I FATTORI SOCIO-ECONOMICI DELLO SVILUPPO DEL BRIGANTAGGIO POST-UNITARIO (1860-1870)
La storiografia e la letteratura che per decenni hanno narrato agli italiani l’epopea risorgimentale hanno usato il termine brigantaggio per denominare il fenomeno insurrezionale che coinvolse il territorio delle Due Sicilie dopo l’annessione piemontese del 1860. Quel movimento politico-militare, che sfociò in un’insurrezione diffusa, era però una realtà complessa, nella quale c’erano, è vero, anche dei criminali comuni, ma che era formata in maggioranza da ex soldati dell’esercito delle Due Sicilie, da ex poliziotti, da ex funzionari e da una massa di piccoli contadini, braccianti e operai che avevano tutto da perdere con la rivoluzione borghese unitaria.
Lo storico romano Franco Molfese, nella sua fondamentale opera sul brigantaggio[1], analizzava le cause economiche e sociali, da affiancare a quelle strutturali, sullo sviluppo dell’insorgenza nei territori continentali dell’ex Regno delle Due Sicilie. Insorgenza che fu poi moltiplicata dalla durissima opera dell’apparato repressivo del governo di Torino.
Il crollo dello Stato borbonico aveva paralizzato l’economia di quei territori.
Il bilancio dello Stato borbonico aveva cominciato a trovarsi in deficit già nell’estate del 1860; il crollo, la dittatura, il mantenimento e il congedo dell’esercito garibaldino, gravarono tutti sul tesoro napoletano, mentre si inaridivano le principali fonti di entrata: dogane, poste, tasse di registro, ecc. Le rovinose e reiterate alienazioni di rendita napoletana, effettuate dalle due prime luogotenenze, ne fecero precipitare la quotazione da 108-113 fino a 75, fra l’allarme e la disperazione dei risparmiatori meridionali. Gli scambi commerciali con l’estero registrarono un tracollo; il movimento del porto di Napoli cadde a valori insignificanti; le operazioni militari e i torbidi nelle provincie interruppero gran parte dei rapporti commerciali fra Napoli e le provincie, che si svolgevano generalmente in fiere locali periodiche. Si verificò una fuga di capitali dai settori commerciali ed industriali verso la rendita, senza peraltro impedirne il ribasso. Imperversarono i fallimenti; gli opifici tessili di Sora dovettero interrompere le lavorazioni già nei primi giorni del settembre 1860, per mancanza di materie prime. Venne chiuso l’arsenale di Castellammare e licenziato il personale. Frattanto cominciavano ad arrivare dall’Italia settentrionale operai specializzati e anche semplici manovali per i lavori ferroviari, muratori, tabacchine. In tal modo si produsse un arresto di tutti i principali settori produttivi, non tutto giustificato da motivi meramente economici, che determinò una acuta e prolungata disoccupazione di massa, particolarmente evidente in Napoli, ma non meno grave nelle campagne. In Abruzzo, i braccianti non poterono trovare lavoro mediante le tradizionali migrazioni verso l’Agro romano o verso la Puglia, a causa della chiusura della frontiera pontificia, e per lo stato di guerriglia e per i disordini politici che imperversarono un po’ dappertutto.[2]
Quindi, quella del Molfese era una lettura molto diversa rispetto alla narrazione ufficiale, la quale spiegava che il carrozzone delle Due Sicilie, ridotto a uno staterello corrotto e inefficiente dall’oscurantismo borbonico, non riusciva a rispondere alle positive sollecitazioni dei liberali piemontesi, degli illuminati democratici garibaldini e dei galantuomini meridionali convertiti.
La triste realtà era che la sospensione della vita socio-economica provocata dall’invasione e dalla durissima repressione dello Stato sabaudo, con l’aggiunta del carovita, portò a una miseria diffusa che spinse migliaia di braccianti, contadini, operai ed ex soldati a raggiungere le bande nelle campagne. Il metodo della distribuzione del grano a prezzo equo nei periodi di carestia attuato in passato dai Borbone, non era attuabile nel nuovo ordine liberista e capitalistico portato dai Savoia. L’aumento del pane e del sale, nonché numerosi licenziamenti, fecero accendere molti disordini, spenti con gli arresti di massa e col piombo dai carabinieri, dalla guardia nazionale e dai bersaglieri, come accadde nello stabilimento metallurgico di Pietrarsa.
In sintesi, Molfese spiegava la nascita e il diffondersi dell’insurrezione e della guerriglia:
Questo stato di profondo malcontento e di protesta delle masse lavoratrici per la miseria in cui versavano, spiega perché la “reazione”, ossia il “partito” borbonico e il clero retrivo, riuscisse ad allargare e ad intensificare la sua azione proprio dopo la svolta prodotta nella situazione politica e militare della “discesa” dell’esercito sardo, che pure aveva provocato il crollo dell’esercito e del governo borbonici […][3]
L’analisi di Molfese sta alla storiografia scolastica ufficiale come un saggio serio e asettico sta a una favola. Oggi molte di quelle informazioni che stonano con la narrazione comune si sono diffuse, mentre gli accademici e i cantori di regime si affannano nella conservazione del monolite dell’informazione storica, applicando dei metodi che hanno una propria logica e quindi una certa efficacia che funziona nell’indottrinamento tramite i mass media, ma che non potrebbero sostenere un dibattito aperto e onesto con storici di idee diverse che hanno approfondito l’argomento.
1° aprile 2026
Domenico Anfora
[1] Molfese Franco, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli, Milano 1964.
[2] Ivi, pp. 46-47.
[3] Ivi, p. 50.


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