quantità, dalla medesima legge elettorale; cd ènecessario il definir permanentemente, per un dato periodo di tempo, dall’un canto il computo delle popolazioni che inviar deono i Deputati alla Camera, e dall’altro i centri ove possa eseguirsene l’elezione; tutte siffatte cose, in una parola, e molte altre che per amor di brevità si trasandano, prese dal Ministero in considerazione, pubblicossi finalmente la tanto applaudita Legge Elettorale, nel dì 29 Febbraro del 1848.
Il Ministero, in effetto, mostrossi quasi più sollecito nel compilare un tanto lavoro su la legge elettorale, che noi nell’annunziarlo ed inserirlo in queste pagine di storia patria. Tutto intero il pubblico napolitano felicitollo di cuore, alla vista d’un atto sì solenne da lui ansiosamente atteso, e meritamente risguardato come fondamental pietra del grandioso monumento della civil nostra rigenerazione. Gli scettici politici volean allora, proclamavan anzi altamente un fatto che provasse loro positivamente le vere intenzioni del governo. Si pubblichi pure, dicean costoro, la legge elettorale, e saprem tosto per qual meta avviar vuolsi la nazione; apertamente vedrassi se lo spirito che presiede al nostro risorgimento cinger vuolsi di luce, o fatalmente ammantarsi del buiore del passato, delle più fitte tenebrìe della vetusta politica; scorgerassi pure una volta se il novello sistema di cose e corrivo al benessere sociale, al positivo vantaggio de’ popoli, o da lui si diparte e allontana. Ed a chiunque tentava di porre innanzi un NOMEcome guarentigia del bene che universalmente si spera, rispondeasi tosto: Il solo nome non basta; sono i fatti sì bene, ed esclusivamente i fatti il più sicuro termometro della comun guarentigia e salvezza. —
La prova che si desiderava si èfinalmente ottenuta. Alla guarentigia del nome essi appiccata ègiunta ancor quella de’ fatti. La legge elettorale ha pur troppo soddisfatto l’aspettativa comune; non ha deluso veruna speranza, non tradito alcun voto; e però risguardare e salutar puossi come un’arra sicura d’un più prospero avvenire. Il plauso che le han largito anco i più schivi, solidamente conferma il nostro giudizio; i pregi che inchiude in sestessa, dilegueran dell’intutto le dubbiezze del politico pirronista.
Chi sarà dunque il miglior deputato? colui che va più nel genio agli elettori, quegli in cui avran costoro maggior fiducia e confidenza. La sola e vera misura d’un’esattaeligibililà e tutta riposta nell’intenzion retta e sincera degli elettori. L’effetto non puot’esser mica discordante dalla cagione che l’ingenera; le qualità dell’eletto risponder deono a quelle di chi lo elegge e propone.
La suprema tutela della libertà nazionale èla stessa nazional rappresentanza. Ove questa compongasi di uomini guasti e corrotti, più non avrassi la rappresentanza della Nazione, ma un cieco strumento di servitù e di bassezza; non un’augusta ed illustre assemblea di uomini liberi, generosi, indipendenti, ma un gregge compro o venduto di pecore matte. Quindi le leggi ch’emaneranno da lei, nonpiù saranno quali il bene della Patria esige che siano, ma quali il potere le desidera e vuole. La storia di Francia in questi nostri ultimi tempi; le leggi di quest’ultimo tracorso settembre; la politica che abbandonò la Polonia e manomise l’Italia; i matrimoni Spagnuoli; l’abbandono dell’alleanza Inglese; la tracotanza smodata ed oltraggiante di Guizot; la dispotica ostinatezza del suo sistema fatale; le condizioni durissime, la tremenda necessità in cui trovasi la grande Nazione nel momento in cui stiam vergando queste pagine; non ne sono per noi che luminoso esempio e convincente prova ad un tempo…. e tutto ciò non riconosce che un solo principio, la corruzione della maggioranza della Camera elettiva. Per essa la Francia trovasi fatalmente rispinta a’ tempi della ristorazione e sallo il Cielo che cosa ne avverrà; e lo saprem tosto ancor noi!
Importa dunque moltissimo che la moralità della Camera sia positiva e certa, perché tale sia pur anche l’impossibilità a un travolgimento politico, d’un tostàno ritorno agli abusi del passato. Con ciò non osiam punto far onta al potere, incalzandolo forse t o premendolo con prematuri timori. Ma è tale oramai la sua indole che, ove un freno continuo e possente noi rattenga forte, fuor uscirà dalla sfera prescritta e diverrà non indifferente invasore. Allora il popolo sentirà forte il bisogno di far valere la legge d’una inevitabil lotta; ed in un contrasto siffatto, la prima a traballare sarà sempre la libertà moderata ché il popolo invaderà pure a vicenda; e son sempre tremende le invasioni d’un popolo che proclama altamente la riconquista d’una libertà contrastata.
In qual modo impertanto ottener potrassi una Camera in niun conto accessibile alla corruzione e all’abuso? — Operando in guisa ch’emani dalla condizione del popolo la voce coscienziosa, annunziante il mandato di rappresentanza a’ cittadini eligibili. Perocché, s’é agevol cosa corromper gl’individui, èquasi impossibile corromper le masse. Se il deputato rappresenta la confidenza degli elettori, elettori non corrotti, né corruttibili vi daranno ottimi deputati.
A soddisfar questo supremo bisogno mira positivamente la nostra legge elettorale. Dà ella il diritto di elezione alla più sana ed illuminata parte del popolo, escludendo sempre coloro dell’infima plebe che, nulla possedendo, e nulla avendo da avventurare, affidar potrebbero un sì dilicato ed importante ministero alla perduta gente, a gente cieca del miglior dono dell’intelletto, che non promuovere il bene ma la rovina della patria stranamente potrebbe. E ciò dicendo, teniam fiso il pensiero su le vere basi della legge, su le rette mire del suo autore, il quale da quelle santissime basi non potea punto scostarsi; teniam volta la mente alle attuali nostre condizioni, le quali proclamano un cosiffatto linguaggio; e però, accusando la plebe di cecità e d’ignoranza, colpir intendiamo di rigorosa censura quei tristi, che non solo cieca ed ignorante ma selvaggia ed abbrutita l’han fatta.
Né far si dee, per lo avverso, d’una sì dignitosa nazional rappresentanza uno sfoggio di pompa e di lusso. La più stretta decenza sarà pur troppo bastevole a’ deputati e rappresentanti della nazione. Ben altra pompa ed altro lusso dovran costoro sfoggiare, quello del zelo cittadino e dell’amor verace di Patria. Questo debb’essere, ove accolga l’Eterno i nostri fervidi voti, e questo sarà il lor primo ed unico pensiero; e per compiersi, non fa mica mestieri di lussuosi apparecchi. Si agisca pure per sentimento istintivo di gloria e di ben inteso disinteresse, sentimento che non lascia d’annunziar sempre un animo assai nobile e grande, filantropico e generoso; che ogni benemerito cittadino faccia prova di saviezza e di non infinta virtù; che ogni deputato, ove il grand’uopo lo esiga, raddoppi di cure e di sforzi, di sacrifizi magnanimi e generosi; che il bello esempio, da ultimo, sia sprone possente a virtuosa e nobil gara. La Nazione sovra tutto sente un forte bisogno, un bisogno imperioso ed assoluto di moralizzare le masse. E non evvi mezzo più efficace ed acconcio a raggiugner un tanto scopo, quanto la rappresentanza affatto scempia di emolumenti e d’interessate vedute.
Il trionfo della libertà, a questi nostri tempi, ètutto affidato a cittadini generosi e zelanti, alla picciola industria ed alla moderata proprietà, all’istruzione e alla scienza; in un campo sì ferace di nobili ingegni rinverransi senza dubbio le ancor vergini virtù della mente e del cuore, disinteresse e coraggio, entusiasmo ed attaccamento ai sacri interessi della civil comunanza.
E la legge intanto, che garantisce il nostro patto sociale, che serve di scudo al nazionale contratto, e interamente corriva al pieno conseguimento del voto comune, ed ampiamente lo soddisfa. Si colmi adunque di benedizioni e di encomi, e si deponga una volta l’inopportuno sospetto. Più non vedransi a noi d’intorno corruttori e corrotti; non più sentirassi il bisogno, né la possibilità scorgerassi di ricorrer a mezzi infami e inonesti. Non sospetta e vana utopia, ma viva fede e salda speranza convinzion alta e profonda, saran fanale e guida alle coscienze degli onesti cittadini. Non l’assurda aristocrazia vien dalla legge appellata ad assidersi orgogliosa e superba in mezzo alla Camera elettiva; sì bene il popolo e chi degnamente lo rappresenta, l’industria e:la scienza. A queste forze imponenti della Nazione abbandonar deesi il pensiero di vegliare alla sacra libertà della patria; né concepir deesi timore che l’onesto e savio cittadino tradir possa la sua missione santissima. Non mezzana fidanza fa di mestieri ancor porre nella condizione de’ tempi che vansi rapidamente maturando, e nel gran processo che fassi contro la corruzione del costume, al cospetto del mondo novello. La sentenza contra il vizio e la fellonia sarà capitale, severa, inappellabile. La corruzione, già per se stessa impotenziata a realizzarsi in quest’ordin più legale di cose, sarallo via più, e per sempre, e per forza di legge per anco, grazie alla vigilanza somma ed all’esimia probità de’ veri difensori de’ patri diritti. —
Un altro voto a questi nostri tempi formando vassi ancor dapertutto, il voto d’una lega doganale e federativa in Italia. Il pensiero comune, il pensiere d’ogni Italiano, esternato con la voce e con la stampa, e che si stringa una lega; e la lega doganale peculiarmente, che debb’esser fermo sgabello alla lega politica, non si è mica conchiusa finora; né ravvisar puossi ragione veruna perch’ella sia nel nostro stato, del pari che negli altri tre dell’Unione, sì fatalmente ritardata. Tutti intanto a protestar fansi altamente contro quest’indugio indecoroso e indiscreto; manifestantutti con ogni generazione di scritture e di dicerie la necessità d’un atto sì collettivamente utile ed avvantaggioso alla comun causa italiana.
E però deliberando vassi di doversi scegliere, infra i quattro Stati Italiani, Commessavi zelanti ed operosi, Plenipotenziari di mente e di cuore; farli venire in consesso; giugnersi in uno sotto il nome complessivo a ITALIA COSTITUZIONALE;stringer finalmente il grande Statuto della lega doganale, donde proceder dovrà incontanente il Trattato federativo, la Lega politica d’Italia.
Che più attendono, in effetto, i principi italiani a confederarsi solidalmente infra loro? Schiuder dunque dovrassi il varco al comun nostro nemico, per ¡scender comodamente sin nel cuore della Penisola, porvi un piede di piombo, sommetterci ad un giogo di ferro, ingrossar d’armi e d’armati il suo cavallo troiano, paralizzare gl’indigeni cuori, sceverar i prodi di valore e di forza, vomitarci addosso le falangi barbariche, tenebrose, opprimenti? Non potran forse le italiche province venir a più salda e più leal federazione, senza punto temere le diplomatiche opposizioni, e senza ricorrere, ove pur fosse possibile, ad estere alleanze? Non è forse certo che la presenza di molte truppe nemiche in parecchi punti della Penisola, èuna muta e continua minaccia all’Italia costituzionale, sia perché quel corpo d’armata rende al nemico più agevole e pronta un’invasione, sia perché glien offre apertamente e varchi più brevi e più sicuri? —
Nulla dunque concepir puossi, a questi nostri giorni, di più legittimo e di più necessario a un tempo che una Lega Italiana, divenuta ormai principalissimo obbietto, non che di nazionale, a italico voto. La lega italiana non produrrebbe attentato o violenza a verun diritto. Sotto la sua benefica influenza, ricupereranno i prodi Italiani la forza con la coscienza della forza. Paragonar puossi l’Italia. ad un infermo lungamente abbattuto e travagliato, che, comunque non mezzanamente guarito, mal si attenta appoggiarsi su le proprie gambe supposte ancor deboli e vacillanti; ma, persuaso appena che son pure da tanto da poter sorreggere il pondo della macchinalsalma, si rinfranca tosto e cammina spedito.
E più spedita e più ratta eziandìo camminar dovrebbe l’Italia nel compier la duplice Lega, su di cui tutte son fondate le migliori speranze; perocché la Lega doganale non mena per diritto ed agevol calle ché ad una più forte e più solidaria Federazione. L’Italia federata aumentar puote in possanza e’ valore; diverrebbe anzi una delle Potenze di prim’ordine, quando gli stati italiani, ancor divisi, appiccassero in modo gli uni agli altri da non formare che tanti stati eminentemente federali. Un sol pensiero anima presentemente gl’Italiani tutti, il pensiero d’una perfetta nazional comunanza.
La Lombardia intanto guarda nella sua miseria ed oppressione le nostre operazioni, e le affretta coi suoi più fervidi voti. La Sicilia non verrà certo a lega con altra potenza che facesse di lei quel che di Modena fece l’Impero, cioè un’alleata cui degni un Grande onorare qual meschina vassalla; costituitasi una volta libera e donna, indipendente e sovrana come spera, sarà ella con noi senza dubbio federata all’Italia. Che una sola bandiera s’abbian adunque gli stati della forte UNIONE; che sien solidamente confederati fra loro, e serbi ciascuno nelle proprie terre la convinzion piena e profonda della sua signoria, del suo potere e della sua libertà; che un solo ed imponente esercito acccoglier possa nelle ostilità i vari eserciti parziali de’ quattro Stati; che afforzandosi scambievolmente, e completandosi l’un l’altro pe’ loro singoli pregi, dian finalmente l’esempio D’UNA FORZA UNITA che le forze sparte moltiplichi ed avvalori: e questa la meta gloriosa e sublime, cui tende oggi ogni cuore, cui aspira ogni mente, cui mira ogni pensiero de’ nostri rigenerati fratelli. —
Ed era questo precipuamente il voto del primo tra i nostri rigeneratori italiani, il quale ad indirizzar faceasi le seguenti caldissime parole ad un suo confratello di ventura appartenente al nostro Reame:
«Io v’invidio, scriveva egli, la dolce sorte che avete di abbracciare coteste eroiche popolazioni che diedero di qua e di là dal Faro sì alti esempi di virtù civile, ed affrettarono con sì lieti auspici i destini di tutta la penisola: popolazioni ugualmente ammirabili per la moderazione e pel coraggio nella resistenza e nella difesa. Resta ch’esse compian con senno ciò che incominciarono con magnanimo ardimento, postergando, se occorre, ai particolari interessi il bene comune, come già gli consecrarono generosamente la vita. Potrà mai essere scarso nei minori sacrifizi chi fu già sì largo ne’ maggiori, offerendo non solo il sangue proprio, ma quello altresì de’ suoi pia cari? Oggi l’Italia ha bisogno sopra tutto di unione, alla quale si deve posporre ogni altro riguardo. Ma come mai il regno potrebbe conferire all’unione d’Italia, se fosse diviso in se medesimo, e se un’armonia perfettissima di menti e di cuori non legasse Napoli con la Sicilia? Voi che conoscete il paese saprete qual sia il modo più acconcio ad operare e mantenere l’accordo.
«Ed io fo caldi voti affinché l’accordo segua, e le due parti si risolvano a quei sacrifici che son richiesti a produrlo ed a stabilirlo: e mi affido che li faranno, gareggiando insieme di generosità civile, come testé contesero di energia e di valore; tanto più che non si tratta di due sole province, ma di tutta Italia. Non si domanda che i Napolitani cedano a’ Siciliani, o viceversa, ma che gli uni e gli altri eleggano da buoni fratelli quel partito che più giova alla nostra comun madre, rimettenuo ciascuno de’ propri interessi in grazia del bene universale.»
Siffattamente scriveva l’immenso e generoso Gioberti, cui tanto sta a cuore l’unione e l’indipendenza, la libertade e ‘l trionfo della nostra cara Italia. Eppure correa, non ha guari, funesta una voce, e tale da contristar senza fine l’animo di tutti i buoni Italiani, di tutti quanti i più caldi adoratori della Religione e della Morale, delle Lettere e della Patria. Buccinavasi che mancato fosse ai vivi niente meno che il massimo degl’ingegni che vanti la nostra gloriosa Penisola, il primo tra i moderni apologisti del Cattolicismo, il Precursore di Pio Nono, il più valente Rigeneratore d’Italia.
L’amara novella, uscita forse per intimo desiderio dal labbro incauto d’alcuno fra gli amorosi delle tenebre che sono naturalmente avversi al Filosofo della luce, non fu mica creduta da’ ben accorti, e venne tosto smentita da recenti lettere che s’ebbero di quel Grande; ma se per mala ventura d’Italia l’infausto annunzio avveravasi, guai a quei tristi ed invidi Aristarchi che da per tutto e da tutti conoscer fansi così patentemente e con parole e con opere giurati nemici al magnammo Autore del Primato e del Gesuita Moderno. Non ignoriamo intanto ch’ei vive, e di tutta quella miglior sanità che gli consentono i soverchi studi ed il molto occuparsi e consumarsi che fa del continuo a pro del morale e civile risorgimento della nostra comun Patria. Ed osiamo sperare con vivissimo zelo che l’Eterno, il quale sì visibilmente protegge la nostra Italia, darà sana e robusta, lunga e prospera vita a tanto uomo liberissimo, del pari che al sovrumano Pontefice; perocché la nostra Patria per divenir quella che vuolsi lassù, cioè salda e valorosa Nazione, ha bisogno ancora, e pur troppo! della suprema e paterna mano di Pio Nono, della penna forte e possente di Vincenzo Gioberti.
E non mezzanamente ci conforta, il pensare che la nostra fiducia in entrambi e pur la fiducia di tutti i cuori coscienziosamente italiani, fiducia che venne per più mesi manifestata dagliinnumerabili evviva onde risuonò tutto il nostro Reame non solo, ma la Penisola intera dal Cenisio all’ultimo lembo della Sicilia. Ed èpur degno d’osservazione nondimeno, non senza maraviglia e dolore, come in un tempo che Principi e Popoli s’abbraccian insieme e studiansi quanto più possono di camminar d’accordo, essendosi con tante grida levalo a cielo il nome e con tante dimostrazioni onorata la virtù di Vincenzo Gioberti, non abbiano pur fatto il debito loro né cercato ogni maniera possibile di meritamente esaltarlo; della qual cosa non sapremmo in che miglior modo scusarli se non col dire che troppo credansi incapaci di poter sollevarlo più alto di quel che la pubblica fama lo ha degnamente sollevato.
E per fermo ancor noi partiam secoloro una cosiffatta credenza, tanto e il concetto che abbiamo del gran Filosofo e Letterato, del gran Maestro e Dottore de’ nostri tempi, degno pur troppo d’occupar una pagina gloriosa nella storia de’ grandi uomini che illustran tanto la generazione presente. Dicasi pur apertamente, checché ardiscan susurrarne alcuni impudenti Zoili, bieca ed obbrobriosa razza che mai non si spegne, e sempre fe’ guerra al vero merito degli UOMINI GRANDI, Vincenzo Gioberti e non solo integramente cattolico ne’ suoi inimitabili scritti, ma èla colonna principalissima della cattolica filosofia. Si arrossisca dunque una volta chi per soverchio di balordaggine o di malizia osò ed osa peranco mettere a stampa infami scritture contro di lui ed offendere con ingiurie villane e con ¡stolte calunnie la sua persona sacra, ed avverta che procedendo in tal guisa offende la Religione e Pio Nono, il quale mostrò di stimar altamente quel nobilissimo spirito.
Il risorgimento italiano e il fatto più glorioso e più consolante dell’epoca moderna. L’Italia e sempre la prediletta figliuola della Provvidenza; quando tutti la credean estinta, o per lo meno immersa in profondo letargo, la voce di Dio chiamolla a novella vita di libertà e di gloria, la fece sorgerà grandi ed immortali destini. La sventurata dormiva, ma si è risvegliata; era morta, come dicevano i suoi calunniatori, ma oggi e risuscitata. Il dito dell’Eterno operò visibilmente un tanto portento: stolto colui che non lo vede, empio ed esecrato chi non vi crede! L’intervento della Provvidenza nell’andamento delle cose umane non fu mai. cosi evidente, così incontrastabile come ai giorni nostri: una nazione derelitta ed oppressa, travagliata e infelice, dall’abisso della sventura sorge al colmo della grandezza e della gloria, consegue il supremo de’ beni, l’indipendenza, da povera ed invilita ancella risale alla dignità di matrona, e fatta più bella da’ lunghi dolori, dalle lacrime di più secoli, ripiglia il posto che degnamente le spetta nella grande famiglia delle nazioni civili.
Ma la Provvidenza nel preparare i più grandi e strepitosi eventi suscita sempre gli uomini grandi destinati a compirli; e l’inopinato evento dell’italico risorgimento fu compito negli ordini civili e politici da Pio Nono, negli ordini ideali e filosofici da VINCENZO GIOBERTI. Fu egli che preparò le vie, qual gran Precursore, a quel savio ministro della volontà dell’Eterno; l’apostolo eloquentissimo che con la forza incruenta della parola conquistò al vero e soggiogò gli animi e i cuori degl’Italiani; l’inspirato dal cielo che appellò a pace ed a concordia i Princìpi ed i popoli italiani, bandendo la santa crociata per l’italiana nazionalità.
L’alleanza del Principato con la nazione parea cosa malagevole ed ardua ad attuarsi nell’Italia nostra; allorché venne ella proposta fu tacciata di delirio e di sogno, di chimera e di utopia, ed anche di peggio; ma la verità vince ogni ostacolo, debella ogni resistenza, abbatte ed atterra ogni barriera, e quell’alleanza che parea sogno e follia a non pochi, delirio e stravaganza a molti, e addivenuta quest’oggi una realità consolante, un fatto assai sorprendente e luminoso. Primo a predicare in Italia la necessità di siffatta alleanza fu appunto GIOBERTI: la ciurma degli altri scrittori che l’han poscia seguito, han comentato il suo pensiero, hanno sviluppato la sua idea, l’han parzialmente incarnata, con più salde ragioni l’han proclamata e sostenuta; ma il primitivo concetto non appartiene che a lui, non conviensi che a lui il glorioso titolo di MEDIATORE FRA IL PRINCIPATO E LA NAZIONE ITALIANA.
Nel leggere il Primato civile e morale degli Italiani, e nel riscontrar poscia tutti i fatti succeduti in Italia dopo l’esaltazione di Pio Nono al Trono, non ravvisansi questi che apertamente vaticinati con tutte le loro particolarità. La libertà di stampa, la monarchia consultiva, il chiericato civile, tutte le grandi istituzioni dell’Italia moderna, tutto è accennato, indicato, predetto in quel libro immortale. Mirabile esempio della facoltà creatrice e divinatrice del genio 1 mirabile esempio della possanza del genio italiano sintetico ed analitico, poetico e pratico, speculativo e politico, ideale e reale, platonico ed aristotelico a un tempo! In VINCENZO GIOBERTI rivive l’antico genio pitagorico od italo-greco; egli e solo della sua stirpe, perché il genio non ha pari né superiore; è figliuolo legittimo di Platone e di Dante; dopo Giambattista Vico insomma è il filosofo più originale e profondo, il pensatore più libero e forte d’Italia.
E come i suoi padri ideali, GIOBERTI non è genio italiano esclusivamente o d’una sola nazione; e cosmopolitico sì bene, di tutti i tempi, di tutta l’umana famiglia. Su le ali della cristiana ontologia, ei poggia al cielo ed abbraccia nella sua meravigliosa comprensiva sintetica Roma e l’Italia, le province ed i regni, il cielo e la terra, Iddio e l’uomo. L’alleanza della religione con la civiltà, il primato morale e religioso del Pontificato, che sono i due perni d’ogni civile moderno progresso, non sono a un pari che sante ed inconcusse verità, avvantaggiose non solo all’Italia ed a Roma, ma al mondo politico intero. La vera civiltà èreligione augusta ed arcana; la religione èmassima efficienza di civiltà e di sapere; il Papato è custode e promulgatore del vero infallibile; il moderatore del mondo religioso e morale èl’arbitro supremo de’ popoli; il suo Trono èil palladio degli oppressi èl’asilo della sventura; il suo potere èil centro intorno al quale convergon tutti i raggi dell’umana fa miglia, e dal quale sol essa può tutta ritrarre la sua vetusta e primigenia unità. Chi ha messo fuor di dubbio queste verità sacrosante? chi le ha rese palpabili ed evidenti, irrepugnabili e luminose? chi trasformolle da teoremi in tanti chiari e patenti assiomi? la pubblica opinione, la voce d’Italia rispondon concordi: IL PRIMO RIGENERATORE D’ITALIA, VINCENZO GIOBERTI.
Non havvi storia. contemporanea in Italia, che non si estimi onorata di consecrare più pagine ad un tanto RISTAURATORE dell’italiana famiglia. E perché Italiani ancor noi; e perché i grandi uomini son sempre di tutti i tempi e di tutti i luoghi; e perché la loro gran fama li rende dominio sacro d’ogni storia; e perché ricusar non si puote impunemente da un italiano scrittore sì rispettoso omaggio ad un tanto INGEGNO ITALIANO, ne imitiamo ancor noi l’esempio glorioso, ed arrogiamo al già detto qualche altra cosa d’avvantaggio, affine di dar compimento e pienissima forma all’immortal cronaca dell’uomo immortale.
Ei nacque a Torino il 5 di aprile 1801; e nacque col secolo, ch’esser doveva innova to da lui; col secolo, che intilolerassi un giorno dal glorioso suo nome. Tempo verrà, e non è forse lontano, in cui quel giorno me inorando sarà festeggiato come giorno di grande evento, come il genetliaco DEL PRINCIPE DELLA PAROLA, DEL GRAN DOTTORE DEL SECOLO XIX.
Entrò costui di buon’ora nell’ecclesiastica carriera, fornì con infinita lode i suoi studi nell’ateneo torinese, fu dottore del collegio teologico in freschissima età, salì tosto in gran fama di argomentatore formidabile e invitto. Fu cappellano di S. M. il Re CARLO ALBERTO. Nel 1833, dopo breve prigionia, fu astretto ad esultare di gioia e trionfare. Visse in Parigi tutto l’anno 1834. Nel mese di ottobre si ridusse a Brusselle, dove rimase fino all’autunno del 1845; da quell’epoca scelse a soggiorno Parigi. Pel resto, a vita di Gioberti non si narra: essa èsemplice e modesta come quella degli uomini grandi; sta tutta compresa e chiaramente espressa ne’ suoi libri. Pubblicò la Teorica del sovrannaturale nel 1838 — E introduzione allo studio della filosofia ed una lettera in idioma francese contro gli errori religiosi e politici del Lamennais nel 1840— il discorso del Bello nel 1841— gli Errori filosofici di Antonio Rosmini nel 1842 — il Primato civile e morale degli Italiani ed il discorso del Buono nel 1844 — i Prolegomeni nel 1845 — il Gesuita moderno nel 1847. Tutti gl’Italiani han letto e riletto, approfondito ed ammirato quei libri; a niun di loro è quindi mestieri tenerne ragione.
Altre parole, per quanto a semplice storia pertiensi, ci sembran inutili e vane. VINCENZO GIOBERTI e tal nome da render soverchio od all’intuito nullo qualsivoglia elogio. E qual elogio potrebbe mai pareggiarlo?. Non mancaron avversari e nemici, non vi fu mica penuria di scrivacchiatori e beffardi che studiaronsi a gara d’offuscar quella splendida luce, quella chiara gloria d’Italia: ma ciò null’altro vuol dire se non che la stirpe degli esecrati Zoili e universale ed eterna, e che ogni Galileo suscita sui suoi passi molti Baldassarre Capra. Intanto GIOBERTI e oramai solennemente vendicato dalle passate ingiustizie. Il grido di Evviva Gioberti rimbombò prima nella terra che fu culla a Pio Nono, in Sinigaglia, e dall’eco nazionale fu ripetuto a Roma, a Firenze, a Genova, a Bologna, a Torino, a Modena, in questa nostra Capitale sovra tutto, in ogni città, in ogni cantuccio d’Italia. Evviva Gioberti e grido nazionale per noi; e grido sacro come le grida viva Italia, viva Pio Nono, viva Ferdinando II, onde ancora rimbomba questa nostra patria risorta.
E fra tante acclamazioni, che innoverebbero a delirio non solo uno spirito vanitoso e muliebre, ma un forte peranco ed austero intelletto, GIOBERTI in dignitoso e modesto silenzio continua a meditare cd a scrivere, a viver umile e solinga vita: il fragor degli applausi travarca i monti, va fino a lui, ed egli sorride e non desiste dalla santa opera sua. Gi guardiamo far cenno delle angeliche virtù di VINCENZO GIOBERTI; se ne adonterebbe senza dubbio la sua vereconda e sovrumana modestia: ci basti sol dire che egli e semplice di costumi com’è grande d’intelletto, e che la magnanimità del suo cuore pareggia pur troppo la grandezza del suo miracoloso ingegno. Le doti del cuore sono mirabilmente ed armonicamente contemperatein lui con quelle della mente; di che luminoso attestato e quella sua impareggiabil facondia, quella sua divina eloquenza che rampolla a dirittura da quel felice connubio, e porta la duplice impronta del forte pensiere e del convincimento profondo. Ogni sua parola èun lampo del suo genio creatore, e un palpito del suo magnanimo e forte, del suo generoso ed italiano cuore.
Non io vi esorto, o miei lettori, di perdonare il presente mio eloquio a lui sacro e devoto, comeché alla nostra terra non sia felicemente concesso di possederlo ed accoglierlo; vi dirò sì bene con la mente e col cuore: Contemplate ed inchinatevi riverenti innanzi alla sua effigie venerata! in quella fronte sta scolpita la sapienza del pensatore; in quelle labbra sta scritta l’ironia gentile, il brio vivace della sua parola; in quei lineamenti affabili e spiritosi stanno sensibilmente effigiati i palpiti di quel cuore che arde di amore per la Religione e per la Morale, per la Civiltà e per l’Italia. Egli è l’iniziatore oltre potente del moderno italico rinnovamento; egli èla forza iniziale e generatrice, da cui, come da forza primitiva, dee tutta ripetersi l’attuale felicità della nostra patria rigenerata; egli e il sacerdote intemerato, l’immortale scrittore, il filosofo di genio, l’eloquente pubblicista, l’apostolo della civiltà, il difensore dell’italica indipendenza, il LEGISLATORE DEL PENSIERO ITALIANO.
Mentre una santa letizia diffondeasi intanto per tutti i cuori, in questo nostro Reame. e nella Capitale sovra tutto, sì che l’espressione d’una general e. esultanza ratta espandeasi. di bocca in bocca e si propalava, ovunque, pe’ fortunati avvenimenti che ci avean fatta raggiugner la meta, anco al di là di quanto era dato sperare dai più liberali ed arditi esibenti; mentre raddoppiava di cure e di sforzi il Governo per fondare le sue basi migliori nella coltura delle menti popolari, ridia diffusione de’ forti studi, nell’amore di quelle severe lucubrazioni che rischiarangli studiosi sui loro veri diritti, sulo stato vero della cosa pubblica, sugl’interessi positivi del rigenerato paese, sui buoni ed utili mezzi di amministrarlo e immegliarlo; mentre godeaci l’animo oltremodo, al consolante pensiero di avere un Carlo Poerio a Direttore generale della Polizia, carica da lui accettata cori somma gioia di tutti i buoni, punto nonignorando che l’union sua col cav. Bozzelli e col Duca di Serracapriola non potea non esser feconda di prosperevoli effetti per questa nostra patria, ci duole pur troppo di dover annunziare come, per varie cagioni,quel savio Ministero si è inopinatamente e dell’intutto dimesso.
E non pochi tentativi di disordine, per buona sorte infruttuosi sempre, comunque per parecchi giorni rinnovati, son serviti d’incentivo e di sprone ad un sìsubitane ministerial mutamento. Vinta oramai la sacra causa della nazional libertà, prendeva questa tanto più favorevole aspetto per noi quanto meglio il Ministero profittar tentava del tempo, sia con lo sviluppare ed attuare gli elementi della novella forma di governo, sia con l’organizzare le nostre forze materiali e civili. Queste ultime sovra tutto appoggiandosi in gran parte sulle risorse economiche, e però sull’ordinata prosperità dello stato, esigeano non pochi sforzi né pochi intervalli di tempo per esser menate ad un più felice e maturo compimento. Parecchi indiscreti intanto e rei perturbatori dell’ordine pubblico, obliando che pel riordinamento delle cose rigorosamente si esige e tempo e sofferenza, e riflessione e studio; e che ciò ch’era per ¡’innanzi sfogo generoso ed utile di caldissimi spiriti, diveniva poscia imbarazzo e strepito inopportuno, strettisi in crocchio intratteneansi del continuo, ed in diversi punti della città, del lento procedere del Ministero, spiccavan frequenti deputazioni, stringean d’assedio Ministri, incalzavan con. reiterate istanze, profferivan minacce, spargean dapertutto voci di allarme, ingenera van ovunque diffidenze e sospetti, e, dell’intuito simili a’ quei riottosi e felli traditori della Patria, che mentre affettano di amar laLibertà, non la voglion però mai scompagnata dal disordine e dal popolare tumulto, osaron peranco d’andar gridando pubblicamente ABBASSO IL MINISTERO.
E queste scene vergognose si son pure ripetute fino alla noia. Nondimeno tutti coloro che han potuto assistere al Progresso del nostro movimento tranquillo, generoso e veramente incolpabile, eran fermamente persuasi che ad esse non prendea parte veruna il nostro buon popolo, il vero popolo, quel popolo che tiene più a cuore l’onor suo che la vita, ch’è tutto inteso e corrivo al miglior bene possibile della propria patria. E però gli sciagurati i quali compivan quegli atti d’indisciplina e di sovversione, non erano che una branca di perduta gente, o vili emissari del nostro comune nemico, od avanzo oscurissimo di qualche setta che vivea nelle tenebre, o cotal genia di ribelli ed anarchici spiriti insomma che per natura sperano lor pro dal disordine, appunto come certi schifosi insetti vivon naturalmente di brago e di fango immondo.
Inluogo adunque di attender il Governo a prevenire si gravissimi scandali e, come esigean le condizioni de’ tempi, energicamente reprimerli; in cambio di protestare contro a qualsiasi atto violento, onde un’infame genia tentava macchiar l’opinione di Ministri savissimi e comprometter a un tempo la pubblica salvezza; invece finalmente di punir la baldanza de’ veri nemici d’ogni libertà, sempre intenti a trar partito dell’ignoranza e della cieca fede per vomitare sulla civil comunanza il loro veleno, e così screditare profondamente le buone istituzioni che rendon felice un popolo intero, usò tolleranza e prudenza, e fè trionfare il partito ribaldo.
Arrogete a siffatti motivi la SICILIANA DISCORDIA, di cui dovrassi far tosto un ultimo cenno, e di cui la composizione è pur troppo avventata e malagevol’opra; e così avrete pienamente investigato la cagion vera d’una tanto inattesa e strana dimissione, dal latodel Ministero, di cui ci abbella fedelmente sporre la DICHIARAZIONE SOLENNE:
«Sire! Le gravi cure di Stato che V. M. degnava affidarci, esigeano sforzi, cui gli umani poteri non bastano, quando son chiamati a lottar simultaneamente col delirio delle passioni, con la vivacità dell’impazienza, e con le intemperanti sollecitazioni, che negl’istantanei rivolgimenti politici sviluppando vansi dapertutto. Ciò malgrado, inmezzo a commozioni sì tempestose, ed a lavori d’ogni genere, cui abbiamo dovuto consecrarci per non lasciar colpire da paralisi la macchina dello stato, V. M. sanzionava sui nostri Progetti, pria quella Costituzione che resterà sempre a monumento della vostra gloria e della grandezza del vostro animo; indi quella legge provvisoria elettorale che ci aprì l’adito alla pronta convocazione delle Camere legislative nel dì 1.°del vegnente mese di maggio: ed in servizio della Coronae della Patria, ormai divenute inseparabili ed identiche, noi avremmo continuato a reggere con ogni sacrificio in questa difficile situazione, ove le quistioni già insorte intorno alle deplorabili vicende de’ vostri reali domini di là dal Faro, non ci avesser presentato il resistente ostacolo, sul quale osiamo richiamare per poco la vostra sovrana attenzione.
«Tumultuavan quei popoli per impetrare dalla M. V. un format cangiamento negli ordini politici dello stato; ma rimanea in«comprensibile che non però cessassero i tumulti, quando V. M. concedea la Costituzione con sì magnanima sollecitudine; assi curando nell’articolo 87 della medesima, che oltre a quel che in essa vi era di comun vantaggio e di stabile garentia per le due parti del reame, altro avrebbe ancor fatto per provvedere ai bisogni ed alle speciali condizioni di quei vostri amatissimi sudditi. Si cercò d’indagar le cagioni d’un tal fenomeno, e per la mancanza di comunicazioni officiali e dirette, si profittò de’ buoni uffizi, onde un onorevol personaggio fe’ sperare di adoperarsi, come organo efficace a determinarne il senso, e così ristabilir ivi la calma e la prosperità civile.
«I desideri de’ cittadini erano svariati e moltiplici: noi ci rivolgemmo unanimi al cuor generoso della M. V. che si mostrò ancor più di noi sollecita in cercar modo di appagarli. Si consentì, che ne’ vostri reali domini di là dal Faro, a rannodamento e continuazione delle istituzioni parlamentari che ivi altra volta erano state in vigore, vi fosse un separato Parlamento, composto di due Camere, e coi medesimi identici poteri, stabiliti nella Costituzione per quello de’ vostri reali domini di qua dal Faro, affinché vegliar potesse più direttamente a tutte le parti dell’Amministrazione interna; che vi fosse altresì un separato Ministero ed un distinto Consiglio di Stato, composto tutto di cittadini siciliani; e che a cittadini siciliani sarebbero esclusivamente: conferiti gli impieghi civili, i benefici ecclesiastici edi gradi di regia elezione della Guardia Nazionale che vi s¡ sarebbe immediatamente organizzata che all’incarico di Luogotenente V. M. non avrebbe delegato, che o un Principe della Real Famiglia, o un cittadino siciliano, benché da prima ci fosse sembrata odiosa ed inconveniente onesta limitazione della prerogativa reale nella scelta de’ suoi Rappresentanti; che secondo si era praticato per lo innanzi, gli impieghi diplomatici e i gradi nell’esercito di terra e nell’armata di mare si sarebbero conferiti a cittadini siciliani promiscuamente coi cittadini napoletani.
«Era inevitabile che intanto si ragionasse, in qual modo si sarebbero decise le quistioni di comune interesse alle due parti del regno, come son quelle che a ragion di esempio si riferiscono alla Lista civile, alle relazioni diplomatiche, al contingente dell’esercito di terra e dell’armata di mare, ai trattati di alleanza d’ogni specie a quelli di commercio e lor corrispondenti, tariffe. Si pensò da prima, che delle Commessioni, tratte dai due separati Parlamenti, e riunite in un Parlamento misto in compendio, vi avrebbero provveduto; ma forzando le proporzioni sotto il prestigio di pompose parole, rivolea che queste si componessero di un ugual numero di Siciliani e di Napoletani: al che fu risposto, non aver noi poteri per darvi consenso, ignorando quel che avesse potuto giudicarne questa parte del regno per organo della sua legai Rappresentanza, affinché non restasse offeso il principio, diplomaticamente riconosciuto, dell’unità del reame. Fra gli altri spedienti fu scelto e suggerito quello di rimetter questa special qui elione al giudizio degli stessi due separati Parlamenti, i quali si sarebber posti di accordo fra loro per trovar modo a risolverla: e noi per amor di concordia non vi ci opponemmo, benché convinti che ciò avrebbe protratte, ma non risolute le gare, le quali probabilmente si sarebber più tardi rianimate con maggior violenza.
«Rimaneva un’ultima quistione, ma la più vitale: èscritto nella Costituzione che al Re solo appartiene, come indispensabil prerogativa, il comandar tutte le forze di terra e di mare, e il disporne a suo giudizio per sostenere l’integrità del Reame contraogni attentato di nemico esterno. Intanto si vuole interdetto al Re di tener altro che truppe siciliane in Sicilia; interdetto che possa inviarvi mai truppe napoletane, le quali con odioso ed improvvido consiglio vengon così assimilate ad ogni altra specie di straniera truppa. Noi vediamo in questa pretenzione un inconveniente di ben altro più grave genere, il quale disordina in sul suo nascere quella general tendenza degli spiriti a’ ricomporre in guisa le varie parti della gran famiglia italiana, da prestarsi a vicenda fra loro un possente, generoso ed amorevol sostegno. Poiché non potendo somministrar la Sicilia se non un picciol contingente di forza pubblica, proporzionato; all’attualsua popolazione di circa due milioni di abitanti, nulla di più facile ad un ambizioso nemico, quanto invaderla, organizzarvisi, ed indi proromper sul vicino continente, e portar la conflagrazione, non solo nel resto del reame, ma in tutta la nostra cara e bella Italia, di cui la Sicilia, è sovra tutto Messina, sostenuta da valido braccio è riguardata come integrale al continente, è la propria e natural cittadella; senza che il Re fosse libero di opporvi alcuna efficace resistenza, pel preesistente divieto di mandare in quell’isola soccorso di truppe napoletane; o, in altri termini senza che possa mai attendere al sublime incarico di mantener sempre inviolata la integrità del territorio.
«Sire, la nostra coscienza si solleva innanzi a questo concepimento; né, aderendo alla pretensione, possiam noi lasciar gravitare sul nostro capo una sì tremenda responsabilità. Essendoci d’altro canto impossibile di escogitar nuovi mezzi a risolvere una quistione di tanto importanza chepuò gravemente comprometter la pace tla sicurezza e lo stato di legalprogresso, in cui oggi si trovano tutte le parti dell’Italia, noi le domandiamo in complesso la grazia di poterei ritirar tutti dalle cure dello Stato. Un altro Ministero potrà suggerirle forse modi più acconci ad armonizzar fra loro interessi e desideri sì diametralmente opposti, e gravissimi d’inevitabili pericoli. Voglia dunque la M. V. degnarsi di accordarci, con la giustizia e la benevolenza che le èpropria, la dimissione che osiamo chiederle per quest’unico obbietto. Liberi cittadini, noi saremo sudditi obbedienti e fedelissimi nel ritorno alla nostra vita privata; e con l’intimo sentimento di non aver nulla trascurato per adempiere in sì breve intervallo a tutti i nostri doveri di sudditi e di cittadini, torremo a gloria di andar sempre testimoniando quella franca lealtà, onde la M. V. si mostra sollecita consolidare nuovi ordini politici, che ha ben voluto stabilire in questo reame.»
Una sì solenne dichiarazione venne tosto presentata a S. M. la quale prendendo in considerazione le gravi ragioni in essa sposte dal Ministero, èdivenuta ad accettarne la dimissione già inchiesta. Nulla però di meno, perché il corso de’ rilevanti affari dello stato non venga in nulla guisa interrotto, ha disposto il Sovrano che gli attuali Ministri seguisser ad occuparsene sino alla formazione del nodello Ministero.
In questa, il sig. direttore del Ministero dell’Interno Carlo Poerio ed il sig. Prefetto di Polizia Giacomo Tofano han presentato far anche la loro dimissione al Re, che, nell’accettarla, ha voluto che l’uno e l’altro continuasser nell’esercizio della lor carica, sin a tanto che non verranno surrogati da altri individui, nel disimpegno d’una carica sì dilicata e gelosa.
Ogni onesto e savio cittadino intanto fu gravemente colpito, all’annunzio della general dimissione del Ministero, comunque la dichiarazione che accompagnava quell’atto fosse stato sì dignitoso ed italiano ad un tempo. Se al paese non si fosse fatto un profondo mistero della condizion vera delle cose, i buoni e gli addottrinati avrebber fatto plauso; frenali sarebbersi gl’impazienti e indiscreti; i volubili e i tristi, sconsigliatamente corrivi a cittadina discordia, elevata non avrebbero la voce del tumulto e della vulgar sedizione. Gli onesti e dabbene avean pur troppo ed hanno gran fede tuttavia nel sincerissimo spirito che informava quel Ministero a comun nostro vantaggio. Solo per dar calma alla pubblica opinione, lo spronavan talvolta a rompere un sì profondo silenzio; e pia d’uno, in effetto, del partito stesso de’ MODERATI unì la sua voce a quella de’ veri amici del bene, biasimando sempre le grida intemperanti, gl’indecorosi clamori, le dimostrazioni allarmanti e tumultuose.
Vedendo adunque i veri promotori del pubblico bene il gabinetto quasi in atto di abbandonare il timone dello Stato; osservando che quello spirito di libertà e di saggezza o rallentavasi, o si andava dell’intatto spegnendo; esponendo tutti un convincimento libero e franco, non videro in quella risoluzione che una grave sventura. Non mezzanamente intendessi allora che le fatali quistioni. insorte eran di difficile e malagevol soluzione; non ignoravasì pur anche fra quali angustie avea dovuto penare l’assai travagliato Ministero; ma era ognuno convinto, od almeno appariva di esserlo, che largheggiando sovra tutti i desideri di’ quei, nostri siciliani fratelli, e lasciando poscia alla rappresentanza nazionale la definitiva soluzione d’ogni problema, si sarebbe a un pari salvata la responsabilità e la causa comune, ed evitata la continuazione della guerra fraterna.
E dovea veramente ogni coscienziosa ripugnanza ceder il posto all’amor caldo di Patria, al sacro ed imperscrittibil diritto dell’Italiana famiglia, il cui trionfo non era e non sarà mai sempre riposto che nella concordia ed unione de’ collettivi suoi membri. Lo spirito animatore del Ministero era suprema guarentigia e validissimo scudo pel nostro paese. Molto sperammo da lui, e molto ci diede col fatto, saggiamente dettando la Costituzione e la Legge elettorale, dueessi, dianzi fatto cenno. E molto attendeasi d’avvantaggio, quando ci si celava nella modestia della vita privata; e chiedeva dimissione e ritiro, mentre il paese trovavasi ancora in preda ad angosciose incertezze inseparabili sempre da un subitano risorgimento; mentre provvedimenti su la Guardia Nazionale eran ansiosamente proclamati ed attesi; mentre l’esercito avea mestieri di chi ne ritemprasse l’ardimento e ne ravvivasse la fermezza; mentre ondeggiavan le province tra mille dubbiezze ed invocaran uomini di valore e di fede che, pari a’ già eletti, sapesser reggerle ed ordinarle; mentre l’Italia tutta, da ultimo, palpitava al soffio benefico della novella vita costituzionale, e facea voti che i Principi fermassero in più solenne e nobil guisa l’alleanza morale de’ popoli!
Infra tanti bisogni e tante speranze ondeggiando incerta la cara patria nostra, non pur sublime ma sacra risguardar doveasi la missione del primo Ministero Costituzionale. Se i pochi che nulla intendono, perché guasti e corrotti di cuore e di mente, mormoravancagnescamente, fremendo d’ira e dispetto; i molti, per lo avverso, assai addottrinati nelle politiche cose, eran con lui e per lui, perché nel suo spirito assai chiare scorgeano le emanazioni della libertà e dell’attaccamento alla patria, la memoria sacra del giorno del riscatto e della comune esultanza.
E più d’una voce udivasi intanto, più d’una lamentanza cittadina che accagionava d’inopportuna e precipitata quella dimissionedel Ministero. — Ed ei s’invola al glorioso arringo, si andava dapertutto gridando; lascia al meglio la bella impresa della salute d’un popolo, il gran:mandato avuto dal secolo e dalla nazione ei rinunzia formalmente alla più splendida, delle palme, alla palma cittadina ed italiana! — Diciamolo pur francamente: la dimissione del Ministero fugrave sventura per noi. Chi mai dei cittadini avrebbe osato condannare le sue intenzioni? E fosse pur ciò avvenuto! La Nazione l’avrebbe pur troppo sostenuto e difeso; avrebbe fatta sua propria la causa di Ministri si savi ed illuminati. Ci ha forse al mondo un suffragio che sorpassi in efficacia ed in eccellenza quello d’un’intera Nazione in complesso?
E mentre, in effetto, non vi era chi volesse accettare il novello incarico, dopo la dichiarazione di coloro ch’eransi dimessi; mentre provavasi ripugnanza somma d’assumer la responsabilità ch’altri deponea, e d’intender alla direzione d’una nave ch’erasi da costoro abbandonata; mentre convengasi che. nelle presenti circostanze un novello Ministero fosse impossibile, ovvero aveasi fede che, scorte più da vicino le cose, desistesse tosto da sì magnanima e nobile impresa; il più bel fior de’ cittadini non iscuoravasi punto; si andavan anzi inanimendo l’un l’altro, e mutuamente esortavansi a darsi conforto, a non uscir di speranza. Inchiese quindi la pubblica opinione che coloro cui ella fe plauso tenessersi fermi o costanti nel campo: e l’ottennero, provvisoriamentealmeno. Ora possiam dire di sostenere in qualche guisa, e con più felice successo, i nostri diritti, i diritti sacri ed inviolabili della libertà, della patria, della sicurezza cittadina. Proteggerà l’Eterno la LIBERTA’ e la PATRIA, la COSTITUZIONE e l’ITALIA. —
Grave ed interessante questione agitansi intanto nel seno della Francia; e propriamente nelle due Camere di Parigi, in ordine alla sacra causa italiana. Due Deputati di gran valore, e rispettabili entrambi pel talento eminentemente politica contrastavansi aquei tempi la palma, il sig. Guizot ed il sig. Lamartine, sostenendo il primo il partito del dispotismo e dell’oppressione della tirannide e dell’assolutismo; perorando il secondo a favor dell’indipendenza e dei risorgimento d’Italia, dell’inviolabilità dei trattati e del moderato liberalismo.
E mentre Guizot fulminava con la parola i radicali in Italia; sosteneva Lamartinei diritti dì essa e di Pio Nono, affermando altamente che, per laconoscenza personale che una coabitazione di dodici anni gli avea dato, per la cognizione che avea del carattere, del genio del liberalismo italiana, la parola radicalismo aver non potea significato veruno nel nostro italo idioma; ch’era un’ingiuria formate, non pure capita al di qua delle Alpi; che il movimento liberale non era mica l’effetto d’un sentimento perturbatore e radicale, agitatore e rivoluzionario, come voleasi far credere al mondo politico dal sig. Guizot, affine d’autorizzare la sua connivenza o la sua inerzia fatale; un movimento sì bene dello spirito umano e dell’indipendenza de’ popoli, movimento che cova da parecchi secoli nel cuor dell’Italia, che dal tempo della rivoluzione francese è stato via più accelerato e promosso, e che ha sollevato tre volte, ma sempre ne’ limiti della fedeltade a’ prìncipi, i paesi ne’ quali scoppiava la volontà delle istituzioni liberali. E convalidava intanto il valente e. tribunizio oratore la sua asserzione col rapportare i venerandi nomi di tutti i capi del movimento, i primi del clero o della sua aristocrazia, i promotori gloriosi ed immortali della rigenerazione intellettuale morale e politica dell’Italia intera.
Citava egli sovra tutti il primo predicatore italiano, il famigerato P. Ventura, il capo dell’Ordine de’ Teatini, l’amico prediletto di Pio Nono, e risguardar facealo come il propagator moderato, ma coraggioso e fermo, del liberalismo in Italia e dell’indipendenza de’ popoli, non per via di moti rivoluzionari che oltrepassasser i confini dell’onesto e dell’utile, ma d’istituzioni ragionevoli e gravi, che lo stesso Pio Nono adattava a’ suoi principi di riforma, e. innanzi all’esecuzione delle quali gli era stato mestieri rincular disperatamente e con sommo dolore.
«Sconfortato il Papa indirizza Lamartine per punta il suo parlare al caldo difensore dell’assolutismo, dal tenore de’ vostri dispacci, dalle frequenti conversazioni avute col vostro abile ambasciatore a Roma, si diresse, in uno de’ suoi colloqui, al suo confidente ed amico il P. Ventura, dicendogli: Ebbene! vedete voi a qual misero stato ed a quai tristissimi tempi siam noi ridotti! i nostri pensieri abortiscono, i nostri principi vengon contrastati e abbattuti! La Francia ci abbandona; noi siam obbligati ad esitare o a rinculare. — E l’amico della verità e del moderato liberalismo a lui: E’ vero; ma consolatevi e sperate: voi avete un migliore e più saldo sostegno che non èmica gabinetto francese; avete con voi il MODERATORE SUPREMOdell’Universo, il genio dei popoli, l’indipendenza della vostra cara patria».
Una confidenza siffatta ha tutto il carattere officiale d’una nota diplomatica, presenta almeno un carattere di convinzione e di fede profonda, suscettibile pur troppo di commuovere e di persuadere. Né punto dissimile è la convinzione e la fede di parecchi principi italiani favorevolmente disposti ad accordare a’ loro popoli, non solo migliori reggimenti amministrativi e civili ma tutte le guarentigie altresì di perpetuità d’un reggimento siffatto. Son tali eziandio i sentimenti del Diplomatico della Corte di Roma, che onorana un tempo il principe e il Suddito fedele nell’uomo veramente liberale, ma che non disgiungon questo liberalismo dal pensièro conservatore che gli è fitto radicalmente nell’anima, quello, cioè, di far adottare le novelle idee dall’antico potere, e non solo farle adottare, ma tutelare peranco: e questo precisamente ciò che politica moderatasi appella, ovvero politica costituzionale e libera.
Ed ecco intanto il brano d’una lettera, che un Rappresentante della Francia in Toscana indirizzava al sig. Lamartine, e che questi pronunziava ad alta Voce dalla ’Tribuna: «Non potremmo mai lodarci abbastanza del granduca di Toscana; non mai principe alcuno fu di sì gran buona fede, e nello spiritò, e nel Sacro interesse della patria. Qui non trattasi, come si crede, d’una rivoluzione fattizia, fomentata da una sola classe in Italia; tutto il paese, credetemi, senza eccezione, tutto il popolo ne fa parte. Sapete pur troppo che in tutta la mia vita non ho predicato che la moderazione; ma questa volta nondimeno fa di mestieri che tutta la Francia parli delle sue simpatie per noi, poiché il momento è decisivo ed imperioso oltre modo.»
Ecco il linguaggio istintivo della verità, ed ecco i sentimenti legali di quei pretesi RIVOLUZIONARI, di quei supposti RADICALI, come eran addimandati dal partito assolutista, di cui voleasi far mettere paura all’Europa, all’Italia, alla nostra nazione pur anche: non eran costoro, e non sono tuttavia che uomini devoti agl’interessi della nostra comun patria, i primi proprietari e capi dell’italiana famiglia, uomini investiti delle dignità pubbliche, nelle corti o ne consigli dei principi, ch’ei spingon alla testa del gran movimento rigeneratore.
Ecco gli uomini che venian appellati radicali! Il conte Borromeo infra questi, dopo aver coscienziosamente reclamato contro l’inumano e barbaro macello delle vie di Milano e di Pavia, quell’esimio ed illustre personaggio, gran dignitario del Regno Lombardo-veneto, si toglie le sue decorazioni, e risponde al governatore che gl’inchiede perché si spoglia delle sue insegne: «Sig. governatore, il mio toson d’oro è troppo tinto del sangue de’ compatrioti; e però portarlo non posso d’avvantaggio. Se le cose continuano a questo modo, vi domando per me e per la mia famiglia intera la nostra legale emigrazione dagli stati austriaci.»
Il conte Borromeo intanto è l’ultimo dei nipoti di S. Carlo Borromeo, e possiede mezzo milione di lire di rendita intorno a Milano. Ecco quali erano i radicali ed i rivoltosi del sig. Guizot, del malintenzionato ministro degli affari stranieri! Uomini son questidignitosamente fedeli alla nostra cara patria, i primi dignitari del loro paese, che sanno esser pure i caldi difensori degli interessi de’ loto principi e dei loro diletti concittadini.
Non cessava intanto quel sommooratore di sempre più dimostrato la permanenza d’un sacro diritto alla causa della nazionalità italiana; di provare, che il diritto della nazionalità non perisce in un popolo che con l’ultimo cuore; che quando quest’ultimo cuore in cui palpitala nazionalità avrà cessato di battere, allora soltanto annientar potrassi la santa ed ingenita idea d’un sì radicale diritto; che solamente allora le nazionalità cader potranno in polvere, ed incorporarsene i frammenti in nazionalità novelle e più vive e più forti.
Havvi di taluni sintomi non però di meno, a’ cui la coscienza del genere umano s’accorge pur troppo se una nazionalità e realmente spenta, se non batte più il polso, se i membri son freddi, se più non havvi palpitazione né aspirazione nel petto d’un popolo, se nel seppellirlo non si corre pericolo di sotterrar anco con lui la vita e la nazionalità d’una grande stirpe. Il suolo integralmente occupato da un’intera stirpe, e che non ha prestato che una frazione soltanto del suo territorio al piede de’ suoi oppressori iniqui od ingiusti invasori; la stirpe che non è stata punto alterata mescolandosi con le razze usurpatici della conquista, e ch’essi conservata pura ed intatta nella sua forza, e nel valor suo, nella sua candidezza e vigoria; la lingua finalmente, 1!espressione fedele del pene siero, l’immagino espressiva dell’unanimità, d’intelligenza ne’ popoli, la lingua, ch’è una specie d’affinità o di parentela fra gli spiriti, umani, non mai interrotta o variata infra i vari membri della nazionale famiglia, disseminata e sparsa sul medesimo suolo; quando tutti questi sintomi esiston realmente in Italia, prestar mica non deesi veruna credenza alla diplomazia ed alla falsa politica, ai protocolli ed all’assurdo pensiero degli oppressori crudeli.
E’solo bastevole, lo effetto aver occhio intelligente e penetrante, aver cuore simpatico e generoso, aver avvicinato e studiato gli spiriti italiani, per sentir la vita sotto la morte apparente, per sentir quell’eterna protesta di nazionalità ch’è l’ultima arma d’un popolo, e che sopravvive peranco allorché si trova oppresso ed inerme, come l’arma di Dio e della natura che a niun de’ mortali e dato d’infrangere nelle sue mani.
Ed in niun luogo della terra una sì alta protesta e così chiara ed evidente come in Italia; in niuna parte ha ella diritti più sacri alla simpatia de’ popoli forti; non havvi stirpe umana che abbia dato al suolo che abita, una consacrazione più sublime di quella che l’italiana famiglia na data, nel corso di tanti secoli di gloria e di eroismo, di libertà e di virtù, a onesto paolo geografico del nostro globo. E quel diplomatico francese nondimeno che avea da sì lungo tempo tenuto infra le mani il peso dell’equilibrio del mondo, che avea dovuto riflettere sì profondamente sull’influenza di 26 milioni di uomini stabiliti a questa estremità dell’Europa, senza alcuna possibilità di conflitto con la Francia, con tutte le realità di simpatia o d’affinità mutua con quella nazione, non mai pensar seppe al destino fatale che fabbricava al suo paese, alla possanza che veniva a negargli respingendo nell’oppressione e nello sconforto, nell’obbrobrio e nella morte l’itala schiatta, la cui simpatia valeva alla Francia quanto, gli eserciti ed i trattati: perocché se i trattati non son garantiti e segnati che dalla mano degli uomini, le mutue simpatie tra popoli fatti per amarsi e proteggersi, per sostenersi a vicenda ed aspirar insieme all’incivilimento, alla libertà, all’indipendenza, non son mica trattati d’un giorno, e sottoscritti poscia da diplomatici guasti e corrotti; sono trattati sì bene, preparati dal provvidenziale intervento dell’Eterno, altamente contrassegnali dalla stessa natura, ed aventi per seguenza la lunga durata de’ secoli: e però quando siffatte nazionalità vengono a risorger nel mondo, offron allo sguardo di chiunque, non già quelle miserabili eventualità di turbolenze che fingean soltanto, vedere i politici falsi e bugiardi, ma quelle eventualità di forza e di coraggio, di possanza e di sostegno, che ha spiegato a questi tempi l’Italia contra la nordica invasione che minaccia strage e rovina.
Il sig. Guizot intanto, lasciando da banda, ogni quistione puramente politica, ad esaminar lassi l’interesse della politica religiosa, facendo distinzione tra questa e la Religione, e sostenendo che la Francia non ha religione di stato propriamente detta. Ei stabilisce quindi qual debba essere l’interesse della politica religiosa della Francia in Italia, cioè la riconciliazione della Chiesa Cattolica con le idee moderne. Questo altissimo scopo è stato felicemente raggiunto mercé gli sforzi generosi e magnanimi dell’immortale Pio Nono, che ha consecrato con la sua condotta quel ch’era conforme alla giustizia ed alla convenienza de’ tempi, alla morale ed al bene della Cattolica Fede.
Ecco il più grande atto sociale e religioso dell’epoca presente. Ma a quali condizioni pretendea l’infinto oratore e diplomatico francese, che riuscir dovesse il Pontefice nella sublime impresa sì felicemente tentata e promossa? A condizione che non gli si domandi ciò ch’ei, non può, e non dee fare come Papa. Voi potete inchieder al papato, diceva egli, di riconciliarsi con le idee moderne;, ma non potete pretender da lui di sacrificar se medesimo; che anzi, pel meglio dell’opra stessa che sta di presente compiendo, convien ch’ei conservi tutta quanta a sua grandezza, tutto intero il suo prestigio.
Or bene, proseguiva costui; il Santo Padre e oggi sottoposto all’azione di due forze esterne. Vuol farsi di lui un cieco strumento di guerra e di espellimento contro l’Austria; ed in pari tempo pretendesi eh egli, nel progettato riordinamento delle società italiane, divenga lo strumento radicale di novelli statuti, che non convengon menomamente all’italiana famiglia; cercasi in somma da lui che provochi un ordinamento quasi repubblicano di tutti gli Stati della penisola.
In questa, venendo interrotto, e fattogli sentire apertamente, che null’altra cosa si domandava in Italia che una COSTITUZIONE, ei tosto soggiugne, che havvi veramente un tal grado di confusione in certe idee ed in taluni termini, ch’è impossibil cosa l’apportarvi distinzione veruna. Più non trattasi oggidì, proseguiva costui, di MODERATE COSTITUZIONI; scorrerà prima il periodo di trent’anni, e parlerassene poscia; pel momento è assurdo il farne motto peranco. Si pretende intanto dal Papa ciò ch’è impossibile a conseguirsi; ei non può né dee voler altro che la causa della pubblica pace, delle riforme pacifiche. Il capo del ministero apostolico, che da tanti secoli rappresenta nel mondo le idee di conservazione e di pace, di ordine e di perpetuità, non può mica diventarlo strumento delle idee di disordine e di perturbamento sociale, di sovvertimento e di anarchia.
Ecco ciò che il tribunizio oratore appellare sforzavasi la POLITICA RELIGIOSA della Francia e dell’Italia. E mentr’ei raddoppiava di sforzi per sostenere l’assurdità de’ suoi principi, del suo meschinissimo assunto; il suo Partito contrario protestava fermamente per indipendenza degli Stati Italiani, raccomandando a un pari la moderazione o la politica del MEZZO PROPORZIONALE E GIUSTO; poiché sol ella, in effetto, ha cooperato a preparare la soluzione della quistione italica, senza punto turbar l’ordine e la tranquillità pubblica, senza offender la libertade e i diritti de’ cittadini, senza minacciar la pace e la sicurezza interna od esterna degli stati.
E però, mentre la Francia liberale volgeva un pensiero d’affinità, un sentimento ammirabile di simpatia verso il nostro bel paese, il sig. Lamartine ne difendeva instancabilmente la causa, e non solo con uno splendido linguaggio, ma con un senso profondo ed eminentemente politico, con una convinzion piena e giustissima, con una gran moderazione e sotto l’influenza d’un’ispirazion generosa. Abbiam quindi ragione d’applaudir tanto più altamente alle sue parole, in quanto che ci sembra rispondere a’ veri sentimenti della nostra comun patria, ai nostri più grandi interessi, alle nostre tendenze più nobili e giuste.
Nulla però di meno non rifiniva punto l’oscurantista diplomatico d’inculcar alla nostra Italia il rispetto assoluto allo stato attuale di cose, assurdamente sostenendo esser questa la vera politica conservatrice d’ogni ordine sociale. Da per tutto ei subordinava i consigli dimiglioramenti e di riforme, in ordine ai principi italiani, alla convenienza ed alla buona volontà dell’Austria. Il beneplacito del sig. di Metternich, agli occhi di quel ministro degli affari stranieri, era la misura dell’indipendenza e della libertà cui poteva aspirare l’Italia. E però, assicurato anticipatamente della tolleranza austriaca per alcuni. miglioramenti puramente amministrativi, il cui effetto poteva esser quello di assopir novellamente l’Italia e dissipar i suoi SOGNI DI LIBERTÀ’ POLITICA, appellava il sig. Guizot rivoltosi gli uomini più eminenti della nostra cara patria, che ardentemente agognavano al governo costituzionale; raddoppiala di sforzi per combatterli, e, d’accordo con l’aulico suo protettore e maestro, comprimer osava a tutt’uomo lo slancio generoso degl’Italiani verso un migliore avvenire.
Più egli intanto si affaticava con la sua aggiratrice politica da sommelier l’Italia al terrore tedesco, e più questa classica terra di prodi aspirava all’indipendenza; più si sforzava di stringer i ceppi ai popoli italiani, e più questi cercavano di far un passo al di la delle catene stese loro d’intorno nel 1815dalla SANTA ALLEANZA; più egli dichiarava che i trattati di quell’epoca, pur troppo famosa nelle nostre istorie, eran la vera garentigia del liberalismo in Europa, e più gli si dimostrava per lo avverso che ascondeasi una solenne menzogna nelle parole una perfidia e un tradimento negli atti.
Mentre difendea Lamartine valorosamente la sacra causa italiana, e vantava Guizot con entusiasmo la dominazione de’ moderatori superbi della Lombardia; mentre veniangli da ogni parte opposte le scene atroci e crudeli dell’invilita Milano, ed ei faceva le viste di non volerne intendere pur nulla; mentre nel calore dell’arringo e nella foga della tribunizia eloquenza, difendea l’uno i diritti dell’umanità oppressa e languente, e conculcavali l’altro con uno sfoggio oratorio, con un lusso di parole ampollose, con false teoriche di moderata politica, e più, con un’audacia sì smodata e sì tracotante da incitar gli animi a ribellione e tumulto, ad indignazione e ad ira fremente; un inconcepibil fermento regnava in Parigi, un ammutinamento irrefrenabile ed universale, che propagavasi in tutti i punti, e che parea furiero tristissimo d’imminente esplosione politica, d’una pronta e subitana rivoluzione.
Non si parlava, in effetto, da pertutto che d’un BANCHETTO da tenersi in ordine alla Riforma Elettorale e Parlamentaria, alfine di far protesta solenne contro un governo vigliacco ed anticostituzionale che da lungo tempo insultava il paese e le libertà conquistate. Più d’uno de’ nostri campioni italiani, colà residenti, eran invitati a far parte della solennità riparatrice de’ concedenti diritti nazionali; più d’uno de’ nostri prodi rigeneratori veniva appellato all’altissimo onore di rappresentare l’Italia, la nobile iniziatrice di energiche e pacifiche manifestazioni della pubblica opinione.
Il governo intanto non protestava che con la violenza e con la forza; annunciavasi nella stessa guisa la polizia con un proclama indiritto agli abitanti della Capitale; da tutte le strade di ferro, per ordinanza del re, piombavan a Parigi novelle truppe; già ottanta mila uomini della forza brutale eran apparecchiati alla carneficina e alla strage de’ pacifici cittadini; il ministero sanguinario e cieco non minacciava che fiero dispotismo ed effusione di sangue; stabilivano i membri dell’opposizione di porre i ministri in istato d’accusa; ammutinavasi il popolo e partiasi qua e là in attruppamenti ed in crocchi; da per tutto minaccioso silenzio; le fabbriche e le botteghe general mente chiuse; gli operai adirati e frementi; le truppe ed i municipali a cavallo caracollanti ovunque; molte vie abbarrate o precluse e gli aiutanti di campi portatori d’infausti annunzi e traversanti a fatica la spessa onda del popolo stivatamente adunato; grida furenti udiansi per ogni dove di — Viva la patria! Viva la libertà! Abbasso l’infame governo! le coscienze eran tutte in bilico, sospesi e dubbi i pensieri, fluttuanti ed incerte le menti; grande e ferale l’apparato delle baionette, che non ispaventava punto il popolo coraggioso ed intrepido di Parigi; la preoccupazione del morire non comprendeva né attristava l’anima d’alcuno; il grave problema era già sul punto di sciogliersi; pendea finalmente la vittoria pel lato degli uomini liberi, poich’era l’Eterno con loro.
Tutto a un tratto uno stuolo immenso di truppa di linea e di Cavalleria sbucò da tutti i canti ed occupò peculiarmente ì dintorni della Camera de’ Deputati; tentossi forzarne i Cancelli dalla parte del popolo, e ne venne respinto col cader di poche vittime; per tutte le strade udiasi forte il grido di: All’armi! Viva la Riforma! Abbasso Guizot! Tutto era ingombro d’artiglieria e di artiglieri co’ cannoni appostati; le vicinanze della Camera de’ Deputati scrupolosamente custodite; l’agitazione assumeva un carattere terribile ne’ dintorni del Palazzo Borbone, ove i cittadini venian maltrattati dalla baldanzosa militar forza; s’invase dal popolo libero la bottega dell’armaiuolo del re, e ne venner tratte fuori le armi; si fecer molte cariche sui liberali, e venner seguite da poderosa reazione; la Guardia Nazionale chiamata al Governo recossi sotto le armi in piccioli drappelli; impegnossi un combattimento tra la truppa ed il popolo; molte morti e gravi ferite dall’un canto e dall’altro; un vessillo rosso venne inalberato dal popolo; parecchie altre barricate incominciaronsi e furon demolite a vicenda; preparativi molti e ratti dal lato degl’insorti; interminabili fucilate da ambe le parti, e forzata a rinculare la guardia municipale a cavallo, che inferocita conduceasi con estrema barbarie e con brutalità troppa.
Notevole e singolar avvenimento! Nell’istante che una compagnia di guardia municipale era per scagliarsi sul popolo, la Guardia Nazionale impedì valorosamente che si facesse a sgozzare quei liberi cittadini; gli ufficiali de’ dragoni le intimarono di sgombrare il passo, e rifiutossi dirigendosi verso il baluardo; cinquanta mila uomini della guarnigione e de’ contorni piegaron provvidenzialmente dalla parte de’ liberali; poche truppe restaron per agire, e parecchi reggimenti eran già stanchi ed abbattuti; il consiglio de’ Ministri e molti altri dignitari eran in permanenza presso il re; forti pattuglie percorrenti i quartieri della città, venian accolte con le grida di viva la linea! viva i cacciatori! viva i dragoni! viva i corazzieri! viva la riforma! Giù Guizot, giù il Ministero, alle quali parea che i soldati non restasser freddi ed insensati.
In questa, venne assicurata la Guardia Nazionale, che il Ministero avea già deposta la sua dimissione nelle mani nel re. Il movimento sembrò allora prender un carattere significantissimo per l’attitudine di tutta la popolazione la quale cantava inni patriottici. Da pertutto l’esercito affratellavasi col popolo, e pareva animato dalle medesime disposizioni. La Guardia Nazionale e le deputazioni delle legioni, accompagnate da molti notevoli cittadini, da parecchi alunni della scuola politennica e da gran folla di popolo, con un grido di unione sclamavan forte: VIVA LA RIFORMA!GIÙ GUIZOT.
Propone il re di formarsi un novello Ministero, a condizione che l’attuale continuasse a mantener l’ordine ed a far rispettare le leggi. Il palazzo del sig. Guizot vien circondato repente di birri e di soldati. Un gran numero di pari intanto ed il Presidente, radunati nella Camera, ricevon annunzio, che la duchessa d’Orléans, reggente, ed il re stanno per recarvisi immantinente. Le tribune sono inondate da spettatori e da guardie nazionali. All’ora di mezzodì, in effetto, 2 febbraio, il re partì dalle Tuilleries lasciando fra le mani della duchessa d’Orléans l’atto fatale della sua abdicazione in favore del suo nipote. Procedeva a piedi la duchessa col Conte di Parigi e il duca di Chartres suo secondogenito, scortati da uffiziali d’ordinanza, da semplici guardie nazionali e da deputati dell’opposizione. Entrata nella sala, si assise sopra un gran seggiolone preparatovi attesamente a’ piedi della tribuna. Annunziossi alla Camera che il re Luigi Filippo aveva abdicato, e che legava il suo potere al Conte di Parigi suo nipote, ed alla duchessa d’Orléans, madre di questo, in qualità di reggente. Grandi acclamazioni di viva Luigi Filippo II, viva la reggente! Grida diverse da un altro lato: è troppo tardi; questa e una vera commedia. Si chiede intanto lo stabilimento d’un Governo provvisorio; ma in questo momento, alcuni liberali a piantar fansi i loro vessilli tricolori su La tribuna. Tutto l’emiciclo s’empie repente di uomini in camiciotto armati di spade, di pistole, di fucili e d’ogni altra generazione d’armi. Entra il popolo nelle Tuilleries, e vien devastato il palazzo. Salvansi a prodigio Luigi Filippo e la sua famiglia. Più non si parla d’alcuna forma di governo. Allontanasi il re dalla città, e si rifugia nel forte di Vincennes. Il popolo armato lo insegue e, circondando quel forte, tenta di entrarvi. Il Duca di Monpensier fa intimare di sgombrarsi, e cerca di far eseguire alcune scariche a mitraglia. Quest’alto aumenta via più la rabbia del popolo. Ricusan le truppe di far resistenza e lascian salire la moltitudine su le mura e sfondare le porte. Dassi alla fuga il Duca adirato; rimane come prigioniero Luigi Filippo; e vengon tradotti in giudizio i già decaduti Ministri.
La notte del 2 fu quasi decisivo ed assai sanguinoso il combattimento. Non corrisposer le truppe all’aspettazione del Governo. I legittimisti fecer causa comune co’ repubblicani. 8’inchiese che venisser inserite nel processo verbale le acclamazioni che avean accolto ed accompagnalo il Conte di Parigi e la Reggente. Su la domanda di Lamartine, annunziò il Presidente esser sospesa la seduta finché non fossersi ritirati la duchessa d’Orléans ed il novello re. Venne immantinente avvertita a sgombrar via di quel. luogo. La Principessa rifiutossi e rimase ferma al suo posto. Crescea sempre più il rumore, ed il Presidente intanto sollecitò forte le persone, estranee alla Camera, ad uscirne tostamente.
In questo, la Duchessa, preceduta dal Duca di Nemours eseguita da suoi figliuoli, via si dilegua. Dei Deputati, chi prorompe in grida d(v)acclamazioni, chi resta impassibile e freddo. Il numero delle guardie nazionali e de’ cittadini valorosi ognora più aumenta e s’ingrossa. Proponsi novellamente un governo provvisorio, in mezzo agli appiatti delle tribune, ed una convocazione. od assemblea nazionale. Un grosso numero intanto di persone armate, di guardie nazionali e di studenti, entrando con varie bandiere nella sala, gridaread alta voce: Abbasso il re. — La Duchessa d’Orleans ed i Princìpi abbasso. — E poco dopo ancora: VIVA LA REPUBBLICA! Dumoulin, Comandante del Palazzo di Città nel 1830, spiegando dalla tribuna un vessillo tricolore, altamente grida: Il popolo ha omai riconquistata la sua indipendenza e la sua libertà; il trono e già infranto; noi siam tutti liberi, tutti redenti.
Da tutte le parti intanto non si udiva che il grido di — Viva la Repubblica! Viva la Repubblica! Riforme da per tutto; governo provvisorio; amnistia general e; i ministri arrestati e posti in ¡stato d’accusa; dissoluzione immediata delle Camere; convocazione delle primarie assemblee; libertà di parola, di stampa, di petizione, di associazione, di elezione; elettorale riforma; non più nomina reale né aristocrazia ereditaria; assicurazione di lavoro al popolo; unione ed associazione fraterna tra i capi dell’industria ed i lavoranti; eguaglianza di diritti per mezzo dell’educazione general e; libertà assoluta di culto e di coscienza; protezione di tutti i deboli, donne e fanciulli; pace e santa alleanza fra i popoli tutti; abolizione della guerra, dove il popolo serve di carne al cannone; indipendenza per tutte le nazionalità; la Francia guardiana de’ diritti dei popoli deboli; l’ordine fondato su la LIBERTA’,su l’INDIPENDENZA e su la FRATERNITÀ’ UNIVERSALE; assoluta libertà a tutti i detenuti politici; partenza di Luigi Filippo e di tutti i membri della sua famiglia per Londra; evasione di Guizot da Parigi, e suo asilo nella Capitale dell’Inghilterra: son questi tutti i principali avvenimenti che ebber luogo a Parigi nel breve giro di po’ chi giorni; questi i rapidi e subitaci cangiamenti del Governo attuale, ch’è il governo repubblicano, il governo provvisorio del popolo sovrano di Parigi.
La proclamazione della Repubblica venne accolta in Francia col general e entusiasmo; l’ordine pubblico fu perfettamente conservato. Tutti attualmente stringonsi attorno al novello Governo e trasfondongli maggior vigoria, affinché possa più solidamente organarsi ed assumere attitudin forte e dignitosa, a segno che tutti gli elementi di disordine, che potrebber eccitare inopportuni timori, restan pienamente annullati. Quanto è vivo l’entusiasmo pel nuovo regime di cose, tanto e sentilo universalmente il bisogno dell’ORDINE. Le persone che compongono il governo provvisorio, essendo di provata e ben conta probità, di sperimentata energia e di non equivoci princìpi, ispirano pur troppo una generale fiducia; e però naturale di tal possanza da menare a buon fine la grande impresa ch’è loro affidata.
Assai ben degna di considerazione intanto parmi la Circolare, indiritta agli agenti diplomatici della Repubblica francese dal sig. Lamartine, membro del Governo provvisorio e ministro degli Affari stranieri:
«Voi conoscete gli avvenimenti di Parigi, la vittoria del popolo, il suo eroismo, a moderazion sua, la sua perfetta calma, l’ordine stabilito dall’energico soccorso di tutti i cittadini, come se, in questo interregno di poteri visibili, la ragion generale fosse per se sola il più prosperevol Governo di tutta la Francia.
«La Rivoluzione francese è oramai pervenuta al suo definitivo periodo. La Francia è Repubblica; la Repubblica francese non ha mica bisogno di esser conosciuta, per aver solidità ed esistenza politica; è dessa di diritto naturale; è la volontà d’un gran popolo che non inchiede il suo titolo che a se stesso ed alla sua indipendenza. Desiderando intanto la Repubblica francese d’affratellarsi con l’ampia famiglia de’ governi istituiti come una regolare possanza, anzi che come un fenomeno perturbatore dell’ordine europee; e convenevol pur troppo che facciate tosto conoscere al Governo, appo di cui siete tenuti in grande stima ed onoranza, i princìpi e le tendenze che diriger dovranno da quindi innanzi la politica esteriore del Governo francese.
«La proclamazione della Repubblica francese non èpunto un atto d’aggressione contro alcuna forma di governo in Europa. Le forme di governo inchiudon seco talune diversità sì legittime, quanto possan esserlo le difformità di carattere, di situazione geografica, di sviluppo intellettuale, morale e materiale presso i popoli tutti della terra. Hanno le nazioni del paro che gl’individui dell’umana specie, i loro stati, le lor età differenti; i princìpi che le regolano, hanno peranco le loro fasi, le lor evoluzioni successive. I governi monarchici, costituzionali, repubblicani, sono l’espressione fedele di questi variati gradi di maturità del genio de’ popoli. Chieggon eglino maggior ampiezza o sviluppo di libertà, a misura che sentonsi capaci di sostenerne d’avvantaggio; esigon anco più d’uguaglianza e di democrazia, in ragione dell’spirazion forte ad istintiva di giustizia e d’amore pel popolo. Procede irreparabilmente il popolo alla sua fatale rovina, allorché tenta compendiare il tempo di questa sua maturità; si disonora e degrada del paro quando si lascia sfuggire di mano sì preziosi momenti. La monarchica e la repubblica più non sono, allo sguardo penetrante de’ veri uomini di stato, princìpi assoluti di dispotico volere che collidonsi amorte; sono fatti più tosto o fenomeni politici che contrastansi a vicenda, e che conviver possono infra loro, comprendendosi e rispettandosi a un tempo,
«La rivoluzione presente non è che uno slancio di spiriti ardenti, cui sta molto a cuore il rapido progresso della libertà e dell’indipendenza. Il mondo morale non fa che tender sempre più verso la fratellanza e la pace universale. Se la situazione della Repubblica francese, nel 1792, non manifestava che la guerra; le differenze che regnano fra quest’epoca della nostra istoria e l’epoca in cui siamo attualmente, non offron che pace ed armonia.
«Nel 1792, la Nazione non era mica indivisibile ed UNA; due popoli ben differenti comprendeva lo stesso suolo; una terribil lotta regnava pur troppo infra le classi affatto scevre de’ loro privilegi e le classi che avean già conquistato la libertà e l’eguaglianza. Le classi sceverate d’ogni privilegio affratellavansi di leggiero col partito assolutista o realista, col geloso ed invido straniero pur anche, per far ostacolo alla rivoluzione di Francia, o per far risorgere la monarchia e l’assolutismo, l’aristocrazia e la teocrazia. Non havvi oggi fra noi più classi distinte ed ineguali; l’eguaglianza al cospetto della legge ha livellato ogni cosa; la fratellanza comune, di cui noi proclamiamo l’applicazione e di cui la nazionale Assemblea organizzar debba i vantaggi, va tutto ad unire ed a giugner in uno. Non erri ai dì nostri un sol cittadino in Francia, sia qualunque l’opinione cui appartenga, che forte non si appicchi al principio della comun Patria, e che non raddoppi di sforzi per renderla inespugnabile a’ tentativi ed alle inquietezze a un’assurda invasione.
«Nel 1792, non già il Popolo tutto intero era entrato in possesso del suo governo; la classe media soltanto esercitar volea la libertà, ed esclusivamente goderne. Il trionfo della classe media non era allora che apertamente egoista, come il trionfo d’ogni oligarchia radicale. Sforzavasi ella di conservar per se sola il diritto di tutti e da tutti acquistato. E però l’era d’uopo operare una diversion forte all’avvenimento del Popolo, fatalmente sbalzandolo sul campo di battaglia, per contrastargli poscia l’accesso al suo proprio governo; e questa diversione era appunto la guerra: ma non fu già questo il pensiero de’ democratici più avanzati ed istruiti, che aspiravan come noi ad un regno sincero ed umano, regolare e compiuto d’un POPOLO indipendente, libero ed uno, comprendendo in un vocabolo siffatto tutte le classi, senza preferenza ed esclusione, onde tutta intera componsi la Nazione.
«Nel 1792, non era il Popolo che un vile strumento della Rivoluzione, ma non n’era punto l’abbietto; essi oggi operata la Rivoluzione da lui e per lui. Facendone parie, ei vi apporla i suoi bisogni novelli di travaglio e u industria, d’istruzione e di agricoltura, di prosperità e di commercio, di moralità e di benessere, di proprietà e di vita, di navigazione infine e d’incivilimento, che son tutti bisogni di pace! La PACEed il POPOLO,in una parola, non sono, che la stessa cosa.
«Nel 1792, le idee della Francia e dell’Europa non eran peranco preparate a comprender e ad accettare la grande armonia delle nazioni infra loro, al comun vantaggio intese del genere umano. Il pensiero del secolo che maturava, non era che nell’intelligenza di ben pochi filosofi. La filosofia, a questi nostri tempi, e assai popolare e comune. Cinquanta anni di libertà di pensare e di scrivere, di parlare e di agire, han prodotto finalmente il loro felicissimo effetto. I libri, i giornati, le scienze, le tribune hanno operato senza dubbio il più sorprendente apostolato dell’intelligenza europea. La ragione umana, balenando da pertutto i suoi fulgidi raggi, e rapidamente travarcando le frontiere de’ popoli, ha creato fragli spiriti quella gran nazionalità intellettuale che sarà il compimento del riscatto de’ popoli e la costituzione a un tempo della fraternità internazionale sul globo.
«Nel 1792, da ultimo, la libertà non era che una pura novità, l’eguaglianza uno scandolo, la repubblica un problema. Il titolo de’ popoli, scoverto appena da Fenelon, da Montesquieu, da Rousseau, era talmente obbliato, invilito, profanato dalle vetuste tra dizioni feodali, dinastiche, sacerdotali, che il più legittimo intervento del popolo ne’ suoi propri affari, ne’ suoi più sacri interessi, sembrava un’assurda mostruosità agli uomini di Stato dell’antica scuola. La democrazia facea tremare pur anche i troni e le fondamenta della società; oggi i troni ed i popoli si sono abituali alla parola, alle forme, alle agitazioni regolari della libertà cittadina ed individuale; abitueransi del pari alla repubblica, ch’è oramai la forma più compiuta ed acconcia delle nazioni più mature. Conosceranno pure una volta che havvi per costoro una libertà conservatrice; convinceransi pienamente che regnar può nella repubblica, non solo un ordine migliore, ma miglior governo eziandìo e reggimento sociale; vedranno insomma che può ragionevolmente sussistere un ordine più vero e più regolare in questo governo di tutti per tutti, che nel governo di uno per uno, o di pochi per pochi.
«Prescindendo pure da considerazioni siffatte, l’interesse solo della consolidazione e della durata della Repubblica Sarebbe pur troppo bastevole ad ispirare a’ veri uomini di Stato consolanti pensieri di fratellanza e di pace. Non corre la Patria i più grandi pericoli ne’ tristi casi di guerra; la libertà sì bene. La guerra non èquasi, a un di presso, che una dittatura formate. Obblian i soldati le istituzioni per gli uomini. Tentan i troni gli ambiziosi e corrompono i vili. Abbacina la gloria il patriottismo, lo demoralizza e deprava. Il vano prestigio d’un nome vittorioso fa velo all’attentato contro la sovranità nazionale. Esige la Repubblica molta dose di gloria, senza dubbio, ma per sestessa l’esige, nongià pe’ Cesari o pei Napoleoni!
«Nulla però di meno, non v’illudete punto intorno a queste idee che il Governo provvisorio ad offrir fassi alle Potenze come arra solenne di sicurezza europea; non hanno elle per obietto l’impetrar perdono alla Repubblica per l’audacia che ha avuto d’appalesarsi in Europa al par d’un baleno; molto meno d’andar umilmente mendicando un posto esclusivo od un diritto di grati popolo nel mondo politico; hanno esse sì bene un obbietto più nobile e sacro: offrir materia di riflessione ai sovrani ed ai popoli, affine di non lasciar che s’ingannino involontariamente sul vero carattere della nostra Rivoluzione; far apparire nella sua più chiara luce e con la sua genuina sembianza un sì strepitoso avvenimento; offerire un pegno, da ultimo, inviolabile e sacro all’umanità, pria d’accordarlo a’ nostri diritti ed al nostro nazionale benessere, ove fosser per avventura contrastati o sconosciuti.
«La Repubblica Francese non dichiarerà dunque la guerra a chicchessia; né ha ella bisogno di dire che sarà sempre pronta ad accettarla, ove s’impongan condizioni di guerra alpopolo francese. Il pensiero dominante degli uomini che governan di presente. la Francia, èappunto il seguente: Felice la Nazione, se le si dichiara la guèrra, e se vien costretta per seguenza a crescer in forza ed in gloria, malgrado la sua moderazione esemplare! Responsabilità terribile alla Francia, per lo avverso, ove la Repubblica a dichiarar facciasi da se stessa la guerra senza esservi punto provocala! Nel primo caso, il suo genio marziale, la sua impazienza d’azione, la sua forza accumulala per tanti anni di pace, la renderebber invincibile e forte, formidabile e temuta peranco al di là delle sue frontiere. Nel secondo, volgerebb’ella contro se stessa la rimembranza delle sue conquiste, che alteran non mezzanamente le nazionali simpatie, e comprometter potrebbe a un pari la sua primitiva e più universale alleanza, ch’è appunto lo spirito de’ popoli ed il genio dell’incivilimento sociale.
«Dopo la più solenne dichiarazione di cosiffatti princìpi, che son pure i princìpi della Francia risguardata nel suo perfetto stato d’indifferenza, princìpi che puot’ella offrire senza timore a’ suoi amici del paro che ai suoi nemici, voi sarete meglio nel caso di penetrare lo spirito delle dichiarazioni seguenti:
«I trattati del 1815 più non esiston in diritto agli occhi della Repubblica Francese; nulla però di meno, le circoscrizioni territoriali di questi stessi trattati son un fatto ch’ella ammette come base e come punto di partenza ne’ suoi rapporti con le altre nazioni.
«Ma, se i trattati del 1815 più non esistono che come fatti da modificarsi d’accordo comune, e se la Repubblica dichiara altamente che il suo diritto o la mission sua e di pervenire regolarmente e per pacifiche vie a queste modificazioni, il buon senso non pertanto e la moderazione, la coscienza e la prudenza della Repubblica esiston pur troppo, e sono per l’Europa intera una migliore e più onorevol guarentigia che questi stessi trattati sì sovente violali o lesi, modificati od infranti da una politica capricciosa e bizzarra.
«Raddoppiate adunque di cure e di sforzi a far comprender a chiunque e ad ammetter di buona fede cotesta emancipazione della Repubblica da’ trattati del 1810, e fate conoscer a un tempo che un atto, sì legale e sì franco non ha nulla d’inconciliabile col riposo dell’Europa.
«E però noi ci facciamo a protestar altamente: Se l’ora dell’organamento essenziale di talune nazionalità oppresse in Europa, od altrove, ci sembra esser suonata negli alti decreti della Provvidenza; se la Svizzera, nostra fedele alleata, è minacciata od oppressa nell’azion sua d’accrescimento che sta nel suo interno onerando, per offrir una forza di più al complesso de’ governi democratici; se gli Stati indipendenti dell’Italia son minacciati od invasi; se offrir tentasi un ostacolo alle loro interne trasformazioni; se contrastar vuolsi ad esse con armata mano il diritto di stringer alleanza infra loro per consolidar via meglio una patria italiana, la Repubblica francese crederassi anch’ella in diritto d’armarsi, affine di protegger valorosamente i movimenti legittimi d’accrescimento e di nazionalità popolare.
«La Repubblica Francese ha oramai travarcato nel primo suo passo l’era tristissima delle proscrizioni e delle dittature; èdecisa pur troppo a non violar punto del mondo la libertà nell’interno; e risoluta e presta egualmente a non covrir d’ignominioso velame il suo principio democratico al di fuori. Non permetterà ella del paro a chicchessia di protender una mano disturbatrice fra lo splendore pacificamente balenante della sua libertà ed il sacro diritto de’ Popoli. Proclamasi ella, per lo avverso, l’alleata intellettuale e cordiale di tutti i diritti, di tutti i progressi, di tutti gli sviluppi legittimi delle nazionali istituzioni, di tutti gli statuti liberi di quei popoli, che viver vogliono in virtù degli stessi suoi princìpi. Né avviserassi punto di stabilire una specie di propaganda sorda od incendiaria presso i suoi stati vicini; perocché conosce pur troppo che non havvi per essa libertà ferma e durevole, tranne quella che procede spontaneamente dà se stessa, e ch’è radicalmente fondata sul proprio suolo. Ma. eserciterà ella senza dubbio, per virtù di splendore e di luce onde son piene le sue idee, per l’imponente spettacolo di ordine e di pace che spera trasfonder alle altre nazioni, un proselitismo onesto e decoroso; il proselitismo della stima e della simpatia universale. E non è questa una guerra, ma un procedimento istintivo di natura; non un’agitazione secreta per l’Europa, ma conservazione e principio di vita; non è mica un incendio pel mondo politico, e una face accesa sì bene su l’orizzonte de’ Popoli, per alluminarli e istruirli, per precederli e guidarli ad un tempo.
«E però desideriamo, pel bene dell’umanità, che sia rispettata e conservata la pace; lo speriam anzi di cuore. Una sola quistione di guerra si era suscitata e promossa, e ormai valico un anno, fra l’Inghilterra e la Francia; e non già la Francia repubblicana l’avea stabilita o proposta; la dinastia sì bene. Inchiude seco la dinastia questo timore di guerra, questo flagello distruttore, onde minacciava l’Europa intera, per la vana ambizione tutta personale d’un’alleanza di famiglia con la Spagna. E però questa politica domestica d’una già spenta dinastia, che sin da parecchi anni duramente gravitava su la nostra dignità nazionale, opprimeva a un pari, con le sue pretenziosi indiscrete ad un’altra corona a Madrid, le nostre alleanze liberali e ne paralizzava la pace. La nostra Repubblica èaffatto scevra d’ambizione e di nipotismo; non ha ella pretenzioni di famiglia né speranza di nazionali eredità. Si regga pur da se stessa la Spagna; aia libera ea indipendente quanto possa mai concepirsi da mente umana; la Francia, per la solidità di questa naturale alleanza, conta più su la conformità di princìpi che su le successioni della casa Borbone!
«Tal è lo spirito de’ consigli della Repubblica francese; tal sarà inviolabilmente il carattere della politica vera e franca, moderata e forte che offre la Francia all’Europa. Nel primo momento del nascer suo, ed in mezzo al caldo od alla foga d’una lotta non provocata dal popolo, ha pronunzialo la Repubblica tre sole parole che han tutta svelata la sua bell’anima, e che varranno ad appellare su la gloriosa sua culla le benedizioni dell’Eterno e degli uomini: LIBERTA’, UGUAGLIANZA, FRATERNITÀ!
«Ha ella già dato al di dentro, con l’abolizione della pena di morte in materie politiche, il vero comento di queste tre divine parole; procurale or voi di dar ancora al di fuori la lor vera dilucidazione e giustissima spiega. II genuino senso intanto di queste tre voci applicate alle nostre esterne relazioni e il seguente: Libertà della Francia da quei durissimi ceppi che gravitaran forte sul suo principio e su la sua dignità; ricuperazione del posto che debb’ella occupare al livello delle grandi potenze europee; dichiarazione solenne infine d’alleanza e di fede, di simpatia e d’amistà co’ popoli tutti del globo. Se ha coscienza la Francia della missionsua liberale e civilizzatrice nel secolo, non havvi alcuna di quelle tre voci che significar possa GUERRA. Se l’Europa è giusta e prudente, non evvi pur una di quelle tre sublimi parole che non esprima CONCORDIA E PACE.»
Ponendo mente intanto ai casi strepitosi avvenuti in Francia, non vanamente da noi riportati in queste nostre pagine di patrie memorie; e ben riflettendo ai fatti che potrebbero aver luogo nella nostra Italia, ci avvisiamo che il maggior male per noi sia quello di esser colti alla sprovveduta e come d’assalto. E come in tutti i contrattempi o danni previsti rinvenir puossi quasi sempre un opportuno ed acconcio rimedio; nell’antiveggenza del futuro possibile o probabile consister dee principalmente la vera scienza di stato, cui, diciamolo pur francamente, gl’Italiani sono pur troppo disavezzi, trovando più agevole e spedito di lasciarsi portare alla cieca fortuna, che vincerla e signoreggiarla. Ma sarebbe omai tempo di sottrarci valorosamente a questa inerzia mentale e ripigliar la vigilanza de’ nostri antichi padri, affinché non ci colpisca un giorno qualcuno di quei disastri che sono irreparabili e gravi a chi non ci ha punto pensato.
Qual è il pericolo più grave, la più fatale sventura che or sovrasti all’Italia? Quello d’imitar disavvedutamente i Francesi e far qualche moto di più, sì come èavvenuto, o come si èalmeno secretamente tentato di fare, in questa nostra Capitale, per sostituire alla monarchia la repubblica. Non si concepisce, èvero, da’ savi e costumati cittadini temenza veruna che ciò avvenga nel nostro Reame, tanta e la prudenza del popolo napoletano e l’amor ch’ei porta al suo magnanimo principe: ma non siamo igualmente tranquilli per ciò che riguarda taluni altri punti della nostra Penisola; dove le commozioni ancor vive, la debolezza del governo, i corrotti e guasti consiglieri che assedian tuttavia i moderatori di popoli, la mala contentezza de’ sudditi, la prepotenza delle immaginazioni facilmente accendibili e corrive agli eccessi, la vecchia usanza da ultimo d’imitar in politica gli esempi francesi, dar posson un aria di probabilità maggiore al grave pericolo che ci sovrasta. È da sperarsi nondimeno che la Provvidenza sovrana, il cui intervento e tanto visibile nelle cose nostre, vorrà di leggiero distornarlo; e teniam per fermo pur anche che le migliori penne’ degl’italiani scrittori, tutta volgeranno la loro facondia ad uno scopo sì sacro ed interessante. Intanto, quand’anco il male accadesse, considerar giova gravemente a qual partito attener si dovrebbero gl’italiani governi.
Ammettasi pure questo radicale principio, la cui verità rivocar non puossi in dubbio da verun uomo di senno; cioè che la nostra Italia, l’Italia del secolo decimonono, uscir non debbe giammai dal moderato perimetro di civil monarchia. Fu questa la meta proposta al subitano corso del nostro politico risorgimento, e travarcar non deesi con audacia tracotante e indiscreta. I sentimenti di onore e di gratitudine, di giustizia e di religione,1 interesse sacro della patria e la stessa nazional dignità non ci permetton punto di tracorrer più oltre. Noi siam impegnati verso i nostri principi e dai loro diritti, e dalle nostre proteste, e dalle inviolate promesse, e dai benefici ricevuti, e dal divino carattere di Pio Nono, autor principale del nostro glorioso riscatto.
E’ però il voler trarre argomento dall’avvenimento politico di Francia, con assurda idea di farne applicazione ai nostri casi presenti, èuno strano paradosso nella politica scienza. Quelle teste francesi furon tratte violentemente alla difformazione d’un governo, non mezzanamente ingrato ad un popolo di eroi che l’avea dianzi fondato e sostenuto col proprio sangue; non dobbiam noi per lo avverso le già conseguite franchigie e riforme, che alla magnanimità di mente e di cuore de’ nostri rettori. Il trattar quindi Pio Nono, Carlo Alberto, Leopoldo, Ferdinando II, principi riformatori e larghi di libere concessioni, come quel popolo ha proceduto inverso Luigi Filippo, sarebbe uno scambiare il merito col demerito, un confonder mostruosamente la virtù col vizio, un retribuir la generosità più rara con la pena dovuta allo spergiuro e al tradimento. Non che dunque imitare i Francesi, scimiottandoli servilmente, noi faremmo il contrario di ciò che opraron costoro, e ci renderemmo indegni peranco della somma stima e simpatia che han già spiegato per noi. E però la scimiotteria, dal canto nostro, sarebbe vergognosa e ridicola oltre modo.
Immaginar puossi, in effetto, qualche cosa di più puerile che l’abbandonar a un tratto il calle da noi gloriosamente corso sin da due. anni, gittar via tutto l’acquistato sinora, percorrer un sentiero affatto nuovo e pericoloso, per vana bramosia d’imitar lo straniero, per fare a sproposito, temerariamente e con atto fanciullesco, senza convenienza e necessità veruna, ciò ch’egli ha fatto a ragione, e forse anche costretto dalle malagevoli e straordinarie congiunture in cui si trovava? Un procedere siffatto disdirebbe certamente al popolo più ignobile e meschino! e l’eleggeremo noi Italiani, che andiam tanto fastosi della nostra stirpe gloriosa, e che con tanto ardore aspiriamo al primato morale del mondo?
E per qual altro scopo d’avvantaggio tentare una mutazione di reggimento politico, se non per metter in compromesso quel nostro insperato e tostano risorgimento che formaai dì nostri la più viva sorpresa di Europa? e per qual altro più strano motivo, che per sostituire ad un rinnovamento spontaneo nato in Italia, informato da nobili idee d’immegliamento civile, dal senno e dal genio italiano consecrato, benedetto dalla terra e dal cielo, un’imitazione straniera che non avrebbe nulla del nostro, e che: profondamente contristerebbe,: anzi issofatto: forse indurrebbe ad esser nostro nemico il più benevolo e generoso, il più grande e il più santo de’ Dominatori di Roma? per surrogare ad una libertà certa e onorata, sicura e tranquilla, una libertà colpevole e incerta, tumultuosa e torbida, sottoposta forse anco a mille sciagure dal canto degli uomini e della bizzarra fortuna? per distrugger eziandìo quel consenso ammirabile di tutte le Classi, che forma uno de’ caratteri più essenziali del nostro ristauro, e metter poscia novellamente in guerra i popoli co’ moderatori loro, i laici coi chierici, i patrizi coi borghesi, e schiuder quindi il varco a divisioni e a rancori, a discordie ed a sette cittadine? per rinnovellare insomma le vili e calamitose scene che chiusero l’italiana storia del tracorso secolo, senza aver neanco per scusa l’inesperienza de’ padri nostri e quel variato concorso di circostanze che reser allora quasi fatali le colpe e le sventure? Se l’Italia impertanto si lasciasse ciecamente indurre a tal riprovala follia, sarebbe affatto indegna di esser rigeneral a e libera; e noi, lungi dal gloriarci d’una si bella patria, ci vergogneremmo quasi con noi stessi d’esser compresi nel novero dei suoi redenti figliuoli.
Posto adunque per indubitato che la nostra libertà presente debba esser fondata su la salda base della monarchia, che cosa far mai dovrassi nel caso che in qualsiasi luogo prorompesse un moto repubblicano, e momentaneo si spandesse o trionfasse? A tre soli partiti appigliar potrebbersi in tal caso gl’italiani governi: 0 lasciar fare e vedere con indolenzita inerzia; o intervenir con le armi e distrugger il fatto con la forza: od opportunamente ricorrere alle pacifiche vie d’un’intercessione mediatrice e richiamare a buon senno i traviati e gli stolti. Di cosiffatti spedienti, il primo e assurdo e riprovevole; il secondo e violento e sanguinario; il terzo e più opportuno ed acconcio a praticarsi.
Il tollerare che in qualche parie d’Italia sciaguratamente prevalga il repubblicano principio, sarebbe lo stesso che sporre a gravi rischi la monarchia in tutta la nostra penisola, e metter in compromesso il nostro dignitoso e provvidenzial risorgimento. Tal è a contagione delle idee superlative nelle razze italiane, a questi nostri tempi, che una scintilla non estinta per tempo suscitar puote un incendio irreparabile e tristo. E’ concesso peranco che il fuoco appiccato in taluni punti non si propagasse dapertutto; chi non vede infra i savi e sani intelletti che uno strano miscuglio di elementi repubblicani e monarchici alterar potrebbe l’armonia dell’Italia UNA ed INDIPENDENTE,e distrugger notabilmente l’italica lega sì altamente da noi proclamata?
Il ricorrer d’avvantaggio alle armi per arrestar il male ne’ suoi princìpi, sarebbe in se stesso commendevole e giusto; perocché la lega italiana come rappresentante e vindice a un tempo dell’unità nazionale d’Italia e direttrice suprema degli universali interessi, ha il sovrano diritto di provvedere alla salute comune. Sarebbe quindi gravissimo errore il credere che le varie province nostrali abbian un’assoluta e legale indipendenza; sarebbe questa assai strana ed incompatibile affatto con l’unità nazionale. Non puote un popolo intervenire nelle faccende d’un altro; ma posson pur troppo i capi d’una nazione richiamar al dovere un membro sviato e ribelle. Nulla però di meno, siccome tutto ciò ch’è giusto non è sempre opportuno, sarebbe non poco a temersi che l’uso della forza provocar potesse in tal caso una resistenza disperata e accrescer il male in cambio di curarlo o distruggerlo. Parrebbe a molti senza dubbio un procedimento siffatto un violar apertamente la libera elezione dei popoli; e comeché ciò non fosse, giova sempre evitare l’apparenza financo d’un’ingiustizia o d’una violenza indecorosa. Carattere pellegrino e dignitoso della nostra rivoluzione e l’accordo ammirabile della legittimità de’ governi col pieno e libero consenso ‘de’ governati; e ad un ATTO sìbello la ragion divina e l’origin popolare del sovrano potere concorron a un pari. É un tale infortunio da ultimo la guerra civile, ch’è sempre prudenza riservarla ne’ casi estremi di dura ed inevilabil necessità; e questa non militerebbe punto nel presupposto ond’essi già fatto rapidissimo cenno.
E però l’estremo partito de’ tre dianzi accennati preso a tempo opportuno ed acconcio, o con vigoria somma adoperato, sortir potrebbe felicemente il suo fine. Ed e pur da notarsi in effetto che un conato repubblicano non è moralmente possibile in verun luogo d’Italia, che pel falso indirizzo che può prendervi la monarchia costituzionale per colpa delle sette e degli attruppamenti sediziosi, de’ ministri e de’ consigli del principe. Intervenga adunque la LEGA ITALIANA ed usi pare ogni termine necessario a lor via la cagione del male, a dare un savio indirizzo al principato civile; ed avrassi incontanente il tanto sospirato effetto.
Accetterà il principe certamente la mediazione pacifica, i saggi ed utili consigli nella ferma fidanza che salvar lo potranno dall’estrema ruina. Qual popolo allora tenterà resistere ad un appello sovrano fatto in nome e pel bene dell’Italia intera? chi mai ostinerassi a voler più tosto la repubblica con pericolo e danno universale, che una monarchia rappresentativa ben ordinata e guarentita dall’Italica Lega? — Osiam credere intanto? senza tema d’illusione o d’inganno, che non siavi nella Penisola, non diciam già una provincia, ma neanco una sola borgata capace d’una tanta demenza; ove sovra tutto parlasse la Lega con la voce patema e nella sacra persona dell’immortale Pio Nono.
Ei giova moltissimo l’esporre queste cose nelle nostre storiche memorie, ed assaissimo importa il meditarle ed approfondirle, acciocché i contrattempi non c’incolgano sprovveduti, e non ci rechino per seguenza quell’estremo spavento che seco tragge la debolezza o il torpore. Speriamo non pertanto che il male non accada, che non ci sovrasti la temuta sciagura; ma quando pure avvenisse, guardiamoci almeno dal disperare e succumere. La Lega e la monarchia civile d’Italia sono forti e potenti, perché dall’Eterno protette, dall’opinion pubblica garantite, dal voto universale proclamate ed ambite; e però, in mezzo al contrasto e alla lotta, non potran certamente non conseguire e gloria e trionfo. —
Nulla però di meno, il gran bisogno attuale, diciamolo ancora un’altra volta e più francamente, e tutto riposto nella Confederazione Italiana. Obbiettando vassi intanto che pria di por mente all’Unione dei singoli stati, fa pur di mestieri interamente ordinarli. Noi siam di credere per lo avverso che rimosse le persone incapaci od avverse al novello sistema civile, l’Unione non solo èdivenuta possibile, ma eziandìo avvantaggiosa a quell’interno ordinamento, che addiverrà sempre migliore, quanto meglio inteso concordemente, e general mente applicato. Ove Sicilia e Napoli, in effetti, facesser parte d’una Confederazione italiana, la definizione completa delle loro controversie diverrebbe a nostro divisamento un affare di poca o di niuna difficoltà; confusi entrambi gl’interessi in un solo e grande interesse, più agevolmente rinverrassi un puntodi riunione e di transazione, più efficace diverrà peranco l’opera santissima di mediatori di pace, sotto la gloriosa divisa di veri fratelli e consociati nelle stessa politica denominazione.
Ciò posto gioverà sempre replicarlo, il nostro novello Ministero Italiano entrerà al potere in circostanze veramente magnifiche quanto imponenti. Gloriosa missione gli èoramai riservata, l’unificenza federativa dell’Italia; l’altro passo più ardito e più decisivo sarà ne’ campi d’un più prospero avvenire. Speriamo ancor noi fermamente che l’attual nostro Governo si faccia pur degno di tanta gloria veramente italiana. Di qui la nostra impazienza di veder quanto prima e più operosamente costituito un Ministero di tal carattere da potersi appellare con proprietà di vocabolo, COSTITUZIONALE, ovvero ITALIANO. Nondimeno non ignoriam punto le difficoltà dipendenti dalle condizioni degli uomini e delle cose; le quali trasformano in un affare dilicatissimo e di lento disbrigo ciò che in paese adusato alla vita costituzionale sarebbe opera di poche parole fra i capi ben conti delle varie frazioni politiche, ed i loro amici già preparati ed acconci a secondarli. Ma il Marzo del 1848 trova tutto lento e paralizzato in questo paese; il giornalismo presente, costituendosi interpetre ed organo del pubblico voto, critica e sprona incessantemente la diacciata lentezza del nostro assopito Ministero, del nostro indolenzito od assonnato Governo. Dal Governo provvisorio di Parigi vengon esempi stranissimi di attività e di destrezza spontanea; da quelli di Germania se ne porgon altri non men sorprendenti e ammirabili d’attività generosa, popolo napolitano, cui ogni raro modello di perfezione rapisce od incanta, e fa sdegnoso ad un pari della prosaica e noiosa mediocrità, osserva e desidera, fa continui voti e resta sempre deluso, del continuo reclama e mai nulla consegue. Né ha torto se mormora e morde. Anche fra noi sono imminenti i pericoli e pur troppo temute le sciagure onde siamo minacciati sovente. Ed a conte ai pericoli ed alle sciagure, e rea di lesa sicurezza pubblica ogni superflua o tarda deliberazione.
La forma di governo costituzionale che attualmente ci modera non èmica il risultamento fortuito d’un avventurato movimento, ma il frutto provvidenziale d’una santa e legittima causa già contrastata e vinta. Uscita fremente la rigenerazion nostra da una lotta ineguale ostinatamente impegnata fra un popolo intero ed un pugno d’insensati carnefici, che or più non sono, erasi ella lentamente costituita per mezzo de’ progressi della ragion popolare. Quanto più la fazione posta alla testa del ministeriale o politico potere diveniva violenta ed oppressiva, fortificavasi la nazione nel sentimento del suo diritto e nella ferma risoluzion presa di proclamarne alla prima occasione l’irresistibile inviolabilità.
Ecco perché non essi manifestata esitanza o dissentimeno veruno dal lato de’ popoli. L’intera nazione non elevò che una sola voce, perché non era informata che da un’anima sola, da una sola volontà, a una sola coscienza. Ci sentivam tutti umiliati, abbassati tutti, inviliti, depressi agli occhi dell’Europa da un ministero opprimente ed iniquo, che delle sue iniquità ed oppressioni crudeli facea misterioso e denso velame agli occhi d’un tradito monarca: ed abbiam tutti alzata fieramente la testa quel giorno famoso per la storia nostra che quel ministero indegno, caduto per sempre sotto la riprovazione dell’universale disprezzo, cedeva il luogo ad un novello governo costituzionale, ad un novello reggimento civile.
Questa unione di tutti in un pensiero medesimo dovrebb’esser il pegno più certo della stabilità e durata dell’attual nostro risorgimento. E questa politica ristaurazione esser dovrebbe pur anche la fonte della moderazione nostra dopo l’ottenuta vittoria. La nostra prima cura adunque sia quella di far comprendere a chiunque che il nostro stato presente e affatto, lontano da ogni idea di vendetta e di men che onesta reazione. Napolitani generosi, prudenti e moderati cittadini, badate sovra tutto che la generosità, la prudenza e la moderazione non degeneri in debolezza ed inoperosità fatale. Astenendovi da ogni ricerca contro le opinioni e gli atti politici anteriori, prendete come regola che le funzioni politiche, a qual vogliasi grado della gerarchia novella, non posson confidarsi che a liberali esperti e provati. Il disprezzato potere ministeriale, che dinanzi al soffio nazionale disparve, aveva iniettato della sua corruzione i rami tutti dell’amministrazione; quegl’individui per conseguenza che han servilmente obbedito alle sue depravate istruzioni, son ora impotenziati a servire lo stato. Nel momento solenne che la nazione, ricuperata la pienezza della sua possanza, disporrassi alla scelta de’ suoi eletti, a di mestieri che i suoi magistrati sien profondamente attaccati alla sua causa e coscienziosamente disposti a sostenerne l’impresa. La salute della patria a questo sol prezzo otterrassi.
Se noi c’incamminiamo con fermezza nella via della rigenerazion nostra santissima, niun limite potrà certamente assegnarsi alla nostra prosperità e grandezza; se ci raffreddiamo indolenti, o desistiamo infingardi da una sì salutare impresa, tutto il male possibile e da temersi. Si pongan uomini risoluti e caldi d’amor patrio alla testa degli affari, alla direzione ministeriale, provinciale, distrettuale e comunale. Cittadini napolitani, cui sta molto, a cuore l’immegliamento morale ed intellettuale, l’incivilimento e ‘l progressivo sviluppo de’ vostri cari fratelli, non risparmiate l’istruzion pubblica e privata, or che se ne fa sentire più forte il bisogno; animatene anzi il trasporto, promovetene ad ogni costo lo zelo. I destini del nostro reame non sono che nelle mani de’ buoni e savi cittadini ond’è eminentemente rappresentato; e questi, osiamo ancora sperarlo, saran falli scopo alle già imminenti elezioni; questi geni tutelari della patria nostra che compongan presto le Camere, che formino pure una specie d’Assemblea nazionale, ma che sian però capaci di comprender l’importanza del loro sacro ministero, della loro sublime missione, e sian solleciti a compiere l’opera santa del popolo; in una parola che sian TUTTI UOMINI DELLA VIGILIA, E NON DELL’INDOMANI.
Non minor rigore’ eziandìo esiger dovrebbesi riguardo a’ funzionari puramente amministrativi. Mantenere e conservar dovrebbersi coloro che hanno acquistato la posizion loro con utili servigi allo stato, rimanendo però sempre stranieri a qualunque azione politica. Cercando in tal modo un Ministro savio e zelante delle cose patrie a rimaner fermo e giusto, relativamente agli agenti posti sotto i suoi ordini, esiger dovranne un concorso attivo ed interessante. Un siffatto concorso tender dovrebbe a rassicurare gli spiriti timidi, a calmare gl’impetuosi e gli impazienti. Gli uni si spaventano di vani fantasmi, vorrebbero gli altri precipitare gli avvenimenti secondo le loro ardenti speranze. Un ministero avveduto e prudente dir dovrebbe ai primi che la società attuale e provvidenzialmente al coverto delle commozioni terribili che hanno agitata, ne’ tracorsi giorni di crisi, la nostra esistenza; far sentire agli altri, che amministrar non possonsi le pubbliche cose con la rapidità del baleno, conl’istantanea prestezza d’un pensiero volubile e fugace. Il suolo e già sgombro d’obbietti intristiti e paralizzati; il tempo accettevole e venuto di riedificare e produrre. Or, qual cittadino dabbene non si sente disposto ad elevarsi sopra tutti i miserabili calcoli dell’assurdo egoismo per compiere questa grand’opera? La nazione napolitana e già pronta a dare al mando politico lo spettacolo d’uno stato abbastanza forte per usarne con pacifica e moderata tutela. In questo ammirabil movimento degli spiriti, con tanta energia trascinati verso la santa applicazione dei princìpi di fratellanza e d’unione, dov’è il pericolo per chicchessia, dove il pretesto d’un vano timore?
Tutti coloro che mostransi inquieti per la proprietà e la famiglia, sono poco sinceri o molto ignoranti. Scevra del suo carattere di personalità egoista, guarentita e limitata dall’interesse e dal diritto di tutti, la proprietà diventa tosto frutto esclusivo del sacro lavoro, degli onorali sudori. Chi oserebbe allora contrastarne l’inviolabilità, l’uso, il diritto? Così rigenerata da un’educazione comune a tutti i giovani cittadini, ogni famiglia e una fiamma ardentissima donde parton direttamente altrettanti raggi di vero patriottismo e di cittadino affetto. Il suo destino è forte giunto ed appiccato a quello della civil comunanza ond’è modello ed immagine.
Quanto all’attual Ministero, ch’essi elevato oramai su le ruine degli altri già sformati e riformati più volte, dall’acclamazion popolare salutalo per preparare il definitivo stabilimento della nazione costituzionale, a lui più che ad ogni altra classe di magistrati intesi alla pubblica salute preme ed importa di ben amministrare l’autorità conferitagli dal pubblico volo. Ma per compier degnamente questo nobile incarico, hassi essenzialmente bisogno di confidenza e di calma. Tutti i suoi sforzi tender dovranno al buon uso del tempo, sì che non vi fosse, per tutti coloro che attualmente compongonlo, un giorno, un’ora, un istante perduto. Che i ministri adunque da un lato, e tutti i membri, dall’altro, componenti le Camere; che i rappresentanti tutti del paese surti questa volta senza infinzione e senza velame u impostura dal seno della nazione rigenerata e monda, si rivniscan insieme, e tosto, per governare e dirigere le pubbliche cose, per regolare. e moderar santamente i destini d’un più felice avvenire.
A quest’assemblea di rispettabili ed illuminate persone e riservato il compimento della nostra grand’opera. Sarà dessa completa nel genere suo, se, nel tempo della necessaria transizione, darassi alla patria ciò ch’ella spera ed attende con estrema impazienza, l’ordine e la pace, la tranquillità e la calma, la sicurezza pubblica e privata, la confidenza e la fede all’attuale Governo. Penetrati costoro d’una siffatta verità, faran senza dubbio eseguire le leggi vigenti in quanto non son punto contrarie al novello sistema di cose. I poteri che saran loro conferiti non porransi al di sopra dell’azion loro che in ciò che riguarda l’organizzazione politica di cui dovranno esser l’¡strumento attivo e zelante. Non dovrebber intanto obbliare gli attuali organi del pubblico ministero che agir deesi d’urgenza e provvisoriamente, almeno pel momento, e che debbe il pubblico immediatamente conoscere le opportune misure che prendendo vansi alla giornata. A questa sola condizione potrem noi mantenere la pubblica pace e guidare le cose del nostro paese senza nuove scosse sino alla riunione de’ suoi mandatari o rappresentanti.
Intorno a voi intanto, o novelli ministri, elevando vansi ogni giorno numerosi reclami d’ogni natura; accoglieteli pupe con cura e con sincerezza di cuore. Egli è tempo che il popolo faccia liberamente intendere la. sua voce dolente; né il Governo rimaner puote indifferente al voto comune. Non vi spaventate né offendete se l’espressione ne sarà calda ed ardente; sarebbe pericoloso pur troppo il comprimer le passioni in se stesse legittimee sacre; del pari che vano sarebbe l’adombrarsi di qualche esagerazione inevitabile, e di qualche ardita verità. La compressione altera e corrompe il pubblico pensiero; la libertà per lo avverso lo purifica e dilata, l’ingrandisce e sublima.
Nulla però di meno, ove l’ardimento dell’immaginazione e la temerità del linguaggio, invece d’applicarsi alle idee general i, alla via tenuta dall’attual nostro Governo, colpisser le persone, sarebbe vostro dovere richieder l’intervento di savie leggi e proclamarne la più rigorosa osservanza per far cessare un tanto abuso che, nei tempi presenti, desta oramai la pubblica ammirazione, lo scandalo universale, la comune sorpresa, in questa nostra Capitale. Del resto poi non havvi nulla, a temere; lo slancio istintivo che invade e trascina gli spiriti, saprà pure elevarli al di sopra delle miserabili dispute che son molto frequenti e mordaci nel nostro paese.
Savi e benemeriti cittadini della patria, che regolar dovrete un giorno i destini di essa! vivete pur certi che, nel felice istante del vostro innalzamento a qualche posto elevato e sublime, sarete tosto circondati dei più caldi ed influenti patrioti; i loro consigli prudenti avranno senza dubbio un gran peso su l’animo vostro; ma non dimenticate punto che il miglior mezzo d’attaccarli a voi ed alla popolazione intera, e d’imprimer in tutti i servigi dell’amministrazione un’instancabil attività, un operoso ed efficacissimo zelo. I veri magistrati son sempre gli amministratori fedeli del popolo; e però provar deono con la loro solerzia di esser meritevoji della sua confidenza. Date ovunque l’esempio della vigilanza e del lavoro, dell’amore ed attaccamento alla patria, e voi avrete utilmente adempito al vostro mandato.
Né fa pur di mestieri qui dirvi che tutta l’attenzion vostra dee specialmente fermarsi sul pronto organamento della guardia nazionale. Composta di cittadini prescelti fra tutte le classi, sarà ella la forza e la gloria, l’ornamento e 1 decoro della patria, la guarentigia più sicura della civil nostra libertà. Si proceda dunque senza ritardo all’elezione de’ suoi capi, e mantengansi con e so loro sempre attivi rapporti, comunicando a ciascuno lo spirito che vi anima e dirige.
Applicatevi infine, o custodi e promotori della salute pubblica, a riassumer con chiarezza e precisione tutto ciò che interessa la sorte degli operai in questa nostra Capitale e nel seno delle abbandonate province. Fate che si estendan su di loro particolarmente i più sensibili ed immediati vantaggi del nostro novello regime politico, la cui missione e di far cessare le loro più dure e lunghe sofferenze e consecrare i loro, diritti. Se qualche urgenza momentanea proclama altamente l’intervento di straordinarie misure, non esitate punto di adattarle e farle eseguire. Appiccati e giunti infra loro coi più sacri legami d’una fraternale associazione, gli operai ed i padroni non formeranno più che una sola famiglia, i cui interessi saranno perfettamente identici e concordi. Riprendendo l’importanza ed il grado che dall’evirato ministero tracorso le furon barbaramente rapiti, l’agricoltura farà uscire dal suolo le prodigiose ricchezze, che la negligenza pur anche del più recente ministerial governo vi lasciava sepolte; e così getterà ella nella circolazione multi ignoti o paralizzati elementi che rigenereranno l’industria e promuoveranno utilmente il commercio.
Ecco il grande avvenire che ci è riserbato, ove siam francamente uomini costituzionali ed i nostri pensieri, le nostre decisioni, i nostri alti sien pienamente conformi alla legge di fratellanza che debb’esser la regola delle società presenti e future. Felici pur troppo di prepararne il grande avvenimento, e de’ magnanimi cittadini e di magistrati prudenti l’incarico di rassicurar gli animi. di sollevare pacificamente i popoli oppressi, di consolidar i materiali del vasto edifizio che sarà elevato dalla rappresentanza nazionale. Che tutti i cuori generosi adunque, tutti gli spiriti liberi ed ardenti, passionati e caldi d’amor cittadino s’accingan all’opera, e porganci aiuto a tanto uopo, e questa una nobile e generosa ambizione. Dare al mondo l’esempio della calma e tranquillità coscienziosa dopo la conseguita vittoria; far bellamente risorgere la repressa possanza delle idee e della ragione; accettar coraggiosamente le dure prove del presente, e mostrare di non succumberne al peso; giugnerci tutti solidariamente in uno e raddoppiare di sforzi per traversarle e vincerle, ecco ciò che caratterizzar dovrebbe veramente ed elevare ad eterna gloria la nostra nazione. E non debb’qsser che questo lo scopo degli sforzi comuni. —
Una lunga e costante esperienza di tutti i tempi e di tutti i luoghi in cui ha regnato ed avuto permanenza la gesuitica setta, rende pienamente istrutti e convinti i popoli dell’incivilita Europa, che la sua malefica esistenza e incompatibile affatto e ripugnante con ]’. attual forma di costituzionale governo. E però con data del primo dì di Marzo 1848, il Governo generale della divisione di Genova notificava in pubblica forma il seguente avviso:
«I Padri Gesuiti sono finalmente sgombrati dagli stabilimenti che occupavano in questa Città.
«Il Governo di S. M. il nostro Augusto Sovrano provvederà ulteriormente in modo definitivo.
«Genovesi! non ¡smentite la fama che vi proclama saggi e temperanti, ossequiosi alaLegge ed amanti dell’ordine pubblico».
Nello stesso giorno della loro espulsione dalla città di Genova, dandosi il guasto al Convento de’ Gesuiti, vi si son trovate corrispondenze assai criminose e sinistre di varie persone: una scoverta siffatta non ha destato e prodotto che maggior irritazione nel popolo genovese; sì che furon d’uopo grandissimi sforzi di civico patriottismo, per ristabilire in quel paese la tranquillità e la calma.
Non diversa sorte sovrastava ad un’altra compagnia di Gesuiti, di residenza nella città di Cagliari: ed ecco la sposizione succinta e fedele di quanto e all’uopo avvenuto in quel paese del Genovesato. Sparsa appena nel popolo la fausta notizia della già decisa espulsione de’ Gesuiti, deliberossi tosto del modo da tenersi per costringerli ad una precipitosa partenza. Mossi ed animali dalla risoluzione già falla, riduconsi molti sul principiar della notte alconvento di S. Ambrogio, ed altri si affollano dinanzi al palazzo Tursi, ov’eran le scuole tenute da quei famosi dottori: comincian repente le solite grida, i consueti fischi, i ripetuti e frequenti clamori; ingrossa via più la turba furente, e già le porte de’ due edilizi cupamente rintronano sotto i continui colpi, onde l’irata moltitudine le urta e le scuote, facendo ogni sforzo o tentando ogni prova per atterrarle: e parendo poco o nulla il già fatto, una tempesta di sassi volanti contro la facciata infrangeva i cristalli e le imposte delle finestre: le cure e gli sforzidi taluni cittadini i quali adoperaronsi a mitigare gli animi, a frenar quelle ire e a dissuadere la moltitudine inferocita da quegli eccessi, produsser poco o niun frutto: e chi sa fin dove sarebber giunti, se non tosse accorsa la truppa inarmi per sedareil tumulto: fu questa accolta in mezzo agli applausi universali ed alle grida di viva la linea; e l’espulsione completa de’ Gesuiti fu compimento e corona di quella scena popolare.
In verun modo dissimile fu il tumultuoso spettacolo ch’ebbe luogo in questa Capitale, cui fu meta e scopo l’espulsione totale della gesuitica setta. Quei RR. Padri, scortati da numeroso stuolo di truppa, di guardia nazionale a piedi e a cavallo, e da una folla immensa di popolo, venner obbligati il dì 10 marzo del 1848 ad abbandonare il monistero e quanto vi comprendeva, l’istituzione e le scuole, i beni e la Capitale! Ridottisi tutti sur un vapore, il Flavio Gioia, venner direttamente tradotti nelle acque di Baia. Trasferiti poscia in un altro vapore attesamente apparecchiato, per misure politicamente provvisorie furono sbarcati a Ponza. Di là inchiese ciascun di costoro un passaporto per quella residenza che liberamente fu scelta, ed avviossi ognuno verso quel luogo ove l’appellava il destino.
Anche da Napoli son dunque sgombrati i Gesuiti. Gli accompagni il cielo, ed una terra ospitale gli accolga! Il suolo d’Italia non li vedrà più forse prosperare e fiorire, macchinare e corrompere, sedurre e infettare la civil comunanza! Fuvvi nondimeno chi protestò altamente contro un avvenimento siffatto; chi venne pubblicamente accusato di caldeggiar troppo per onesta importante genia; chi bandì loro addosso la croce senza pietà; chi avea per anco tentato alzar contro la voce, quando il profferir motto contro quegli UMILI POTENTI era grave felloni e reità di stato, e punivasi per seguenza con persecuzioni e prigionie, con tortura ed esilio.
Noi abborriamo quella setta, andavan taluni altri gridando, né alcuna pena per essa ci daremmo giammai; ma non rifinirem punto di produrre le nostre giuste doglianze contro qualunque arbitrio, contro qualsiasi debolezza dell’attuale governo; ed il governo propriamente accusavan costoro dell’anticostituzionale e vergognosa condiscendenza.
La giustizia e la vita de’ liberi reggimenti, dicean eglino; non son proprie le violenze che de’ poteri dispotici e capricciosi. Se la rimostranza fatta al governo perché bandisca i Gesuiti, fosse stata diretta a provocarne una legge; sarebbe stata pur troppo laudevole, e fra le attribuzioni compresa d’un popolo libero e veramente civile. Ma questa rimostrazione e stata prodotta per aver la sanzione d’un fatto già consumato, per consolidar un atto definitivamente eseguito, per coronar un’opera pienamente compiuta. Il governo, conchiudeasi, non èconcorso a tal bando che per suggellare una decisione illegale, violenta, obbrobbriosa; e però èstato illegale e violento, pauroso e fiacco.
Sei Gesuiti, andavan pubblicando parecchi altri, avesser patentemente destate dissenzioni civili nel paese, sarebbero stati rei, e perciò giudicali e puniti, condannati e posti a bando del regno da una corte competente. Ma i Gesuiti non turbavano la pubblica tranquillità, non destavan ire plebee, a voce levata non calunniavan il potere, non minavan le basi dell’ordine pubblico: e però non eran d’altro colpevoli che d’incompatibilità con l’attuale governo, co’ veri interessi della nazione.
Ed altri ancora più arditi ad inchieder faceansi a’ Ministri, per qual ragione si eran messi a convalidare della loro firma la sentenza dell’esilio; in virtù di qual legge eransi indotti a ciò fare; in forza di qual domanda si era siffattamente proceduto; come aveano eglino interpetrato il pubblico voto; chi l’avea fatto loro legalmente pervenire? I Gesuiti, sclamavan costoro, dovean uscire certamente dal nostro reame, ma dovean soltanto le Camere mandarli via, non già pochi individui, esaltati da princìpi generosi ma non legali e decorosi. I Ministri han dunque forte temuto le imperiose inchieste di pochi, le imprudenti minacce d’una branca di stolti e baldanzosi libertini; non han saputo resistere né circoscriversi nella barriera del diritto e della legge; hanno offeso i Ministri la dignità del governo, ne hanno intaccate le attribuzioni più sacre, ne hanno oltraggiata la giustizia e la fermezza, due cardini principali su di cui riposan solamente la tranquillità pubblica e l’individual sicurezza. Non son responsabili soltanto i Ministri de’ fatti compiuti, ma delle debolezze e condiscendenze indiscrete altresì; non solo di ciò che operarono, ma di ciò che avrebber dovuto operare eziandìo. Quindi, nel bando di quella gente, conchiudean finalmente, son costoro colpevoli non solo dell’ignavia di aver condisceso alla richiesta importuna di pochi ribaldi e felloni, che han quasi strappato loro di mano il perentorio editto di espulsione; non solo del difetto di energia e di efficacia, del vigor delta mente e del proprio carattere, della fermezza e solidità de’ princìpi; ma di non aver consultalo peranco il voto della nazione, di aver demolito e atterrato prima ancor di gittare le basi ed edificare.
Né qui si arrestan le doglianze e i pareri di chi a giudicar fassi d’ogni cosa e per diritto e per rovescio. — Eleviam noi le nostre querele, soggiungean altri d’avvantaggio, non per l’opera santissima dell’esilio di quella gente, ma pel modo sì bene che ha provocato e seguito quell’atto;perocché, a lato ad un esempio così scandaloso della debolezza del Ministero, havvi una condiscendenza che ne oltraggia la dignità e ‘l carattere; vi ha un’illealtà che non si puote in veruna guisa convalidare; vi ha un desiderio smodato di violenti che non si può mica legalizzare; evvi un’infrazione di legge! che non può restare impunita; vi ha finalmente una provocazione illegale che fomenta le reazioni morali degl’individui offesi e concitali ad altissimo sdegno. Ne’ liberi governi non havvi peggior male quanto quello di dar il primo passo contro la Carta che regge; guai quando il potere e trascinato a sostegno delle voglie private. La tranquillità pubblica tosto svanisce; l’inviolabilità personale non vi e più; il popolo sfrenato irrompe e trasmoda a sua posta…..
Se oggi i ministri, proseguian d’avvantaggio, han violato la maestà del governo, confirmando un atto, per se stesso necessario e giusto, ma con le leggi in vigore per niun modo compatibile; forzati dimani del pari da circostanza diverse, con la stessa illazione con gli stessi modi, potrian confirmare attentati più turpi e più pregiudizievoli a un tempo. Dovean eglino più tosto accoglier la petizione e provocar poscia una legge per bandire i Gesuiti dal nostro reame, non già sanzionare la loro espulsione stabilita e voluta da pochi: il bando de’ Gesuiti era utile al paese, vantaggioso alla social comunanza, pur troppo degno di compiersi; ma non in quel modo precipitato e illegale. Chi vilipende il caduto è vigliacco; ma chi concorre a vilipenderlo davvantaggio è fellone ed iniquo. Non dee mica il potere fecondare gli attruppamenti sediziosi che potran compromettere la pace cittadina; disperderli o dissiparli sì bene. E se il Direttore di Polizia, conchiudean infine, avesse posto sol mente alle attribuzioni personali o di carica, implorato avrebbe certamente il braccio della guardia nazionale per dissipare i complotti; i quali, animati da questa prospera riuscita, potrebbero per l’avvenire dar luogo a conseguenze pericolose e sinistre.
Intendiamoci bene, andavan altri ancora sofisticando; noi non condanniam mica i princìpi, fatto sì bene; non contrastiam punto l’opera, ma l’illegalità del procedimento; non la cacciata de’ Gesuiti, ma il modo ond’essi questo bando ottenuto; non la necessità del lor allontanamento da questo nostro paese, ma la debolezza con cui il ministero vi ha condisceso. E più che ogni altra cosa, temiam molto l’esempio; l’esempio che a cose men lodevoli e giuste non si avesse ad applicare. Quando e ne’ limiti delle leggi e della Carta, dee sempre il ministero star saldo e governare rinunciare più tosto, cadere, se occorre, ma non macchiarsi d’arbitrio o di condiscendenza colpevole. Non debb’egli mirare agli onori o alla carica, non usar blandimenti per conservarsi al suo posto e al suo grado; ma badare sì bene alla giustizia ed alle convenienze legali, al diritto e al dovere; allogar deesi la legge dinanzi dagli occhi; por mente alla prosperità ed alla sicurezza del paese, e proceder diritto pel calle di giustizia e di saviezza. Se perde il prestigio della volontà e della forza, e già dissoluto il ministero; e qual altra garentia resterà poscia alla nazione, tranne quella della violenza e delle armi? — In una parola, faceansi costoro a conchiudere; il bando de’ Gesuiti e un atto istantemente voluto dal pubblico, approvalo dalla ragione, proclamato da’ tempi, sanzionalo dall’esperienza delle cose presenti e de’ fatti passati; ma dovea quest’alto proceder dal ministero ed esser convalidato dal voto solenne d’un’intera nazione. Or, non essendo stato quel fatto che l’espressione del volere capriccioso di pochi riscaldati, non avendo il ministero coadiuvato che l’emanazione d’un corrotto e guasto pensiero, è decaduto issofatto dall’opinione del pubblico, ha commesso per seguenza una violazione di legge, una violenza illegittima, e però colpevole e criminosa.
Un altro grido ancora si andava elevando in diversi punti della città; ed erane questa l’espressione fedele: Pria di discacciare i Gesuiti da Napoli, diceasi, doveva il Ministro dell’Istruzione pubblica provvedere alle scuole di pubblico insegnamento e trovare tra le classi delle persone illuminate ed intelligenti chi dettar potesse lezioni a quei molti giovani avviati allo studio, affinché non si rompesser all’ozio ed alle fatali conseguenze di esso. Chi abbatte od atterra il vecchio abituro pria di aversi edificato un nuovo ostello, dà segno manifesto di stoltezza o follia. E, conchiudendo, a rammentar faceansi a’ giovani che avean concepito e compiuto il disegno del bando, facendolo per violenza sanzionare dal ministero, che non fu mica gentile né generoso l’insultare il caduto, e che dovea loro bastare soltanto l’esilio legale di quella gente, senza insultarla con modi vituperevoli e strani. E rammentavan da ultimo al ministero di voler tutta sentire la propria importanza, di provvedere alle cose del paese con fermezza e coraggio, di non dar accesso né peso alle femminili paure, di badare che il suo potere non va più in là della Carta e del voto nazionale, ch’è responsabile, in una parola, non solo delle azioni compiute, ma delle omissioni ed oscitanze eziandìo. —
Ecco le critiche variate e molteplici, cui diè luogo e fomento il gesuitico bando; ecco le opinioni contrarie e diverse che da diversi e contrari partiti si andavan sostenendo a quei tempi. Qual sarà ora la nostra critica, quale la nostra opinione, il parer nostro? — Lo vedran tosto i contemporanei; lo vedran più tardi, e meglio, i posteri nostri.
FELIX QUI POTUIT RERUM COGNOSCERE CAUSAS!….
Nel 1521, Ignazio di Loyola, dopo aver tracorsi i primi 29 anni di sua vita fra le armi ed i piaceri della galanteria, consacrossi al servizio della Madre di Dio nel Monserrato in Catalogna; donde poscia si ridusse in una solitudine non molto lungi di colà, in cui l’Eterno certamente ispiragli la sua grande opera degli esercizi spirituali, poiché ignorava le prime letture quando la scrisse.
Decorato del titolo di Cavaliere di Cristo e della Vergine Maria, si accinse tosto ad insegnare e predicare, a convertir gli uomini con entusiasmo e con zelo, con ignoranza e successo.
Nell’anno 1538, sul finir della quaresima, radunò egli, in Roma dieci compagni, che avea prescelti secondo le sue mire e pienamente acconci ai suoi altissimi disegni.
Dopo diversi piani formati e rigettati a un tempo, Ignazio ed i suoi colleghi si dedicaron di concerto ad illuminar gl’infedeli, a propagare la fede, avendicar la Religione dagli attacchi degli Eretici.
In queste circostanze, Giovanni III, re di Portogallo, principe zelante per la propagazione del Cristianesimo, indirizzossi ad Ignazio per ¡spedire ne’ suoi stati una branca di missionari, con altissimo scopo d’inviarli poscia a propalar il Vangelo tra i Giapponesi e gl’Indiani. Ignazio spiccogli Rodrigo e Saverio. Quest’ultimo partì solo per quelle lontane contrade, in cui operò un’infinità di cose sorprendenti, che noi crediamo, e che il Gesuita Acosta non crede.
Il Papa Paolo III concepì il disegno di formare per mezzo di questi Religiosi una specie di milizia sparsa su la superficie della terra, sottoposta senza riserba agli ordini della Corte di Roma. Dopo molte difficoltà ed ostacoli, dopo molte opposizioni e contrasti, nel 1540 venne finalmente approvato l’Istituto d’Ignazio, e fu fondata la Compagnia di Gesù.
Benedetto XIV, che possedea tante virtù, e che ha profferito tanti bei motti; quel famoso ed illuminato Pontefice, la cui perdita fu general mente rimpianta fino ai nostri tempi, risguardava questa milizia come i GIANNIZZERI della Santa Sede, soldatesca indocile e pericolosa, ma che serve bene.
Al voto d’UBBIDIENZA, fatto al Papa rappresentante di Cristo su la terra. e ad un general e, aggiunser dappoi i Gesuiti quei di POVERTÀ’ e di CASTITÀ’, che hanno sinora osservati come si conosce pur troppo.
Dopo la Bolla che gli stabilì, e che gli appellò GESUITI, ne hanno ottenute novantacinque altre, che si conoscono, e che avrebber dovuto accuratamente nascondere.
Queste Bolle nomate LETTERE APOSTOLICHE accordan loro tutti i privilegi dello Stato monastico, cominciando dal men degno d’osservazione sino all’indipendenza dalla Corte di Roma.
Oltre a queste prerogative, han saputo costoro rinvenire un mezzo assai singolare di crearsen altre d’avvantaggio. Profferisce un Papa inconsideratamente qualche parola che sia favorevole all’Ordine? Se ne forma tostamente un titolo, ed è registrato ne’ Fasti della Società, in un Capitolo ch’ella denomina: GLI ORACOLI DI VIVA VOCE; vivae vocis oracula.
Il general ato, dignità subordinata nella sua origine, divenne sotto Lainez e sotto Acquaviva un dispotismo illimitato e permanente.
Avea stabilito Paolo III il numero di sessanta professi; tre anni dopo annullò una restrizione siffatta, e l’Ordine fu abbandonato a tutti gli aumenti ond’era suscettibile, e che ha preso col fatto.
Quei, che pretendon conoscere l’economia e la Regola di questa loro Società, fansi a partirla in sei classi, che chiamano dei Professi, de’ Coadiutori Spirituali, degli Scolari approvati, de’ Fratelli Laici o Coadiutori temporali, de’ Novizi, degli Affiliati o Aggiunti o Gesuiti di Veste corta. Quest’ultima classe e numerosa, incorporata in tutti gli stati della civil comunanza, e d’ogni sorta di abito fassi maschera e velo.
Oltre a’ tre voli solenni di Religione, i Professi che forman il Corpo della Società, fanno ancora un voto di ubbidienza speciale al Capo della Chiesa’, ma solamente per ciò che riguarda le missioni straniere. Il solo general e, ad esclusione anche del Papa, puote ammettere o rigettare un suggello.
L’Amministrazione dell’Ordine e divisa in tante Assistenze, le Assistenze in Province, le Province in Case. Non havvi poi che cinque Assistenti, e porta ciascuno il nome del suo Dipartimento, appellandosi l’Assistente o d’Italia, o di Spagna, o di Germania, o di Francia, o di Portogallo.
Il dovere d’un Assistente e di preparare gli affari e di mettervi un ordine che ne agevoli la spedizione al rispettivo general e. Quegli che invigila sur una Provincia porta il titolo di Provinciale; il Capo d’una Casa assume quello di Rettore.
Che cosa è intanto un Gesuita? E forse un prete secolare? È un prete regolare? È un Laico? È un Religioso? È un uomo di Comunità? È un Monaco? —Egli è veramente qualche cosa di tutto ciò, ma non appartiene in effetti ad alcuna di cosiffatte denominazioni.
Quando questi uomini si sono presentati nelle Contrade, in cui sollecitavan con molta cura la fondazione de’ loro Stabilimenti, e ch’essi loro domandato: Chi voi siete han francamente risposto: Tali quali, tales quales.
Han sempre costoro fatto un mistero delle loro Costituzioni, e non ne han dato giammai intera e libera certezza ai Magistrati od ai Governi. La loro Regola èassolutamente monarchica; e tutto il potere risiede nell’autorità d’un solo.
Sottoposti al più eccessivo dispotismo nelle loro case, i Gesuiti ne sono i fautori più abbietti nello Stato. Accordano al Papa l’Infallibilità ed il dominio universale, affinché padroni d’un solo, divenisser poscia padroni di tutto.
Correremmo rischio poi di andar all’infinito, ove tutte enumerar volessimo minutamente le prerogative assolute del loro general e. Ha egli il diritto di far novelle Costituzioni o rinnovare le antiche, di ammettere o di escludere, di edificare o di annullare, di approvare o disapprovare, di consultare o di ordinare in modo assoluto, di radunare o di sciogliere, di arricchire o d’impoverire, di assolvere o di condannare, di legare o sciorre, di mandar via o di ritenere, di render innocente o reo, colpevole d’un fatto leggiero o d’un delitto, d’annullare o di confermare un contratto, di ratificare o commutare un legato, d’approvare o di sopprimer un’Opera, di distribuire indulgenze o anatemi, di ascrivere o di cassare: in una parola, possiede egli tutta la pienezza di potere che immaginar possasi in un Capo sopra i suoi sudditi. Egli è lume ed anima, volontà e possanza, guida e coscienza.
Se questo Despota o Capo fosse per avventura un uom violento e vendicativo, ambizioso e perverso; se tra la folla di coloro cui inappellabilmente impone ed imperar si rinvenisse per caso un sol superstizioso o fanatico, ove mai quel principe, o quel cittadino privato, ch’esser potrebbe sicuro sul suo Trono, od in seno nella propria famiglia? — Chi ha lettura ed esperienza lo giudichi.
Viene imposto inoltre ad ogni Provinciale di entrare nelle più minute particolarità intorno agli affari pubblici e privati dell’intera Provincia, e d’inviare i più compiuti cataloghi della condotta, dello spirito, della maniera di pensare, del talento, del carattere, dei costumi degli individui; in una parola, dei loro vizi e delle loro virtù. Il generale per seguenza riceve ogni anno più di dugento stati esattissimi d’ogni Regno e d’ogni Provincia, tanto per le cose temporali, che per le spirituali.
Se fosse per poco questo generale un uomo iniquamente venduto a qualche Potenza straniera; ove fosse sventuratamente disposto per proprio carattere, o trascinalo per vile e sordido interesse a mischiarsi nelle cose politiche, qual male irreparabile e calamitoso, quale orrenda e trista sciagura non potrebbe apportare agli Stati? — L’han saluto pur troppo i nostri antenati; e neanco ignorano le generazioni presenti…
Centro morale e politico in cui a terminar vanno tutti i segreti dello Stato e delle famiglie, delle magioni de’ Grandi e de’ gabinetti peranco; tanto istrutto delle cose pubbliche e private, quanto impenetrabile nei suoi arcani ed occulti disegni; disposto sempre a desiare volontadi assolute senza ubbidire ad alcuno; prevenuto delle più pericolose opinioni su l’ingrandimento e conservazione della sua Compagnia, del paro che su le prerogative della sua spirituale possanza; capace infine di armare ai nostri fianchi una mano crudele e spietata di cui non si può diffidare: ov’è quell’uomo avventuroso tanto cui questo formidabili Capo suscitar non possa imbarazzi spiacevoli e tristi, ove incuorato dal silenzio e dal mistero, inanimito dal secreto e dall’impunità, osasse obliare una volta la santità del suo stato?—È UN GRAN LIBRO L’ISTORLA!….
Ne’ casi importanti, si scrive al generale in simboliche cifre, in geroglifici egiziani. Gli uomini che compongono la Compagnia di Gesù divengon per giuramento delatori e spioni gli uni degli altri, e tutti di tutti. Appena formata, si vide ricca e possente, numerosa e forte. Con la rapidità del baleno propagossi ella in Ispagna e nel Portogallo, in Francia e in Italia, in Germania ed in Inghilterra, al Nord ed al Mezzogiorno, in Africa e in America, nella Cina e nelle Indie, nel Giappone e da pertutto. Ugualmente ambiziosa e intricante, turbolenta e formidabil sempre; costantemente scuotendo il giogo delle leggi, e portando ovunque il suo inflessibil carattere d’indipendenza assoluta, scrupolosamente lo conserva, procedendo tronfia ed altera, orgogliosa e superba, quasi si sentisse destinata a comandar l’universo. Dalla sua fondazione sino a’ nostri tempi, no né pur decorso un sol anno senza che siasi segnalata con qualche azione strepitosa e turbolenta ad un’ora. Ecco il ristretto cronologico della sua storia, com’è a un dipresso compreso nel Decreto del Parlamento di Parigi, datato de’ 6 Agosto 1762, che sopprime quest’Ordine, come una setta di empi, di fanatici, di corruttori, di regicidi, di comandati da un capo straniero e macchiavellista per istituto.
Nel 1547,Bobadilla, uno de’ compagni d’Ignazio, fu discacciato dagli Stati di Germania, perché osò scrivere contra l’Interim d’Ausburg.
Nel 1560, Gonzales Sylveria fu giustiziato al Monomotapà come spione del Portogallo e della sua Società.
Nel 1578, tutti i Gesuiti d’Anversa furon banditi, per essersi ricusati alla predicazione di Gand.
Nel 1581, Gampian e Briant furon messi a morte, per aver cospirato contro Elisabetta d’Inghilterra. Nel corso del regno di questa illustre Regina, cinque cospirazioni tramaronsi contra la sua vita da’ Gesuiti.
Nel 1588, si vider costoro animare la Lega formata in Francia contro Errico III. Nello stesso anno, il tanto famoso Molina pubblicò i suoi perniciosi e condannati sogni su la concordia della grazia e del libero arbitrio.
Nel 1593 Barrière fu armato d’un pugnale contro il migliore de’ Re dal Gesuita Varadé.
Nel 1594 i Gesuiti furon discacciati dalla Francia come complici provali del parricidio di Gio: Chatel.
Nel 1595, il loro P. Guignard, sorpreso con gli scritti apologetici dell’assassinio di Errico IV, fu condannato alla Grénve.
Nel 1597, le Congregazioni de’ auxìliis si tennero in occasione della novità della dottrina de’ Gesuiti su la Grazia; e Clemente VIII disse loro: Uomini turbolenti siete voi che agitate tutta la Chiesa.
Nel 1598, corrompon i Gesuiti uno scellerato e ribaldo, gli amministrano l’Eucaristia con una mano, gli presentano un pugnale con l’altra, gli mostrano la corona eterna discesa dal cielo, e tosto spedisconlo ad assassinare Maurizio di Nassau; son quindi banditi dagli Stati di Olanda.
Nel 1600, la clemenza del Cardinal Federico Borromeo li discaccia dal Collegio di Brada, per nefandi delitti che avrebber dovuto inesorabilmente menarli al rogo o alla forca.
Nel 1605, Oldecorn e Gamet, come autori della cospirazione delle polveri, sono abbandonati al pubblico supplizio.
Nel 1606, ribelli ai decreti del Senato di Venezia, furon cacciati dalla Città e dallo Stato.
Nel 1610 Ravaillac assassinò Errico IV. I Gesuiti caddero in sospetto di aver secretamente diretta la sua mano; e mostrandosene pur troppo gelosi, come se il loro disegno fosse stato di sparger terrore ed allarme nel seno de’ Monarchi, nello stesso anno pubblicò Marianne, con la sua istituzione del Principe, l’Apologia dell’assasssinio dei Re.
Nel 1618, furon cacciati i Gesuiti dalla Boemia come perturbatori del pubblico riposo, come sollevatori de’ sudditi contra i loro Magistrati, come propagatori del fuoco della discordia tra i membri dello Stato. Nel 1619, furon banditi dalla Moravia per le stesse cagioni.
Nel 1631, le loro turbolente sedizioni sollevarono il Giappone; ed in tutta l’estensione dell’Impero fu bagnato il suolo di sangue idolatra e cristiano. Accesa la guerra civile, 37000 cristiani ritiraronsi nel Castello di Simabora. Ivi furono assediati; il Castello fu preso d’assalto il dì 11 Aprile 1638, ed i cristiani furon tutti distrutti dal ferro e dal fuoco. I Giapponesi, risoluti di non passare sotto un giogo straniero, han giurato d’aver in orrore il nome di cristiano; ed èsì possente fra loro un cotal sentimento, che, grazie ai Gesuiti, ha fatto perpetuare una cerimonia sì esecranda ed assurda da non potersi esprimere a parole senza nota di gravissimo scandalo: cerimonia ignominiosa ed infernale, a cui non pochi Europei, attaccati più tosto al danaro che al loro Dio, si sottopongon senza ripugnanza veruna.
Nel 1641, i Gesuiti accesero in Europa l’assurda contesa del Giansenismo, che costò il riposo e la fortuna di tanti onesti fanatici. E nel 1643, l’isola di Malta, forte adirata per la loro depravazione smodata, non men che per la loro rapacità ed insaziabil sete di ricchezze, rigettolli lungi da sé.
Nel 1709, la loro bassa gelosia distrusse Porto Reale, aprì le tombe de’ morti, disperse le loro ossa, e rovescionne le sacre mura, le cui pietre oggi rovesciansi sì aspramente su le loro teste umiliate.
Nello stesso anno, il Gesuita Jouvency, in una storia della Società, osa allogare infra il novero de’ martiri gli assassini de’ Re di Francia; quei Magistrati accorti e prudenti fanno bruciare il suo libro.
Nel1723, Pietro il Grande non trova sicurezza per la sua persona, e mezzo di tranquillare i suoi Stati, che col dare il bando a’ Gesuiti.
Nel 1730, lo scandaloso Tournemine predica a Caen in un tempio, ed innanzi ad un uditorio cristiano, ch’è cosa incerta che il Vangelo di Cristo sia Scrittura santa. Nello stesso tempo Hardovin comincia ad infettare il suo Ordine d’uno scetticismo ridicolo ed empio.
Nel 1755, i Gesuiti del Paraguay conducon in battaglia ordinata gli abitanti di quel Paese contra i loro legittimi sovrani.
Nel 1757, un attentato parricida è commesso contra Luigi XV, re di Francia, da un uomo allevato ne’ lari della Società di Gesù, da quei Padri protetto, e collocato in. molte case: nello stesso anno danno alla luce uno de’ loro classici autori, in cui la dottrina dell’assassinio de’ Re viene apertamente insegnata. Fecero altrettanto dopo l’assassinio di Errico IV. Le stesse circostanze, la stessa condotta.
Nel 1758, il Re di Portogallo èassassinato in conseguenza d’una congiura tramata e condotta a fine dai Gesuiti Malagrida, Mathos, ed Alessandro.
Ecco le principali epoche del Gesuitismo. Non havvene alcuna cui non se ne possan aggiungere molte altre, e forse di maggior importanza. Questa moltitudine di delitti, quanti altri non ne la presupporre che s’ignoran affatto? —Nulla però di meno, ciò ch’essi rapidamente accennato e oltre modo bastevole a mostrar apertamente, che in un intervallo di trecento anni non evvi misfatto che questa razza di uomini non abbia tentato o commesso.
Arroger puossi, che non havvi dottrina perversa che questa Società non abbia imprudentemente insegnata. L’Elucidarium di Posa soltanto ne contiene più che non ne fornirebbero cento volumi de’ più distinti fanatici. La dottrina del probabilismo è d’invenzione gesuitica. Il sistema del peccato filosofico è dello stesso conio.
Leggasi la famosa opera intitolata le Asserzioni, pubblicata nell’anno 1762 a Parigi, e fremerassi d’orrore nel ravvisare le tante assurdità che i Teologi di questa Setta hanno spacciati fin dalla sua origine, su la simonia, su la bestemmia, sul sacrilegio, su la magia, su l’irreligione, su l’astrologia, su lo spergiuro su l’impudicizia, su la fornicazione, su la falsità, su la menzogna, su la direzione d’intenzione, su la falsa testimonianza, su la prevaricazione dei Giudici, sul furto, su la compensazione occulta, su l’omicidio, sul suicidio, su la prostituzione e sul regicidio: assurdità mostruose che, giusta l’opinione del Procurator generale del Re al Parlamento di Brettagna, nel secondo suo conio reso, pag. 70, attaccan apertamente i princìpi più sacri, tendon a distruggere la legge naturale, a render la fede umana dubbiosa, a romper tutti i legami della società civile, autorizzando l’infrazione delle sue leggi più sacre, a soffocare ogni sentimento dì umanità, ad annientare l’autorità reale, a portar le turbolenze e la desolazione negl’Imperi legittimando il regicidio, a rovesciar le fondamenta della rivelazione, ed a sostituire al cristianesimo ogni specie di superstizione e di fanatismo.
Leggasi d’avvantaggio nel Decreto del Parlamento di Parigi, pubblicato il 6 Agosto del 1762, la lista infamante delle condanne, cui sono stati sottoposti in tutti i Tribunali del mondo cristiano, e la lista più infamante ancora delle qualificazioni che loro si son date; ed acquisterassi senza dubbio una più chiara idea di questo CORPO EMINENTEMENTE MORALE.
Chieder potrassi qui certamente come questa Società siesi consolidata, malgrado tutto ciò che ha fatto per perdersi; come illustrata, ad onta di tutto ciò che ha tentato per invilirsi; come abbia ottenuta la confidenza de’ Sovrani sgozzandoli; la protezione del Clero degradandolo; una sì grande autorità nella Chiesa riempiendola di discordie e di scismi, colmandola d’obbrobrio e di derisione, pervertendo la sua morale ed i suoi dogmi? Perché si è veduta a un tempo in questo STRANO CORPO la ragione assisa accanto al fanatismo, la virtù affratellata col vizio, la religione allato all’empietà, il rigorismo appiccato al rilasciamento, la scienza giunta all’ignoranza, lo spirito di ritiro accoppiato allo spirito d’intrico e di rigiro, tutti i contrasti in somma riuniti infra loro, le mostruosità più strane ed assurde
Giunte in un corpo con mirabil tempra.
Dati in preda al commercio e all’intrico, alla politica de’ tempi e ad occupazioni straniere affatto al loro stato, son costoro necessariamente caduti nell’universale disprezzo, seguito in tutti i tempi, ed in tutte le case religiose, dalla decadenza degli studi e dalla corruzione del costume.
Non l’oro certamente, né la possanza, salvar polea la Società da un fatale ed irreparabil crollo; l’inviolabil rispetto sì bene dovuto alla scienza e alla virtù: han perduto i Gesuiti queste nozioni sì comuni che dovean sostenerli; e però la maledizione di Borgia, lor terzo general e, si è su di loro pienamente verificata. Quest’uomo di sana dottrina e d’incorrotti costumi indirizzava loro siffattamente la parola: «Verrà tempo certamente in cui non metterete più limite al vostro orgoglio insultante, all’ambizion vostra smodata; in cui non d’altro vi occuperete che d’accumulare ricchezze e di estender via più il vostro credilo, l’opinion vostra mondana; non saravvi allora potenza su la terra che rimenarvi potesse alla perfezion vostra primitiva; e se fia possibile distruggervi, vi distruggerà volentieri e senza riguardo veruno. Ci facea pur di mestieri che coloro che avean fondata la loro durata su la stessa base che sostiene l’esistenza e la fortuna de’ grandi della terra, subisser finalmente al par di questi non diversi destini! La prosperità de’ Gesuiti non è stata che un sogno alquanto più lungo, ma però più tristo e fatale.
In qual tempo intanto, ed in quali circostanze, e caduto infranto nella polve un sì formidabil colosso? Nel momento stesso che sembrava più saldo e più grande; nel momento che i Gesuiti riempivano i palagi dei Re; nel momento in cui la gioventù, che forma la dolce speranza delle prime famiglie dello Stato, correva in folla alle loro scuole variate e diverse; in un momento che la Religione gli aveva elevali alla confidenza più intima de’ Magistrali e de’ Grandi; in un momento, da ultimo, in cui, meno protetti che protettori del Clero, eran costoro divenuti ovunque e vita ed anima di questo gran Corpo Teocratico. E che cosa mai non si credean di essere questi mostruosi giganti de’ tempi favolosi?— Noi abbiam veduto queste querce orgogliose toccar già da presso il cielo; ci siam tosto rivolti, ed esse non eran più.
Del pari che nel mondo fisico, ha pur anche nel mondo morale la sua ingeneratrice cagione ogni fatto fenomenico, ogni qual siesi evento. Qual sarà stata mai quella della rapida e fatai caduta di questa società, iti altre epoche anteriori alla nostra, ed in altre contrade di Europa? —Eccone alcuna fra molte che s’offrono spontaneamente al nostro spirito, cui pur troppo spettò non ha guari di avvicinare tal sorta di gente, di esercitarsi in discussioni di qualche importanza, e sostenere con più d’un di loro gravissime lotte, malagevoli contrasti, allorché gli avemmo a revisori e censori spietati delle nostre filosofiche produzioni.
Hanno i Gesuiti non mezzanamente indignato e innasprito la classe de’ letterati, nel più arduo momento in cui andavano a prender partito per essi contro ai loro implacabili e tristi nemici. Né è avvenuto per seguenza che in luogo di covrire ed asconder e loro debolezze, le hanno via più svelate ed esposte, additando ai capi entusiasti, ond’eran forte minacciati, il luogo in cui dovean ferire con più felice successo.
Non si è più trovato d’avvantaggio nella loro Società verun uomo distinto per gran talento e virtù; non poeti, non filosofi, non oratori, non eruditi, niuno scrittore di alta sfera, niun individuo insomma, di cui dir si potesse
Fu letterato grande e’ di gran fama;
Fu quindi meritamente abbietto e disprezzato quel Corpo.
Un’intestina anarchia, inoltre, li manteneva quasi scissi da un pezzo; ed ove per avventura possedeano qualche esimio e rispettabil soggetto, era pur troppo malagevolcosa il conservarlo fra loro.
Sono stati scoverti eziandìo gli autori dì tanti torbidi civili, svelate le secrete molle di tante cittadine discordie, e la pazienza dei governi e de’ popoli si è finalmente stancata.
Il loro giornalista di Trévoux, autor mediocre e povero politico, ha procurato loro, co’ suoi periodici scritti, mille nemici formidabili che gli han poscia dipinti con nerissima tinta.
Di non buona intelligenza co’ depositari delle leggi, non han mica pensato i Gesuiti che i Magistrati, duraturi quanto le leggi stesse su la terra, avrebber una volta da forti trionfato e vinto. Hanno ignorato del pari la differenza che passa fra individui necessari allo Stato e monaci turbolenti o perniciosi alla comunanza civile; né han preveduto eziandìo che se fosse il governo obbligato a prender finalmente un partito, volgerebbe con dispregio le spalle a persone che non avean più nulla in se stesse di commendevole ed avvantaggioso.
Mentre gli studi fiorivano in tutte le Università di Europa, andavan molto a ritroso ed erano in fatal decadenza ne’ loro Collegi; di quivi la convinzione profonda in ognuno che, per l’impiego migliore del tempo, per la buona cultura dello spirito, per la conservazione de’ costumi e della sana morale, non dovessi dar luogo ad esitazione veruna nella scelta o nel paragone fra la pubblica istituzione e l’educazione domestica.
Han voluto questi uomini stranamente intrudersi in affari diversi, ed hanno avuta confidenza molta nel loro credito, nella lor opinione, nel preteso lor merito, mentre la pubblica opinione li covriva d’obbrobrio, e più d’una penna eminentemente italiana, oltre modo vulnerando la loro effimera rinomanza, vergava pagine non dubbie di esecrata memoria per quest’Idra abbattuta e atterrata.
Furon molto imprudenti pur anche nel render di pubblica ragione le loro bizzarre Costituzioni; e furonlo d’avvantaggio quando, provvidenzialmente obbliando cheera affatto precaria la lor esistenza, costituiron il pubblico in istato di conoscer pienamente la loro Regola, i loro Statuti, e di paragonar quindi quel sistema di fanatismo e di superstizione oltraggiarne, di macchiavellismo e d’indipendenza assurda con le leggi dello Stato.
Qual forza possente, qual circostanza felice avrebbe mai potuto salvar l’Ordine contro tante scosse riunite che avean forte minato le sue basi, ed all’orlo ridotto d’un precipizio fatale?—Inevitabile quindi la lor espulsione da tutti quasi gli Stati Europei; necessario e proclamato dal pubblico voto il loro bando dal nostro Reame.
Non già per odio o per risentimento contro i Gesuiti, si son qui riportati fedelmente taluni de’ loro fatti principali; con iscopo sì bene di giustificare il governo che gli ha discacciati, i magistrati che ne han fatta giustizia, il pubblico infine che ne ha provocato le misure più energiche ed efficaci; con iscopo peranco di far conoscere ai Religiosi di quest’Ordine, che tenteranno un giorno di ristabilirsi nel nostro reame, a quali condizioni potranno sperare di mantenervisi e render più stabile là loro permanenza o durata.
Né sarà vano il presentimento del loro ritorno e della restaurazion loro nel nostro Regno. Chi trovossi presente alla licenziata di questi PII CAMPIONI, udì chiaramente profferire da taluni di costoro, con tuono torbido e minaccioso, queste profetiche parole: «Quella stessa mano che ci ha cacciati, sarà costretta un giorno a richiamarci». E con ciò facean eco costoro alta profezia da’ Gesuiti sparsa nella loro prima espulsione, cioè, di dover essere la Compagnia, non andrà guari, novellamente introdotta e stabilita fra noi. Il vaticinio verificossi allora certamente; ma il fulmine che gli ha questa volta sopragiunti e colpiti, avrà probabilmente tal forza e tal violenza da non farli sì tosto e sì agevolmente risorgere a novella vita civile.
Si espresse assai bene il Genio della Letteratura Francese, nel suo Dizionario Filosofico, quando in una nota dell’Articolo Orgoglio inviar volle il lettore a quello di Gesuita.
Lo spirito di questa fatal Società è stato sempre quello di annientare i lumi della sana Filosofia, per mantener poscia stazionarie ovvero retrograde le sociali masse, e sempre ligie al suo fanatismo orgoglioso le popolazioni abbrutite. Il tempio di Minerva star doveva eternamente chiuso pei popoli, e schiuder soltanto le porte alla privilegiata prole di Loyola. Si conosce pur troppo quanti lacci fatali tendeano all’incauta gioventù, per ammaliarla e sedurla, e quindi attirarla irresistibilmente fra loro. Tutti quei giovanetti che mostravan talenti distinti, venian di furto strappati dal seno della società e delle tradite famiglie, per arricchirne la Compagnia e renderla poscia più colossale e più torte, più rispettata e temuta. Per questa ragione pullulava l’Ordine un tempo di soggetti valenti nelle scienze e nelle Belle Lettere. E quando, per lo avverso, appariva un bell’ingegno fuori del Suo seno, ne diveniva repente il bersaglio fatale; mirava Ognora con occhio di disprezzo gli altri Ordini Religiosi; ed era sempre alle prese coi Filosofi, con le persone più illuminate e di letteraria rinomanza.
Estinta la prima volta la Società, non si estinsero in seno delle sciolte sue membra i semi di ambizione e di avarizia rea. Risorti appena i Gesuiti in Napoli, una delle prime lor cure fu di estinguere o di eclissare almeno in gran parte i balenanti raggi di Filosofia che cominciavano a sfolgorare in questo nostro paese. Ed in ciò si trovavan pienamente in accordo col voler di TALUNI, che con atteso disegno gli avean proclamati ed accolti in queste contrade: qual notte tenebrosa dovea quindi sbucar fuori dalla strettissima lega di queste tartaree Deità!
Alcuni pretesi letterati, ch’esistevan fra gli esuli di ritorno, penetrando appena nella Real Biblioteca, vi apportaron disordine e generale scompiglio. Accostavansi imprudentemente ai giovani studiosi, e quando trovavan fra le loro mani Lodi o Condillac, non mancavan discreditare que’ luminari della ragione e del buon senso, affine d’impedirne l’interessante ed utile lettura. Questa specie di anatema pe’ buoni autori produsse tosto un’indignazione sì profonda negli animi della gioventù, che la Biblioteca restò in breve quasi muta e deserta.
Un Ministro savio ed illuminato avea pur troppo raddoppiato di cure e di sforzi, per non far introdurre questa peste letteraria nella Biblioteca di suo carico; ma cui volea correr direttamente al suo scopo, deluse le mire e le cure dell’uomo di buon senso. Gloria ed onor sommo qui profondasi intanto alla grata memoria del Ministro Seratti, straniero sì bene, ma che si sarebbe dedicato al miglior vantaggio della nostra cara patria cui serviva, se non gli fossero state tarpate le ali da chi dovea più tosto immegliare le sorti della social comunanza.
I Francesi nel 1806 piomban ratti sul Regno di Napoli per vendicare la fede de’ trattati vilipesa; e l’ora, tanto desiderata dai buoni, dell’espulsione de’ Gesuiti, già suona per costoro. Viene, in effetto, intimato loro lo sfratto dal Regno, ed i presuntuosi figli del fanatismo e della superstizion cieca son forzati ad abbandonar la preda con la disperazione sul viso. La caduta di quella gente abbatte oltre modo i colpevoli suoi adoratori, che avean pria fondato nella Società la fallace speranza d’una disastrosa inquisizione politica.
Grazie sempre all’attual nostro costituzionale Governo, la stessa ora è pur suonata questa volta pei giù fugati Gesuiti, per questa miserabile genia di egoisti e di sucidissime Arpìe. Questi aspidi velenosi non potranno più mordere, osiamo almeno sperarlo, né distillar contagiosi pensieri negli animi ancor vergini de’ loro incauti adoratori.
Possa l’intera distruzione del vetusto sistema gotico de’ Governi di Europa consoli dar per sempre i princìpi salutari del novell’ordine di cose fondato su la libertà politica delle Nazioni, su la rigenerazione civile de’ popoli, già vittime del dispotismo e dell’esecrata superstizione, i cui principali satelliti eran gl’ippocriti della Compagnia di Gesù! —
Ne’ momenti di trambusto e di crisi, molto più quando gli urli politici o le scosse vertiginose delle Nazioni rapidamente succedonsi, havvi sempre delle convulsioni inevitabili e forti, delle oscillazioni più o meno attive e gagliarde che palesati la lotta dei due princìpi opposti. Non dee quindi desiar sorpresa se Roma, al par di Napoli e d’ogni altro paese che trovasi di presente nelle stesse condizioni, fa ora sperimento d’una teoria cosiffatta. Ciò non toglie, nulla però di meno, che la lotta sia deplorabile e trista, e che i buoni cittadini dian opera che il male onde son minacciati sia finalmente ridotto alle minime proporzioni’ possibili. L’espulsione de’ Gesuiti da Napoli ha provvidenzialmente sottratto il popolo Romano ad un grave pericolo; ed ove il loro bando da questa Capitale fosse stato eseguito men prontamente, ci avrebbe forse con nostro grave danno esposti nella stessa conflagrazione di Roma.
A vantaggio ed istruzione comune ci facciamo ad esporre e consecrare in queste storiche memorie avvenimenti siffatti, affine di prenderne opportuno ed acconcio argomento d’inculcar del continuo a’ nostri nomini di stato la necessità d’operar con sollecitudine in tutte quelle cose che pur fare dovransi o presto o lardi; sì che il procrastinarle d’avvantaggio, lungi dal fruttarcene alcun bene, ne accresce forse i pericoli e le complicazioni, e ci procura per seguenza detrimento e danno peggiore.
Pubblicatosi in Roma lo Statuto costituzionale, onde far dovrassi indi a non poco alcun cenno, davansi opera i Gesuiti di preparar secretamente a’ Romani un officio funebre, una strage cittadina e funesta, la quale sarà certamente inevitabile, ove Pio nono non voglia porvi rimedio; e dovrà senza dubbio prestarvelo nella sua somma saviezza e prudenza, poi che quella sua lettera o breve che sia, malamente interpretata, destò negli animi una generale perturbazione, da cui l’accorta Compagnia seppe acconciamente trar molto profitto.
I due partiti intanto si guardan ognora in cagnesco, e fu provvidenza che in questi tracorsi giorni non ¡scorresse in Roma il sangue cittadino. Buona parte di popolo èattualmente in tumulto e in pericolo. I capi popolo de’ Rioni sono divisi fra loro in conseguenza d’una pubblicata lettera in cui sembra che Pio Nono si esprima a vantaggio de’ non più tollerati Gesuiti. Nella decorsa settimana, sì come si è officialmente riferito, otto colonnelli di battaglioni avanzaron reclami a quel Ministero, perché potesse portarsi innanzi al Papa la questione Gesuitica, e provvedersi incontanente alla loro dissoluzione, se non vorrà veder Roma come la Svizzera.
Non son diversi, in effetto, gli elementi; non dissimili le occulte pratiche; saran forse peggiori i risultati. I Gesuiti intanto agiscon orgogliosamente in Roma dopo quella manifestazione fatta per lettera; assoldando vanno clienti dapertutto e speranformarsi un ben grosso partito; spargon voci allarmanti e di equivoca intesa, esagerate e bugiarde peranco. Le fazioni sono del continuo con la lancia in resta, e forte si teme che romper finalmente dovrassi, ove non si accorra energicamente, e tosto: un sol giorno di differimento, una sol’ora forse d’imprudente ritardo, e quella scena indecorosa suggellerassi col sangue.
Gran Dio! pare impossibile! tanta rovina e tanta strage per una setta di proscritti egoisti! tanti torbidi e tanti mali nella società per una branca esecrata di malfattori e sediziosi briganti! La città di Roma trepida intanto, è scissa in frazioni e partiti, è gravemente esposta ad enormi pericoli finché non saprassi quali risoluzioni si dovran prendere dopo l’indirizzò portato da’ Ministri perché fosser i Gesuiti allontanati da quella contrada. Siam certi nulla però di meno che, ove non vengan costoro da colà rimossi, per indifferenza del Papa, le fazioni verranno furiosamente alle mani, e sarà quella dominante un orrendo teatro di scompiglio e di orrore, un miserabile ostello di Ghibellini e di Guelfi novelli. Che disgrazia per Roma, l’onor di Pio Nono, per lo Stato, e per Italia intera, che sia ancora intrusa e regnante infra le italiane famiglie questa famiglia eterogenea e perniciosa, questo strano elemento di discordia e di scisma!!!
E discordia e scisma, sommosse e tumulti produsse pur anche nella nostra Capitale il gesuitico bando; perocché nel giorno che seguì l’allontanamento di quella sediziosa gente dalla città di Napoli, un’insolita perturbazione agitò forte e mise in ¡scompiglio il popolo. Una turba di felloni aderenti al loro partito, incitando secretamente a rivolta non pochi della plebe e del lazzarismo sfrenato, cagionaron grave sommosa in tutto il paese; sì che armati di sassi percorrevano indomiti e furibondi le pubbliche vie, con infame disegno di colpire ed atterrare coloro che avean avuto gran parte al discacciamento de’ loro fidi PROTETTORI. L’opportuna resistenza della truppa e della Guardia Nazionale salvò valorosamente la patria da un imminente e grave pericolo, cui l’avrebbe inevitabilmente esposto quella licenziosa ed imbaldanzita bruzzaglia.
In quello stesso giorno, 13 marzo, un individuo della guardia nazionale recavasi generosamente nel proprio posto per giungnersi agli altri prodi suoi compagni, ed accorrer sollecito ad impedire le varie turbolenze che comprometter poteauo la pubblica tranquillità. Un’orda di mal intenzionati dell’infama classe della plebe lo assalì da ogni banda, credendo di poterlo disarmare ed obbligarlo a profferire il molto esecrando muoia la Costituzione! Ma il valoroso ed intrepido aggredito, da patriottismo e da coraggio forte animato, e tacendo buon uso di quell’arma che meritamente impugnava, impose loro di sciogliersi e gridare viva la Costituzione! Questa espressione innaspò via più quei mal consigliati e turbulenti felloni, che fecersi tosto a tempestarlo di violenti e ripetuti colpi di sassi. Cinque volte il prode ecrescenzo scaricò su di essi il suo fucile, e riuscigli. di assicurare in mano dell’autorità competente un di quei ribaldi ferito a morte. Ed altri casi di morte e di ferite intervenner pure in quel giorno di scompiglio, che stati sarebbero certamente seguiti da turbolenze funeste, ove non si fosse prestata a tempo la guardia nazionale, sul cui soccorso magnanimo tutta riposa la sicurezza interna ed esterna della patria.
E vi provvide pur energicamente il Governo con apposito Decreto, avente per ¡scopo la più rigorosa proibizione di qualsivoglia attruppamento, prendendo di mira sovra tutto quelle interminabili dimostrazioni popolari, fomentate e promosse da talune teste riscaldate, ch’eran sol paghe d’incitare gli animi a rivolture politiche. E quel Decreto del 13 Marzo 1848 era siffattamente concepito:
«Visto il rapporto del Comandante in capo la Guardia Nazionale, in data di oggi, e l’altro del Comandante la Piazza, dello stesso giorno, con cui si richiedono misure pronte e repressive per mantenere la pubblica tranquillità e l’ordine politico;
«Visti gli articoli 140 e 142 delle Leggi Penali;
«Considerando che per assicurare«l”esecuzione delle Leggi rimaste provvisoriamente in vigore, e necessario di adottare energici mezzi, che sieno riconosciuti da’ regolamenti esistenti, e non epposti al Regime Costituzionale;
«Considerando che comunque competa ai Cittadini il diritto di petizione, pure questo debbe esercitarsi in iscritto e ne’ modi legali;
«Considerando che siffatto diritto si è sperimentato ne’ precedenti giorni, e specialmente oggi col mezzo di numerosi attruppamenti, con vie di fatto, con iscritti stampali, con cartelli ed affissi criminosi, compromettendo il rispetto dovuto alla Religione e la sicurezza dello Stato;
«Considerando che per evitare tali inconvenienti, esige la prudenza che abbian luogo misure preventive, e che sono ammesse in tutti i Governi Costituzionali; ecc.
«Abbiamo risoluto di decretare e decretiamo quanto segue:
«Art. 1. La petizione non esercitata a senso della Costituzione, e vietata.
«Art. 2. Qualora il modo illegale della petizione offra un reato previsto dalle Leggi rimaste provvisoriamente in vigore, verrà punito ai termini delle medesime dal competente Magistrato ordinario.
«Art. 3. Se avrà luogo un attruppamento criminoso, verrà disciolto con l’intimazione che si eseguirà per tre volte dalle autorità municipali accompagnate da un uffiziale di Polizia ordinaria o giudiziaria, mostrandosi circondata da un drappello di Guardia Nazionale o di altra Truppa, previo il tocco del tamburo, od il suono della tromba.
«Art. 4, Se dopo tale triplice intimazione non si ubbidisca, sarà lecito d’impiegare la forza pubblica per ottenere lo sgombramento suddetto —
Le rincrescevoli perturbazioni, onde in quei giorni fu gravemente commossa la Capitale, suscitaron nel cuore de’ buoni un sentimento di tristezza, che non potea se non avvelenare quella pubblica gioia, a cui pria si eran tutti abbandonati, per la speranza di veder sempre più assicurati gli effetti della nostra politica rigenerazione.
Quelle deviazioni intanto dal sentiero della legalità, quei crocchi diurni e notturni, quelle grida tumultuose ed allarmanti, quelle voci incessantemente ripetute di abbasso il Ministero, eran tanto più di nocumento ai veri interessi della nazione, in quanto preoccupandone il Governo, l’andavan distraendo da’ già intrapresi lavori per dover quindi riordinare su novelle basi le svariate parti dell’amministrazione.
Aveva ormai il Ministero cominciata la discussione delle leggi provvisorie dirette ad organizzarprontamente una Guardia di pubblica sicurezza in tutto il Regno, che assumendo il servizio della Gendarmeria, ne tenesse luogo sopra norme più conducenti allo scopo di conciliare la libertà con l’ordine sociale; a ricomporre sopra basi più larghe la forza dell’esercito, ch’oggi sovra tutto concorrer debbe a garantire l’indipendenza italiana da ogni vicissitudine impreveduta e funesta; ad emanar la legge provvisoria per l’organizzazione della Guardia Nazionale, e dare a questa fondamental garentia de’ nostri novelli ordini politici i mezzi di cui potesse aver bisogno per non render affatto illusoria la sua salutare istituzione; ad occuparsi immediatamente di preparar gli elementi delle deliberazioni, che, per riordinare le varie parti dello Stato, presentar dovransi alle Camere Legislative, nella lor imminente convocazione. Ma, indipendentemente dall’intervento degli onesti cittadini che facesser uso del loro credito, e principalmente della Guardia Nazionale, per mantener la pubblica tranquillità, era pur troppo malagevol cosa che in mezzo a commozioni ogni dì rinascenti procedesser le cose con celerità e felice successo; commozioni che turba van principalmente a quei giorni gl’interessi della finanza, ed opponeano ad ogni operazione che vi si riferisce le più insormontabili barriere. E questo concorso appunto invocava allora il Ministero, e vientuttora proclamato, poiché senza di esso rimarrebbe paralizzato e sconvolto l’andamento degli affari con general detrimento; e distruggerebbe quella fiducia che la pubblica opinione ha finora mostrato d’accordargli. —
Vengon intanto i Gesuiti legalmente espulsi da Torino, come pochi giorni prima Io erano stati del pari da Genova. Carlo Alberto continua a consolidare via più la vera libertà civile o politica nelle province italiane da lui gloriosamente governale; quest’atto novello della sua civil sapienza e solenne attestato di amore alla libertà ed all’indipendenza italiana. In mezzo ad uomini liberi è affatto incompatibile e strana resistenza dei nostri comuni e più pertinaci nemici, e tanto più perfidi quanto più i loro raggiri son occulti ed impenetrabili, variali e moltiplici i lor artifizi, perniciosi e gravi i lor attentali a qualsivoglia specie di libertà. La loro presenza nella civil comunanza è da evitarsi a qualunque costo e con ogni sforzo possibile. In Inghilterra del paro, in quel paese di Europa dove la libertà e più antica e più vivamente sentita, nell’esser restituiti ai cattolici i diritti civili, il ministero diretto da Lord Russell ne ha formalmente e categoricamente eccettuati i Gesuiti. E l’illustre ministro inglese ha bene in ciò proceduto con saviezza e prudenza somma: Gesuitismo non è Cattolicismo; il Gesuitismo è ripugnante ed assurdo con la libertà de’ popoli.
Il Principato civile ha il diritto e il dovere ad un’ora di abborrir forte il Gesuitismo, e tanto quanto l’abborrono i veri Cattolici, gli amici veri e passionati della libertà politica. La famiglia degli Stuardi rovinò, perché collegata a’ Gesuiti. Carlo X fu scacciato dal trono, perché strinse anch’egli alleanza co’ RISPETTABILI Gesuiti. L’insegnamento autorevole della storia parla un linguaggio assai chiaro ed aperto; ed i Principi che aminosinceramente il bene de’ loro popoli e la conservazione de’ loro troni, non deon punto ignorarlo, e molto meno obbliarlo. Ogni fremito di un popolo vendicato in libertà è una coscienziosa imprecazione ai Gesuiti.
In Italia sovra tutto, l’abominio a’ Gesuiti e invincibile e vetusto, perché la nostra cara Italia e nazione cattolica e civile; perché i Gesuiti sono gli alleati naturali del già abbattuto colosso austriaco; perché sventuramente l’Italia e la contrada di Europa, dove i malefici effetti degli influssi gesuitici sono più visibili e fatali, più potenti e funesti. Carlo Alberto ha quindi lealmente e sapientemente provveduto al decoro della Religione, all’indipendenza d’Italia, alla libertà de’ suoi popoli, alla sicurezza pur anche del suo trono, scacciando da’ suoi stati i REVERENDI PADRI. Questa volta ancora ha egli fatto diritto e ragione al suo gran Precursore, all’Apostolo invitto dell’alleanza della Religione con la Civiltà (alleanza implacabilmente e del continuo astiata e combattuta da’ Gesuiti) all’illustre Vincenzo Gioberti.
Havvi per avventura di quei che credon esagerati e puerili i timori, che concepisco!! gl’Italiani dell’esecrato Gesuitismo. Noi confessiamo apertamente di parteggiare per la sentenza che dice assolutamente l’opposto; noi siamo in tutto e per tutto del parere del Gioberti. Il Gesuitismo èla mala pianta, la pianta paralizzata e intristita che aduggia l’italico suolo; e però non rifinirem mai dal combattere, non sarem paghi e contenti giammai, se non quando ne sarà svelta dell’intutto, sbarbicata interamente sin dalle proprie radici. Carlo Alberto ha dato all’Europa un grande e salutare esempio, sotto quest’altro rapporto; il nostro Principe costituzionale, il nostro Re veramente italiano Ferdinando II lo ha tostamente imitato; il magnanimo Pio Nono, cui oggi e commessa dalla Provvidenza la difesa della Chiesa e dell’Italia, scaccerà del pari, speriamo, dal santuario pur troppo profanato da quella genia di vipere i nemici della Religione e ella Civiltà, tuonerà dal sacro Vaticano con voce forte e scuotente contro il Gesuitismo, ridurrà in atto il gran pensiero del sommo e cattolicissimo autore del GESUITA MODERNO, pronuncierà novellamente il gran decreto, che uscì fuori altra volta dalle labbra del giusto e pio suo predecessore, Papa Ganganelli. —
Strana cosa ad udirsi! Ciò che prima non era che semplice desiderio di pochi, divenne poscia un sacro obbietto di pubblico volo; dal voto quasi universale si passò tosto ad una formate profezia; e la profezia de’ buoni, il vaticinio de’ giusti non èora per l’Italia che una realità di fatto, un fatto positivo e certo quanto quello della propria esistenza. E questo fatto inaspettato, questo strano e singolar avvenimento èil bando assoluto, l’espulsione completa de’ Gesuiti da Roma!
In tutti i regni di Europa certamente non sì ripete ai nostri giorni che un fatto il quale, nato dalla volontà universale, veste le medesime forme dapertutto, s’appoggia alle stesse ragioni, ed è corrivo alle medesime conseguenze.
La società umana si è tutta finalmente elevata in massa, e con un tuono imperioso cui e vano resistere, ha detto a’ Gesuiti: Io vi rispetto come individui, non accuso alcun di voi di quei delitti che han consecrato all’infamia i Ravaillac; ma il vostro istituto, abbandonando le cure celesti per gli affari mondani, associandosi alla politica de’ despoti e de’ ministri della tirannide, si è posto in guerra aperta coi popoli che chieggon riforme ed istituzioni liberali. Oggi i popoli son vincitori; subite dunque la legge de’ vinti; partite: la civil comunanza non puote e non dee più tollerarvi nel proprio seno.
A questo linguaggio, i vinti sono stati costretti a chinare il capo: era inutile e scempia di effetto la resistenza; fra pochi giorni come non saravvi più paese in Europa dove sorgerà una casa gesuitica, così più non udransi le acclamazioni contro quella Società; cesserà certamente ogni scandalo; e quell’istituto che ha fatto parlar tanto di sé, che ha tenuto in convulsione tanti popoli e tanti re per molti anni, diverrà un dominio di stona, un fatto veramente storico che da imparziali scrittori sarà giudicato come meritamente richiede. Forse anco l’istituto gesuitico profferirà grazie un giorno al Cielo di quanto oggi gli accade. Se profittando d’una sì tremenda lezione, se riconoscendo la voce di Dio in questa voce che sorge unanime e gigantesca dal Nord al mezzogiorno di Europa, avranno i Gesuiti e cuore ed ingegno per comprender la necessità d’una radicale riforma, arriverà forse che quell’istituto, rinunziando all’ambizion vana i dominare, all’avidità smodata d’accumulare ricchezze, ed informandosi solo dello spirito evangelico, trasformerassi anch’esso come oggi si trasforma il mondo, sì che risorto a novella vita religiosa e morale, potrà rendersi veramente utile all’umanità ed esser anco saldissimo appoggio della religione.
Questa trasformazione però non poteva accadere in questi nostri tempi; le umane passioni acciecavan troppo quelle menti orgogliose ed altere. Né dee produrre maraviglia o sorpresa: quanti granai della terra si vedon oggi giunger all’orlo del precipizio, e ricusati intanto il sostegno che i popoli presentan loro per potersi salvare I Verrà poscia il sentimento; ma non sarà più opportuno ed accettevole il tempo: nondimeno per l’istituto gesuitico non è ancor morta ogni speranza. Nel silenzio della solitudine, nell’allontanamento da ogni affare mondano, quando l’anima si riconcentra, e nella calma delle passioni giudica gli eventi, forse la ragione tornerà a regnare in quelle teste stravolte, e, conosciuti gli errori tracorsi, la celebre società vestirà nuove forme, assosocierassi alle idee dell’umanità, e porrassi a difendere l’idea democratica con quello stesso vigore onde difese finora il dispotismo oltraggiante, il mostruoso egoismo, gli oligarchi superbi.
Conoscerà allora con quanta ingiustizia fu tentato da essi di associare alla loro causala causa della religione. Far non poteasi maggior ingiuria di questa alla società presente. Andiam superbi pur troppo di questa gran verità: La religione, la religión pura e santa del vangelo torna oggi a regnare ne’ cuori. La società umana tende a costituirsi tutta in società cristiana di fatto e non di nome. Avrà l’Eterno il culto sincero dei cuori, non le ipocrite parole di un labbro menzognero ed infinto.
A questo immenso progresso religioso non sarà certamente un ostacolo la partenza dei gesuiti. Non po; del partito, per ¡stoltezza di mente, per malizia di cuore, per vedute meschine ed interessate, van tuttora ripetendo che la persecuzione di quell’istituto e solo dovuta a pochi settari irreligiosi e immorali. Parecchi altri ancora hanno attribuito le domande di riforme e di buone leggi a pochi visionari: si son poscia avveduti che i visionari e le sette tramutaronsi prodigiosamente in popolo. E sono i popoli, in effetti, che in ogni parte dell’Europa cacciano via i gesuiti dal loro seno. Accuserem dunque i popoli Modenesi, i Parmigiani, i Toscani, i Lombardi, i Napolitani, i Romani, e poi quei di Baviera, e quei di Francia, e quei del Belgio, e tanti e tanti altri, d’immoralità e d’irreligione? La civilcomunanza intera e divenuta adunque un nido di atei, una muda di felloni e di assassini? E quando ad ogni istante in tutti i regni di Europa si manifestan atti di alta pietà religiosa, e tali virtù cittadine, e tali esempi di generosità e di grandezza d’animo da render l’epoca presente degnissima d’ogni elogio; quando da pertutto e sì altamente rispettata la religione de’ padri nostri, che non si è fatta ingiuria o violenza a verun ordine religioso; quando il nome di Roma Cattolica, il nome del supremo capo del cattolicismo suonan venerati e sacri in ogni angolo della terra; quando tutto il clero francese si è associato con vero sentimento di gioia e di adesione a quei repubblicani che venivan accusati di tanti delitti ‘e di tanta irreligione, dovrà dirsi forse che la società tutta rovesciar tenta il culto santo dell’Eterno e la fede degli avi, perché rispettando gl’individui ha detto all’istituto gesuitico: Tu cerchi di farlo retrocedere, tu ci hai dichiarato una guerra, che costò sangue alle nazioni in alcuni luoghi, che suscitò partiti e rivolte in alcuni altri; allontanati dunque; più non turbar l’opera santa della nostra rigenerazione; non più venire ad eccitar fra noi la guerra civile, a soffiar la discordia fra principi e popoli?
E il dir questo, e il tentare a un tempo ogni mezzo, ogni arte occulta ed aperta per insinuare una siffatta menzogna nell’animo de’ popoli, non è forse tal colpa da provocar tosto l’allontanamento immediato della società de’ Gesuiti? Come hanmai potuto immaginare i pochi proseliti di quell’istituto di poter ingannare le moltitudini con sì vile mendacio? Come han potuto credere che gridando al martirio, alle persecuzioni, agli insulti, avrebber potuto. eccitare le masse, suscitare i partiti, muover peranco una guerra civile, quando in ogni paese e stata sempre rispettata la personalità individuale, quando i popoli han forte resistito a tutte le provocazioni, a tutti gl’incentivi di guerra? Con quella civiltà. di costumi, in effetto, con quella moderazione di animo che forma oggi il pregio di tutti i popoli rigenerati, furono i Gesuiti invitati a partire; e se in alcuni luoghi apparve il popolo minaccioso e corrivo a fierissimo sdegno, fu astuzia per ¡spaventare, non mai desiderio d’apportar nocumento.
Niuna accusa per seguenza dar deesi ai popoli; si rovesci più tosto tutta la colpa su di coloro che o acciecati da basse opinioni, o da crassa ignoranza colpiti, non conobbero gli uomini e i tempi. All’attento osservatore fu certamente gran materia di riso il sentir encomiato tanto ed innalzato a cielo l’ingegno de’ moderni gesuiti. Non havvi pericolo di errare se si asserisce aver eglino perduto ogni bene d’intelletto, e vivere in una non mezzala ignoranza delle cose. Se non fosse così, avrebber afferrala la fortuna che s’offriva loro spontanea e prendeali come per mano, affine di rialzarli nella pubblica opinione, e renderli venerati e potenti.
Gli accusava l’Europa di promuover la guerra nella Svizzera; dovean costoro volontariamente partire da quei paesi e toglier quindi ogni pretesto alle accuse. L’Europa li condannava per essersi collegati co’ despoti e co’ loro ministri; facea loro di mestieri abbandonare le corti e i diplomatici intrighi, dovean farsi protettori de’ popoli oppressi, e predicare il regno della giustizia, il termine dell’oppressione e della violenza. L’Europa accusavali di voler accumulare con ogni mezzo, e per tutte le vie abbondanti ricchezze; dovean eglino incontanente spogliarsi di tutto il superfluo a vantaggio della società, e mostrare co’ fatti che la parola evangelica non era parola scevra di senso sul loro labbro. Gli accusava l’Europa di congiurare contro l’incremento della civiltà, contra il progresso de’ lumi e delle scienze’, tenacemente conservando gli antichi metodi, i vecchi sistemi l’una noiosa, inutile e lenta istruzione; dovean per seguenza riformare le scuole, immegliare gli spiriti, attirare e invogliare la gioventù insegnando ad essa utili e dilettevoli studi sì di lettere che di scienze.
Nulla fecero costoro di quanto pur fare doveano pel loro comune interesse. Che cosa e dunque questo talento che ignora il proprio vantaggio, che resta ciecamente attaccato alle antiche tradizioni, come se la società potesse esser guidata da uomini sciocchi e ignoranti, come se la venerazione d’un nome fosse bastevole a ricovrire gli errori? Perché dunque tante lamentanze della loro caduta? Perché intentare calunnie ai popoli? Perché spinti e animati da una vile vendetta i loro proseliti, van tentando eccitare odi e partiti, van cercando di suscitare e promuovere una guerra civile? Arti antiche ed usate son queste, cui nondimeno i popoli sanno pur troppo resistere, perché le conoscon a fondo.
Le usarono i legittimisti, le usarono i despoti e i loro fautori, le usan oggi tanti Principi dai loro troni sbalzati per sola lor colpa, per aver disprezzata la voce che sorgeva dal seno de’ popoli, che gli appellava altamente a porsi per altra via, a seguire ben altri princìpi. E se questi artifizi non riusciron punto a quei potenti che pure vantavano e immenso potere e grandi ricchezze e forti armate, riusciranno ora a coloro che al nome gesuitico soltanto appoggiandosi, innestar tentano la santa causa della religione all’ambizion cieca e furente, alle private passioni di uomini più ignoranti che tristi?
I popoli di Europa sono abbastanza illuminati ed istrutti; e però non havvi timore che cader possano in simili agguati; il popolo napolitano sovra tutto è naturato di troppo buon senso; èquindi malagevol cosa il trarlo in inganno.
Partan dunque i Gesuiti da tutta l’Italia; ma vivan pure sicuri che non gli accompagna l’odio nostro contro gl’individui che compongon ‘il lor istituto: e se talun di costoro credesse che per una partenza siffatta si diminuisca nell’italiana famiglia il sentimento religioso e la venerazione alla fede, attenda ancora qualche anno, e vedrà poscia a quanta altezza eleveranno i popoli la religione che adorano, e il sacro culto che le tributan devoti.
Fra il 28 ed il 29 marzo del 1848, hanno i preti dell’Apollinare rimpiazzato in Roma i Gesuiti alle scuole del loro rispettivo Collegio. Molti di costoro han fatto ritorno alle loro case; parecchi altri han preso direzioni diverse. Quel Console Inglese ha segnato un gran numero di passaporti per Malta. É rimaso colà solo TEMPORARIAMENTE qualcuno per regolare gli affari della Compagnia.
Sono stati poscia affissi in van conventi alcuni scritti offensivi per diversi ordini religiosi. Ma non vi è stato cittadino che, disapprovando altamente procedure siffatte, si fosse lasciato sedurre od ingannare. Tutta Roma ha conosciuto da quali conventicole segrete fosser originati Quegli scritti, destinati a denigrare non solo il partito liberale, ma la pietade eziandìo e l’amore dell’ordine di tutti i Romani. —
Mentre siffatte cose avvenivan in Roma, facea lieta e piena di general e esultanza questa nostra Capitale la pubblicazione dell’Organico relativo alla Guardia Nazionale, con data de’ 13 Marzo 1848. Ed eran queste le disposizioni general i di quella grande Istituzione:
Una Guardia Nazionale sarà istituita ne’ reali domini di qua dal faro, per difender la sovranità costituzionale, la Costituzione ed i diritti in essa consecrati; per mantenere l’obbedienza alle leggi, conservare o ristabilir l’ordine e la pubblica pace, secondare le milizie di linea nella difesa dette frontiere e delle coste, assicurar l’indipendenza e l’integrità del territorio nazionale.
Sarà ella composta di tutti i proprietari, professori, impiegati, capi d’arte e di bottega, agricoltori, ed in generale di tutti coloro che avendo i mezzi, di vestirsi a proprie spese, presentino per la loro probità conosciuta una sicura guarentigia allo stato.
Saranno eccettuati dal far parte delle guardie nazionali: I magistrati che hanno il diritto di richiedere la forza pubblica; gli ecclesiastici entrati negli Ordini, e gli alunni de’ seminari; i militari di terra o di mare, tanto in attività di servizio, che al ritiro; i componenti la forza doganale organizzata di terra e di mare, le guardie addette all’amministrazione sanitaria, le guardie campestri e forestali stipendiate dal Governo.
Saran poi dispensati dal servizio nelle guardie nazionali: Chiunque ha compiuto cinquanta anni di età; i membri delle due Camere Legislative; i Ministri ed i Consiglieri di stato; i giudici de’ tribunali; i carcerieri, i custodi delle prigioni, e gli altri agenti subalterni di giustizia e di polizia; tutti coloro che sono in ¡stato di domesticità; i condannati per furto, frode, fallimento, calunnia e falsa testimonianza, i vagabondi ed i mendici.
Le guardie nazionali saranno organizzate in tutto il Regno, e per comuni. Quando sarà prescritto da un decreto del Re, le compagnie comunali di un distretto si costituiranno in battaglioni distrettuali. Le guardie nazionali son poste sotto l’autorità de’ sindaci, de’ sottintendenti, degl’intendenti, e del Ministro dell’interno. I cittadini non possono prender le armi, né assembrarsi come guardie nazionali senza l’ordine de’ capi immediati, i quali non posson darlo senza una richiesta dell’autorità civile.
Una Commessione composta di quattro decurioni, preseduta dal sindaco, procederà nel termine improrogabile di otto giorni in ciascun comune alla formazione delle liste di tutti coloro che son chiamati a far parte della Guardia Nazionale.
Per la città di Napoli, tutti i cittadini che compongon attualmente la guardia nazionale, continueranno a farne parte. Le guardie nazionali saran formate per sezioni, per compagnie, e per battaglioni. L’aiutante maggiore ed un aiutante sottouffiziale saranno scelti nell’esercito per la miglior istruzione del battaglione, e nominati dal Re su la proposizione del Ministro della guerra. Rimarran costoro sotto gli ordini del maggiore; in sua mancanza, l’aiutante maggiore, ancorché capitano, non potrà mai assumer il comando del battaglione, che apparterrà di diritto al più antico fra’ capitani nello stesso battaglione.
La città di Napoli avrà per ogni quartiere un battaglione. Ciascun battaglione avrà non meno di sei, né più di otto compagnie, della forza di dugento uomini l’una. Qualora in qualche quartiere della Capitale la popolazione fosse superiore alla forza fissata per le otto compagnie, potrà passarsi all’organizzazione d’un secondo battaglione nel quartiere medesimo. I dodici battaglioni dei quartieri formeranno quattro reggimenti.
La Guardia Nazionale della città di Napoli avrà un Comandante generale ed uno stato maggiore. Fino a che il Parlamento non avrà altrimenti disposto nella legge definitiva, la Guardia Nazionale de’ distretti della provincia di Napoli potrà rimanere sotto il comando del generale comandante della Guardia Nazionale della città.
Seguon poscia molte altre particolarità riguardanti quello Statuto della Guardia Nazionale, e precisamente intorno all’elezione degli uffiziali e sottouffiziali; all’uniforme, alle armi ed alle onorificenze; e da ultimo, in ordine all’amministrazione; di cui ci dispensiamo assai volentieri far motto, perché di poca o di niuna importanza per le storiche conoscenze del nostro Reame.
Ci dispensiamo altresì di esaminar accuratamente un siffatto Statuto o Legge che sia, su la Guardia Nazionale. Osiamo sperare soltanto che, ov’abbia bisogno quell’Organico di ulteriori modificazioni o riforme, vorranno le Camere Legislative apporvele di leggiero, e renderlo poscia più acconcio e più conveniente ai sensi d’una nazione che debb’esser veramente forte di proprie armi cittadine, e proporzionate sempre alla popolazione. Facendo però sempre astrazione dal numero degl’individui che compongon questo corpo rispettabile e tutelare del paese, quel che più monta ne’ tempi attuali e la disciplina nel mestiere delle armi, e la sua forza morale, che proceder dee sovra tutto dalla confidenza della guardia ne’ suoi capi o comandanti superiori. —
Molte mutazioni di Ministero e non poche destituzioni di cariche avvenner pure a quei giorni nella Capitale. — La Guardia Nazionale della città fu posta sotto la salvaguardia della Vergine del Carmine. — I fratelli Statella, Marescialli di Campo di Sua Maestà ch’eransi ridotti a Palermo in compagnia di parecchie altre persone per causa della quistione Siciliana, furon di ritorno a Napoli. — Il Signor Giacomo Tofano venne a un tempo promosso alle cariche di Direttore dell’Interno, di Consigliere della Suprema Corte, e di Tenente Colonnello della Guardia Nazionale. — Il sig. Vial, di cui si fece dianzi menzione allorché trattammo degli affari di Palermo, obbligato a partire per Nizza sua patria, e forse colpito da gravi sciagure nel corso del suo malaugurato viaggio. — Il Ministro Santangelo, decaduto dal Ministero, e forzato ad allontanarsi dalla Capitale, rinvenne asilo ed ospitalità in Londra. — Furon destituiti come nemici della libertà costituzionale il cav. Vincenzo Marchese, Segretario generale della Prefettura di Polizia, i Commissari D. Giuseppe Cristofaro, D. Pietro Paolo Campobasso, D. Luigi Morbilli, D. Carlo Capasso, D. Onofrio d’Ambrosio e D. Francesco Lubrano. — Ebber non diversa sorte gl’Ispettori D. Gennaro Cioffi, D. Francesco de’ Maio-Durazzo, D. Ferdinando Guarini, D. Giacomo Scala e D. Mariano Durazzo. — Furon aggregati al governo parecchi liberali fra’ più famosi e distinti del regno. — il tanto famigerato e magnanimo Pellicano, di cui facemmo pur motto dianzi, fu per decreto sovrano appellato al Ministero del Culto, in qualità di Coadiutore. — Vi fecer lieto ritorno, ed ebber grata accoglienza da’ cittadini napolitani, numerevoli uffiziali espatriati per la famosa causa del 1820, e reintegrati al servizio ne’ rispettivi Corpi militari cui apparteneano. — Da una branca di tumultuosi si gridò ripetute volte abbasso il Ministro d’Austria; s’infranse in mille pezzi lo stemma; condannato venne alle fiamme; e forzato poscia quel diplomatico a far ritorno negli stati di COLUIche n’era per via di diritto nazionale rappresentato. — Suscitassi una sanguinosa rissa fra due Compagnie della Guardia Reale e dell’Artiglieria, che fu seguita da gravi e mortali ferite da ambe le parti e dall’uccisione di qualche individuo. —
A quegli stessi giorni, e precisamente la sera del 13 marzo 1848, un grosso drappello di giovani erranti e riscaldati oltre modo, si mosser a gridare altamente dinanzi al quartiere di Gendarmeria abbasso gli sbirri. Gli Uffiziali di quel Corpo, vivamente indignati per un insulto siffatto, pubblicaron l’indomani una proclamazione in cui si leggono questi forti ed energici sensi:
«Quest’arma non vuol fare la propria apologia. La sua istituzione, appropriata all’indole ed ai bisogni del tempo in cui nacque, fu un’istituzione tutelare. L’Arma ne ha fedelmente adempiuti i doveri.
«I torti, de’ quali le si fa carico, sono torti degl’individui. Le tendenze abusive, nelle quali si spinsero taluni, sotto una direzione dispotica e soverchiatrice, furon aberrazioni parziali. Richiamarne la responsabilità su tutta l’arma, e lo stesso che volerla sottoporre ad una responsabilità ch’ella punto non accetta; e anzi un’ingiuria, che il Corpo respinge col convincimento, che la grande maggioranza de’ suoi componenti non l’ha meritata, ed è risoluta di non soffrirla.
«Rivolgere collettivamente ad un Corpo di ottomila uomini, che ha servito il paese secondo le norme impostegli dal Potere, a cui aveva l’obbligo di ubbidire, ad un Corpo che ora ha la coscienza della sua fedeltà, a qualunque costo, a’ nuovi impegni giurati in virtù della Costituzione; rivolger a questo numeroso e compatto Corpo parole dissennate ed insultanti, villanie ed ingiurie, e atto non di stoltezza, ma di codarda cospirazione contro la pubblica pace, contro gli ordini costituiti dello Stato, contro le santo forme del Governo rappresentativo.
«I provocatori sono o uomini usciti da’ manicomi, o degni di esservi rinchiusi; sono malvagi venduti allo straniero, sono gente perversa ed immorale.
«La Gendarmeria non pretende, non chiede, non brama di esser conservata sotto l’attuale sua forma. Coloro che la compongono, la grande maggioranza di essi, non ambiscono e non reclaman altro onore, che di serbare la loro spada in servizio dei proprio paese, e di questa cara Italia, pensiero e sospiro d’ogni soldato cittadino.
«Che il governo del Re disponga dunque di loro; provvegga alla destinazione di questi ottomila uomini nel modo più opportuno ai bisogni della Patria. Ciò che domanda la Gendarmeria e di uscire da questa presente posizione equivoca e precaria. Ma fino a che il governo del Re, il Potere legale non avrà deciso del suo destino, niuno arrogar deesi il diritto d’indirizzarle in massa parole oltraggianti e villane.»
Secondar volendo intanto il Re le sue generose ispirazioni; interessandosi vivamente della posizion violenta in cui si vedeva quel Corpo; volendo far pago altresì il volere di coloro che mostravano per la Gendarmeria un animo sfiduciato ed avverso; e standogli molto a cuore più d’ogni cosa la pace e la tranquillità cittadina, l’amor della quiete e dell’ordine pubblico a un tempo, con decreto del 10 marzo deliberò nella saggezza de’ suoi consigli di discioglierla dell’intutto ed incorporarla negli altri Corpi. E però dei soldati più. probi e patrioti scelti in tutta la milizia, ha stabilito la formazione di cinque squadroni di cavalleria di 120 uomini l’uno, e di diciotto compagnie di fanteria; cui dassi complessivamente il nome di Guardia di pubblica sicurezza. Ogni provincia ne avrà una compagnia, la Calabria Citra due, Napoli tre. Sarà suo incarico, la guardia delle prigioni, l’esecuzione de’ mandati d’arresto, la scorta de’ detenuti. Il Corpo dipenderà da’ Ministeri della Guerra, della Giustizia e dell’Interno. Col testé citato decreto n’è regolato pur anche l’uniforme. —
FINE.
NOTE
(1) Come erede di Renato d’Angiò e di Carlo Conte del Maino, figliuolo del fratello di costui, che, morendo senza posterità lasciò successore de’ suoi beni, titoli e pretensioni Luigi XI, re di Francia } padre di Carlo VIII.
(2) É noia pur troppo la pubblica disfida in duello tra tredici Italiani scelti fra le milizie di Prospero e Fabrizio Colonna, le quali tenevano jl parato degli Spagnuoli, ed altrettanti Francesi scelti dal duca di Nemours. Il campo fu scelto tra Barletta, Corato ci Andria; e ‘l conflitto ebbe luogo il dì di febbraio del 1303. Un poema latino del Vida ci dà i nomi de’ guerrieri italiani quali sono i seguenti:
Carollario………………..Fieramosca…………………Capuano
Lodovico d’Abenavolo Napolitani
Mariano da Sarno…… ………… Braccaleone….Romani
Geleno …………………… ……….. Capoccio……….Romani
Pachis……………………. Siciliani…Riccio……..Parmegiano
Practius…………………. Miale od Aminale……Toscano
Salamone………….…….…………….Fanfulla…..Cremonese
(3) Il Codice Carolino fu compilato da uomini distinti in ogni ramo di sapere, spezialmente in giurisprudenza, tra i quali furono più famigerati Francesco Vargas Macciucca, Giuseppe Aurelio di Gennaro, e Giuseppe Pasquale Cirillo, elegante scrittore negl’idiomi latino ed italiano.
(4) Era Bernardo Tanucci di Stia nel Casentino, cittadino di Firenze, e professore di diritto pubblico nell’università di Pisa. Carlo III concepì pe’ talenti di lui stimasi grande, che lo elesse ad Auditore dell’esercito di Spagna, e poscia menollo seco a Napoli, quando prese possesso del regno. Ebbe Tanucci sì amica la ventura, che divenne in breve primo ministro delle due Sicilie, ed occupò Il primo ¡posto nella confidenza del Re.
fonte
https://www.eleaml.org/ne/stampa2s/1848-DOMENICO-PANDULLO-Compendio-della-storia-patria-2025.html
FINE
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