Alta Terra di Lavoro

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I Cavalieri della Santa Fede di Alessandro Augusto Monti della Corte

Posted by on Ago 1, 2022

I Cavalieri della Santa Fede di Alessandro Augusto Monti della Corte

La collezione dei Romanzi Storici Italiani, diretta da Valentino Piccoli, si propone di venire incontro alle tendenze del pubblico, orientandolo verso quanto v’ha di meglio nelle grandi tradizioni letterarie e storiche della nostra patria.

Il lettore troverà in questi libri tutto quello che può soddisfare il suo desiderio di vicende emozionanti e avventurose, ma nel tempo stesso vedrà questi quadri narrativi prospettarsi in quella fervida e molteplice vita italiana nei secoli, da cui sorge, per infiniti rivi, la nuova grandezza dell’Italia fascista. E intanto, al posto della vacua formula convenzionale, vedrà opere che conciliano con il diletto e l’interesse un elevato intento artistico e nazionale.

Questa iniziativa tende a incanalare, poi, lo spirito di parecchi scrittori italiani, e sopra tutto dei giovani, verso un tipo di letteratura narrativa che si elevi e con nobiltà al di sopra dell’arido verismo, al di sopra di tutte quelle correnti venute d’oltralpe, diffuse dalla moda e dal cattivo gusto, le quali sono contrarie allo spirito vivente della nuova civiltà italiana.

Siamo convinti che questa iniziativa incontrerà tutta la simpatia della critica e del pubblico. I volumi sono scelti con severità; i temi dei romanzi sono disposti in modo da far sì che, quando la collezione assumerà più vaste proporzione, tutti i grandi periodi della storia d’Italia, in ogni regione, abbiano una loro vocazione artistica.

L’edizione, modesta nella forma, ma accurata ed elegante è di un formato agile, in modo da poter essere letta anche in treno o passeggio. Così in ogni guisa si cerca di conciliare quelle che sono le esigenze di una modernità affrettata ed impaziente con i diritti sacri dell’arte e della elevazione dello spirito.[1]

Così, nel 1933, l’editore milanese Ravagnati proponeva una nuova collana dedicata al romanzo storico. Abbiamo riportato le motivazioni editoriali per sottolineare l’importanza che il Fascismo dava alla letteratura quale strumento di conoscenza e di elevazione. Qualcuno storcerà il naso di fronte alle critiche sul verismo di importazione francese (o più correttamente si dovrebbe dire sul naturalismo, essendo il verismo nato in Sicilia con Verga), ma in questa sede non interessano tanto le polemiche sui generi letterari quanto lo spazio lasciato, sotto un regime che si richiamava all’epopea risorgimentale, ad un romanzo storico, I Cavalieri della Santa Fede. Romanzo della reazione meridionale di Alessandro Augusto Monti, dedicato come dice il sottotitolo ad un episodio delle insorgenze antigiacobine.

Il suo autore, Alessandro Augusto Monti, cui si debbono alcuni romanzi (L’avventura di Luchino Tarigo e Viva San Marco), saggi politici di taglio tradizionalista (Pagine reazionarie, Estrema Destra, I grandi atleti del Trono e dell’Altare, Dottrina e posizioni del neolegittimismo) e studi di carattere araldico e archeologico, fu soprattutto uno degli esponenti della fazione di “destra” del Fascismo italiano, quella legittimistica e monarchica[2], che rifiutava gli “immortali principi”.

Ne I Cavalieri della Santa Fede Monti della Corte riprese il caso, realmente accaduto, di un gruppo di militari corsi (inquadrati in una legione creata dagli Inglesi in funzione antifrancese) che, in missione in Puglia nel 1799, vennero scambiati dalla popolazione per membri della famiglia reale e fecero scoppiare la scintilla della rivolta antigiacobina.

Il romanzo è rivolto – secondo gli intenti della collana – ad un pubblico vasto: di conseguenza la sua scrittura è molto semplice e lascia ampio spazio sia all’avventura militare che alla vicenda amorosa. Ciononostante non mancano frecciate politiche di grande importanza. Spulciando qua e là si trovano commenti di questo genere, come quando sorprendiamo i pensieri del protagonista:

Altro che perdersi dietro a una zingarella! Cose grosse, gran fatti… La Repubblica a Roma… Il generale Championnet nel Regno coi sanculotti più scomunicati dell’imbattuto esercito francese… Il panico e il disordine nella Reggia di Napoli… Le mene e le congiure dei giacobineggianti… Le promesse e gli intrighi degli Inglesi, che intanto, con la scusa di aiutare i Borboni, tiran l’acqua ai Mulini di Sua Maestà Britannica… Il Re Don Ferdinando, buono ma inerte, apatico, pensa solo alla caccia o alle belle “guaglione”… Ma già; con certe suddite come Nennella… […] La Regina;… gran donna!… L’unica testa a posto nella gran confusione delle idee e dei propositi… Degna sorella di Maria Antonietta, si poteva essere certi che piuttosto che cedere al vento demagogico che soffiava sui troni avrebbe barattato la corona terrena con quella del martirio, sul ceppo del patibolo.[3]

Si parla di «mene giacobine» e si irride sia la «nuova repubblica, che per il vezzo classico prevalente in quegli anni si era pomposamente detta Partenopea»[4] che i «patriotti – così i repubblicani amavan definirsi», bollati invece dai Sanfedisti come «inviati dei ribelli di Napoli… Agenti dei Francesi, che Dio li maledica!… Che so? Giudei, scismatici, nemici della Fede…»[5]. Ben è invece uno degli Insorgenti, colto nel suo giusto attaccamento ai valori tradizionali:

«Contadino, legato alla terra nutrice da un geloso ed ombroso amor di figlio, aveva un suo lineare, patriarcale concetto del mondo, della vita, dei rapporti sociali, e appunto per difendere questo suo patrimonio di semplici ed eterne verità elementari dalle intrusioni della “mala gente” senza rispetto né timor di Dio, si era da un giorno all’altro trasformato in soldato. Aveva moglie e figli, era timido e mite, eppure non aveva esitato un solo momento a staccare dal muro il suo vecchio fucile, come quando una volpe gli insidiava il pollaio o un lupo era stato avvistato nei pressi del casale, e fatto il segno della Santa Croce e avvolto il rosario di bosso attorno al polso affinché non gli tremasse nell’aggiustar la mira, era andato a combattere le battaglie del Re…[6]

Ma il capomassa non è l’unico a vivre pienamente gli antichi valori:

Quelle donne, quei vecchi, quei fanciulli […] eran guidati dal sicuro istinto conservatore e tradizionalista il quale ha sempre, provvidenzialmente, ispirato la buona sana gente del Sud ad ogni svolta della nostra storia. Se nel resto d’Italia, spezzettata e discorde, la eredità di secoli di municipalismo, per fulgida che fosse di civici splendori, dava alimento a quel campanilismo e a quel riottoso spirito ribellista e fazioso che ha così spesso aperto le porte agli stranieri, impedendo il formarsi di un potere unitario e di un salda autorità centrale, qui per la consuetudine pressoché millenari di rispetto e di ossequio verso la Monarchia, l’idea e il concetto dello Stato forse trovavan rispondenza nei costumi e negli animi, plasmati all’obbedienza ed alla disciplina e perciò chiusi ai perniciosi influssi delle importate ideologie d’oltralpe.[7]

La vibrante predica del cappuccino padre Michelangelo («che sembra un nuovo Pietro l’Eremita!»[8]) che incita alla crociata per la Santa Fede e che, una volta caduto nelle mani dei Francesi, non perde il coraggio: «I ribelli, voi dite?… Forse, signor Francese, voi conoscete male la nostra bella lingua. Non è ribelle chi fa il suo dovere rifiutando obbedienza a un potere usurpato e restando fedele al sovrano legittimo»[9]. Ma il militare che ha davanti, pur apprezzando il coraggio del cappuccino,

come figlio dell’Ottantanove, venuto su alla scuola della Rivoluzione, aveva anch’egli una spolveratura di quella strana sorta di misticismo laico, feroce a forza di umanitarismo, che per far trionfare la Virtù e la Giustizia e liberare gli uomini dalla Superstizione, dai Pregiudizi e dalla Tirannia, li avrebbe volentieri, e sempre a fin i bene, fatti passare in massa sotto la ghigliottina.[10]

Si mischia ad una ben consapevole ironia che si estrinseca nello stile volutamente parodistico «per usar lo stile del tempo che evochiamo»[11]: descrizioni arcadiche del colloquio tra due giovani innamorati; pomposi titoli dei capitoli (ad esempio: «I – Nel quale si discorre del “Lupo del Gargano”»; «VII – In cui si parla di diverse cose: dai casi di coscienza del cadetto De Cesare ai rimpianti nostalgici del cagnolino Mamour e ai sogni di grandezza del “Lupo del Gargano”»; «XVII – Nel quale i pregiudizi del Maggiore Grosjean trovan la più solenne e tragica smentita»; «XIX – In cui si da, tra l’altro, ad uso dei lettori la preziosa ricetta del famoso “nocillo”»; «XXV – In cui Nennella rende l’anello avuto in dono nella notte d’amore della Torre dei Turchi»; etc.); oppure il riferimento, per indagare l’animo femminile alla «testimonianza di quei “diari ingialliti” che, come ogni scrittore della scuola romantica, molto opportunamente ho a mia disposizione»[12].

Essendo un romanzo scritto per la gioventù, di ampio spirito divulgativo, non si può pretendere la raffinatezza stilistica, la profondità psicologica o la complessità dell’intreccio dei capolavori di Alianello, ma siamo di fronte comunque ad un romanzo piacevolmente leggibile e, soprattutto, raccomandabile per una divulgazione controcorrente degli avvenimenti legati al periodo rivoluzionario.

Lo spirito legittimista portò Monti della Corte – che era anche rappresentante in Italia del Re legittimo delle Spagne Alfonso Carlo I – a scrivere anche la biografia della Duchessa di Berry[13], Maria Carolina, nata Borbone Napoli e madre del pretendente al Trono Enrico V – il cosiddetto “Figlio del miracolo” –, nipote di Carlo X e indicato come legittimo successore prima nel 1830 e poi nel 1871 (rifiutò di salire al Trono per non accettare i principi costituzionali che avrebbero esautorato l’istituto della monarchia). La Duchessa si batté con incredibile audacia durante il regno di Luigi Filippo, che aveva usurpato la Corona, per rivendicare i diritti del figlio e suscitò in Vandea una rivolta legittimista che vide tra i combattenti i discendenti dei mitici comandanti del ’93, in primo luogo Cathelineau e De Charette.

La scelta di una simile personalità non è casuale, ma rivela in Monti della Corte la volontà di sottolineare l’importanza della Monarchia quale perno della Nazione anche e soprattutto in un momento di passaggio istituzionale: da soli quindici anni l’Italia era divenuta una repubblica e i dubbi sulla bontà di una simile istituzione potevano essere paragonati a quelli della Francia in biblico tra Secondo Impero e Terza Repubblica, reduce dalla monarchia costituzionale di Luigi Filippo che aveva minato la credibilità della Corona.

Bibliografia

Saggistica

L’opera dei Catechismi di S. Marta associandosi alla celebrazione nazionale del sesto centenario dalla morte di Dante Alighieri offre tenue contributo ai suoi giovani e collaboratori, Scuola tipografica Artigianelli, Genova 1921 (p. 49)

Pagine reazionarie, Campitelli, Foligno 1926 (p. XV+272) [lo stesso editore ne stampò anche un’edizione di p. 176]

Sviluppi e insegnamenti della crisi francese, Berlutti, Roma 1926 (p. 60)

Estrema Destra, La Voce, Firenze 1927 (p. VIII+150)

Giovanni dalle Bande Nere, Augustea, Roma-Milano 1928, Collezione “I Prefascisti”, (p. 182)

I grandi atleti del Trono e dell’Altare, Gatti, Brescia 1929 (p. 204)

Rosso-bianco-verde e azzurro-bianco-rosso (Ungheria e Jugoslavia), Maglione, Roma 1931 (p. 180)

Dottrina e posizione del neolegittimismo, Gatti, Brescia 1933 (p. 142)

I castelli di Gondar, Società Italiana Arti Grafiche, Roma 1938 (p. 119, 35 ill.)

Lalibela: Le chiese ipogee e monolitiche e gli altri monumenti medievali del lasta. Con una introduzione del governatore dell’Amara [Luigi Frusci]. Società Italiana Arti Grafiche, Roma 1940 (p. 181 con tre carte, 8 fig. e 21 tav.)

Cariche sul Maghecc, Vannini, Brescia 1954 (p. 260) – II edizione preceduta da una Presentazione del generale d’Armata Guglielmo Nasi, Vannini, Brescia 1964 (p. 258)

Le famiglie del patriziato bresciano, Geroldi, Brescia 1960 (p. 157. Edizione numerata in 500 esemplari)

L’amazzone dei gigli: Maria Carolina di Napoli, duchessa di Berry (1798-1870), Vannini, Brescia 1961 (p. 261, 16 tav.)

Fonti araldiche e blasoniche bresciane: il registro veneto dei nobili detti rurali od agresti estimati nel territorio bresciano tra il 1426 e il 1498: i nobili bresciani secondo l’Astezati, Geroldi, Brescia 1962 (p. 142)

Armerista bresciano, camuno, benacense e di Valsabbia, cui segue lo stemmario dei vescovi di Brescia dal 1133 ai nostri giorni, Geroldi, Brescia 1974 (p. 350)

Narrativa

L’avventura di Luchino Tarigo, Ceschina, Milano 1928 (p. 253)

Viva San Marco, Ceschina, Milano 1933 (p. 298)

I Cavalieri della Santa Fede. Romanzo della reazione meridionale, Ravagnati, Milano 1933 illustrazioni di Leonardo Borghese, collana “Romanzi storici italiani” (p. 215)


[1] Alessandro Augusto Monti della Corte, I Cavalieri della Santa Fede. Romanzo della reazione meridionale, Ravagnati, Milano 1933, Nota editoriale.

[2] «In un altro ambito Gaetano Nino Serventi, Giuseppe Brunati, Giuseppe Attilio Fanelli, Alessandro Augusto Monti della Corte, Nino Guglielmi – soltanto per fare qualche nome – rappresentarono un’altra componente di destra nel fascismo con le loro riviste ed i loro giornali: “Il Veltro”, “La Monarchia”, “Il Sabaudo”, “Meridiano di Roma”, “Secolo fascista”. Questo movimento fu portatore di un fascismo monarchico, integralista, anti-illuministico, dichiaratamente “reazionario” che temeva che il fascismo potesse essere “inquinato”, come scriveva Fanelli, “da presenze del vecchio ciarpame etico, politico, sociale e culturale che rappresenta la degenerazione del passato, la vittoria dell’89”». GennaroMalgieri, La destra storica. La destra che ha “contaminato” il fascismo,in Charta.Rivista mensile di confronto politico e di proposta, n. 20 (Ottobre 1999).

[3] A. A. Monti della Corte, Op. cit., p. 79.

[4] Op. cit., p. 103.

[5] Op. cit., p. 60-61. Il corsivo è nostro.

[6] Op. cit., p. 161-162.

[7] Op. cit., p. 114-115.

[8] Op. cit., p. 95.

[9] Op. cit., p. 195.

[10] Op. cit., p. 195.

[11] Op. cit., p. 171.

[12] Op. cit., p. 58.

[13] A. A. Monti della Corte, L’amazzone dei gigli: Maria Carolina di Napoli, duchessa di Berry (1798-1870), Vannini, Brescia 1961.

Gianandrea de Antonellis

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