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I Medici, banchieri e mecenati

Posted by on Ott 3, 2017

I Medici, banchieri e mecenati

Le città italiane dell’Alto Medioevo, e Firenze in particolare, sono il teatro di scontri selvaggi tra i Ghibellini, partigiani dell’imperatore germanico, e i Guelfi, che sono gli alleati del papa. I due clan si affrontano con accanimento, non esitando i vincitori a radere, fino alle fondamenta, i palazzi, le case o le bottegucce dei loro nemici.

E’ in questo clima deleterio che è nata una delle più belle avventure finanziaria ed artistica di tutti i tempi. Essa è legata al destino di una prestigiosa famiglia della Toscana: i Medici.

I primi sono semplici usurai che hanno tavola imbandita sulla piazza del mercato. Le somme prestate sono certamente relativamente lievi, ma in quei tempi torbidi del Duecento le famiglie alle strette diventano il bersaglio privilegiato di questi prestatori su pegno. Quando un mutuatario trova difficoltà a rimborsare il credito, il prestatore si ritrova, con poca spesa, proprietario di terre, di fattorie, perfino di castelli. Spesso basta che il debitore sia bandito dalla città, misura allora molto corrente, perché i beni pignorati passino in altre mani, in tutta legalità.

Niccolò Machiavelli (1469-1527), che non li portava nel suo cuore, qualifica il clan dei Medici come “razza di usurai”.

L’usura, cioè il prestito ad interesse, è allora colpita da anatema dalla Chiesa, ma dei sotterfugi permettono di aggirare questo interdetto. Uno dei più correnti consiste nel prestare denaro in una moneta e a farsi rimborsare in un’altra. Il profitto per il prestatore si dissimula allora nel peso in oro o nel titolo (la lega) della moneta di rimborso. Si può così far pagare delle indennità in caso di ritardo di pagamento.

In realtà, la Chiesa si mostra spesso benevola. E’ vero che il denaro degli usurai serve anche a finanziare le crociate.

Talvolta essa chiude gli occhi, in certe città, su pratiche proibite, come il prestito o l’assicurazione marittima, che proibisce strettamente in altre. E’ così che i Medici, originarii di Firenze, città dell’interno, assicurano navi genovesi, anche quando una tale attività è proscritta a Genova.

Il fondatore della dinastia, Giovanni de’ Medici (1360-1429), chiamato anche Giovanni di Bicci, è forse il meno conosciuto della famiglia. E’ tuttavia lui che ha contribuito alla prosperità della casata.

Dopo aver lavorato a Roma nella banca di un cugino, egli crea il proprio istituto nel 1393, poi trasloca a Firenze, quattro anni più tardi. Il suo colpo di genio poggia sull’organizzazione dell’istituto bancario. Straordinariamente moderna, la sua struttura somiglia a quella di una holding.

Questa forma di organizzazione era già stata sperimentata poco tempo prima da Francesco di Marco Datini (1335-1410). Le filiali sono parzialmente detenute dal loro gerente, che possiede all’incirca un sesto del capitale; il resto è nelle mani della casa-madre. Sono prese numerose misure per evitare ogni frode.

Questi banchi sono gestiti da membri della famiglia, o dagli amici prossimi, che ricevono, in controparte, un’ interessenza, la maggior parte del tempo uguale al doppio della loro parte nell’impresa.

Queste “agenzie”, in realtà tavoli di prestiti, sono relativamente autonomi. Però questa indipendenza   è tuttavia delimitata da regole che occorre scrupolosamente rispettare. Giovanni proibisce, per esempio, i prestiti ai principi, troppo inclini a fare bancarotta. I gestori devono ugualmente inviare il loro bilancio una volta all’anno, allo scopo di verificare il buon impiego dei fondi  e il loro rendimento. Il denaro proviene dall’apporto degli azionisti, ma anche dai depositi. I conti remunerati permettono così di demoltiplicare la potenza finanziaria dei Medici.

Dopo la morte di Giovanni, il figlio Cosimo de’ Medici (1389-1464) dà il cambio, ma comincia a far ombra a Rinaldo degli Albizzi, che dirige allora Firenze. Bandito dalla sua città, Cosimo fa un ritorno trionfale, il 5 ottobre 1434.

Appena arrivato al potere, egli fa piazza pulita. Cosimo provoca l’esilio e la rovina dei suoi nemici. Un centinaio di notabili sono allora esclusi dalla città, per la gran gioia dei loro debitori. I fautori dei Medici si dividono gli averi di questi proscritti, che sono peraltro rappresentati sui muri degli edifici pubblici in posizioni infamanti, provocando anche la loro rovina morale. Gli agenti del fisco si incaricano anche di far tacere ogni opposizione mediante risanamenti fiscali e ammende di ogni genere. Certi oppositori finiscono anche assassinati. I Medici non sono angioletti.

Sotto Cosimo, gli affari della casata restano fiorenti, ad immagine e somiglianza del suo banco di Roma, incaricato della gestione della tesoreria della camera apostolica. La banca dei Medici pone gli introiti su conti remunerati (tra il 6% e il 10%) ed utilizza questo denaro per coprire le spese del pontefice, prestare e realizzare lucrative operazioni di cambio. Questo banco è di gran lunga il più redditizio della banca. Esso rappresenta un terzo dei benefici disimpegnati dal 1435 al 1451, ossia 88.150 fiorini.

Però se Cosimo è restato nelle memorie, lo deve soprattutto al suo mecenatismo. Egli sostiene infatti le arti certamente per il gusto delle belle cose e delle novità, ma anche per affermare la sua autorità. Il denaro ammassato serve ad abbellire Firenze, dotandola di edifici religiosi, e finanziando studi di pittori e di scultori o la fondazione di biblioteche. Niente è troppo bello per servire il tiranno.

Cosimo non esita a porsi in scena da protettore della città e della Chiesa. Sostenendo artisti come lo scultore Donatello, i pittori Fra’ Angelico e Filippo Lippi o l’architetto Filippo Brunelleschi, egli partecipa, a suo modo, al Rinascimento italiano. Feste sontuose e una grande prodigalità ottengono l’adesione del popolo. Una pace, tutta relativa, regna su Firenze.

L’apporto di Cosimo alla banca dei Medici resta limitato. Sono creati due banchi, a Gruges (Fiandre) e a Londra, sotto l’impulso del direttore della banca, Giovanni Benci. Lo storico Jacques Heers (“Le Clan des Médicis”, Perrin, 2008) mostra che l’essenziale della ricchezza di Cosimo proviene dall’esercizio del potere. Le cariche pubbliche, e certamente i frutti della confisca dei beni dei suoi nemici, particolarmente, hanno considerevolmente ingrandito la sua fortuna.

Piero (1416-1469), poi il figlio Lorenzo (1449-1492), detto “il Magnifico”, cercano bene di conservare il potere che hanno ereditato. Miseri uomini d’affari, essi conservano tuttavia quello che i loro antenati avevano costruito. E’ vero che le vedute politiche prevalgono allora sulla gestione della banca. Si tratta ormai di attirarsi le buone grazie dei potenti.

Sotto Piero, il bancodi Parigi anticipa fondi al re Luigi XI (1423-1483), quando quello di Bruges fornisce denaro al suo nemico giurato, il duca di Borgogna, Charles il Temerario (1433-1477).

Lorenzo presta anche al di là del ragionevole, derogando al principio fissato dal bisnonno, Giovanni. La filiale di Londra deve chiudere le sue porte nel 1478, dinanzi al rifiuto del re Edoardo IV (1442-1483) di onorare i suoi debiti. I crediti verso il monarca e la sua corte ammontano allora a 70.000 fiorini. Tre anni più tardi, è il banco di Bruges che chiude a sua volta. Lorenzo non fa niente, tuttavia, per fermare l’emorragia, accentuata da una congiuntura difficile.

Egli è in compenso un notevole mecenate. Lorenzo sostiene artisti come Il Verrocchio, Leonardo da Vinci, Botticelli o Michelangelo. Il pittore Benozzo Gozzoli lo rappresenta sotto i tratti di Gaspare nel famoso quadro “Il Corteo dei re magi”.

Piero II, “lo Sfortunato” (1472-1503) succede a Lorenzo nel 1492, a soli vent’anni. Egli non resta che due anni al potere. Abbastanza per provocare lira del popolo e vedersi bandire da Firenze.

Dei Medici, la storia lascia la parte bella a Lorenzo, autocrate illuminato, ma dispendioso, che ha saputo dare alla città toscana la bellezza, il quale si procura l’ammirazione di tutti.

Possiamo dire, in ultima analisi, che non sono i suoi talenti da finanziere che stabilirono la reputazione di Lorenzo il Magnifico, il più celebre dei Medici, ma il suo amore per le arti.

 

                    Una rete che si estende verso l’Oriente e verso l’Occidente

    1267: a Firenze, vittoria dei Guelfi, partigiani del papa, opposti ai Ghibellini, alleati dell’imperatore germanico.

1397: Giovanni de’ Medici, che si era associato al banchiere Vieri Di Cambio, si installa nella grande città della Toscana.

1407: creazione della Casa di San Giorgio a Genova. Essa diviene l’istituzione finanziaria più importante dell’Europa occidentale.

1410: Giovanni de’ Medici porta il suo sostegno finanziario all’”antipapa” Giovanni XXIII.

1434: Cosimo (1389-1464) governa Firenze.

1453: la caduta di Costantinopoli porta un colpo al commercio mediterraneo.

1478: fallita del banco inglese della banca dei Medici, poi, nel 1481, di quello di Bruges.

1492: morte di Lorenzo il Magnifico.

 

Un’ombra sul Rinascimento

Quando il potere dei Medici crollò nel 1494, due anni appena dopo la morte di Lorenzo il Magnifico, una delle misure più spettacolari della loro caduta fu la soppressione di ritratti a grandezza naturale che ritmavano la facciata di un edificio del palazzo del governo. Dopo più di quindici anni, il passante si impuntava sulle figure di quelli che i padroni decaduti avevano tenuto per traditori, poiché essi avevano tentato di abbattere la dinastia in via di trasformare la repubblica patrizie di Firenze in tirannia principesca.

La faccenda si era giocata una domenica di aprile del 1478, in pieno Duomo, al momento della messa solenne. Quel mattino, due sacerdoti si erano portati volontari per assassinare Lorenzo dei Medici e il suo giovane fratello Giuliano, in piena funzione religiosa. Se Giuliano era stato colpito a morte e crivellato di colpi da uno dei capi del complotto, Francesco de’ Pazzi, che si ferì forse lui stesso nel suo furore omicida, Lorenzo riuscì a sfuggire ai suoi assassini. In alcune ore, quel 26 aprile, lo choc e lo stupore fecero posto alla più radicale delle risposte ed il trerrore si abbatté sulla città, consegnando al supplizio la quasi totalità dei congiurati, ma anche quelli che avevano il solo torto di appartenere alle famiglie implicate, che certamente ignoravano la faccenda. Così lo sfortunato Renato de’ Pazzi fu messo a morte senza alcuna forma di processo, ripreso dalla “colpevolezza tribale”, prima di avere il dubbioso  privilegio di figurare, dipinto da Sandro Botticelli, familiare dei Medici, nel numero dei congiurati.

Uno solo dei ritratti infamanti fu staccato al tempo di Lorenzo de’ Medici: quello dell’arcivescovo di Pisa, Francesco Salviati, alla richiesta espressa dal pontefice Sisto IV. Questa concessione tardiva (1480) fu seguita da altre, necessarie tanto la legge del 23 maggio, per il suo radicalimo inumano (non contenta di rovinare i vinti, essa condannava le ragazze della casata Pazzi a non potersi più sposare senza trasmettere il disonore, sicuro mezzo di estinguere la vituperata razza, il cui nome è proscritto per sempre e gli stemmi martellati o cancellati), superava i limiti ammessi della vendetta. Lorenzo il Magnifico dovette così garatire l’avvenire dei suoi nipoti, avendo la sorella Bianca sposato un Pazzi, Guglielmo, lui stesso salvato da un legame così stretto.

 

                Posizione occulta

Quello che il complotto ha di eccezionale è certamente la qualità di quelli che finanziarono la cospirazione: nientemeno che il papa Sisto IV ( il nipote, il conte Girolamo Riario, signore di Imola e di Forlì, assassinato dieci anni dopo i fatti, fu l’ultima vittima della faccenda), il re di Napoli, Ferrante, e il duca Federico di Urbino. Si è qui nel cuore dei conflitti strategici che lacerano la penisola italiana e la casata dei Medici, la cui fortuna politica poggia sull’alleanza milanese, ha già frequentemente provato la vulnerabilità della sua posizione occulta, nè feudale né principesca, dinastia di mercanti che gestiscono la città come un patrimonio privato in dispregio delle regole legali, dopo che Cosimo, il nonno di Lorenzo, ha messo a punto un “metodo” che tempera le incresciose incertezze del caso nella designazione dei responsabili politici.

Però quello che colpisce nella congiura dei Pazzi è che non si tratta a questo punto  che dell’episodio più conosciuto – e il più sanguinoso- di una lotta urbana, le cui ripetizioni generali scandiscono la storia di Firenze da un mezzo secolo. E’ tutto il merito di Lauro Martines, che insegna la storia europea all’Università della California, di liberare l’avvenimento dal suo solo pittoresco sanguinoso, per dare a comprendere il mutamento politico all’opera che questi, a colpi spettacolari, rivelano. Le leggi dell’ascesa sociale, i giochi matrimoniali, gli interessi economici. essenziali in questo mondo della banca, in cui si schiaccia il rivale tassandolo più sicuramente  che affrontandolo, niente sfugge allo storico, che schizza anche alcuni appassionanti profili, come quello dell’umanista Gianozzo Manetti, troppo indipendente e troppo brillante, che la sua integrità morale dispensa dal giocare il gioco in vigore, ma che non sfugge, stando così le cose, alla rovina che minaccia ogni avversario dei Medici.

A credere al Poliziano, precettore di Giuliano, che assistette all’esecuzione sommaria dei congiurati, l’arcivescovo Salviati piantò i suoi denti nel torso di Francesco de’ Pazzi,  penzolante al suo fianco. Per macabro che sia, questo gesto cannibalesco, che Martines  analizza con finezza, è nel tono: il sangue dei martiri come il sangue degli assassini, il flusso degli uomini paga la colpa originale. La “Primavera” botticelliana (1477-78 circa) ha un rovescio più oscuro di quanto non la si idealizza.

Lo scrittore statunitense in “April Blood” riferisce brillantemente sulla congiura dei Pazzi, che tendeva ad eliminare i Medici, e sulle sue conseguenze sanguinose.

 

Alfredo Saccoccio

 

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