Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

I contadini del sorano nel 1860. Piccole storie della nostra storia

Posted by on Mar 6, 2018

I contadini del sorano nel 1860. Piccole storie della nostra storia

La nostra piccolezza rispetto al mondo che ci circonda è qualcosa di emozionante e assai stimolante.  E’ anche per questo che spesso siamo indotti a prendere in mano un libro. Se poi è un libro di storia e se la storia raccontata si riferisce al nostro territorio,  la lettura si carica di emozioni più vere. E’ quello che può capitare con il libro  di Saverio Zarrelli “Il Sessanta.

I contadini del sorano, storie della nostra storia”. E’ stato presentato al pubblico il 26 gennaio scorso  ad Arpino, presso il “Cavalier d’Arpino” alla presenza di un folto pubblico. Oltre all’autore, tra i relatori erano presenti l’avv. Cesare Natalizio, il dott. Bruno La Pietra e i rappresentanti del Comune di Arpino. Coordinatore Dionisio Paglia. Assenza giustificata quella del sindaco di Arpino, avv. Renato Rea, per un grave lutto familiare. Dal titolo alla veste editoriale, dagli abstracts delle bandelle di copertina  alle illustrazioni, il libro si fa tenere in mano e si fa leggere con crescente interesse. E’ la ricostruzione della Questione Meridionale come è stata vissuta nell’alta Terra di Lavoro, in particolare nel sorano, «tra le più floride zone del regno borbonico». Questione Meridionale di cui l’autore non riconosce la “visione uniforme” delineata dai libri di storia e traccia con precisione tutta la multiforme complessità. Dall’antefatto (Terra e misera, storie della nostra storia) all’introduzione (Dall’identità perduta nella Valle delle Industrie, alle tracce del dissolto universo contadino), al prodromo (L’universo contadino nel bacino del Liri dal medioevo agli inizi dell’ ’800) e via via nei capitoli e paragrafi successivi, il quadro analitico tracciato dal dott. Zarrelli non lascia spazio a dubbi di alcun tipo. La sua è la ricostruzione analiticamente documentata di tutti gli aspetti del mondo del lavoro rurale, artigianale ed industriale, dell’economia, delle sofferte condizioni di vita della popolazione, della nascita e diffusione del brigantaggio. E’ una ricerca esaustiva  e progressivamente costruita di tutti gli aspetti storico-economici, produttivi, normativi e sociali che riguardano la Conca di Sora e la  media Valle del Liri (Valle delle Industrie) dopo il “rivoluzionario” 1860. L’anno del crollo del Regno borbonico, dell’inizio degli scontri sociali, dei contrasti ideologici, del brigantaggio, delle continue inondazioni del Liri. Il tutto in un contesto nazionale ed europeo di grande difficoltà. Colpisce, nel racconto dei fatti, l’attenzione particolare dedicata al ruolo dei lavoratori della terra, dei contadini, dei poveri, delle loro fatiche e sofferenze, del  ruolo fondamentale che essi hanno avuto nella conservazione del passato. Colpisce l’attenzione dedicata al fenomeno del brigantaggio, l’episodio più tragico che abbia attraversato gli anni immediatamente successivi all’unità d’Italia. Episodio che ha lasciato nel sorano tracce indelebili.  Fenomeno storico scolpito nel tempo. Se destinato ad essere uno dei più studiati, ci deve essere una ragione. Colpisce la forza attrattiva della realtà storica, la descrizione attenta e documentata di usi e costumi, di antiche parlate,  di specialità paesane, di bellezze dei luoghi. Zarrelli racconta fatti generalmente  noti, ma con una attenzione certosina a dettagli decisivi che ci erano sfuggiti. Con un tocco estetico nella combinazione del racconto che aggiunge alla semplice lettura il fascino della scoperta o della riscoperta. E con la collocazione finale nel libro di tre storie nella storia. Una mise en abyme in cui le tre storie racchiudono in sé il significato più generale  e recondito della storia che le incornicia. Quella raccontata da Gianluca La Pietra.  E’ la storia di Francesco Giuggiola, che nel 1913 lascia «il suo mondo rurale, la sua vita contadina fatta di duro lavoro dei campi, per tuffarsi in un mondo nuovo completamente alieno, il ‘nuovo mondo’, appunto».  Quella del seminarista diciannovenne (poi  mons. Del Vecchio) che nel 1929 giunge a New York per «continuare gli studi e farsi prete» e che finisce con il comprare una chiesa battista abbandonata e dedicare tutta la vita all’assistenza degli emigranti. Figura di benefattore ante litteram che oggi avrebbe molto da insegnare.  Quella  sempre raccontata ad Enzio Bartolomucci dalla inconsolabile nonna  materna, Teresa Romano (1894). I genitori di Teresa, Ascenzo e Giuseppa, erano poveri contadini.  Suo fratello  Luigi, per sfuggire alla durezza delle fatiche quotidiane e alla  severità del padre/padrone, cui si rifiuta di sottomettersi (“fa’ additte”), un bel giorno (1913) a soli 14 anni, lascia i genitori, il fratello Giuseppe e le sorelline Teresa e Rosa, e scompare. Imbarcatosi a Napoli  e arrivato a New York, informa del suo arrivo nel nuovo mondo i genitori che non rivedrà più e che inutilmente attenderanno sue notizie per tutta la vita. Storie tragiche e commoventi, e soprattutto vere. Esse  ci fanno condividere appieno  la convinzione  dell’autore che per arricchire l’identità di un popolo non ci sia nulla di meglio che misurarsi con la storia lontana: “Chi non conosce il proprio passato non può costruire un avvenire migliore”.                                                                                                                                                

fonte

quotidiano LINCHIESTA

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