I NAPOLITANI AL COSPETTO DELLE NAZIONI CIVILI di GIACINTO DE SIVO (I)
Capitolo primo
La setta mondiale I Settari straziano l’Italia
Le nazioni civili che mirano lo svolgimento di questo gran dramma italiano, iniziato a nome delle civiltà e del progresso, saran per fermo stupefatte al mirar la rea lotta che specialmente nel reame delle Sicilie procede cruenta ed atrocissima fra Italiani ed Italiani. Dopo tante lamentazioni contro lo straniero, non è già contro lo straniero che aguzza e brandisce le arme, quella fazione che vuol parere d’esser la italica nazione. Pervenuta ad abbrancare la podestà, ella non assale già il Tedesco, ne il Franco, né l’Anglo, che tengono soggetta tanta parte d’Italia; ma versa torrenti di sangue dal seno stesso della patria, per farla povera e serva.
Ella grida l’unità e la forza; e frattanto ogni possibilità di unione fa svanire, con la creazione di odii civili inestinguibili; e distrugge la sua stessa forza in cotesta guerra fratricida e nefanda, che la parte più viva e generosa della italiana famiglia va sperperando ed estinguendo. L’Italia combatte l’Italia. Gli stranieri potentissimi e formidabili sogghignano e preparano le arme, in mentre le persone, le industrie, il commercio, le arti italiane e ogni forza va in fondo, fra gli spogli, le fucilazioni, gli incendi e le ruine. L’Italia subissa l’Italia. Né solo nella parte materiale subissa: il dileggio ch’ella fa del dritto, della morale e della religione, sono mali più gravi; perocché accennano a corrompere il popolo, ne degradano agli occhi dello straniero, e ne svergognano quivi appunto dove volevano sovrastare a tutte le genti. Dopo tanti sterminati vanti del nostro primato civile, ora diamo spettacolo d’avidità da pirati, di barbarie esecrande, e di cinismo e d’ateismo vestiti di stucchevoli ipocrisie. Primi ne proclamavamo, e mostriamo esser ultimi. Una immoderata baldanza di forza materiale; ed ora quando poniamo mano a stringer la forza, e sperimentiamo non esser d’altro capaci di suicidio, e perdiamo bensì la forza morale. Si anelava prima al compianto, poscia all’ammirazione della terra; invece riusciamo a meritarne il disprezzo.
Disegno della provvidenza
Non pertanto non è indarno che la Provvidenza permette tante catastrofi. Il fuoco purifica l’oro, e le sventure purificano la società; e forse da questo fuoco ch’ora ne scotta ed atterrisce sorgerà la nazione italiana monda e splendida per religione e virtù, che son la forza vera ne’ secoli civili. L’uomo ingegnoso si valse della foga de’ torrenti per macinar le biade; e forse per questo torrente rivoluzionario che ora ne investe, potrà l’Europa con l’aiuto del Signore abolir per sempre le superbe ambizioni, e unire le sue varie stirpi nel comune interesse dell’amore e della pace.
Civiltà cristiana
Prima che l’uomo fosse sociale fu soligno e selvatico; e il pugno più gagliardo imperava. Ma i deboli si unirono insieme; la comunale forza fu messa agli ordini del magistrato; e la società civile fu fatta. Così se il mondo avesse potuto contenere una società sola, non avrebbe veduto le guerre che sono la brutalità delle nazioni. Ma per lunghi secoli l’una società insidiava o asseriva l’altra, sinché il Cristianesimo le strinse quasi tutte nel suo amplesso. La religione fu il magistrato che mise impotenza di civiltà le nazioni. Però la guerra è un ritorno delle società allo stato brutale; è dar ragione alla gagliardia del pugno. Il mondo per tanto sarà pienamente civile; allora quando le stirpi umane, di qualsivoglia linguaggio, congiunte in Cristo, avranno il magistrato che diffinisca le loro liti, e vieti il tuonar del cannone.
Egoismi delle nazioni e comunione internazionale
Veggiamo per contrario che si fan qua e là sorger desideri esclusivi di nazionalità. Invece di anelare ad esser tutti una famiglia, tentiamo a disunirci con l’egoismo delle razze. Anzi che abolire la idea di straniero, la esageriamo, e risvegliamo le gelosie e le ambizioni. Ma questo pensiero che ne richiama a’ tempi rozzi, e fa considerare nemico qualunque parli diversa lingua, è pensiero vecchio che accenna a disgiungere quanto Cristo annodava; è ritorno al paganesimo che appellava barbaro lo straniero, e lo voleva morto o servo. Ma noi siam tutti figli d’uno Adamo, tutti fratelli; e piuttosto che evocare dalla notte de’ secoli i pagani concetti delle nazionalità, per isconvolgere e saccheggiare il mondo, ei sarebbe opera insigne il torre via per sempre il mal vezzo delle guerre e delle conquiste. Siccome il ricco è uguale al povero innanzi al magistrato, così la piccola Norvegia dovrebbe essere uguale all’ampia Russia innanzi al magistrato delle nazioni. E se un congresso permanente fermasse per sempre il codice internazionale, e avesse una comunale forza per la esecuzione de’ suoi decreti, ei si farebbe della cristianità una sola famiglia, faria pari il debole al forte, annienterebbe le antipatie nazionali, abolirebbe tante arme parassite, e porterebbe gli uomini al vero stato civile, al quale il creatore li destinava.
Tanto pensamento, che fu lungo sospiro dell’umanità, non credo abbia sempre a rimanere inadempiuto. I bisogni reali dell’uman genere, l’avanzamento del secolo, il meraviglioso esplicamento delle forze sociali, l’idea mondiale che s’indirizza unanime a Dio, il comunal desiderio di pace e di prosperità, i vincoli sempre più estesi del commercio, l’elettricismo, il vapore, le montagne forate, gl’istmi tagliati, son tutti larghi passi verso una civiltà piena e non lontana, che agguaglierà le potenze, e farà tacere le ambizioni e le vanità. Pienamente allora Cristo avrà regno.
La sovversione settaria
Ora questa perfezione sociale, che assicurerebbe davvero la uguaglianza, la fraternità e la libertà, con lo esalamento della religione, è contrastata e combattuta appunto dalle fazione che ha per apparente divisa Uguaglianza, fraternità e libertà. Essa ritorce il sentimento di tai parole per minar la religione e la società. Va gridando le nazionalità per subissare le nazioni e derubarle, e far poi di tutte una famiglia sociale, senza Dio e senza leggi. E’ una setta latente che aguzza l’arme avvelenate nel buio e nel mistero; congiura e colpisce, trionfa e si palesa, e s’è abbattuta, si rituffa nelle tenebre, per ripigliar nuova lena. E’ una potenza sotterranea, che fa guerra a tutte le potenze della terra. Essa non è già italiana soltanto, ma spanuola bensì, e francese, e alemanna e russa e britanna e americana; da ogni banda ha misteriosi o palesi conciliaboli; stende in qualunque luogo sue branche, si impadronisce della letteratura e delle scuole, lancia i suoi sofismi capziosi, e propugna motti ed opinioni. Essa corrompe la popolazione, inventa la storia, investe le giovanili menti, e le abbarbaglia con le splendide parole di libertà, di giustizia e indipendenza; e mentre il contrario vuole e fa, ipocritamente fa grandi promesse, abbassa con calunnie i virtuosi, magnifica i suoi adepti, e lor fa strada a’ governi, a’ magistrati, alle università, alle milizie, e talvolta agli alti seggi del clero; e sinnanco le reggie ed i troni, e i consiglieri de’ regi, ed i regi stessi corrompe e fa suoi. Essa impera come Satana, ed ha schiere infinite di démoni ubbidenti, essa comanda le dimostrazioni, le barricate, gli opuscoli, i regicidii, le pugnalazioni, le fucilazioni e gl’incendi della città. Essa mai non retrocede. Vinta, s’atteggia a vittima; stampa libri a difesa de’ Bandiera e de’ Pesacane; piange e deifica i Milano, gli Orsini, e i Locatelli, accusa i giudici d’ingiustizia e di tirannide; e prepara nuovi colpi, e rumina altri misfatti. Vincitrice, è frenetica; tutto abbatte e distrugge, piglia ogni cosa, saccheggia, sperpera, dona, rimuta, e fa vendette di sangue. Non lascia le oneste parole, ma alla luce del sole le smentisce con fatti orribili; calunnia i caduti, li spoglia e percuote; e procede ritto alla sua meta; cioè a quello che appellan socialismo, ma ch’è la negazione della società. La setta è il rovescio del Cristianesimo. Cristo unisce le nazioni in uno amore di Dio; la setta disunisce bensì le famiglie, e aspira all’isolamento dell’ateismo.
Il processo rivoluzionario
Né tampoco ell’è contenta d’un trionfo solo. Essa fe’ la rivoluzione francese, e volle in ogni parte propagarla; essa menò Luigi XVI al patibolo; essa si rivoltò contro le sue stesse membra, die’ favore a Napoleone, e il fe’ cadere; essa consigliò a Carlo X le concessioni, e fece re il suo capo Luigi Filippo, ed essa stessa questo non ubbidiente suo strumento spezzò e cavò di seggio. Fu dessa che congiurò contro la repubblica del 1848; ma vinta sulle barricate di Parigi, si vendicò del Cavaignac col farlo superare da quest’altro Napoleone, al quale manda alla sua volta le bombe dell’Orsini. E’ dessa la variopinta iride di tutti i moti rivoluzionarii. In mentre gavazza in Italia sotto il vessillo d’un re ignorante, alza la bandiera rossa in Ispana con un Perez, fa morire i Teleki in Ungheria, commuove le passioni polacche, divide l’unione Americana, e sin nella fredda Russia tenta sue prove. Qui deifica un re, colà grida repubblica altrove indipendenza o affrancamento. Qui vanta le felicità costituzionali; e là manda un grande Beker a colpire il costituzionale re di Prussica, e i Merino e i Donzios a ferire le costituzionali regine di Spagna e di Grecia. Costruisce plebisciti in Italia, e tenta percuotere in Francia un imperatore uscito dal plebiscito. Esalta fra noi la nazionalità, e la nazionalità contrasta in Irlanda. Sono mezzi diversi, serventi una stessa idea. Vuolsi la rivoluzione in qualsivoglia modo si possa avere. In Italia comanda l’unità; ingiunge la divisione in Ungheria ed in America. In Italia stessa gridava non ha guari in principio lega italiana, Papa e Pio Nono; ora non più lega, non più Papa-re, non Pio Nono; anzi fuori il papa, fuori il cattolicismo, abbasso i preti. E mentre qui fa buon viso al protestantesimo, nella Germania protestante predica l’ateismo; perché essa nessuna delle cose che grida vuole veramente, ma veramente vuole la roba altrui.
Ipocrisia della setta
Procedente sempre infaticabile in verso lo scopo suo, la setta si modifica, si dilata, si accorcia, e muta bensì nomi a seconda de’ luoghi e de’ tempi. Prima eran Templari, poi Massoni, poi Illuminati, Giacobini, Carbonari, e radicali e socialisti. Non ha guari s’appellavan la giovine Italia, ora si gridano unitarii qui, separatisti in America; e qual nome si daranno domani? La setta mondiale aspira a rovesciare l’ordine presente nel mondo. Vuole una qualunque mutazione per pigliarsi il mondo. E’ la guerra di quelli che non hanno a quelli che hanno. E’ quasi un secolo che fatti terribili e sanguinosi vansi svolgendo in fra quattro generazioni. Parecchi milioni d’uomini son caduti per ferro, per mannaie, per cannoni e per istenti; molte famiglie illustri andarono esulando per la terra, un buon re ebbe il capo mozzo, parecchi ne furon cacciati dalle loro sedi, non pochi principi e grandi caddero per veleni e per pugnali; non poche città patirono saccheggi ed incendii, innumerevoli campi vennero devastati, molte flotte, molte prosperità, molte ricchezze distrutte; e la storia già annovera assai i nomi di luoghi famosi per battaglie e ruine. E che ha guadagnato l’umanità? Si è poi proclamata libertà? Risponda qui la coscienza delle nazioni; risponda questa misera Italia nostra, anzi non più nostra; la quale viene affranta ed oppressa da tutte le genti; che in nome della libertà vide spegnersi a forza nel suo seno, quelle due nobilissime repubbliche di Genova e di Venezia, ultime reliquie delle andate nostre grandezze; e che là dove avea già solo il Tedesco, ora è dominata e sospinta da Tedeschi, da Francesi, e da Inglesi, e fatta campo miserando di battaglie! Questi progredimenti e questi ceppi s’ha guadagnati l’Italia sotto lo stendardo della bugiarda libertà.
Libertà settaria e vera libertà
Certamente la libertà è sommo concetto. Iddio creatore miselo nel cuore umano, insiem con quelli del diritto e della religione; ogni bell’anima lo sente, lo vagheggia, e per esso combatte e patisce e muore onoratamente. Ma la setta congiuratrice non vuole la libertà, fuorché sulle labbra e su’ vessilli. Vuole invece la guerra civile, l’anarchia, gli alti seggi, le imposte sforzate, le grasse mercedi, l’abolizione degli altari e delle leggi, il comunismo, la distruzione della famiglia sociale, e la tirannia de’ peggiori su’ migliori, del gagliardo sul debole, e della rapina sul dritto. Grida libertà ma impone cieca ubbidienza a’ suoi seguaci, e loro aguzza i pugnali, e poi senza pietà li lascia cadere su’ patiboli. Per tutta la vita li fa congiuratori, sospettosi e infelici; lor promette beni che non può dare, li domina nelle azionie ne’ pensieri, e lor nega anche il libero volere. La setta sospinge l’umanità a subire la tirannide, o ad esser tiranna. Ma v’è una vera libertà. A malgrado di quella liberalesca tirannia che a tutto attenta, vi sono al mondo animi liberi che ne sdegnano le catene, e liberamente eleggono il diritto e la religione. L’uomo onesto è libero. Egli non ha ceppi, ma ha l’amplesso della virtù; non agogna l’altrui, non è comandato che dalla legge; e quando la liberale genia spalanca le carceri, gli esigli e le tombe insanguinate, egli almen libero di anima, santificato dall’esempio di Cristo, sopporta e muore pugnando per la patria, per li altari e la ragione.
La Tirannide settaria
La gente settaria appella tirannide la difesa che la società è in debito di fare contro le sette. Ma quando poi rovesciata la società quella per poco trionfa, allora non abolisce già le tiranne carceri, ma le decupla, e v’aggiunge le fucilazioni illegali e gli esilii sforzati, e ogni sorta di vendette e persecuzioni contro i liberi propugnatori del dritto. Allora dispoticamente calpesta ogni legge, e anco le sue stesse leggi; allora impera orgogliosa, e morte a chi rilutta. Essa grida: <<Sii libero o muori>> cioè, sii mio schiavo o muori: vale a dire che gridando libertà, uccide la libertà. Se le nazioni civili danno uno sguardo spassionato a’ nequitosi fatti perpetrati e che ancor più crudelmente si van perpetrando nelle Due Sicilie, vedranno in orribile specchio le nefandezze di questi tiranni. Le nostre sventure furono tanto enormi, il presente servaggio è sì efferato, e i nostri sforzi per redimerci e ricuperare la libertà saran così veementi, che forse di avviso riusciranno a’ contemporanei, e di ammaestramento agli avvenire. Però noi, decimati da ingiusti assalimenti, da fucilazioni atrocissime, da nefandi giudizi illegali; noi decaduti da quella prosperità invidiata che ne faceva primi in Italia; privi d’ogni maniera di quiete, schiavi nella stessa nostra patria, impediti e depressi da qualsivoglia manifestazione del pensiero; fra’ saccheggi e gli incendii, fra le calunnie e le percosse, fra le bombe e i pugnali, fra le prigioni e gli esigli, fra le catene ed il sangue, leviamo la voce in nome della umanità e del dritto imprescrittibile delle genti, per protestare innanzi all’Europa ed alle nazioni, contro l’iniquo e cruento servaggio, che da sedici mesi grava sulla nostra cara patria, che ha fatto del più bel giardino del mondo uno spettacolo d devastazioni, una piaggia miseranda di pugne brutali e di offese e di vendette.
Appello ai popoli
Popoli civili della terra, voi che udivate di continuo lo ipocrito compianto d’una serva Italia, e che per libero lancio di anime generose aspettavate a vederla ora felice e redenta, uscite d’inganno. Ell’è una trista ironia lo appellar risorgimento questo subbissamento del bel paese; il dir libertà queste torture, queste miserie, questi colpi di stile, queste sanguinose punizioni d’ogni pensiero patriota; il vantare indipendenza questo servire al Piemonte, servitore d’oltremonti; e ‘l proclamare civiltà e progresso questa depressione d’ogni pubblica morale, questo combattimento alla religione, questo cinico abbrutimento, questo retrocedere al pensiero pagano, e questo rio trionfo, quest’orgia, questo debaccare di non mai sazia cupidigia, e di sete indomabile d’ambizione, e di struggere e imperare. Gli operatori del male si coprono di parole buone; il fango s’ammanta di oro; e l’inferno abbattendo e straziando, proclama celestiale dolcezze. Popoli della terra, disingannatevi; fremete, compiangete i mali inenarrabili; ergete a Dio le preci perché si degni di volgere a noi prostrati uno sguardo di misericordia, ed esaudisca le lagrimose preghiere di due milioni di famiglie che mattina e sera supplici e in ginocchio, levano la voce dall’anima affrante e spaurite. Popoli della terra, non insultate alle nostre sventure, col plaudire a’ nefandi oppressori; non sublimate le catene d’una in felicissima nazione, dichiarandola beata e redenta. Deh! Pregate per noi; incoraggiate almeno con voti di simpatia gli sforzi nostri, pel riconquisto della libertà e dell’indipendenza. Sì, la nostra causa ha gagliardi sostegni. La virtù non è ancora morta. Se una setta sta contro di noi, stan per noi le nazioni. Contro Dio si combatte, ma non si vince. La navicella di Pietro non affonda. Oggi la cristianità si leva tutta; e bensì i protestanti han compreso che non al Papa solo, e a’ Re, e a’ Napoletani, ma alla religione, al diritto e alla civiltà si fa guerra. Un numero grande di opuscoli e di libri d’uomini insigni già schierano le menti; l’opinione regina del mondo ritorna sul retto cammino, e dà la inappellabile sentenza: il dritto trionferà. Già nelle ultime tornate delle camere legislative di Francia, di Spagna, d’Inghilterra e del Belgio fu protestato da molti onorandissimi pari e deputati e senatori; e i nostri cuori balzarono per le consolatrici orazioni di quell’anime belle che sollevarono coraggiosamente la verità conculcata. Deh! Seguitino con maggior lena ancora a queste novelle sessioni parlamentari nel nobile arringo; ogni loro parola è a noi di refrigerio; i nomi di quei campioni resteran segno alla gratitudine de’ nostri figli e più che in adamante saranno scolpiti nella storia per la venerazione de’ secoli. La virtù che alza il braccio a difesa degli oppressi è spettacolo di paradiso. Nondimeno perché meglio siano palesi le nostri ragioni, qui vogliamo dichiararle a parte a parte. Son corse pel mondo tante codarde invenzioni su’ fatti nostri, ch’ei non sarà indarno rimondarli, e presentarli alla luce, in un tempo quando niuna cosa è di maggior pericolo che a dire il vero. La menzogna coi pugnali comanda il silenzio per imperare; ma è tempo ormai che il buio sia squarciato dal sole, e sfavilli il vero prepossente. Facciamo il bene con coraggio; perché fa più danno il bene infingardo che il male operoso.
Capitolo secondo
Quale era il nostro paese
Esempio unico
Il Reame delle Sicilie, molto dalla stampa rivoluzionaria a’passati anni calunniato, non era secondo a nessuna nazione incivilita. Ei basta dare uno sguardo nelle Guide pe’forestieri, per intendere il valore immenso di monumenti, di strade, di città, d’acquedotti, di ponti, di pietra e di ferro, d’arsenali, d’opificii, di quartieri, di ginnasii, di teatri, di popolazioni, di prodotti, d’agricoltura, di pastorizia, di porti, di commercio e di arti che abbelliscono queste contrade. Poste le proporzioni di ampiezza e di numero e di condizioni, niun paese al mondo s’ha maggior somma totale di beni, e più a buon prezzo, e più opportuni, e meglio distribuiti. In mentre le città qui son belle e decorose, e ricche e popolate, ogni pur minimo villaggio ha a sua strada per ruote, la parrocchia, il campo santo, il ponticciulo sul torrente, l’orologio, il posto delle grasce e della neve, il monte frumentario e de’ pegni, il maestro di scuola, il medico, la farmacia, un qualche convento, o un opificio, o una qualsivoglia opera speciale, onde tragga lavoro e sostentamento la gente minuta. V’è in ogni parte operosità ed agiatezza. Qualche provincia come quelle di Napoli e Terra di Lavoro, non hanno una canna di terra che non sia messa a profitto. Ne’ sessant’anni di questo secolo il reame ha accresciuto la popolazione più d’un terzo; eppure ebbe guerre, tremuoti, uragani, eruzioni vulcaniche e colèra. Il colèra appunto, ragguagliato al numero, qui per la buona igiène, fe’ meno vittime che altrove. Qui in proporzione v’han meno accattoni che a Parigi ed a Londra, e i poveri veri sono rari. Le statistiche dei delitti sono tenui. Il debito pubblico, fatto il più per rivoluzioni, scemava a ogni anno; e giunse a tanto che ascese al 120 per 100, con esempio unico nelle nazioni.
Giustizia e operosità
Le nostre leggi, prodotto della sapienza de’ secoli, eran nel civile e nel penale sì buone, che fur sovente di ammirazione e di emenda allo straniero. Solenni e pubblici erano i riti de’ giudizii sicché poteva piuttosto restare il reo impunito, anzi che condannato l’innocente. Erano le prigioni più ampie e nette, e ordinate a seconda lo scopo delle pene, cioè la custodia e la correzione del condannato, fra la religione ed il lavoro. Avevano la piena libertà civile senza distinzione di caste o di persone, tutti uguali innanzi alla legge; però talvolta fur visti i magistrati emanar sentenze fra’ sudditi e la stessa cosa del re, e dar torto a questa. La proprietà era sacra; la sicurezza pubblica non fu mai tanto guarentita in questo montuoso reame quanto negli ultimi sei lustri; sicura e facile era la circolazione de’ valori, protetta la santità dei contratti; la successione de’ beni era regolata secondo i più moderni dettami del diritto, senza vincolo; in guisa che niuna parte di possessione poteva a lungo essere sottratta all’industria umana. L’amministrazione civile aveva, per la tutela de’ comuni, leggi d’eccezione, che slacciavanla dalle forme consuete; la quale a malgrado de’ pochi suoi difetti (e quale opera umana n’è senza?) pure in mezzo secolo ha prodotto a’ municipi incrementi e beni ignoti agli avi nostri. La religione e la morale avean rispetto e tutela; il costume avea forza di buoni esempli; era tutelata la salute pubblica, sostenuta la istruzione elementare, moltiplicati i matrimonii, e più ancora le industrie, le colture e i capitoli circolanti. Il commercio era florido, e forse destava gelosia e invidia; operosa era la marina mercantile: nuove cale, nuovi porti, nuovi fari, nuovi bacini da raddobbi, nuove fortificazioni di difesa sorgevano sulle nostre coste. Le terre incolte eran messe a coltura, asciugate le paludose, divise le già feudali fra le popolazioni indigenti. Con le nuove strade rotabili e ferrate, co’ nuovi opificii, con gl’istituti d’arti e mestieri, con le scientifiche ed artistiche accademie, con le scuole tecniche ed agricole, con gli orti botanici e sperimentali, co’ monti di pegni e di frumento, con e casse di soccorsi, di prestanze, di risparmi e di assicurazioni; co’ ritiri, con gli ospedali, con gli asili infantili, con le case pe’ proietti, con i conventi e monasteri, non v’era stato, né età, né condizione dell’umana vita cui non si desse il braccio soccorritore. Così la pubblica ricchezza era elevata a grado eminente. Così pel buon governo le imposte eran le più lievi in Europa e non pertanto bastavano a pagar ricche liste civili; a tener in piè una flotta ch’era prima in Italia; a sostentare centomila uomini, armati di tutte arme; a spendere ogni anno cinque milioni di ducati in fabbriche ed opere di universale utilità; a bonificare immense terre melmose intorno al Volturno; a rettificare e a incanalare il Sarno; a far strade ferrate; e a metter su quel magnifico edifizio di Pietrarsa, che per macchine di ferro e di bronzo ne avea fatti franchi dalla straniera importazione.
E nulladimeno la operosa parsimonia governativa avea sempre modo da tenere in serbo un tesoro per ogni evento. Erano in cassa trentatré milioni di ducati, quando il liberatore Garibaldi vi mise su le mani, e li fe’ disparire. Quella parsimonia ne facea scemare i debiti, quando i governi liberali li decuplicavano. Quella parsimonia fece che nel 1859, quando la carenza del grano, pe’ scarsi ricolti, e qui e altrove, aggravava la povera gente, avesse potuto Francesco II mandare a Odessa suoi navigli, a comprar biade a caro prezzo, e venderle ne’ mercati, e sin nelle più irte gole di monti a prezzi miti e sopportevoli da qualsivoglia indigente. Per quella parsimonia re Ferdinando aveva potuto soccorrer Melfi e Potenza, colte da’ tremuoti, e fabbricar navigli da guerra, e dar grosse limosine e sorreggere qualche municipio con larghi prestiti a tempo, e far nuove muraglie a Messina e a Gaeta, ed elevare ospizii, e templi magnifici al Signore.
Questo era il governo di Napoli, cui un nobil lord d’Inghilterra, certamente tratto in errore per la malizia delle sette, disse con enfatico motto esser la negazione di Dio!
Ma la sopravvenuta rivoluzione gli dà le smentite; lo smentisce la presente distruzione di tante opere buone; lo smentiscono i pianti nostri, e le disperate armi che suonan vendetta su’ monti appennini. E più si sono, ahi, troppo affrettati a smentirlo i rigeneratori Torinesi! Dopo tante sperticate promesse di tutto dare, tutto ne han tolto; e solo han potuto creare la miseria ed il nulla.
Capitolo terzo
In qual guisa calunniato ed assalito
La malizia sovversiva
E la setta che da tanti anni lavora all’abbattimento di Cristo, prese nota di quel famigerato motto del nobile Lord, tolse essa a difendere Iddio, e gridò da tutti i capi del mondo: maledizione al governo della negazione di Dio.
Con quel motto Napoli, le Sicilie, il re, la magistratura, l’amministrazione, l’esercito, il clero, la nobiltà e gl’ingegni nostri furono immorali ed atei giudicati. Nove milioni d’abitanti vivean col pensiero negativo della Divinità. Però re, governatori, amministratori, giudici, capitani, precettori, cardinali, vescovi e parrochi, tutti negatori di Dio, aggravavano la mano diabolica sulle corrotte popolazioni. Allora su quel tema la stampa rivoluzionaria ritemprò le sue penne e vi fè varianti e ritornelli; i lamenti delle finte vittime andarono alle stelle, e l’Europa vide in pieno giorno inventar la storia contemporanea, accusar di ateismo la religione, tacciar di ladri i correggitori d’una nazione prosperosa, e compiangere la ignoranza d’un paese, il quale, tranquillo e pago della sua sorte, era di fatto in cima alla civiltà italiana.
Era in cima di fatto, perché esso aveva, in proporzione de’ suoi abitanti, più templi, più teatri, più oratori, più poeti, più filosofi, più artisti, più opificii, più reggie, più commercio, più capitali, più scienze, più arti, più uomini d’ingegno che non il resto della penisola.
Errore di governo
Fu per verità uno sciagurato e sempre lamentevole errore che il governo nostro disdegnasse le difese. Intento a fare il bene, chiudeva gli occhi allo strombazzamento bugiardo del male. Quasi non rispondeva, né permetteva di rispondere alle speciose calunnie che avventavano sul regno. Per contrario i giornali, questi moderni dispensatori di fama e d’infamia, non lasciavano opportunità da declamar soli da lontano. Ogni dì uscivano a luce sperticate menzogne a danno nostro,e a poco a poco quel mentir largo e continuato, e non mai o mai contraddetto, pigliava faccia di vero. Usavano anche di levar a cielo gli scrittori di libertà, e abbassar sempre, o almeno coprir di silenzio l’opere ed i nomi di scrittori coscienziosi. Anche delle arti usavan a fin di setta. Le arti costrette a servire quel concetto, e però sviate dal loro scopo, ch’è il bello assoluto, spesso vagheggiavano il piacere, cioè lo andare a seconda de’ dispensatori della fama. Con poca fatica si diventava celebre. Parlar di patria, lamentare il servaggio d’Italia, maledire i tiranni, era la condizione sine qua non del diploma del genio. Così veggiamo laudatissime alquante miserie letterarie, che farebbero pietà; così, sotto forma di rigenerar l’Italia, si fa perder all’Italia il suo vero primato, che è nel concepimento del bello. Cotesto mescolar la politica con la letteratura è uno de’ non lievi mali di questo secolo tronfio e presuntuoso.
Pertanto in un altro grave errore corse il governo. Vista la offesa di compre o settarie penne, sospettò d’ogni scrittore. Non impedì l’offesa, e diffidò della difesa. Fe’ parere che tutti gli uomini d’ingegno gli fosser contrarii. Contento della pace e prosperità interna, poco curò quella guerra di calunnie; e l’Europa assordata da tante cantafère non ismentite, tenne quasi come vero il famoso motto della negazione di Dio. Gli spensierati, i faccendosi, i dottoruzzi che devono il sapere ne’ facili fonti de’ giornali e degli opuscoli, divennero strumenti di setta senza saperlo; ripetevan le lamentanze senza intender qual danno facessero, né quale immaginaria felicità si sperassero. Bensì nel regno, dove la cresciuta prosperità dava modo di vivere con poco, e però s’eran fatti parecchi gli scioperanti e i babbuassi, nel regno ancor v’eran di molti ripetitori. H dir male per cotesta gente è un fare; e il dir male di chi può più è una maniera di conforto. Concorrevano a discreditare il governo molti avvocati tristi, che nella magistratura e nelle leggi trovavano argini alle loro avidità; parecchi lettori di diritto, giornalisti, poetastri, sollecitori d’affari, quali per non soddisfatte ambizioni o per impedite frodi aspiravano a novità; parecchi uffiziali pubblici ancora, che per sognate ingiustizie, anelavano vendetta, o vagheggiavano promozioni; negozianti falliti o senza capitali, medici senza malati, studenti senza libri, proprietarii vanitosi o repressi nelle loro prepotenze, preti tenuti a freno da’ vescovi, prletarii svogliati dalla fatica, camorristi, commessi viaggiatori, usciti di galera, servidorame a spasso: questa mescolanza di persone diverse, interessate a’ subugli, questi, o che sel sapessero o no, erano i propagatori, o gl’inventori delle mille laidissime favole. Che questi poi fossero della nazione napolitana la parte minima e la più rea, i fatti posteriori han pienamente dimostrato all’Europa stupefatta delle nefandezze che ne’ loro trionfi han perpetrate.
V’erano inoltre alquanti congiuratori; quali sin da’ primi anni guasti da volterriane e tedesche filosofie, erano i veri agenti della setta. Costoro in ogni guisa s’aitavano; spargevan nelle masse desideri vaghi e sospetti stolti; denigravan tutto, e movevano inique voglie. Essi ricevevano il motto d’oltremonti, e ‘l davano nelle popolazioni. Promettevano l’età dell’oro, cariche e onori; e reclutavano. A costoro non basta un uffizio modesto, e ‘l giusto avanzare con gli anni ed i servizii; eglino aspirano ad alto, e a diventare grandissimi e ricchissimi in un botto. Sono cospiratori per mestiere. Una volta cotal mestiere menava in cima a una forca; e pochi vi si risicavano; ma oggidì che la tirannia de’ re non usa la pena di morte, sono molti che vi giocano sicuramente, e fanno mestiere di camorristi degli uffizii e de’ ministeri, mettendo a soqquadro la società. Un tempo a fare il cospiratore si moriva impiccato; oggi si divien celebre, e generalissimo, e luogotenente o ministro; o almanco pur nelle sventure si trova a mangiar senza fatica. Ma non è ella una vergogna della glorificata civiltà a veder la società versar fiumi di sangue, per appagar siffatte avide e triste ambizioni?
Adunque la calunnia, non contraddetta, sorretta e divulgata da’ mercatanti di rivoluzioni, preparò il palco sul quale era da immolarsi la nostra felicità.
La Clemenza nel ’48
Quando il novello scoppio e la novella compressione della europea congiura contro la società nel 1848, fece questa avvertita del precipizio onde era scampata, fu certo necessità il provvedere all’avvenire. E se persone di cuore e di mente avesser preso la somma delle cose, è da tener per fermo che l’avvenire si sarebbe assicurato. Bisognava dimostrare co’ fatti che il mestiere del cospirare riesce a male. Invece le perdonanze, la pietà, la brama di vincer le calunnie con la clemenza, il facile inganno del forte che sdegna le durezze, e si affida in sé, un pio desiderio di farla finita e di abbracciare in un amplesso di pace tutti i sudditi, la cristiana rassegnazione a’ voleri della Provvidenza. Tutte cose furono che lasciarono incompiuto il ritorno all’ordine pieno e a pace duratura. Non dirò fosse stato bene usar molto rigore, ma certo la salvezza di pochi rei ha partorito la morte di centinaia di migliaia d’innocenti. E’ grave l’arte del regnare e del governare; e un’anima grande deve pesar nella bilancia il dolore di quattro o dieci famiglie già dalla colpa abbrutite, con le lagrime delle innumerevoli madri, e consorti e sorelle e parenti di infelici innocenti giovani, rapiti alle famiglie e alla patria, per guerre civili e nefande. Bello è il perdonare, più bello è il far giustizia a tutti.
Ma non fu solo perdonata la colpa, talvolta fu premiata. Della rivoluzione rimasero gli uomini, e il più in pubblici uffizii. Ed essi han preparato il 1860. il re nel 1848 avea dato una costituzione, come era stata domandata da’ malcontenti; e questi stessi congiurarono subito contro la costituzione. Il 15 maggio doveva veder la repubblica; ma un pò di sangue in via Toledo abbatté le barricate e le settarie speranze. Nulladimeno re Ferdinando tentava altro esperimento; discioglieva le camere, e ordinava nuovi comizii. Allora la setta aspirò alla rivincita; fece gli stessi deputati, e ripigliava il pristino giuoco, se la nazione non avesse reagito, abbattendo in fatti l’opera dissolvitrice, e pregando con reiterate istanze il monarca a toglier via quella costituzione, madre di subbugli.
Ed ecco la setta dallo stesso abbattimento cava nuove forze per risorgere. Ecco un gridar la croce al re spergiuro, ecco un lamentar continuo del 15 maggio. A sentirlo pareva che il re, il re avesse fatte le barricate, per aver modo di ritogliere le franchigie. Così perditori accusano il sovrano; se avesser trionfato avrebbero scacciato il sovrano, come han fatto ora. E se nel 1860 avesser perduto, certo avremmo udito opporre al re la venuta del Garibaldi. Avrebbero detto il re averlo fatto venire, per gravar la mano sul popolo! Per contrario il Cavour che aveva finto disapprovare gli armamenti di quell’ avventuri ero, dappoi che il vide vincere, se ne vantò autore in pubblico parlamento. Questa sfrontatezza dell’accusar delle proprie insidie l’avversario, e poi farsi vanto della riuscita insidia, questa vergogna mancava all’Italia nostra.
Pochi processi, e tutti pubblici, furon fatti a carico dei rei. Ciascuno gridava sé innocente; né si trovava più chi avesse fatte le barricate, e chi sconvolta la pace del paese. Surse bensì un processo a 57 persone imputate d’esser unitarii, cioè voler l’Italia una; e fu gridato alla calunnia. Ora donde sono usciti tanti vecchi unitarii? Fu calunnia ed abuso condannare il Poerio per unitario; ed ora costui è presidente della camera unitaria di Torino. Innocenti si dichiaravano allora: erano manigoldi i giudici, compri i testimoni, sicarii i soldati, tiranno il re. Si trattava di fuggir la pena. E non solo eran dessi innocenti, ma accusavano i buoni; e sì bene seppero fare, che la colpa rimase in più dell’infima plebe. Inoltre fer cadere sospetti sui più fedeli al trono, massime ne’ più capaci e buoni. E non solo camparono, ma parecchi ebbero premii e croci cavalleresche ed uffizii; ovvero serbarono gli uffizii e potettero ascendere più alto. Rifatti innocenti, rialzarono le cervici, ripresero lena, misero il piè sui buoni, e ritornarono alle congiure. Prepararono il 1860.
Divampati questi ultimi trionfi di rivoluzione, udiamo ora quei pretesi innocenti sclamar alto, ed anche con petizioni e stampe, reclamar la reità, e cercarne premio. Erano innocenti e scamparon la pena, ora sono rei, e martiri, e vogliono e danno il guiderdone! E parecchi di quei magistrati che invece di seder fra’ rei, giudicarono gli altri, ora si scoprono liberali; e gridano Fuori lo straniero, cioè il re napolitano che li avea perdonati, tollerati e promossi!
Ora eglino stessi gridan tiranno quel governo del quale esercitavano la tirannide. Ah sì, fu tiranno perché non fè di voi giustizia, e lasciò che aveste pria percossi e poi traditi i popoli infelici!
Tre soli furon condannati a morte, ma ebbero la grazia; pochi ebbero prigionie, e tutti per grazia abbreviate. E in un regno di nove milioni, dopo tanta rinvoltura, passaron di poco i dugento che usciron dal paese.
Eppure queste miti punizioni eran gridate tirannie da Tiberii. Ciascuno che per debiti od omicidi e frodi si fuggiva, andava per l’ Europa predicando sventure politiche, e dichiarando sé vittima di dispotismo. Il Piemonte li pasceva; lor dava i torchi, e i giornali, e li teneva pronti per instrumento di conquista.
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