I briganti nel il territorio di Fondi
di Giulia Gonzaga
I BRIGANTI CHE INFESTARONO IL TERRITORIO DI FONDI
Le circostanze che determinarono la diffusione del Brigantaggio nel nostro territorio sono da ricercare nella miseria e nelle difficilissime condizioni ambientali che nel periodo pre e post-unitario minarono la vita e la salute delle popolazioni rurali della zona.
A causa degli allagamenti causati da una serie eccezionale di piogge che nel 1790 aveva interessato l’agro fondano la campagna era ancora ridotta in tristissime condizioni, e le industrie e i commerci a quel tempo erano quasi inesistenti. Questi drammatici disagi spinsero contadini e pastori ridotti alla fame, cittadini perseguitati dalla giustizia baronale e soldati mercenari sbandati a riunirsi, dai primi anni dell’800, in bande armate e darsi alla macchia. Spesso ad ingrossare le file dei fuorilegge erano anche preti di campagna, simboli di un malcontento e di un malessere molto diffusi nel clero rurale, o coloro che avevano soltanto il desiderio di vendicare un torto o un’offesa subita. Non di rado, per il loro modo di opporsi all’autorità e di farsi giustizia da soli, i briganti apparivano agli occhi delle popolazioni inconsapevoli come dei veri e propri vendicatori o benefattori. All’incremento del brigantaggio nel territorio fondano concorsero le condizioni di neutralità che caratterizzarono la fascia compresa tra l’Epitaffio, la torre posta al confine dello Stato Pontificio, e la Portella, il posto di dogana confinaria del Regno di Napoli. Essa infatti, restando al di fuori del controllo delle gendarmerie dei due stati, costituiva il rifugio ideale per le bande di malviventi che gravitavano nella zona. Tra le figure ricordate dalle cronache locali, per le loro gesta o per la loro efferatezza, ricordiamo innanzitutto Fra Diavolo (Michele Pezza, 1771-1806) nativo di Itri, anche se in realtà le sue imprese – secondo il parere di alcuni storici – fanno di lui più un patriota che un brigante. Sembra, però, che dopo la sua morte molti dei suoi fedelissimi, col pretesto politico, si fossero dati a brutali scorrerie proprio nel territorio compreso fra le città di Gaeta, Itri e Fondi alimentando così la pessima fama del capobanda. Altri briganti famosi per aver compiuto ogni sorta di nefandezza nella Piana di Fondi furono i tre fratelli Tatta, Innocenzo e Tonnariello Maggiacomo e un certo Roscio. Tra le bande che imperversarono nelle nostre strade citiamo quella di Luigi De Angelis fu Michele Arcangelo, originario della contrada di S. Magno, costituita da elementi provenienti da Vallecorsa e da Monticelli (Monte San Biagio) e la banda di Andrea Musillo (o Mosillo), sgominata dalle forze dell’ordine in contrada Vardito. Tracce dei delitti perpetrati da questi banditi si possono trovare nei registri conservati nelle parrocchie di S. Pietro e di S. Maria in Fondi, in cui venivano annotati i defunti del tempo. In uno di questi libri, in data 6 novembre 1812, si fa il nome di un feroce capobrigante di nome Vincenzo Matera di Viticuso, reo di aver ucciso, aiutato dai fratelli Benedetto e Domenico Matera e da un certo Nicola Riccardi di Selvacava, circa centodieci persone tra cui quindici sacerdoti. La brigata Matera fu sorpresa di notte e sterminata senza pietà sui monti di Fondi da briganti vallecorsani: il corpo di Vincenzo fu sepolto nella contrada di S. Magno mentre quelli dei suoi compagni furono portati a Fondi e, come si legge nel registro parrocchiale di S. Pietro: “sepolti in San Rocco”. Tra le figure di minor rilievo menzionate nei documenti dell’epoca per i loro misfatti spicca un brigante forestiero di nome Pasquale “latro insignis et homicida crudelis”, ricordato per essere il rapitore di Tommaso Cantarano, poi il bandito Giovanni Sergio, che nella zona di Fondi operò diverse estorsioni e rapine e due capobanda: il primo, Valeriano Tranelli, che con i suoi seguaci infestava la campagna di Monte S. Biagio e il secondo, Michelarcangelo Macaro detto “Mezzapenta”, ricordato in uno scritto inedito del senatore Errico Amante. Per contrastare le continue scorrerie di questi criminali nel 1815 si dovette ricorrere alla costituzione di una particolare milizia, il cui comando fu affidato al generale Amici. Quest’ultimo, nell’aprile dello stesso anno intervenne contro la banda capeggiata da un certo Domenico, detto il Calabrese, il quale fu prima condotto nel carcere di Fondi e poi giustiziato con tutti i suoi seguaci. Due anni più tardi le cronache registrano in località San Vito, sopra Monte S. Biagio, la cattura del brigante Innocenzo Rinaldi di Sonnino, da parte del vice brigadiere pontificio Sabbatini, comandato dal colonnello Costa. Il Rinaldi, reo di aver assalito presso la zona detta “Le Farnete” una carrozza di viaggiatori diretta a Napoli, pagò con la decapitazione le sue colpe. Poiché si erano moltiplicate le imprese dirette alla cattura di briganti, nel 1821 furono istituite altre compagnie di militi: una costituita da elementi provenienti da Itri, Monticello e Roccaguglielma, comandata dal tenente Nicola Cardi, chiamata la “Colonna mobile” e una squadra di fucilieri, detta “i Soldati dei monti”, a Monticelli. Le forze dell’ordine di stanza a Fondi in quel periodo erano comandate dal generale Cancellieri. Spesso nelle loro losche imprese questi briganti coinvolgevano le loro donne: le cronache ricordano una certa Maddalena Lo Stocco fu Giuseppe di Lenola, moglie del brigante Biagio Coletta di Fondi, che svolgeva il ruolo di spia al servizio della banda in cui militava il marito (FORTE M., Fondi nei Tempi, p. 424 sgg.).
L’attività brigantesca sviluppatasi nel Mezzogiorno d’Italia tra il 1860 e il 1865 fu invece una manifestazione assai più complessa di quella verificatasi qualche decennio prima: non si trattava più, infatti, di una semplice forma di banditismo originato dalla miseria ma di un fenomeno dai marcati risvolti insurrezionalisti a sfondo politico, sociale e religioso. I briganti di questo periodo erano principalmente persone di umile estrazione sociale ed ex soldati dell’esercito delle Due Sicilie; la loro rivolta fu incoraggiata e sostenuta dal governo borbonico in esilio, dal clero e da movimenti esteri come i carlisti spagnoli. Per quanto riguarda la provincia di Terra di Lavoro va ricordato Luigi Alonzi detto “Chiavone”, pittoresco personaggio che ostentava il grado di tenente generale in capo dell’esercito borbonico in Abruzzo, che agì proprio nella fascia compresa tra il confine dell’ex Regno borbonico e quello dello Stato Pontificio. Le sue bande effettuarono alcune incursioni anche nel mandamento di Fondi: durante una delle sue scorrerie, avvenuta nel maggio del 1861, uccise il sindaco di Monticelli, bruciò il Municipio e la casa della Guardia Nazionale, restaurando il governo borbonico nel paesino terrorizzato. La medesima sorte toccò tempo dopo alla città di Lenola. Qui però, intercettato da alcune compagnie del 1° reggimento di Fanteria speditegli contro da Fondi, fu costretto a una fuga precipitosa. Dopo alterne e tumultuose vicende il brigante in uniforme da tenente fu catturato e fatto fucilare, il 28 giugno 1862, vicino a un monastero dei Certosini nei pressi di Velletri. Altro noto brigante della zona fu Giuseppe Antonio Conte, ricco possidente di Fondi datosi alla macchia a causa delle angherie e delle persecuzioni subite da parte del sindaco di Fondi Giuseppe Amante. All’inizio il Conte, raccolti attorno a sé una ventina di malandrini, si diede a vagabondare per la Selva di Fondi e sulle alture della zona senza fare troppo danno, ma poi si macchiò dell’efferato assassinio di un certo Eliseo Altieri, ricevitore dell’ufficio del Registro di Fondi, del canonico Luigi Bianchi e di Gaetano Loffredi di Terracina. Dopo aver girovagato per qualche tempo insieme alla sua banda il Conte fu arrestato dalle truppe di Fondi e tradotto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, ove fu giudicato e condannato alla galera a vita. Nello stesso carcere scontò la pena, inflittagli dalla Corte d’Assise, il brigante Francesco Piazza detto “Cuccitto”, altro feroce criminale nativo di Mola (Formia) che imperversò tra Itri, Pontecorvo, Traetto (Minturno) e il fiume Garigliano. Nativo di Fondi fu anche il giovane brigante De Libero Onorato fu Onorato arrestato l’8 agosto del 1869, come risulta dal 5° Supplemento all’elenco dei briganti arrestati dal 16 febbraio a tutto il 15 agosto 1869 nella Provincia di Terra di lavoro. Dal 1860 questo fenomeno assunse una dimensione preoccupante: bande di facinorosi andavano formandosi un po’ dovunque nel Mezzogiorno d’Italia per nulla intimidite dalle pene stabilite dalla legge. Spesso questi banditi colpivano con attacchi e imboscate anche i soldati e le forze di polizia, assassinando chi si era espresso a favore dello stato italiano e commettendo atti di brutale violenza. La risposta del governo fu prevalentemente repressiva e tanto cruenta da destare accese polemiche per i metodi impiegati dai militari: furono inviati due ingenti corpi di spedizione, il primo al comando del generale Enrico Cialdini e il secondo guidato dal generale Alfonso La Marmora, e furono emanate leggi eccezionali (legge Pica del 1863) sotto la giurisdizione dei tribunali militari. Vennero comminate oltre 7000 condanne a morte e uccisi più di 5000 banditi; diversi paesi che avevano solidarizzato con i briganti furono addirittura incendiati.
fonte
https://storiaglocale.com/i-briganti-che-infestarono-il-territorio-di-fondi


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