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I Bizantini in Calabria

Posted by on Ott 12, 2016

I Bizantini in Calabria

Il testo che segue è opera dello storiografo bizantino Giovanni Scilitze. L’autore si sofferma sul delicato equilibrio che contrassegnò i rapporti tra Bizantini, Saraceni e Longobardi in Calabria. Scilitze compose la Sinossi storica che affrontava la storia dell’Impero di Bisanzio dall’811 al 1057. Nel proemio della sua opera dichiarò di volersi tenere distante dal soggettivo e dall’opinabile e per questo il testo che segue è di grande interesse. Spoglio di ogni intento politico e di esaltazione dell’Impero, esso narra vicende importanti della Calabria bizantina.

[…]Dopo la conquista della città di Siracusa da parte dei saraceni d’Africa, avvenuta ai tempi di Basilio il Macedone, questi s’impadronirono dell’intera isola e ne distrussero le città. Risparmiarono solo Palermo, da cui gli arabi mossero come da una base operativa per conquistare il territorio dell’altra sponda. Avanzando verso di lì, distrussero le isole fino al Peloponneso: ci si aspettava che anche di questo si sarebbero impadroniti al più presto. L’imperatore Basilio, non sapendo che fare e cercando un uomo all’altezza della situazione, scelse il patrizio Niceforo, domestico delle scuole, soprannominato Foca da un suo illustre antenato. Niceforo, uomo nobile e intelligente, pio con gli dei e giusto con gli uomini,fu nonno dell’imperatore Niceforo. Egli dunque passò in Italia con un esercito e in poco tempo la liberò dai saraceni, costringendoli a starsene cheti in Sicilia.

Si dice che gl’itali eressero un tempio a imperitura memoria del valore di quest’uomo, non solo perchè li aveva liberati dai saraceni, ma anche per un altro fatto degno d’essere narrato. I romani, al momento di tornare in patria con il loro capo, presero con sé come schiavi molti itali e li traghettavano all’altra sponda. Venuto a giorno della cosa, senza dire o lasciar trapelare nulla prima di trovarsi a Brindisi (donde sarebbero poi passati in Illiria), appena arrivarono, Niceforo si occupò personalmente della traversata, facendo imbarcare i soldati sulle navi uno ad uno. Da allora la pace in Italia duò fino all’epoca di Costantino Porfirogenito e di sua madre. Durante il loro regno i saraceni scorrazzarono per l’Italia senza che nessuno li ostacolasse. Ma quando i capi compresero di non essere in grado di fronteggiare i saraceni orientali e occidentali, e avendo d’altra parte anche i bulgari rotto i loro patti, decisero di venire a una tregua con i saraceni di Sicilia. Gli accordi furono conclusi tramite Eustazio, statego di Calabria, uno dei cubicularii imperiali: in base ad essi si doveva versare ai saraceni un tributo annuo di ventiduemila aurei.

Conclusa la tregua, venne nominato stratego di Calabria il patrizio Giovanni, detto Muzalone, che per il suo gravosissimo malgoverno fu ucciso dal’indigeni: essi passarono dalla parte del re longobardo Dandulfo, quando era da poco a capo dei romani Romano il Vecchio.  L’imperatore ritenne utile inviare dei soldati con le navi a riconquistare la parte perduta della regione. Fu mandato avanti Cosmas, patrizio di Salonicco, già noto a Dandulfo. Cosmas, passato in Italia e incontratosi con lui, l’esortava ad allontanarsi dal territorio dei romani, a entrare in dimestichezza con l’imperatore e a farselo amico e alleato invece che nemico. Dapprima Dandulfo rifiutò, ma Cosmas, da uomo assennato e intelligente, gli disse: “A un amico io dovevo avvisi di saggezza. Se non vuoi badare a chi ti consiglia per il meglio, ti renderai conto d’aver compiuto un grosso sbaglio quando, esposti a pericoli enormi te stesso e tutto il tuo popolo, soccomberai, non essendo in grado di opporti a una dinastia così grande e forte”. Dandulfo capì che il patrizio lo consigliava per il meglio, accolse il suggerimento e venne a patti, imponendo anche ai capi dei temi che si erano ribellati di tornare al pristino potere e di riconoscere il loro imperatore. Convintisi questi di ciò, una gran parte regnò di nuovo in Italia e nel territorio longobardo…

…Quando la regione era governata da capi saggi e giusti, anche i sudditi conducevano una vita non gravosa e il tributo ai saraceni era versato senza problemi. Quando invece il potere era affidato a uomini ingiusti e avidi, anche i sudditi se la passavano male e i patti con i saraceni vacillavano. Per esempio, l’avidità di Crinito Caldo, eletto stratego di Calabria dal Porfiriogenito, lo spinse ad alleviare la condizione dei saraceni d’Africa e Sicilia, che stavano per venir annientati dalla carestia e dalla guerra sferrata contro di essi dai saraceni di Cirene; per contro trattò disastrosamente i proprio sottoposti. Acquistati a buon mercato dal’indigeni tutti i generi di prima necessità, li rendeva a caro prezzo ai saraceni, che, ricchi di oro e stretti fra la carestia e i nemici, pagavano senza difficoltà. Ma crinito fu poi privato del potere da Costantino e spogliato delle sue ricchezze: morì dopo essere invecchiato dalla vergogna. Durante la guerra i romani avevano accolto alcuni disertori cartaginesi, che i cartaginesi si guardarono bene dal richiedere. Piuttosto, anzi, erano tolleranti sul tributo annuo, per il timore che i romani, molestati, intralciassero l’acquisto dei generi di prima necessitò ed essi rischiassero perciò di morire di fame. In seguito, finita la guerra, ricercarono sia i disertori sia il tributo. Nessuno il teneva d’occhio e così infransero la pace e, passato lo stretto, devastarono la Calabria da ambo le parti.

L’imperatore Costantino non voleva ottenere la benevolenza dei saraceni grazie a un comportamento mite, come aveva fatto suo suocero, nè voleva rinnovare la pace: pensava piuttosto di risolvere la questione con la guerra. Radunata una considerevole forza bellica e messo a capo di essa il patrizio Malacino, lo inviò in Calabria con l’ordine di unirsi allo stratego della regione e di fronteggiare con lui la guerra iniziata dai cartaginesi e dai siculi. Nominò comandante della flotta inviata colà anche Macroiannis. Costoro, quando si trovarono in Calabria, commisero infiniti misfatti contro gl’indigeni, opprimendoli con la loro avidità e con altri torti, come non avrebbero esitato a fare dei nemici veri e proprio. Appreso ciò, l’emiro dei saraceni Abulcari (Fatlun nel frattempo era morto), incoraggiati i suoi ed esortatili a non temere un esercito che si mostrava tanto malvagio verso i suoi sottoposti, affrontò un’aspra guerra e riportò una meravigliosa vittoria. Per poco, dei romani non furono catturati vivi anche i capi.

Dopo di ciò, l’imperatore Costantino VII mandò l’asecretis Giovanni, soprannominato Pilato, a trattare la pace coi saraceni. Non abituati a insuperbire per le vittorie, ma ad abbracciare la pace pure essendo in posizione di forza, i saraceni subito aderirono a tale intento e fecero pace per un certo periodo. Trascorso il quale, attraversarono di nuovo il mare ed infierirono sui calabri. Di nuovo Costantino mandò contro di essi forze navali e terrestri. Uno soprannominato Crambea, e Moroleone comandavano la flotta; a capo della fanteria er il patrizio Mariano Argiro. Giunti a Otranto e tirate in secco le navi, si prepararono a salpare per la Sicilia. I saraceni, turbati dalla fama (che sa ingigantire le cose piccole e divulgare i fatti a tinte più fosche del reale), temendo ciò che potevano subire, impreparati com’erano, per l’improvviso avvicinarsi dei nemici, presi da timor panico, lasciarono il loro accampamento, fuggirono da Reggio e passarono in Sicilia. Mentre navigavano verso Palermo, incapparono in una violentissima tempesta: le navi furono distrutte dai flutti, o piuttosto da Cristo Dio, che essi bestemmiavano; perirono tutti quanti. I saraceni allora s’accordarono coi romani e lo stato di pace durò fino alla nomina di Foca.[…]

 La foto ritraene il Monastero greco-ortodosso di San Giovanni Theristis è tratta dalla rete

fonte  historiaregni.it

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