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I dubbi sul racconto di Gallo VI

Posted by on Ott 31, 2022

I dubbi sul racconto di Gallo VI

Quanto ci sia di vero nel racconto dell’ex capo militare non è dato sapere; certamente dice il vero quando afferma che l’Evis aveva bisogno di tranquillità per operare come esercito clandestino e non poteva certo farsi schiacciare dai rastrellamenti dei carabinieri da una parte e dalle scorrerie dei banditi dall’altra.

Fu dunque una scelta tattica più che strategica o organica, che dir si voglia. Di certo poi fantasioso fu il numero dei militari italiani che dovette affrontare a San Mauro: parla di cinquemila uomini (in realtà la cifra va ridotta del 90 %), di cinque generali  (in realtà furono tre), di aerei di ricognizione e di tanto altro.

L’intervista si fa “bollente” quando viene toccato il tema della mafia. Non nega Gallo che anche don Calo’ Vizzini aderì al MIS, anzi pare andasse in giro con lo stemma della Trinacria. Ma tale adesione strumentale durò molto poco: ben presto la Mafia – sono parole di Gallo – traghetterà in un ben preciso partito politico. E poi non aveva alcun senso militare in un gruppo che non aveva potere…

E i giudizi verso la Mafia non sono per niente entusiastici, arrivando a narrare di una larvata minaccia proferita nei suoi confronti dal mafioso di Villalba: Stai attento perché uno di questi giorni ci potrai lasciare la pelle. Stai attento.

In effetti in un rapporto della polizia di Palermo si legge testualmente: la Mafia ha abbandonato il MIS. Infine smentì ogni contatto con la Casa Savoia, qualche volta adombrato dagli storici. Sul luogo dello scontro Concetto Gallo fece erigere un monumento per ricordare la battaglia e i caduti per la “causa siciliana”.

Tra i sopravvissuti di monte San Mauro, da annoverare fra gli idealisti puri dell’Indipendentismo, anche un (allora) giovane di Niscemi, morto nel 1994: Totò Salerno.

Con Giacomo Balistreri e Santo Benintende risultano essere i Niscemesi più noti che aderirono al Separatismo, senza avere nulla a che fare con i banditi.

Salvatore Salerno faceva il campiere per conto di una famiglia di possidenti di Niscemi e mentre girava per le campagne in una masseria incontrò Concetto Gallo: da quell’incontro rimase stregato dalla fede separatista.

Agendo con discrezione, faceva continui viaggi da Niscemi a San Mauro per rifornire di merci (soprattutto generi alimentari) che gli venivano consegnate da un possidente di Niscemi. Quando il 29 dicembre del 1945 avvenne lo scontro con i militari “italiani”, riuscì a scappare, favorito anche dalla folta nebbia, portando con sé un cimelio di notevole interesse storico, ancora conservato dagli eredi: la bandiera dell’EVIS con lo stemma della trinacria e nove strisce, di cui cinque gialle e quattro rosse.

La bandiera era stata consegnata a Concetto Gallo da Lucio Tasca e dal duca di Carcaci in occasione di un incontro a Palermo. Racconta Orazio Barrese nel libro “La guerra dei sette anni”: nel severo salone di una vecchia casa palermitana, dalle mani di quelle donne gentili, la bandiera passò in quelle di Guglielmo, che solennemente la consegnò a Concetto.

Questi, commosso, col ginocchio a terra, la baciò pronunziando le parole del giuramento mentre gli astanti sommessamente cantavano la nostalgica preghiera “Oh Diu, ascuta la priera di la genti siciliana, binirici la bannera di la nostra libbirtà”.

Secondo quel che raccontano Paolo Sidoni e Paolo Zanetov (Cuori rossi, cuori neri) al momento della battaglia di monte San Mauro Concetto Gallo portava quella bandiera attorno al collo.

Con una particolarità che al valore storico unisce un valore affettivo: la presenza di piccole macchie di sangue di qualcuno rimasto ferito durante lo scontro (forse dello stesso Gallo).

Nonostante l’attività semiclandestina del Salerno, egli era stato ben individuato dai Carabinieri; tuttavia nei confronti dello stesso non venne applicata alcuna misura.

Fu invece fermato – e poi rilasciato in quanto del tutto estraneo – subito dopo il rapimento dei Carabinieri e l’attacco alla caserma di Feudo Nobile, che fu opera esclusiva della banda Avila-Rizzo.

Nel corso della sua permanenza a Monte San Mauro ricevette delle confidenze secondo le quali la banda Canaluni si accingeva a sequestrare uno dei più ricchi possidenti di Niscemi, ma poi tutto fallì, probabilmente perché l’obiettivo dei banditi si era spostato verso i carabinieri di Feudo Nobile.

Nella foto la bandiera originale con le macchie di sangue in possesso di un niscemese –

Concetto Gallo e i banditi niscemesi

Accanto ai Separatisti a san Mauro c’erano anche i fuorilegge niscemesi, quelli della banda Avila-Rizzo. Anzi, secondo il racconto di molti, erano proprio quelli che attorniavano di più Concetto Gallo, quasi venerandolo.

Si calcola che vi stazionassero da dodici a venti banditi, compreso l’ergastolano Saporito e alloggiavano in posti separati rispetto a chi aveva abbracciato la fede indipendentista. Da costoro venivano considerati come dei contadini sfortunati, ingiustamente perseguitati dallo Stato italiano.

Secondo l’accusa (sentenza della sezione istruttoria della corte di appello di Palermo del 23.12.1947) al momento dello scontro erano presenti i seguenti banditi: Avila padre e figlio, Arcerito Vincenzo, Rizzo Salvatore, Collura Gesualdo, Buccheri Vincenzo (tutti di Niscemi), Romano Giacomo, Bottiglieri Angelo, Interlandi Ignazio, Lombardo Giuseppe (tutti di Caltagirone) e Leonardi Luigi (non meglio identificato)

Al primo interrogatorio Gallo ammise di averli ospitati “per necessità di vita”, indicando in sedici il loro numero e specificando che solo in tre presero parte attiva al conflitto a fuoco del 29 dicembre.

Addirittura in un primo momento non si conobbero le esatte generalità dei Niscemesi, ma solo il nomignolo: Totò detto l’elefante, per la sua andatura dondolante, descritto nei verbali come un uomo di circa 35 anni con baffetti e pizzo, Ziu Nzulu, di bassa statura con baffi castani, Ziu Luigi, dalle basette folte e la barba rossiccia, Rafanazza, un tipo basso, nero in viso e sempre sospettoso.

E c’era pure l’adranita “Lavanna ri pudditru”, al secolo Giuseppe Milazzo, un uomo alto, sdentato e calvo, che avrà un ruolo decisivo nella individuazione dei cadaveri degli otto carabinieri di Feudo Nobile.

In realtà oltre ai Niscemesi “idealisti” (che cioè avevano aderito all’EVIS solo per pura ideologia) vi partecipò un piccolo gruppo di banditi, che riuscì a scappare rifugiandosi nel bosco di Santo Pietro, dove vi era un covo della banda.

Alcune fonti riportano che Avila padre e figlio risultavano iscritti nella sezione di Niscemi dell’EVIS, ma si tratta di un’affermazione mai provata. Anzi appare poco credibile, visto che la quasi totalità dei Niscemesi vedeva la banda come fumo negli occhi per via della ferocia e della tracotanza; il che avrebbe allontanato le simpatie dei tanti aderenti al movimento separatista.

Da fonti del ministero dell’interno si disse pure che erano state trovate le tessere di adesione di padre e figlio: la prima datata 8.3.1944 e la seconda datata 28.4.1945.

Nessuno invece ha mai parlato dell’altro capo – Rizzo – come iscritto al MIS.

La presenza dei banditi nel campo suscitò malumori fra i giovani del GRIS, non comprendendo bene a che titolo fossero là e soprattutto cosa c’entrassero con gli ideali per cui costoro combattevano.

Allora venne messa in giro la voce che il comandante Gallo aveva stipulato con loro un accordo, in base al quale essi avrebbero cessato ogni attività criminale privata e si sarebbero messi al servizio dell’Indipendentismo.

Se quest’ultimo avesse trionfato, sarebbe stata promulgata un’amnistia per quanti sino ad allora si erano macchiati di gravi reati. Inoltre la presenza veniva giustificata con la conoscenza approfondita dei luoghi che i fuorilegge avevano: circostanza che poteva tornare molto utile nel caso (quasi certo) di uno scontro con le forze “italiane”.

E poi c’era da considerare che contro quegli uomini vi erano solo delle accuse non suffragate da alcuna sentenza e non era quello il luogo o il tempo per sostituirsi ai tribunali…Queste spiegazioni rabbonirono un po’ gli animi, pur permanendo qualche diffidenza tra Separatisti e Banditi: i primi consideravano i secondi come manovalanza e come tale li trattavano.

A distanza di tanti anni esiste ancora un Movimento indipendentista, sebbene con pochissimi proseliti e quel che più contestano a Gallo è proprio l’avere accolto indiscriminatamente nell’Evis dei banditi. E tra i più efferati quelli della cosiddetta Banda dei Niscemesi.

fonte

GLI ANNI DELLA RABBIA 1943-46… BANDITISMO E SEPARATISMO TRA NISCEMI E CALTAGIRONE.

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