Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

I NAPOLITANI AL COSPETTO DELLE NAZIONI CIVILI di GIACINTO DE SIVO (II)

Posted by on Set 22, 2025

I NAPOLITANI AL COSPETTO DELLE NAZIONI CIVILI di GIACINTO DE SIVO (II)

Capitolo quarto

Le arti del Piemonte I traditori intorno al trono

Torino non istette solo a pascere le vittime illustri del dispotismo; ma fe’ anzi lega con gli operatori del dispotismo; e guadagnò alquanti che carchi di regi benefizii lordavano le aule delle nostre reggie. Costoro infingendosi i soli amici di re Ferdinando gli fecer cerchio attorno, gli posero in mala vista gli uomini onesti, si valsero della sua soligna dimora in Gaeta, e con segni di mendace devozione, in nome di lui il vero dispotismo sopra i buoni esercitarono.

Eglino le ingiustizie nell’esercito, ne’ ministeri, ne’ governi delle provincie, nelle finanze e dovunque potevano, suscitavano, e dolori e mala contentezza. Sovratutto osteggiavano i più noti per fedeltà e per ingegno non venduto. Per contrario sublimavano i compri ed i vili. Così un trono che avea fiacchi difensori e astuti traditori non poteva durare. Così seppero costituire, dirò, un disordine ordinato, un controsenso delle leggi, un controsenso del realismo, una rivoluzione fatta a nome della conservazione. Così il fatto d’un malessere latente che non si sapeva spiegare, faceva malcontenti appunto i veri amatori della dinastia e della patria. Il regno fu un ovile, fidato a’lupi ed agli asini. E la voracità e l’ignoranza ne han perduti.

Torino adunque stretta una lega fra i finti oppressi ed i veri oppressori, faceva accagionare il tradito monarca de’ mali da esso loro preparati. Il ministro Sardo, egli medesimo, nefandamente soffiava nel fuoco, e presiedeva a’ comitati. Fu guadagnato ancora, e da lunga stagione, un parente del re, il quale accoglieva in casa i cospiratori. Ambo nei loro palagi, all’ombra del diritto delle genti e de’ legami riveriti del real sangue, davano orditura, sicurezza ed impunità alla cospirazione. Infingevano adunanze per iscienze ed arti; e protetti dall’arme Borbonica contro i Borboni congiuravano. Quelli che abbiam veduti dappoi ministri, deputati, senatori e in qualsivoglia altra guisa eroi, tutti eran frequentatori di quelle mura. Dove niuno avrebbe osato lanciare lo sguardo scrutatore. Quali promesse traviassero quel Principe non sappiamo: certo furon grandi, e perché troppo grandi, ineseguite. Onori e ricchezze si promettevano agli altri; la turba era abbagliata dalle parole d’Italia, civiltà e redenzione. La sola nazione che doveva esser redenta, nulla sapeva e nulla voleva. Pertanto il fi or dell’esercito, della magistratura, dell’amministrazione, della nobiltà e del clero eran fidi e al posto loro; e sarebbero stati incrollabili sostenitori del trono, se lo stesso sovrano, caduto nella via delle concessioni, non avesse lasciato che traditori ministri li rimuovessero dagli uffizii e da ogni difesa.

Impudenza del Piemonte

Rumoreggiavano le rivoluzioni di là dal Tronto quando Ferdinando II compieva sua vita mortale. La discesa de’ Francesi, le fiere battaglie Lombarde, e le paci stesse di Villafranca e di Zurigo elevarono gli animi de’ cospiratori. H Piemonte rigeneratore, nel momento istesso che firmava i capitoli di pace, preparava l’arme per infrangerli. La speranza d’ingannar facilmente il giovinetto re di Napoli affrettò gli eventi. Nulladimeno Francesco inviava negli Abruzzi alquante milizie col poi famoso traditore general Pianelli, per assicurare la frontiera del reame. Allora il Piemonte temente opposizione all’agognato conquisto delle papali provincie, dichiarava caso di guerra lo intervento nostro a pro del papa; perocché a quel tempo esso intendeva a maniera antica la teoria del non intervento, sebben fra Italiani ed Italiani. Fu dappoi, quando volle conquistar noi, che invocò la teoria nuova delle nazionalità per intervenire a salvare il Garibaldi dalla stretta del Volturno. Pel Conte di Cavour era intervento lo occorrere a pro d’un assalito Papa, era non intervento accorrere a pro d’un assalitore pirata! E all’ombra di sì impudente abuso di parole noi siamo schiavi!

Ma già il Piemonte avea dato vascelli, uomini, arme ed oro al Garibaldi; e in mentre lo lanciava nel regno, dichiarava con pubblici atti esser colui un pirata, e non aver con esso comunanza d’imprese; perocché temeva per lui la sorte del Pesacane, pur da esso altra fiata spinto e mal capitato. Fu quando il pirata riuscì trionfatore in Napoli che il Cavour con maravigliosa e sfrontata malvagità, si vantava nella sala del Parlamento aver esso il Garibaldi inviato, esso esser il creatore, il preparatore, il pagatore de quel trionfo. E all’ombra di tai nefandezze risorge l’Italia!

Capitolo quinto

Guerra della rivoluzione Il “non intervento”

Dappoi che tante male arti e calunnie non eran riuscite a muovere un popolo tranquillo, la setta mondiale osò armata mano intervenire. La teoria del non intervento che impedisce alle nazioni civili di entrare nelle liti d’un popolo pugnante fra se stesso, permette anzi che una potenza appellata la rivoluzione entri di fuori in un paese, per sconvolgerlo da’ fondamenti. Si mette innanzi il diritto de’ popoli, per non intervenire a vietar lo spargimento del sangue fraterno, ma questo stesso dritto merita d’esser infranto quando i fratelli sono in pace. Si fa un sacro dovere di non intervenire per porre la pace; ma è cosa lecita a dar arme e protezione a’ turbatori della pace e a’ fratricidi.

E siffatta ipocrisia, formulata con le parole di non intervento, è il prodotto della vantata ultima civiltà!

Adepti della rivoluzione

Oggidì, oltre gli stati costituiti e riconosciuti da’ trattati, v’ha una nuova e favorita potenza, la rivoluzione. Essa ha re, ministri, diplomazia, erarii, eserciti e condottieri; essa solo fra le nazioni ha il privilegio del nuovo dritto, cioè la facoltà d’aver dritti senza doveri, di non riconoscere trattati né dritti preesistenti, e di chiamarsi sola popolo e società. Dove non è lei tutto si appella tirannide, servaggio e ingiustizia. Essa sola ha la divisa della libertà, dell’indipendenza e dell’uguaglianza; e però ha sola il dritto privato d’assalire qualunque libertà, indipendenza ed uguaglianza che non venga da lei. La rivoluzione sola dà la felicità; e guai a chi senza di lei osi esser felice!

Il reame delle Sicilie era indipendente sin dal 1734, quando andar via i Tedeschi; era libero sotto lo impero di buone leggi, che tutti i sudditi agguagliavano; ed era prosperoso, pel mite scettro de’ suoi principi. Ma ciò era a seconda del dritto antico, del dritto divino; esso invece doveva esser felice pel dritto nuovo, pel dritto infernale. Dunque la sotterranea potenza, che accentra in se tutti i dritti, essa poteva e doveva intervenire: la rivoluzione.

L’impresa garibaldina

Ed avea ben preparata la macchina; avea ben colme d’oro le mani; aveva uffiziali e ministri fra gli uffiziali e ministri del re assalito; aveva con sé e per se i camorristi; aveva sicurezza di non esser turbata pel non intervento; avea la bandiera d’un re di vecchia stirpe, con la croce spiegata; e, in caso di sconfitta, ben a ragione si fidava nel soccorso di questo nuovissimo re. Lo appellò quindi re galantuomo, re di setta, re che piglia l’altrui e il fa pigliare. Quindi preparò navigli, uomini ed arme in Genova sotto gli occhi di tutte le nazioni; quindi il famigerato marinaio di Nizza, alla presenza delle armate francesi ed inglesi, fe’ co’ suoi mille il grande intervento. Questo medesimo Garibaldi, non con mille, ma con quattromila, undici anni innanzi, era entrato in Terra di Lavoro ad Arce; ma combattuto dalle guardie urbane, dopo alquante ore, all’avvicinarsi del maresciallo Ferdinando Nunziante rattamente si fuggì. Ora undici anni di più l’han fatto prode!

Senza offesa da’ nostri marini, l’Eroe discende a Marsala; è rotto sì a Catalafini, ma il nostro generale ritraeva i soldati dalla vittoria. Quindi un primo consiglio d’estera potenza faceva uscir da Palermo ventimila uomini, senza colpo ferire; dappoi che al pio Francesco era messo innanzi agli occhi il danno della città, vicina ad essere insanguinata e abbattuta. Seguiva il fatto d’arme di Melazzo, dove il colonnello Bosco con duemila uomini urtava in dodicimila Garibaldini. La storia dirà forse il perché da Messina prima partiva, e poscia era chiamato indietro il soccorso di milizie, che avrebber posto fine alla guerra. E un secondo estero consiglio faceva ritrarre dalla Sicilia tutte le non vinte nostre soldatesche. In tal guisa aveva la rivoluzione un regno intatto, e trovava arme ed agio per invader l’altro.

Il mondo vide rinnovellati gli giuochi stessi tante volte usati. Luigi XVI, circondato da consiglieri Giacobini, fu indotto a quelle concessioni che il portarono al patibolo. Carlo X cadde per simiglianti consigli, e Luigi Filippo che da’ Carbonari era stato innalzato al trono, ne discese vittima egli stesso. Similmente il nostro re, che in quel momento supremo avrebbe dovuto stringer forte le redine dello stato, fu da’ suoi consiglieri spinto a promettere il richiamamento della costituzione. Allora infranse il suo scettro. Le sette domandano sempre costituzioni, ma non per francare i popoli, bensì per avere un terreno dal quale impunemente avventar colpi al trono e alla società. Avean fallato nel 1848; non si fallò nel 1860. Subito i fuoriusciti ed i traditori presero il governo; abusarono della cavalleresca pieghevolezza del monarca, tutte cose mutarono, disposero essi delle forze e delle ricchezze nazionali, e prepararono il cammino trionfale al Garibaldi. Per guadagnar tempo da corromper l’esercito, finsero trattare una lega italiana; inviarono loro ambasciatori a Torino; e sindaco il re galantuomo si piegò a scrivere al Garibaldi, pregandolo si arrestasse. Ma costui baldanzosamente niegava; e la commedia col ricusarsi la lega si compieva.

A tanta ignominia i ministri patrioti e liberali discesero, che un regno di Napoli pitoccava da un avventuri ero e da un Piemonte d’esser lasciato stare! Ma i liberali non han patria.

Vittoria della camorra

La rivoluzione non perdè un istante. Subito il ministero camorrista mise generali camorristi incontro al Nizzardo; fece da’ suoi uccidere per le vie gli uffiziali da della precedente polizia; creò anzi poliziotti gli stessi ucciditori; mise camorristi Intendenti al governo delle province, alle direzioni, alle amministrazioni, a’ tribunali. Sindaci nuovi, decurioni nuovi, eletti nuovi, guardie nazionali nuove, tutte persone a suo modo rimutò; e guai a chi osasse fiatare. I decreti avean la firma del re. Gli stessi soldati del re erano in nome del re mandati a sedare le reazioni fra’ popoli frementi; e la forza medesima del regno era costretta a dare il reame a’ pirati. Allora fu un terrore universale: camorristi a calunniare, a carcerare, a pugnalare quanto era onorato e virtuoso: la stampa a deificare il tradimento, a predicare le insurrezioni, a incitare i dubbii a diffamare la dinastia. Allora non fu più guerra d’arme, ma d’infamia. Le milizie si mandavan sì, non già contro il nemico sbarcati a Reggio, ma in gole di monti, ove eran da’ loro stessi duci disciolte e sbandate. Andavan le munizioni e le vettovaglie, a’ nostri non già, ma a’ Garibaldini. Si chiamavan sì gli uomini alla arme, non già a prò del trono del paese, ma per la rivoluzione. Onnipotente fu questa; perché, regnatrice in nome del re, infrangeva i sostegni dello stato, spauriva gli onesti e i fedeli, e armata dell’arme regia contro il re l’arme ritorceva.

Ed ecco altro consiglio straniero, per salvar Napoli dagli orrori della guerra, induceva il buon nepote di S. Luigi a lasciar la sede del regno. Francesco a 6 settembre usciva spontaneo dalla sua città capitale: abbandonava i luoghi e le stanze ov’era nato, la reggia, i castelli, la flotta, il tesoro, gli arsenali e le arme. Usciva non isforzato da nemico, ma dal suo stesso ministero; usciva seguito dalla parte più onorata dell’esercito nazionale, numeroso e fremente, che per disciplina ubbidiva al comando; usciva tranquillo da una città silenziosa, che stupefatta mirava l’inconcepibile avvenimento, presaga de’ futuri suoi danni. Francesco ogni cosa lasciava, ma non l’onore. Lasciava di fare il re sul trono; ma si ricordava d’essere il primo soldato della nazione, ma sguainava la spada, ma poneva a rischio la vita per l’onor napolitano, e sebbene tardi pur cominciava sul Volturno quella non aspettata difesa, che per opposti casi di glorie e di errori sarà memoranda.

Fu veduto un fatto nuovissimo: un ministro di Francesco, l’operatore primo di tanti inganni, accorrere festante al Garibaldi, e condurlo con sé inerme e solo in Napoli; dove i plausi de’ sublimati ignoranti camorristi gridavano Italia una. Quel ministro spergiuro e vile fu si’ impudente che impetrò dallo straniero, cui aveva dato la patria indifesa, un decreto che dichiarava lui aver ben meritato dalla patria. Ei si guadagnava infamia immortale, e dava a questo misero paese pur la taccia imperitura d’aver partorito un uomo gravato di colpa inaudita nella storia de’ regni.

Certo non è raro a veder avvocati pigliar la difesa d’un cliente per fargli perder la lite, e aver la paga dell’avversario; ma l’avvocato ministro fu certo il primo a recar questa usana nelle liti de’ popoli e de’ re.

Uscito Francesco, fugati, carcerati e minacciati i buoni, lo stesso già regio ministero gridante ora Italia una, armati quanti v’eran tristi, venuti a posta dell’estero e dalle province, fra lo scintillar de’ pugnali e le bandiere rivoluzionarie, qual maraviglia che il Nizzardo entrasse inerme e plaudito? Anche Silla dopo la distruzione piena del partito di Mario, passeggiava incolume le vie di Roma. E Silla era pur Romano; né scrittore alcuni il disse amato da’ Romani. E sarebbe stato amato in Napoli un avventuri ero lacero e famelico, estraneo e ignoto; il quale duce di gente sitibonda d’ogni bene, raccolta in tutte le parti della terra, parlante barbare lingue, abbatteva senza colpo otto secoli di glorie nazionali, l’antica monarchia, ed un re nato napolitano, e figlio d’una santa donna, la cui memoria è cara e popolare! Quel fatto de’ plausi al designato dalla setta non prova già l’unanimità della popolazione alla rivolta, prova anzi le arti nequitose de’ congiuratori, e la generosità del monarca. Questi usciva per non insanguinar Napoli, e dava ordine di non usar l’arme; però i suoi fedeli battaglioni, anche seguendolo nell’esiglio, lo ubbidivano, e vedevano immoti l’orgia rivoluzionaria, e gl’ilari traditori, e il Garibaldi passeggiar solo, inerme… Un colpo, e la monarchia era salva: ma quel colpo era stato vietato dal re!

Non fu già Napoli unanime nella gioia; piuttosto, perché abbandonata da ogni forza sociale, unanime fu nel timore. Nelle cose più spaurite, più italiche bandiere sventolavano, più luminarie scintillavano. La curiosità innata in questa gente, il numero che qui di leggieri fa massa, i tristi tenuti tanti anni a freno, ora sbrigliati, i molti travestiti Piemontesi appositamente venuti, il gridar de’ camorristi, de’ monelli, de’ proletarii accorsi allo sperato banchettare, la contentezza de’ contrabbandieri cui s’erano aperti i porti, il batter di mani della setta che inebriata del trionfo, credeva aver con le dita preso il cielo, tutte cose erano che facevano parer numerosa quella festa. Ma che uomini signorili e gravi, in qualche parlamento d’Europa levin da quella tregenda argomenti mostrar Napoli e il reame plaudente al liberatore, questo è troppo grosso errore, per sembrare innocente.

L’esercito Garibaldino, lurido, bieco, famelico, disordinato,male armato,peggio vestito,entra nella città. A siffatti nuovissimi vincitori s’aprono i castelli, le reggie, gli arsenali, i porti e le casse. La flotta, quella flotta che tanto era costata, si dava da’ suoi comandanti alla rivoluzione. Ogni cosa è di questi usciti da tutte le parti del mondo, ignoti l’uno all’altro, calpestatori d’ogni dritto, ignoranti di ogni legge. Si spandono per le case, pe’ paesi e per le ville; sono padroni di tutto, derubatori di ogni arnese, calpestatori d’ogni monumento, insultatori d’ogni grandezza. Napoli che i Vandali mai non vide, vide i Garibaldini.

Capitolo sesto

La guerra dei cannoni Fermezza dei Napolitani

Nulla rimaneva all’esercito napolitano, escito per obbedienza dalle sue forti posizioni. H reame era già da due mesi dominato dalla setta in nome del re Francesco; ora in nome di re Vittorio era dalla stessa setta dominato. Allo squallido avanzo della monarchia restava sol quanto poteva con gli stremenziti battaglioni occupare. Stremenziti erano da un anno di bivacchi su’ nevosi Abruzzi, stancati dalla guerra di Sicilia, dove il vincere era ito in disfatta; dalla non combattuta Calabria, dal correre sempre a cercare il nemico ove non era, e dal comandato continuo ritirarsi. Stremenziti da un anno di privazioni di ogni ben della vita; dalla lunga lontananza da’ cari parenti; dal sentir vane tante fatiche; dal mirarsi soli, abbandonati da’ codardi parteggiatori del nemico, e dal veder crollare il trono non difeso, e crollare innanzi agli occhi loro, mentre ancora l’arme vendicatrici avevano nelle mani. Ed erano più striminziti dal sospetto d’avere ancora nella fila altri pronti a tradire. Non sapevano se più da’ loro duci o dagli avversari l’avessero a temere. Fra tante infelicità, ogni soldato di qualsivoglia nazione sarebbe soccombuto; ma il napolitano stette fermo al suo posto.

Eran frementi,ma risoluti di morire col re. Quarantamila passarono il Volturno; e altri ventimila, già sbandati da’ loro generali, sin dalle Calabrie senz’arme, alla spicciolata, sfuggendo i numerosi nemici che da ogni banda lor chiudevano il passo, con estremo pericolo, travestiti da contadini, per monti e per tragetti,a nuoto pel fiume, raggiungevano le amate bandiere. Questi giovani mandati a’paesi loro, preferirono di lasciare il riposo delle sicure capanne per incontrare gli stenti e le mitraglie. E fur viste le madri, novelle Spartane,scacciar di casa i figliuoli, e sospingerli alla guerra, e gridare: E che vienea far qui, quando a Capua il re combatte per noi?

Vittorie napoletane ed errori dei generali

A Capua finirono i trionfi Garibaldini. Colà non erano Pianelli e Liborii; non è più un re cedevole a’ consigli di ritirarsi innanzi agli assalimenti; ma un principe che sentiva essere sangue di S. Luigi, e nepote di gloriosi guerrieri. Incominciò la guerra vera. Il Garibaldi credeva ancora seguitare il giuoco delle incruenti vittorie e prometteva aver Capua senza colpo. Ma fu accolto a cannonate, e l’unghie de’ nostri cavalli calpestarono le camice rosse. E sì v’erano ancor traditori ! Traditori che dal campo garibaldino drizzavano i cannoni contro i fratelli;traditori nelle città, che con avvisi e segnali favorivano l’avversario. Fu dato a’ nemici il tempo di fortificare, d’ingrossare, e provvedere; e quando non si poteva più rattenere il soldato, a Chiazzo era stato preso d’assalto, e stabilito era l’attacco del 1 ottobre, tosto ne correva la nuova, e si dava ancoil disegno della battaglia.

Così il Garibaldi si preparò.Mille volontarii Inglesi, parecchi artiglieri dell’angla marina, duemila Piemontesi di regolari truppe alla svelata otteneva; e là dove sapeva dover essere assalito, là per cogliere gli assalitori si apprestò. E i nostri Duci,che vedevan Napoli in balia del primo ch’entrasse, invece di pigliar questa facile via della vittoria, tolsero la difficile di sforzare di fronte il nemico a S. Maria, a S. Angelo e a Maddaloni, là dove soltanto egli era a ributtarli allestito. Invece del correre a Napoli senza combattere, e tagliar fuori il Garibaldi, lungi dal mare e in paese avverso, preferirono spingere i soldati a petto scoperto contro le asserragliate vie; e a disfar tre volte la fortuna in luoghi diversi, a molta distanza, dove non eran possibili simultanei movimenti,e il trasmettere gli ordini e le novelle della battaglia. Sembrava risolvessero il problema, non già del come andare, ma del come non andare a Napoli.

Furon fatti prodigi di valore.Disfatti gl’Inglesi, sforzato il forte baluardo di S. Angelo, venne più volte con veemenza assalita S. Maria. Si vinse a Morrone e a Maddaloni. Caddero cinquemila inimici, e due nostri battaglioni animosi si cacciarono sin dentro la regal Caserta. Ma abbandonati eran questi prodi; e la grossa colonna da Morrone, senza proseguir la vittoria, si traeva indietro. I vincitori di Maddaloni,rimasti soli, dovettero seguirla. La notte divideva la sanguinosa pugna. E perché non valersi dello scoraggiamento de’ Garibaldini, e non volar su Napolicon fresche milizie? Perché lasciar vani tanti rischi corsi dal re e da’ suoi reali fratelli?

Questa giornata mancò d’un uomo che sapesse stringere in pugno la vittoria. Nondimeno prostrò l’esercito garibaldino, cui tolse la baldanza e il prestigio; però il ferito suo condottiero cedeva il comando al Napoletano disertore Cosenz; e quella incoerente e rotta massa per metà si sbandava. Gettavan l’arme e le camicie rosse, e in farsetto fuggivan pe’ monti. La rivoluzione era vinta.

Colpo alle spalle

Era vinta irremisibilmente. Alla setta fuggiva di mano il frutto delle menzogne; il Piemonte avea profusi indarno tanti milioni per questa impresa; vedeva riuscir vane le lunghe insidie de’ suoi ambasciatori; perdeva l’arme porte al Garibaldi; si riconosceva svelata per i duemila uomini accorsi a soccorrerlo in Caserta, e doveva retrocedere con vergogna dopo aver tanto proceduto con imprudenza.allora sospinta da un fato chela condannava a trista infamia eternale, non trovò altra salvezza che nel torsi la maschera affatto. Allora compiute le prime geste sul debole Papa, lanciò a visiera levata il suo re galantuomo con cinquantamila uomini nel reame, a dare improvvisamente nelle spalle di un re amico e parente, nel momento appunto ch’ei con la nuda spada combatteva, ed era per ischiacciare appieno la rivoluzione e di suoi eroi. A somiglianza degli Attila o meglio a guisa del corsaro Barbarossa,quel re non curò di far dichiarazione di guerra. Ma disfidiamo qualunque abbia scienza di storia a trovare nelle antiche e moderne carte altro fatto, per ingiustizia, per viltà e per violenza insieme, che agguagli questo turpe assalimento del re galantuomo.

Se fu turpe lo assalimento, non men turpe ne fu il modo. Il generale Cialdini, accoppiandosi co’ Garibaldini, e in fingendosi chiamato da’ popoli, mitragliava le popolazioni che contro di esso insorgevano; e vedemmo per le mura di Napoli il telegramma col quale annunciava le fucilazioni senza giudizio fatte agli insorti contadini. Di tanta vergogna ebbero a coprirsi i Piemontesi, per entrare in questo paese che lire spinge.

Dimezzato era l’esercito nostro per le insidie, pe’ morti e pe’ feriti, poco obbidiente pel sospetto de’ suoi duci, stremato dalle malattie, e dalle fatiche di tanti mesi, privo di soldi edi panni, ristretto in poco terreno, messo fra due eserciti nemici, assalito da ogni maniera di scritti e di calunnie; eppure fedele al suo paese ed al giuramento, combatté sino all’ultimo istante. Non un uomo disertò. E quando per contraria fortuna fu poi prigioniero o disciolto, neppure piegò il ginocchio allo straniero; ma, senz’arme e senza uffiziali, corse su’ monti per tenere alta la patria bandiera de’ gigli. Ora non è mio debito narrare i fatti della mal condotta guerra; ma quando meglio le cagioni e gli effetti saran disgelati, la storia dirà perché non fu data battaglia su’ campi di Venafro, ove le artiglierie e i cavalli ne avrebbero di leggieri potuto dar vittoria. Dirà perché si abbandonavano le posizioni del Volturno, per prender l’altre più strette, sul lido d’un mare indifeso e infedele. Dirà la pugnace ritratta di Cascano, ove i Sardi eran la prima volta respinti. Dirà la giornata del Garigliano, e la immatura morte del nostro prode general Negri, e la rotta de’ nemici, non inseguiti per lo disfatto ponte. Svelerà perché l’armata francese abbandonasse la promesse guardia della spiaggia, e lasciasse che gli stessi napolitani vascelli, vituperati dalla sabauda insegna, bombardassero a salvamano l’indifeso nostro campo. Svelerà perché una parte del misero esercito, ancora ordinato, era menato nello stato pontificio, e tolte si vedesse le armi dagli amici Francesi; e perché non piegasse invece ver gli Abruzzi, a tener viva la fiaccola dell’indipendenza. Narrerà la storia la gloriosa difesa di Gaeta, dove il re delle Sicilie e la giovinetta eroica regina tennero alto il vessillo,tanti mesi percossi da innumerevoli italiane bombe; privi di soccorso, fra le ruine della abbattuta città, fra il tifo, gli uccisi e le immondezze. Racconterà della barbarica guerra gli esecrandi eccessi, e gli arrestati parlamentarii, e i percossi ospedali, e i lavori d’assedio fatti in tempi di tregua, e le bombe lanciate durante le capitolazioni, e i compri scoppii delle polveriere, ultima opera di nefandi tradimenti. Conterà i giorni di quel fiero assedio, non da prodezza ma da’ lunghi cannoni superato, che quattro miglia distanti facevano la gagliardia di quei Piemontesi, a desco seduti e sicuri da ogni offesa. Dichiarerà come disuguale per arme, quello assedio dava non al vincitore ma al vinto la corona della gloria; come fermava per sempre nel cuore di tutte l’anime generose e nella posterità un trono in caduco al monarca discacciato; e lasciava ne’ Napolitani la eterna gratitudine, e l’ammirazione pel sostenuto onor nazionale. La storia dirà che si cadde, ma con onore. E ricorderà l’ultimo addio del giovane re a’ suoi compagni d’arme, l’estremo bacio sulla terra de’ padri suoi, il final saluto all’amato reame sì crudelmente da barbare genti calpestato; e ricorderà il pianto e i lagni sconsolati di quei buoni soldati a baciar la polvere premuta dagli ultimi passi del suo re, a involare i lembi delle vesti della regina… Oh non è vero forse che pur la sventura ha le sue gioie? Quando i potenti della terra discendono alle volpine arti de’ codardi,quando i grandi tradiscono o abbandonano la virtù sventurata, è bello a vedere il soldato figlio del contadino, dare esempii d’abnegazione e di fede; e mosso dalla semplice filosofia del cuore, far arrossire gli uomini dalle ricamate divise e da’ manti purpurei, che in nome di una finta libertà pongono ceppi traditori ad una nazione innocente.

Ma… E perché tante macchinazioni, e tante bombe, e tanto eccidio? Perché la sublimazione d’ogni sfrenatezza, e il rovesciamento d’ogni dritto? Per far l’ Italia una. Ma il Piemonte inventore e operatore di cotesto gran motto, vuole davvero l’Italia una? E l’Italia può essere una? E saria conveniente a farla? E i Napolitani acconsentono? Di questo è da ragionare.

Capitolo settimo

Il Piemonte non vuole una Italia Ipocrita diritto di nazionalità

Questo dritto di nazionalità cavato fuori a questi tempi, tende a disgiungere le genti di linguaggio diverso, e ad unire le nazioni per ragion del parlare. Però, se questo è dritto, l’Italia ha ragione d’annettere a sé tutte le contrade ove il SI suona. Dunque Venezia, Corsica,Malta, Trieste, e sin le spiagge della Dalmazia e dell’Illirio son terrei taliane, e dovranno per quel dritto venire in potenza della madre patria. Ma il Piemonte che vanta le simpatie di Francia e d’Inghilterra, non può voler torre,né il potrebbe, a queste forti nazioni le due italiche gemme di Corsica e Malta.Di strappar Venezia e Trieste al Tedesco molto parla; ma non vi si risica, sinchè non troverà di qualche Liborio o Pianelli alemanni in Mantova e Verona.Quindi esso per lo meno non può unir l’Italia. Ma che nol voglia è manifesto dall’aver dato a Francia le vere porte d’Italia, le province di Nizza e Savoia,che furon la culla della sua rinomata stirpe sabauda, nel cui nome va stendendo in giù le sue branche. Quando quella stirpe era appena italiana fu prode e fida sentinella del bel paese; oggi ch’è fatta italianissima, ne lascia la guardia allo straniero; ed anzi a quella nazione appunto dalla quale s’ebbe a guardare,e che per la sua mobile e intraprendente natura, e per la trista esperienza di molti secoli, era più di tutte a temere. Una porta aveva l’Italia in mano al Tedesco, potenza conservatrice; e il Piemonte, senza chiudere questa, ne apre un’altra al Francese, potenza sperperatrice. Vorrebbe una Italia, e ne dà via due province. La vorrebbe forte, e la fa fiacca di fatto, esposta a subir le leggi di più gagliardi atleti, che certamente la terranno arena delle loro disfide. Vittorio ha fatto peggio che Ludovigo il Moro.

Ipocrita avversione allo straniero

Questa vantata unità, conseguita in tal modo, è parola bugiarda. Il Piemonte ha tolto di postole Alpi. Dio le fe’ Italiane ed ei le fa Francesi. Grida, si, fuori lo straniero! Ma fa entrare un altro straniero nel cuore delle sue terre, ve lo insedia, e se ne vale per cacciar di sedia i principi Italiani. In tal maniera abbatte i deboli duchi di Modena e di Toscana; caccia via dalle Marche e dall’Umbrie il pacifico Papa; schiaccia con le bombe il re di Napoli, e tempra l’arme scismatiche e irreligiose per mandar fuori dal seggio di Pietro il Pontefice di Dio. Il Piemonte grida Italia, e fa guerra agli Italiani; perché non vuol fare l’Italia, ma vuol mangiarsi l’Italia.

E mentre proclama l’Italia del SI, e la cacciata degli stranieri, chiama dentro uomini di tutta la terra,cinguettanti i più strani dialetti. Col Garibaldi vennero Belgi, Dalmati, Greci, Slesii, Croati, Ungari, Polacchi, Prussi, Inglesi, Americani, Svizzeri e Turchi.Costoro non erano stranieri solo al regno, ma a tutto il mondo, ed anche al luogo ove nacquero; perocché loro patria è la setta, e là dove trovano da far sacco. E mentre cotesti barbari accoglie, il Piemonte esilia i più eminenti Italiani; desta ire e vendette fratricide qua dove era concordia e pace,richiama dalla tomba de’ secoli i parteggiamenti de’ Bianchi e Neri, de’ Guelfie Ghibellini, e cammina baldanzosa all’asservimento pieno delle italiane contrade. Poco innanzi avevano Lombardia sola ita all’Austria per dritto di successione; ora per dritto di rivoluzioni e di cessioni, abbiam Tedeschi,Francesi ed Inglesi; perdemmo le repubbliche di Genova e Venezia; ed or si ritaglia Savoia e Nizza, e chi sa forse quale altra cosa. Che Italia sia stata ludibrio dello straniero, il sapevamo; ma che fosse ludibrio degli stranieri e dell’italianissimo Piemonte, e che codesta vergogna nuova dopo le antiche vergogne, s’appelli da quei patrioti redenzione, unità e forza, ell’è una prova dell’ultimo traviamento dell’umanità.

Il Piemonte sa di non poter vincere Francia, Inghilterra e Alemagna; però non pensa neppure a far restituire Nizza, Savoia, Corsica, Malta, e Venezia; ma si contenta di beccarsi la Toscana,le Romane e le Sicilie, stati italiani; perché questo lo può fare con l’aiuto Strani ero. Dicono il Tedesco dominava in Italia; ma veramente dominava su la setta, e le vietava devastasse questo bel giardino. Cosicché il Tedesco per questa ragione anzi che dominatore era benefattore. Tolto lui di posto, la rivoluzione all’ombra delle vittorie Francesi fa versar fiumi di lagrime e di sangue. La Francia che faceva la guerra per un’idea, e per ricostruire la nazionalità del SI; s’ha tolto un altro cantuccio della terra del SI; e il Piemonte con tal contratto cedeva le sue magre piagge alpigiane per prendersi i grassi campi Lombardi e le più grasse Puglie, Sicilie e Terra di Lavoro. Questo è far la camorra in grande. E credo non mai si vedesse vendere il sangue, la pace, la roba e la felicità de’ cristiani in più spudorata maniera. Inoltre il Piemonte per conquidere l’Italia è costretta a rovesciarne la grandissima gloria del Papato, ch’è gloria prima e senza rivalità su la terra. L’Italia pel papato,impera nell’universo mondo. Con la parola di Dio ha una forza maggiore di tutte le flotte e i battaglioni del settentrione e del mezzogiorno, e fa chinar le ciglia a dugento milioni di fedeli. Per quella parola la patria nostra suona famosa nelle menti umane; perocché scelta da Dio per sedia del suo Vicario splende di luce imperitura, che riverbera sulle arti e sulle scienze, sulle manie sul pensiero, e suscita la scintilla dell’ingegno, e della Fede. Il Piemonte sente esser pigmeo innanzi a tanta grandezza, e nuovo Satana tenta abbattere l’opera di Dio. Quindi molesta, spoglia la Chiesa, perseguita i prelati, fa predicare eresie, sparge false bibbie, fabbrica chiese protestanti, assale la religione e la morale con la stampa, insozza le scene con mali drammi, le università con rei cattedratici, e le vie con immagini nude ed oscene. Vuole l’unità geografica, e la disunione morale. Quindi calunnia il papa e i vescovi,inventa sconce favole, mistifica il vero, e in tutte abbiette guise combatte. Ma il Vaticano s’ebbe ben altre scosse che no questa melensa procella piemontese;ed ei starà, sinchè Dio vuole.

Né l’Italia può scendere dal suo saggio civile; né abdicare a favor d’un misero Piemonte. Essa può avere di vertigini; può la melma (e dove non è melma?) intorbidare le pure sue fonti, può esser sì qualche istanti abbarbagliata da parole luccicanti; ma l’eloquenza dei fatti, ma il suo naturale ingegno la fa salva. La civile Italia ha già cavata la maschera bellettata al nero Piemonte;invece del liberatore ha visto in esso lo schiavo; e già lo sprezza e loscaccia. L’Italia se non sarà una per istato, una sempre sarà nella religione e nel diritto, e avrà forza da rivendicare contro qualunque straniero o interno tiranno la sua vera libertà e indipendenza. Il Piemonte NON VUOLE l’Italia una, ma la vuol serva. Ei si vorrebbe ingrandire; ma l’usurpazione in tempi civili non riesce a grandezza.

fonte

https://www.eleaml.org/sud/borbone/Giacinto_De_Sivo_i_napolitani_al_cospetto_delle_nazioni_civili.html#_Toc135916484

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.