Alta Terra di Lavoro

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I NAPOLITANI AL COSPETTO DELLE NAZIONI CIVILI di GIACINTO DE SIVO (III)

Posted by on Set 24, 2025

I NAPOLITANI AL COSPETTO DELLE NAZIONI CIVILI di GIACINTO DE SIVO (III)

Capitolo Ottavo

L’italia non può’ essere una

Si conceda che il Piemonte voglia fare una Italia, che strappi Nizza, Corsica e Savoia alla Francia, e Mantova e Venezia al Tedesco; che accheti il mondo cattolico, mandi il Papa a Gerusalemme \ e giunga a sedere in Campidoglio; si conceda che la frode e la forza vin­cano ostacoli si gagliardi, e sian raggranellate in un laccio tante sparte provincie, e tutte le genti del SI sotto uno scettro; posto che questa nuova potenza struggitrice de’ dritti preesistenti, sia nel suo nuovo dritto riconosciuta dalle nazioni, e trionfi; immaginiamo tutto ciò pie­namente compiuto, sarà anche allora fatta l’Italia una?

Non può la forza congiungere animi disgiunti, interessi opposti, passioni invide o rivali, terre separate da monti, da fiumi e da distanze, differenti costumanze, varie stirpi, bisogni diversi, contrarie tendenze, e gli opposti sensi e le tradizionali memorie, che si nudron col sangue, e si succhian col latte. Le parti eterogenee d’un tutto sconnesso, messe insieme a forza d’insidie e usurpazioni, si sciolgono presto; e la guerra civile inevitabile, e parteggiamenti e vendette, saranno il frutto d’un’ope-ra elevata da scellerato capriccio, a dispetto degli uomini e del cielo. Più saranno le provincie fuse, e più saranno i nemici. La natura com­pressa ripiglia il suo dritto; lotta sì con l’opere stolte delle umane fan­tasie, ma pur vince alla fine. Ciascun essere non può mutare sua es­senza; e una nazione sarà sempre quella che fu. Potrà progredendo diventar grande e forte, ma non fonderà i frutti di semi diversi, perché Iddio tutto die’ all’uomo, fuorché la potenza di turbare le leggi della creazione. Il cammino de’ popoli è come un sillogismo che costa di proposizione premessa e di conseguenza; e là dove si vogliano conse­guenze che non iscendano dalle premesse s’ha il sofisma. L’Italia una è un sofisma. Gli antichi, maestri di politico senno, mai non pensarono a fondere una Grecia. E la Grecia ha consanguineità e simiglianza di regioni e di usanze con l’Italia antica e moderna. Atene, Sparta, Tebe, Argo, Corinto non potevano esser fuse; solo potettero esser dominate dai Macedoni, e poi dall’aquile romane. Oggi il Piemonte vorrebbe fare il Macedone in Italia, ma non ne ha le falangi; e mentre intende ad agguantar gli altri, non vede poi tre aquile e lioni con unghie adunche che gli stan sulle spalle, per dilaniar esso e la preda.

L’Italia antica più ancora della Grecia fu sin dai principii popo­lata da popoli molti e diversi. A’ tempi eroici furono guerre in Flegra, che adombrano, come chiarì il Vico, le lotte campane fra gli Opici e i Greci1, fra gli uomini della terra e quelli giunti dal mare. I Pelasgi non fecero una Italia, né gli Etruschi, né i Greci, né i Troiani. Cia­scun popolo si adagiò sur un canto di terra; e fur parentele e guerre e paci fra loro, senza più. Virgilio numera a centinaia di popoli con­federati con Turno o con Enea. E Livio narra le fatiche de’ Romani per domarli, Umbria, Etruria, Lazio, Liguria, Venezia, Gallia, Lucania, Campania, Sannio, Irpinia, Apulia, Brezia, Caonia, Sabina, Sicania, Ernicia, Daunia e cento altri nomi avevano queste contrade. I savii Romani non pensarono a fonderle mai; ma lor serbarono le auto­nomie, cioè leggi, magistrati e governo; e soltanto le federarono, onde n’ebbero aita e forza. E pur patirono la rivoluzione, detta la guerra sociale, per la federazione de’ socii contro di essi. E quando dopo concedettero a tutti gl’Italiani la cittadinanza romana, cioè il dritto del suffragio, allora venne meno il senno di Roma. Ne’ comizii, fra tanti popoli diversi, si portavano, più che voti, arme ed argento; onde sursero ambiziosi che corruppero e comprarono lo stato; e la repub­blica cadde. Fu il sofisma sociale che non discendeva dalle cose pre­messe; fu una maniera d’Italia una, patteggiata, scissa e insanguinata da’ Catilina, da’ Marii, da’ Cesari e dagli Antonii. Allora la società, nella pienezza della vita vicina ad essere disfatta, s’ebbe a ricostruire sotto lo scettro del più furbo, e surse un Cesare, cioè il dominatore universale. Allora l’Italia non fu una già, ma unita nella servitù con tutto il mondo, schiavo de’ Caligola e de’ Neroni.

L’Italia non potè essere una neppur nel medio evo, quando le nazioni moderne uscirono unificate dalla spada e dal seme de’ Barbari. Spento l’Impero romano le genti settentrionali, agguagliando con le stragi e le devastazioni i popoli tutti, occuparono le regioni, e furono semi di nuove nazionalità. I Franchi fecero una Francia, gli Unni una Ungheria, gli Angli una Inghilterra, e i Goti una Spagna; ma simi­gliami Goti non poterono fare una Italia. E certo se alcuno poteva farla, questi era il gran Teodorigo Goto; perché distrutto quasi il sangue romano, ripopolata la regione da estrana gente, fu quasi un popolo nuovo, cui si poteva dare la forma una, con l’unità di leggi e di go­verno; e che poteva naturalmente nel novello sangue, cominciar ver­gine una vita autonoma e sua. Teodorigo questo volle fare col gagliardo scettro e le leggi sapienti. Voleva una Italia; ma l’opera sua finì presto; e la spensero i diritti preesistenti de’ Greci Bizantini, e la difficoltà geografica del territorio, più che i delitti de’ suoi successori; né val­sero le buone leggi, le gagliarde volontà e le fortissime arme a soste­nerla. Teia ultimo Goto non fu vinto già da Belisario e Narsete sol­tanto, ma dalla impossibilità d’una Italia. E così con uguale vicenda non riusciva a farla Narsete, né Longino, né l’Alboino longobardo, vincitore venuto con tutto un popolo ad occuparla. I Longobardi sé stessi divisero. Autari terzo re, nel 589, asservendo molte repubbliche sino a Reggio di Calabria, fé’ qui uno stato distinto. E v’ha chi assicura che anche a costui preesistesse il ducato di Benevento. Restò il regno lombardo superiore, il Beneventano nella parte inferiore, e alquante spiagge a’ Greci. Incomincia da quel tempo l’autonomia del napo­litano paese, che conta tredici secoli e più!

Né tampoco sì poco divisa, e quasi tutta longobarda potette du­rare; che presto qua e là sursero repubbliche rivali e nemiche; ed ebbero la prima origine le persone di tante città, e le memorie e gli interessi varii e contrarii, che non sono ancora spenti in tanto volgere di tempi.

Carlo magno prepossente voleva in una Italia fondare l’impero Franco; ma Arechi Beneventano lo arrestava sul Volturno; e seguiva fra essi una pace che fermò per sempre l’autonomia di questo paese meridionale. Carlo allora, veramente magno, vista la impossibilità di fare una nazione, e farla forte con l’Imperio, la volle forte con la Fede; e creò, o forse meglio riconobbe la monarchia de’ Papi; la quale nel corso de’ secoli ha propugnato la Fede e la civiltà. Ma il fortissimo Carlo magno non potè fondere l’Italia.

Non serve a rammemorare gl’inani sforzi degli Svevi, né quelli moderni del 1° Napoleone, che pure catturò il Papa in Vaticano. L’Italia non potè essere una mai; né quel misero Conte di Cavour avrebbe fatto col braccio straniero quanto né Teodorigo, né Alboino, né Carlo, né il Bonaparte con arme proprie e vittrici poteron fare. Il Cavour poteva solo, come fece, dare allo straniero un altro lembo di questa strambellata italica terra.

L’Italia non fu una come Inghilterra, Spagna e Francia, perché, Iddio la creò svariata, la fé’ lunga e smilza, e rotta da fiumi e da montagne; la popolò di stirpi diverse d’indoli, di bisogni, di costumanze, e quasi anche di linguaggio(1) (1); le mise più centri, le fé’ elevare più città capitali; e die’ a tutte le sue contrade una prosperità che basta a ciascuna, e a ciascuna una mente, un’anima e una persona compiuta. Han sì somiglianzà, ma non omogeneità. Ogni suo paese è uno stato intiero; ha sangue, storie e passioni e bisogni suoi; ognuna ha e vuole la sua indipendenza, le sue leggi, il suo nome, e la sua vita; e niuna vorrà perdere l’essere, cioè uccidere sé, per far presente del suo spento corpo ad una città lontana o ad un tutto ideale, per averne in ricambio la particella d’un nome fragoroso, le difficoltà del gover-namento, la mutazione delle leggi, il far parte delle guerre europee, e il servaggio della patria vera.

Non si può per una nazionalità ideale distruggere le nazionalità reali. Potranno le cieche sette turbare gli stati, destare odii contro i sovrani, magnificar con paroloni un re galantuomo, muovere i facili desiderii di novità che annidano nelle masse; potranno sorprendere ed abbagliare un momento; ed in un istante di vertigini spingere una popolazione ad abdicare la sua potestà; ma passa la febbre, i mali nuovi si sperimentano peggiori de’ vecchi, si ricordano i beni perduti, risorgono le antipatie di razze, si sentono le compressioni dello stato nuovo, manca la consueta prosperità, vien la miseria e la fame; e l’opera della rivoluzione in nome di una nazione fittizia è presto dal fremito delle vere nazioni rovesciata. E se lo stato assorbitore non fosse né forte né glorioso né civile né ricco quanto quelli assorbiti? Immaginate una Torino ingoiare una Napoli, un Piemonte abbrancar le Sicilie, l’ignoranza insegnare alla scienza, una terra assiderata, e quasi non tocca dal genio del bello, mandar pedanti a recar le lettere là dove le arti e le scienze tutte, misero eminente il loro seggio? Solo la cecità de’ settarii, e quella testa del Cavour tanta insigne pre­sunzione potean nudrire.

A tanti argomenti di storia e di filosofia sento mettere innanzi l’esempio della Francia rifatta una. Ma questa non ebbe difficoltà di territorio, né di stirpe. Essa è circolare, con un centro naturale; fu sempre di un sol popolo, de’ Galli prima, poi de’ Franchi. Non mai fu divisa, perocché ebbe un re solo; e se grandi vasalli n’aveano stac­cati gli utili dominii, pur rimasto era l’imperio al monarca.

Fu opera non impossibile, ma neppur lieve, il restituire alla corona quelle strap­pate gemme; e i francesi vi stettero più secoli a farlo, ma con trattati, e successioni e nozze; cioè rispettando i diritti preesistenti, sebben fors’anco abusivi. E Francia ebbe solo una Parigi; né ebbe Napoli, e Roma e Firenze e Genova e Milano e Venezia e Palermo, né cento altre minori ma pure autonome città, che alla loro volta d’altri territorii son centri. E oggi la rivoluzione, calpestando ogni diritto, vorrebbe fare in un botto un’opera impossibile iniziata da una Torino, quando l’opera possibile, iniziata da’ re in Parigi, e afforzata dal dritto, ebbe pur di più secoli mestieri!

L’Italia non può essere una. Né mai l’umana malvagità per più vana impresa inabissava i popoli innocenti in più crudeli ruine.

Capitolo Nono

Non conviene che sia una

E sarà poi la vagheggiata unità di giovamento? Si vuole l’unità, per esser forti. Ma che forse la forza da felicità? Infelicissima dunque sarà S. Marino ch’è la piccolissima delle repubbliche. E domandate a S. Marino se vuole abdicare al suo passato per fondersi nella persona italiana? La felicità viene dalla virtù. Questa è grande per sé; ed è più grande in Socrate bevente la cicuta, che in Marco Aurelio imperante al mondo. Per la virtù fu Solone da più che Creso, e Sparta ed Atene più forti che Persia; per essa Roma sola domò la terra; e la Roma di Gregorio VII vide prostrati gl’Imperatori alemanni. Oggidì quando è tanta pompa di civiltà, diremo la civiltà stare nell’ampiezza del terri­torio, anzi nell’ampiezza fatta con insidie e rapine? La civiltà è per le nazioni quello ch’è la morale per l’individuo: civiltà immorale è paradosso.

Gridate civiltà, e lacerate i patti di Zurigo da voi stessi firmati? suscitate le rivolture, comprate i Ricasoli, i Liborio, e i Pianelli, fate guerre senza dichiarazioni di guerra, suscitate passioni ree, abbattete monumenti, e calpestate le leggi del dritto, dell’onore e del bello? Gridate civiltà, e mentite sempre; infingete plebisciti, adescate i popoli, e li spogliate, e li fucilate, ed esiliate dalla patria gli uomini più eminenti? Gridate civiltà, e percuotete in tutte guise la religione, ch’è il fondamento della civiltà?

Ma a voi basta una civiltà di parole e di panni; volete esser forti, per dominare. E sareste forti, o Italiani, distruggendo il papato? questa opera immensa che ne da la sola grandezza possibile dopo la irreparabile caduta di Roma pagana? questa opera che fa abbassare le più alte cervici, e fa piegare ossequiosi ver la patria nostra dugento milioni di fedeli? questa pietra imperitura che arresta gli Attila, i Carli, gli Errighi e i Napoleoni? Roma città capitale d’una Italia, sarebbe più capo del cristianesimo? Oh! se volete forza, trovate prima una forza che agguagli il segno di croce della mano del venerando vecchio, che dal Vaticano benedice la terra.

Si dirà: uniti non saremo più comandati dallo straniero. Ma lo straniero non mai comandò in Italia, se non per le rivoluzioni. Queste, suscitate e sorrette dallo straniero, distrussero non ha guari Genova e Venezia, onore del nome italiano; queste menarono il papa prigione in Francia; alzarono prima una repubblica e poi un trono francese in Napoli; han tolto all’Italia, e forse per sempre, altre isole e provincie, e forse anche il resto toglieranno. La storia di tremila anni dimostra che la rivoluzione appoggiata allo straniero, mette capo al servaggio. La stessa rivoluzione che sotto lo scudo delle stranie vittorie ha fatte ora tante prodezze, ella sta sperimentando come lo straniero le impone le mercedi e le corse e le fermate. Esso comanda di dar Nìrza e Savoia, esso spinge a Milano, esso ordina di non toccar Venezia, e sta minac­cioso a Roma, e vieta anche alla rivoluzione il suo pieno trionfo. In nome della libertà si permette di asservire Napoli libero, e si vieta di liberar Venezia serva. E non vedete che si caccian via non gli stranieri ma gl’Italiani dall’Italia? Così ne verrà forza? Questa patria infelice già impicciolita e stremenzita vedrà tosto molte nazioni venir su questi giardini, a contrastarsi la nostra servitù.

Si dice: i principi nostri erano alleati dell’Austria. Certo erano alleati contro la rivoluzione; e sarebbero alleati con qualunque altro stato legittimo che fosse in Lombardia. Non furono certo i principi che v’insediarono il Tedesco. Il comune rischio doveva collegare tutti gli stati italiani per la difesa. Togliete l’arme alla rivoluzione, e la lega con l’Austria non ispaventa nessuno. Anche Torino, fu tanti anni amica dell’Austria; oggi ch’è fatta sedia di sette, è naturai cosa che gridi contro i Principi e l’Austria collegati. Se Torino avesse voluto davvero la indipendenza nazionale, non avrebbe suscitate rivolte, né tocca l’altrui libertà; e l’Italiano senza veder visi novelli di stranieri camminerebbe a gran passi. Ma Torino, cieco istrumento d’oltremonti, distrugge le sue e le nostre forze, e pone i ceppi all’Italia, per darla ligata agli stranieri.

Ma per noi Nopolitani è un dileggio crudele il vederci ora liberare da stranieri che non avevamo. Noi son già cento e trent’anni che con la bandiera de’ gigli scacciammo il Tedesco, e ricuperammo la libertà; né poi da quel felice anno 1734 vedemmo più stranieri battaglioni, fuorché in tempi di rivolte. Li vedemmo con le libertà repubblicane del novantanove, li rivedemmo con le libertà regie dal cinque al quin­dici, e ne vedemmo altri per la costituzione del 1820. Nel 48, grazie all’esercito nazionale che li respinse a Velletri, non avemmo cotai liberatori. Ed in questi memorandi 60 e 61 abbiamo stranieri da tutte le parti del mondo, venuti a liberarne dal peso delle nostre ricchezze. Lo straniero dal quale ne ha liberati il Nizzardo ora Francese Garibaldi, fu il napolitano Francesco, pronipote di quel Carlo tanto vero liberatore e benefattore de’ Napolitani.

L’unità per noi è ruina. In nome della libertà ne vien tolta la libertà; perdiamo il dono di Carlo III; ritorniamo a’ viceré, anzi a’ luogotenenti, anzi a’ prefetti, anzi a’ molti prefetti, per esser menati con la frusta. Siam costretti a pagare i debiti fatti dal Piemonte ap­punto per corrompere e comprare il nostro paese. Con la fusione de’ debiti pubblici, noi nove milioni d’anime, con un lieve debito di 550 milioni di lire, ci fondiamo con quattro milioni d’anime ch’hanno l’enorme debito che sopravvanza i mille milioni; vale a dire che noi pagheremmo quattro volte i debiti nostri(1). Avvezzi alla pace, sa­remmo strascinati a combattere le frequenti guerre europee, e a fare i soldati, lontani di casa, in luoghi nevosi e mortiferi, a mille miglia distanti. Veggiamo chiusi i ginnastii e gli educandati e gli opificii e i porti e le dogane, per sentirne adornati i nostri grossolani padroni. Restiamo gretti provinciali, senza lustro, costretti a mercar giustizia da ministri lontani, superbi, e ignoranti delle cose nostre; e pagarla cara in lunghi viaggi e strane stazioni, e non sempre averla; e temer le vendette e le calunnie e le avidità de’ potenti, privi d’un cuor soccor­revole ch’oda i nostri lagni, e d’una mano amorosa che ne lenisca i mali.

Una Napoli senza re, senza ministero, senza diplomazia, senza nobiltà; una Napoli monumentale diventare uguale a Salerno od a Chieti, è idea da non si poter concepire. Comandati dallo straniero e dal nazionale, saremmo greggia in balìa di lupi, tosata e scannata. Di già un tristo saggio ne abbiamo in quest’anno trascorso. E se tanto spietato dispotismo, e tanta avida brutalità usa Torino in su’ principii, che saria quando ringagliardito il braccio e sicuro dell’imperio, non avesse più temenza e ritegno?

Il governo liberale fallito spoglia il governo assoluto prosperoso; e ridotto a non poter vivere, per campar del nostro, inventa questa fraudolenta unità. Il proletario desidera accomunare i beni col signore. Vuoi far guerra col sangue nostro; vuoi saziare la sua setta parassita co’ denari di noi pacifici e industriosi; e appagare le sue borie col nostro abbassamento; però fonde i debiti pubblici disuguali, appaia le sue alte tasse alle miti nostre, e in un botto, con una parola, ne invola la metà della roba nostra. Il primo frutto dell’unità è lo aumento di tutti i pubblici balzelli.

Si dice: con l’unità si fa la forza. Ma essa per contrario addoppia le gelosie municipali, fa le popolazioni riottose, consuma le soldatesche per contenerle, e sparge in casa quel sangue che dovrebbe esser sacro alla patria difesa. I principi discacciati da’ loro seggi avran qui per lunga età simpatie e seguenze; e terran vivo il fuoco, né mancheranno d’aiuti forestieri. Avremmo in ogni lustro guerre civili e dinastiche di pretendenti, dove, se pur si vincesse sempre, ne andrebbe guasta la felicità del paese, sino alla distruzione di tante principesche famiglie. Già questo reame ebbe per due secoli i dinastici parteggiamenti An­gioini, Durazzeschi e Aragonesi, che lo posero in fondo d’ogni infelicità, e ne ritardarono l’incivilimento. Ritorneremmo a quei tristi tempi. E fra tante ire, dove andrebbero le unitarie forze nazionali? Anzi dove sono ora? Già pochi capi di banda che han levata la bandiera de’ gigli, combattono soli contro la vantata unità. Tutte le forze d’Italia non furono bastevoli in un anno a scacciar Chiavone da’ monti di Sora, né Cipriano dalle colline di Noia! E scaccerebbero il fortissimo Tedesco da Mantova? E non vedete co’ fatti quanta è surta fiacchezza da quella unità sì levata a cielo?

Si dice: L’Italia con Roma a capo sarebbe grande. E qui si con­fonde l’effetto con la causa. Roma ha gran nome perché a capo della cristianità; fatela capo d’Italia, e sarà minore di Vienna, di Parigi e di Londra: distruggete il pontefice, e Roma è città morta1, siccome il suo colosseo. Ma si, voi promettete libertà a un papa che spogliate; e la promessa uscita da chi si vanta di non riconoscere nessun dritto, e di chi infrange i patti solenni de’ trattati, credete persuada il Cri­stianesimo, e il contenti che il Vicario di Dio diventi cappellano d’un re galantuomo} Voi proclamate chiesa libera in stato libero; voi stato rapinatore dello stato altrui, voi liberali toglienti alla chiesa la libertà de’ suoi secolari possedimenti, voi rivoluzionarii che ponete la bruta­lità invece del dritto delle genti! Credere che i cristiani vi possan credere è un beffarsi del raziocinio. Oh le promesse de’ settarii! A voi basta il gridar popolo e civiltà per saccheggiar i popoli civili; a voi bastò gridare Italia, perché di poverissimi abbiate già fatte colossali fortune; a voi basta sclamare innanzi, innanzi, e che v’importa dove si vada a precipitare? che importano a voi le calamità degli altri, purché si faccia l’Italia?… L’Italia senza Dio! Ma a che serve avere uno vessillo, e la divisione nel cuore? I pugnali, gli odii, i tradimenti, le ipocrisie, le calunnie, gli spogli, le carceri, gl’incendi, gli stupri e le fucilazioni!… L’Italia a questo prezzo?

L’Italia abbenché divisa, fu sempre grande. Ella ha due volte dal suo seno cavata la scintilla della civiltà, e l’ha porta al mondo. Pitagora e Dante, lontani per tempi e distanze, ambo cittadini di due fievoli repubbliche, dettero i primi lampi delle due civiltà di cui la storia ha ricordo. Non le forti falangi, ma il forte pensiero è vincitore. L’Onnipotente che non da tutto a tutti, se tolse a questa patria il poter essere una, le die’ grandezza per via della sua stessa divisione. Divisa, ebbe più centri, dove in più parti si cumularono monumenti d’arte e scienze infiniti. Napoli, Roma, Venezia, Milano, Palermo, Ge­nova e Firenze sono ciascuna una maraviglia; e lo straniero esula ogni anno dalle sue grette contrade per venire a bearsi d’ogni pietra di questa classica terra. Qui il Franco, l’Espano, l’Anglo e l’Alemanno s’inchina, a questa polve gloriosa, che a dispetto della sorte detta ancora leggi di sapienza, di religione e di bellezza. Solo chi ha il cuor duro come le rupi, ne affetta con barbaro sogghigno il disprezzo. Il settario soltanto è insensibile alla eloquente beltà di tanti monumenti che calpesta; e così dimostra l’anima sua aver molto del macigno delle Alpi.

L’Italia ha tante città quanti ha popoli e stati. L’emulazione e la gara innalzò tutte; e che sarebbe se avesse una Roma soltanto? La Spagna ha Madrid, l’Inghilterra ha Londra, e la Francia, l’altiera Francia ha l’ampia Parigi. Tutti questi grandi e nobili paesi non volgono gli occhi che a una sola grande loro città, siccome a stella scintillante in fosco cielo; ma le città d’Italia sono un gruppo di soli…

L’Italia una spegnerebbe questi soli. Il Piemonte con le sue tenebre vorrebbe abbuiarli. Ma la Provvidenza sta. Ella arma i contadini delle Sicilie, perché resti irrisa la cruenta vanità de’ Cialdini e de’ Pinelli, e la mala sapienza degli eroi della rivoluzione. I nostri contadini col braccio e col cuore dimostrano che l’unità non è conveniente all’Italia.

Capitolo Decimo

I Napolitani non vogliono

E fosse pur buona, la ricusano i Napolitani. La volontà popolare, ora quando si deifica il dritto de’ popoli, sarà solo pe’ Napolitani parola morta, anzi amaro scherno? Torino vuole far una Italia, e le Due Sicilie saran disfatte, perché Torino vuole”!

Certo anche qui, il 21 ottobre 1860 fu secondo l’usanza un suf­fragio universale; un suffragio dopo che il Dittatore aveva decretata l’annessioneM Vi presiedevano cinquantamila Garibaldini con l’arme sanguinose, mentre cinquantamila baionette sarde assalivano alle spalle i nostri pugnanti soldati. In quel momento di terrore, quando a un girar di ciglio un uomo era morto; quando i cartelli sulle cantonate dichiaravano nemico chi votasse pel NO; quando battiture e ferite e morti seguivano nelle sale de’ comizii; quando anche l’astenersi era apposto a colpa di stato; in quel terribile furor di guerra fra cannoni e pugnali e rewolvers; quando eran poste due urne palesi per far che la paura sforzasse la coscienza, e quelle del NO eran coperte da’ camorristi; quando costoro in frotta, di piazza in piazza, votavan le dodici volte; quando minacce, insinuazioni e promesse sforzavano la volontà; quando gl’impazienti vincitori, frementi dall’aspettare e del veder pochi votanti lanciavano e piene mani i SI dentro l’urne; quando gli scrutinatori moltiplicavanli con la penna, e ne facevano a forza numero di maggioranza, oh!… quel famosissimo suffragio universale è crudo scherno.

Niun pacifico uomo, in quei miserevoli giorni, poneva mente a quanto la setta operava. Salvar la vita era il pensiero universale; e il poter salvarla col gettare una schedula nell’urna era sovente opportuno modo. Il popolo udì il non più udito plebiscito, senza intenderlo; e dove intese si astenne o riluttò(1). Nella piazza reale di Napoli fu proclamato il voto, senza sorpresa, senza plauso, senza popolo, se plauso e popolo non diransi le guardie nazionali chiamate per ordine, e i camorristi di rito, e loro famiglie. Il popolo, e soprattutto quello delle campagne, fremeva a quella ressa, della quale non bene il senso intendeva(2); ma ben capiva ch’era rivoluzione e broglio. Il contra­bandiere vedeva di poter ora spregiar le ordinanze doganali(3); il pro­letario sentiva che avrebbe mangiato senza fatica; l’ambizioso che avrebbe uffizii e soldi; il galeotto si vedeva fuor dagli ergastoli; e pur di donne brutte o vecchie si speravan torvare amanti e mariti fra tanti scavezzacolli stranieri. La buona gente si stava in casa, o stretta in carcere, timorosa ed ansiosa, non dando importanza legale a quella rea tragicommedia.

Ma alla setta bastava mostrare all’Europa una maggioranza di cifre; fu bensì avveduta a non esagerarla oltre a 1,313,376; e più le parve bene mostrare imparzialità col segnare 10312 voti negativi. Cosicché in tutto fé’ credere venissero all’urna 1,323,688 votanti. Or se da quei voti affermativi togliete quelli dati dodici volte da’ camorristi accorrenti a tutte le piazze, quelli a migliaia dati da esteri Garibal­dini(4), quelli lanciati da’ presidi dell’urne; se togliete i giovanetti imberbi, ammessi per far numero; se cancellate le cifre moltiplicate da’ computisti che aveano a tirar fuori un numero da aggiungere a maggio­ranza, troverete pochissimi i votanti.

Né indicano libertà di giudizio i 10312 voti negativi; perocché, se pur furon veri, furono de’ Garibaldini repubblicani, che davano il NO. Qualunque altro non Garibaldino che osò oltrettanto, la pagò cara. Pertanto in molte piazze furono busse e pugnalate; e io vidi in piazza Montecalvario, un bel mezzo di Napoli, un povero vecchio an­darne malconcio di gravi ferite, alla presenza dell’eletto. E che mai non fecero ne’ paeselli solinghi e lontani?

Dunque nel reame soli 10312 voti niegarono l’annessione al Pie­monte? E le prigioni tutte colme di centomila infelici che Borbonici appellate voi stessi? E le vostre liste di sorvegliati indefinite? E le migliaia di fucilati da voi? E i vostri stati d’assedio(1)? E i centomila uffiziali militari e civili da voi cacciati d’uffizio? E gli esiliati che van raminghi per la terra? E le bande, insorte in tutte le provincie, che vi combattono con l’arme alla mano? E gli abitanti di quindici città reazionarie da voi rovesciate e bruciate? E i villaggi, e i molini, e le cascine, e le case in ogni parte saccheggiate da’ Garibaldini, e da voi? Tutta questa immensa enumerazione di gente, cui voi stessi dichiaraste inimica, va dunque compresa ne’ 10312 voti negativi; ovvero vota­rono pel SI?

Lasciate dal vantar plebisciti. Dite che son fatti compiuti; e si che sono compiuti, ma per restar monumenti eterni di vostra nequizia. Voi, gretta minoranza, volete imporre il vostro pensiero ad una na­zione, e col pensiero i ceppi, e co’ ceppi gli spogli, e co’ spogli le morti. Vi dichiarate maggioranza, ma l’opere vostre stesse vi han contati, e coteste paure vi dimostran pochissimi. Mandate via gli armati stranieri, e conteremo meglio. Un pugno di tristi vuoi comandare a’ milioni; però destituisce, disarma, condanna, pugnala, carcera, esilia, fucila ed incendia. Siete atroci, perché pochi; siete costretti a dar terrore, perché vi manca il numero; dovete far seguaci con la corru­zione, perché non avete il concorso della virtù; e volete asservire la patria, perché la patria non vuoi voi. Ma niuno più vi crede; e quei protettori che a forza di menzogne vi guadagnaste, anch’essi han dato giusto giudizio de’ vostri plebisciti. Il nobile Lord Russel nel dispaccio del 24 gennaio 1861, diceva: I voti ch’ebber luogo pel suffragio universale in quei regni e provincie non han grande valore agli occhi del governo di S. M. la regina. Questi voti sono mera formalità dopo una insurrezione, o di una ben riuscita invasione; né implicano in se l’esercizio indipendente della volontà della nazione, nel cui nome si son dati. Ben è vero che questo Lord soggiungeva il Parlamento di Torino qual rappresentante della nazione poter dell’annessione delibe­rare. Ma se nullo è il plebiscito, è illegale il parlamento; né quei rap­presentanti potevano aver mandato per l’annessione ritenuta già fatta. I rappresentanti eran conseguenza non causa dell’annessione.

E come vennero eletti costoro? È stato più volte comprovato che i voti dati in tutta Italia a’ deputati proclamatori del re d’Italia giunsero appena a centomila. E centomila fra 24 milioni d’Italiani fermerebbero i destini di tante nazioni? E se non era legale pel Russel il voto di un milione e trecentoventitremila persone nel solo regno di Napoli, sarebbe legale il voto d’un parlamento fatto da centomila in tutta Italia? Cotesti sedicenti deputati, ignoti al popolo, corifei di sette, eletti da se stessi, e il più senza nome e poverissimi, ora procla­mano il re d’Italia, e fan debiti, e pongono imposte, e ci levan la roba. Fuorusciti, cospiratori decennali, pasciuti da Torino, ora pagano lo scotto a Torino con le nostre tasche. E questa nobilissima patria sarebbe così manomessa?

In mentre qui stranieri e camorristi costruivano il plebiscito d’an­nessione, l’esercito nazionale combatteva per l’indipendenza; e per l’indipendenza combattevano con falci, ronche e pietre i disarmati con­tadini(1); combatteva il clero col niegare i Te Deum, l’ingegno e la nobiltà con gli esigli e con le carceri e lo astenersi, combatteva la ricchezza col nascondersi, la mercatanzia col ritirarsi dal commercio, e gli uffiziali col farsi dagli uffizii destituire. In mentre si menava a cielo l’unanimità del voto, i Pinelli* e i Cialdini lo smentivano con le bombe e le fucilazioni, col sacco e col fuoco(2).

I Romani federavano i popoli vinti, e lor serbavano le leggi e le costumanze; però solo quando si facevan ribelli assoggettavanli a pre­fetture. E questo era stato di punizione, e durissimo; laonde ogni città abborriva dall’esser prefettura di Roma. E si crederà Napoli spontanea agognare all’onore d’esser prefettura di Torino!! Torino ha inventato il plebiscito de’ numeri; ma il mondo vede i plebisciti de’ fatti d’una intiera nazione, e molti e diversi. Le fortezze di Capua e Gaeta, di Messina e di Ci vitella del Tronto contrastano sinché han potenza di difesa. Gli agenti nostri diplomatici all’estero restano al posto loro, e senza emolumenti. I nobili, fuggenti o cacciati dal regno, riempiono l’orbe de’ loro lamenti, protestano, e danno al re e alla regina sulla terra dell’esiglio, una spada e una corona gioiellata, per omaggio di fedeltà, e attestato di gratitudine per la difesa della pa­tria(1). I soldati lasciano le case loro, e disertano dallo straniero per isquassare sopra le vette de’ monti l’avita bandiera. I contadini (fanno i nove decimi del popolo) tutti a sospirare il re; e chi corre a ingrossar le bande nazionali, e chi vi reca panni e pane, e chi da avvisi e segnali, e pronti anzi a morire che a servire. Gli scienziati od artisti si niegano alle orgie demagogiche, e sono condannati a non pensare; però vedi rimutate le università e i licei, e sciolti gl’istituti di scienze e belle arti, e gli educandati e i collegi. Il Clero fuggente o sofferente leva preghiere a Dio, ed aspetta. Gli artegiani, mancanti di lavoro, cadenti per fame, esclusi dagli aboliti opificii, piangono, tumultuano e van popolando le carceri e i monti. Sin le donne in frotta per le vie, innanzi agli oppressori sventolano bianchi panni, e gridano Viva Francesco. Il popolo tutto accorre a comprare i pochi giornali conservatori, e impara a memoria i proclami di Burges e di Chiavone. Si vedono bensì Garibaldini far la palinodia, e ripigliar l’arme pel combattuto re, e scrivere giornali borbonici, e pienamente pentirsi. Anco i deputati rivoluzionarii strepitano nella camera a Torino, e v’ha chi protesta e chi si dimette. E gli stessi giornali rivoluzionarii, o che finiscono per mancanza di lettori, ovvero anche pagati da quel governo, sono stanchi di adulazioni, e fanno dalle mal vergate linee tralucere l’odio al Piemonte, e la stanchezza della menzogna. Una guerra è in ogni paesello, il regno è un fuoco, e il terrore non basta a rattenerlo.

Né bastano le male arti, né la forza. Non bastarono centomila Piemontesi, né un principe reale, né quattro luogotenenti cui la setta avea già dato rinomanza e celebrità; non un Farini riorganatore, non un Nigra diplomatico, non un Ponza amministratore, non un bestiale Cialdini(1). Questi gonfi uomini innalzati da vaporose lodi settarie, qui denudarono la loro nullità. Non bastò si accozzasse una guardia nazionale faziosa, che fa la spia, lo scherano e il carceriere; non basta­rono i corpi franchi e le guardie mobili composte di proletarii e dispe­rati. Non bastarono cento nuove leggi, non i promessi demanii, non le dogane aperte, non i profusi tesori, non le ordinanze marziali spie-tatamente eseguite, non i nuovi ordigni inventati per ferrare le dita e i polsi a’ gentiluomini, non le persecuzioni e gli abbruciamenti de’ giornali propugnatori della verità; né bastò che la menzogna insagui-nata sfolgorasse tutte maniere d’arme e di vendette. La nazione rilutta.

Altra prova di contrario plebiscito è la ordinata leva militare. Le liste sono lacerate a furor di popolo, gli agenti comunali minac­ciati; indarno accorrono battaglioni, e armati sgherri presiedono a’ sorteggi; incontanente i sorteggiati fuggono su’ monti. E questo paese dava senza sforzo centomila coscritti al suo re. E perché ora non vanno a servire il Piemonte quei che dettero il famoso SI?

Chi adunque nel reame vuole l’unità? Non la nobiltà, non il clero, non gli scienziati, non le milizie, non gli artigiani, non i con­tadini, e non i commercianti. Voglionla i contrabandieri, i galeotti, i camorristi, ed uomini oziosi, lanciati per errore o per bisogno o ambi­zione nel caos delle sette. Questi han preso le cime degli uffizii, questi strepitano, scrivono, spauriscono, pugnalano, fucilano, e si chiamano popolo e nazione. Ma il popolo del regno non vuole l’Italia una.

fonte

https://www.eleaml.org/sud/borbone/Giacinto_De_Sivo_i_napolitani_al_cospetto_delle_nazioni_civili.html#_Toc135916503

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