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I CHIOSTRI NAPOLETANI, TRA FEDE E POTERE

Posted by on Feb 13, 2026

I CHIOSTRI NAPOLETANI, TRA FEDE E POTERE

Se le chiese conventuali rappresentavano il punto di incontro tra la fede e la religione, ma anche il confine tra la condizione di isolamento del clero e il mondo laico, i chiostri circoscrivevano il luogo privilegiato del sacro all’interno dell’ambiente monastico: la loro soglia, negata alla moltitudine, poteva essere oltrepassata solo da pochi eletti.

Dal punto di vista architettonico, il chiostro deriva dal latino “claustrum”, che significa “qualcosa che chiude” o “recinto” – costituiva un’area chiusa attorno alla quale si disponevano secondo un ordine comunemente accettato le varie parti del complesso monastico, come celle, refettoria, biblioteca e cappella.

Lo spazio claustrale divenne quindi il centro della vita monastica sia dal punto di vista simbolico che strutturale, e conseguentemente della vita religiosa soprattutto a Napoli: una città dove la spinta devozionale è sempre stata avvertita e vissuta con grande intensità, in particolar modo dal popolo.

La pietà dei sovrani e dei nobili, dagli Angioini all’ultimo dei Borbone, generò però fenomeni diversi da quelli creati dalle masse di credenti: rese possibile la costruzione di vere e proprie città monastiche, promosse la diffusione degli Ordini religiosi maschili e femminili, offrendo loro potere e ricchezza in cambio di una stretta alleanza a sostegno della corona, secondo un tacito patto sancito in nome di Dio.

(Nell’immagine allegata il Chiostro maiolicato di Santa Chiara, capolavoro del barocco napoletano, famoso per i suoi vivaci giardini decorati da circa 30.000 maioliche del XVIII secolo che raffigurano scene di vita quotidiana del ‘700, paesaggi campani, ghirlande di frutta e fiori, creando un netto contrasto con la austerità gotica della chiesa.)

Sergio Dattilo

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