I NAPOLITANI AL COSPETTO DELLE NAZIONI CIVILI di GIACINTO DE SIVO (IV)
Capitolo Decimoprimo
Invocano il non intervento
Se una Italia non è davvero voluta dal Piemonte, se l’Italia non può essere una, se non conviene che la sia, se i Napolitani non la vogliono, perché bruttare la patria col ferro e col fuoco? E l’Europa gridò non intervento; ma non interpose il suo veto all’intervento del Piemonte. S’ell’è giustizia che nelle gare interne de’ popoli non entri straniero, non poteva il Piemonte entrare a conquistare uno stato ch’ha tredici secoli di vita sua, riconosciuta da cento trattati.
Non poteva il reame esser considerato parte d’uno stato ipotetico; e, pel sofisma dell’unità del linguaggio, essere assalito improvvisamente da altro stato, col quale da che l’Italia fu abitata mai non ebbe comunanza. Chi ritiene non intervento lo intervento piemontese in Napoli, ritiene fatto uno stato non ancora fatto. Quasi che una Italia fosse già costituita, si finge riguardare la lotta internazionale come gara interna d’un solo popolo; e si permette che la potenza di tutta Italia, unita a forza dallo straniero e dalla setta mondiale, ischiacci una nazione tranquilla. Quando l’Italia ancora non era fatta, si supponeva fatta per farla. Questo giuoco di parole corrisponde al giuoco delle idee che l’Europa civile ha dovuto subire, per essere spettatrice impassibile del più enorme attentato contro la indipendenza dei popoli ch’abbia mai visto la misera umanità.
Il non intervento fa, o crede fare, omaggio alla volontà de’ popoli, e al diritto ch’ha ciascuno di costituirsi a modo suo. E sia così. Ma dunque i Napolitani soli saranno al bando delle nazioni, e dovranno essere costituiti a modo altrui? Anzi che vietarsi lo intervento, s’è anzi lo intervento incoraggiato. Col supporre le Sicilie già fuse con l’Italia, si permette l’aggressione per fonderle; e all’ombra del non intervento, uno stato felice s’ha di fuori l’intervento, e il più orribile de’ mali, la rivoluzione! Così l’assassino dispogliando il viandante potrebbe invocare il non intervento de’ gendarmi.
Cotesto esempio darebbe in appresso rei frutti. Il Belgio e la Francia hanno unità d’origini, di territorio, e di storia e di favella, e già altra volta furono fusi; ma sarà per l’Europa caso di non intervento, ove la Francia assalga il Belgio? Se la Prussia per la ragion del parlare annettesse a sé tutti gl’indipendenti stati alemanni, niuno dovrebbe vietare l’assalimento? Se il Portogallo, congiunto alla potenza rivoluzionaria segreta e palese, assalisse, corrompesse e annettesse la Spagna, sarebbe ei pur caso di non intervento? Certo tai due stati han comunanza di patria, di sangue, di clima, di storia e di costumi; e fusi furono, e già per 68 anni stette il Portogallo annesso alla monarchia Spagnuola sino al 1640; quando rinunziando alla grandiosa idea d’unità nazionale ei rivendicava la indipendenza. E che parrebbe una Spagna annessa al Portogallo? Saria come le Sicilie annesse al Piemonte; il più compreso nel meno, la sapienza compresa nell’ignoranza, che sono impossibili fisici e morali. E quando un piccolo Portogallo non potè durare nelle forze Spagnuole, che imperavano sul mondo, sarebbero le Sicilie tenute a lungo dal fievolissimo Sabaudo?
Dire che il linguaggio costituir debba gli stati, è certo un sofistico errore; ma egli è sarcasmo crudele per noi a udir cotal errore ritenuto per buono da stati possenti, che co’ fatti e con le forze loro dimostrano il contrario La Francia che ha Corsica e Nizza, Inghilterra che ha Malta voler l’Italia costituita pel linguaggio! Esse che tengono tanta parte d’Italia, e che forse più ne sospirano! Ahimè! sembra un più lontano intendimento s’abbia chi dichiara una cosa ch’è contraria al fatto suo, e proclama altro dritto per altri, ed altro per sé.
E se il linguaggio costituisse gli stati, sono certamente italiani questi Nizzardi, ora dati appunto per prezzo della dichiarazione di non intervento. S’interviene per avere, non s’interviene per far prendere. Così l’ambizione acconcia le parole al desiderio. Unità di linguaggio v’è fra il Piemonte e le Sicilie, lontani le mille miglia; non v’è unità fra Nizza e Genova limitrofe e sorelle. Deh! per pietà, potenti della terra, adoprate pure le vostre formidabili bombe; ma non abusate del raziocinio, non fate all’umanità l’infelicissimo de’ danni, ch’è il disperdere l’idea della ragione e del dritto.
Deh! si ritorni all’eque idee d’universale giustizia: niuno davvero intervenga nelle liti nostre; il Piemonte lasci Napoli a’ Napolitani; e ne sia ridonata la patria. La patria non è vano nome; ella è il luogo dove siamo nati; né siffatta semplice idea, cui bensì ogni idiota sente, si può con astrattezze complesse d’inconcepibile unità pervertire. La nostra patria non è Torino, ma Napoli; e l’uomo delle Alpi non è Napolitano. Inoltre l’uomo che saccheggia, che fucila e incatena ed esilia, è straniero di fatto; né solo a questo regno, ma a tutta Italia, all’Europa e all’umanità. Il Piemontese tornando a casa sua ne può esser fratello; può esser cattolico se bacia il piede al santo padre; può esser civile se riede al dritto delle genti; ma qui, col pie su di noi e sopra S. Pietro, e su mezza Italia da lui devastata, il Piemontese è più straniero che il Tedesco; è barbaro Unno; ovvero è il fratello che uccide il fratello, è Caino.
Potrebbe l’Europa con un motto punire del mal fatto intervento questo invasore, e por fine al sangue; perocché il reame in un giorno saria per se stesso ricostruito. Ma in qualunque caso badi l’Europa a far che novelli possibili interventi non evochino fra noi altre più gravi e più disastrose dinastiche quistioni. Se rimane la gara fra il reame disarmato e il Piemonte armato di tutte le rivoluzionarie forze, sarà ancora acerba la lotta, ma vinceremo; che non si scaccia la nazione come si è scacciata la dinastia. Gaeta e Civitella crollarono sotto le bombe, ma sono incrollabili gli Appennini fatti da Dio per la nostra indipendenza. Fuori lo straniero! è il grido terribile di tutta una gente oppressa: ogni valle, ogni grotta, ogni macchia ne ripete l’eco; un popolo non può tutto andare in esilio, o in carcere, o in tomba. Vi saran sempre braccia per combattere e seppellire l’avido invasore sotto le campane glebe.
Capitolo Decimo secondo
Vogliono il loro re
Assaporati i mali dello straniero governo liberatore, i Napolitani rimpiangono la pristina pace, e il loro patrio governo. Viste le rapine delle annessioni, anelano a’ beneficii della restaurazione; visto il re Sabaudo, rivogliono il re Borbone. Questa volontà è manifesta. Lo dicono gli stessi oppressori, co’ loro eccessi; eglino stessi appellano borbonica la reazione; e di più l’han battezzata malvagia. Il venirci essi a incatenare è eroismo; il volerci noi redimere e malvagità! Ma se l’azione fu rea, la reazione è santa. Che vale che i tristi la dicano brigantesca? Ne avete tolte l’arme a tradimento, e siamo briganti com battendovi senz’arme alla svelata? Briganti noi combattenti in casa nostra, difendendo i tetti paterni; e galantuomini voi venuti qui a depredar l’altrui? Il padrone di casa è il brigante, e non voi piuttosto venuti a saccheggiarne la casa? Ma la coscienza universale ha giudicato; e già l’Europa ha imparato a intendere a rovescio le vostre parole. Se siamo briganti, quel governo che sforza tutto un popolo a briganteggiare è perverso. Quel governo che s’impone con le bombe e le fucilazioni è spietato; e se prima poteva avere amici fra gl’illusi, dopo la prova ha solo oppressi che lo abborrono. E questo nome stesso di briganti, che fu già tristo ed abbietto, noi lo facciamo amare dall’anime gentili, e lo renderemo glorioso.
Sinché il re combatteva, noi eravamo con esso su’ campi dell’onore; oppresso il re, era da scegliere fra il servaggio e la morte. Fu necessità salire su’ monti a trovar la libertà. È quasi un anno che combattiamo nudi, scalzi, senza pane, senza tetto, senza giacigli, sotto i raggi cocenti del sole, o fra’ geli dell’inverno, entro inospitali boschi, sovra sterili lande, traversando fiumi senza ponti, travarcando muraglie senza scale, affrontando inermi gli armati, conquistando con le braccia le carabine e i canonni, e strappando pur su’ piani campi di Puglia e di Terra di Lavoro la vittoria a superbissimi nemici. È quasi un anno che versiamo il sangue, fra le benedizioni de’ sofferenti, sostentati dall’amore de’ popoli più miseri di noi, e sorretti da quel Dio che non abbandona gli oppressi. È un anno che sventoliamo sugli occhi di questi vani strombazzatori di trionfi, la santa bandiera de’ gigli; di quei gigli che essi indarno cancellano da’ patrii monumenti, e che sono sculti ne’ cuori di nove milioni d’abitanti. Viva Francesco! è l’unanime grido de’ prodi.
Spargono che siamo pochi; ma duriamo da un anno contro cento-mila baionette, e contro insidie più triste ancora. Dicono che combattiamo per rapire. Rapire a’ Piemontesi che non han nulla, e tutto ci han rapito? Dicono che la reazione è alimentata dal re. Da quel re che abbandonava la città capitale per non far sangue? Da quel re che uscendo di Gaeta ritraeva dagli Abruzzi il colonnello Luvarà, combattente con le masse a Tagliacozzo? da quel re che nulla ha, dappoi che sin de’ suoi privati beni era da’ rigeneratori dispogliato? No, è la nazione che abbandonata a se stessa spontanea rilutta. Nel mezzo della Basilicata e delle Puglie, su’ monti Irpini e Nolani, non possono andare ordini né soccorsi dell’esule monarca; e sono invenzioni di giornali le bugiarde notizie di sbarchi di stranieri a migliaia annunziati. Non stranieri, Napolitani sono. Senza soldo, senza onori, senza uffiziali si combatte; ed anco il prigioniero, morente sotto spietate fucilazioni, cade dando i viva al Re, fra gli aneliti di morte.
La nazione vuole Francesco. Trovate un re più cavaliero, più cristiano, più meritevole? Qualunque osi col pensiero agognare questo rovesciato napolitano trono, si misuri con Francesco, e si taccia. Francesco è il re napolitano; e più che pel sangue e pel dritto de’ suoi padri, egli è re pel sostenuto onor nazionale, per le pugne del Volturno, e per le fiamme di Gaeta.
L’Europa s’affanna su la quistione napolitana: e qual quistione? Posto che Roma è del Papa, rotta è l’italica unità; qui resta un regno, che ha il suo re. Escano i Piemontesi, e la quistione è risoluta. Questa è la sola, è l’unica soluzione del facilissimo problema. Vogliamo il re nostro. Per questo sfidiamo le carceri e i ferri; per questo a guisa di belve siam cacciati per grotte e per valli, ed in durissimi esigli; per questo morenti protestiamo; e le nostre città fra il foco, gli stupri e il saccheggio, innanzi agli occhi dell’Europa civile, cadono rovesciate dal vandalico braccio di codardi oppressori. Vogliamo il nostro re.
Capitolo Decimoterzo
Vogliono far davvero l’Italia
Dicono esser noi nemici d’Italia, quasi che questa patria non fosse Italia per eccellenza. Gli antichi intendevano Italia appunto questa. La scuola di Pitagora Cotroniate, era detta la scola italica; perché qui divampò la prima italiana, anzi europea, scintilla del sapere. Più su era Gallia, eterna nemica del nome latino; e fra essa e l’Italia era il Rubicone. Dopo la barbarie, qui risorgeva la civiltà, alla corte di Federico II. Qui la poesia, qui le leggi, qui le scienze umane risfavillavano. Flavio Gioia e Pier delle Vigne nacquero qui; e qui dappoi sursero ingegni, che la italiana grandezza elevarono, sì che questa meridionale contrada nella universale opinione non rimase addietro a qualsivoglia nobilissima nazione.
Nell’età moderna il settentrione della penisola è stato ritenuto terra italiana, per geografica designazione, e bensì per una certa simi-glianza di favella, per le glorie e le sventure comuni, e per una certa comunanza d’insieme, che da a tutta la penisola una ideale incontrastabile unità. Ma niuno al mondo pensò mai l’Alpigiano esser più italiano di chi nasce nella patria di Cicerone e d’Orazio, di Giovanni da Procida, del Tasso e del Vico. Era serbato a noi viventi l’onta del soffrire i rozzi cinquettatori d’un semi-gallico dialetto, venire a insegnare l’italianità a noi, maestri d’ogni arte, e iniziatori d’ogni scienza.
L’arte settaria denigrava il nostro paese, e il Piemonte si pensava davvero di venire a incivilire questi barbari popoli; e fu sì insolente e stupido da portarne l’abbiccì, e obbligare i nostri maestri di scuola a udir le lezioni di certi Torinesi, appositamente inviati per imparare a balbettare non so qual sillabario; e, per farne meglio italiani, ne recò un incomprensibile vocabolario, e cento ineseguibili leggi, e le sue monete di falsa lega, e i suoi debiti, e gli esempi di laidezze e rapine e irreligione e ferocia di cui dopo i Vandali s’era perduta la memoria.
Ma noi, la Dio mercé, siamo ancora gl’Italiani per eccellenza. Il seno della nazione non può esser domo dalle luccicanti fallacie delle sette. L’Italia fu grande perché fu virtuosa, né può tornare a grandezza, se non torna a virtù. Il Piemonte corruttore non può essere iniziatore, se non di decadimento. Noi, noi vogliamo la civiltà, la libertà, l’indipendenza, il progresso, e l’esaltamento vero del nome italiano; non già rovesciare il concetto radicale di tai parole; né valerci di esse per coprire l’avidità e l’ambizione. Vogliamo la civiltà cristiana; vogliamo il dritto, la ragione, il bello e Dio. Non attentiamo all’altrui, e siam paghi del nostro; non vogliamo guerra, ma pace; non ciarlatanerìa, ma scienza; non la ipocrisia atea e ladra, ma la carità, l’amore, e il fraterno amplesso della Fede.
Napoli non avversa l’Italia, ma combatte la setta, ch’è anti-italica, com’è anti-cristiana, ed anti-sociale. La setta dice unificar l’Italia per derubarla; Napoli vuole unire l’Italia davvero, perché proceda a civiltà, non retroceda a barbarie, perché salga al primato della sapienza e della virtù, non perché inabissi nel sofisma e nella colpa. Napoli vuole agglomerare intorno a sé le percosse forze sociali, perché la società non pera. E come da’ monti calabri uscivano i primi lampi della pitagorica favilla, così da questi luoghi i primi concetti di vera libertà contro le sette sfavilleranno. La società aggredita si dissonni dal suo letargo; ne porga la mano, e si persuada che nel vincer nostro è la nostra e la universale libertà.
L’Italia può esser collegata, Con la lega restan sacri tutti i dritti preesistenti, le autonomie, le leggi, le tradizioni, le consuetudini e i desiderii di ciascun popolo. Non si combatte il Papa, non si rinnega Cristo, non si sconvolgono le coscienze, le menti e gl’interessi, si uniscono le forze di tutti, e si pon fine alla guerra. Riconduciamo le nazioni dal campo della forza a quello del dritto, e l’Italia cristiana riederà al suo naturale primato.
La storia nostra dimostra come sempre per leghe fummo rispettati e salvi. La lega delle città Campane, quella delle Etnische, l’altre Sannitiche e Latine e della guerra sociale, le leghe romane onde uscivano quelle legioni che vinsero il mondo ne son prova. E quando l’Italia fu serva d’un despota, e retta da avidi proconsoli, non ebbe più difesa, e cadde ne’ Barbari. Bensì nel medio evo le leghe ne salvarono. Gregorio II forse il primo fu che federava parecchie città italiche insieme, ed era imitato da Gregorio VII. Poi sotto il terzo Alessandro la lega Lombarda fugava Federico Svevo; e più tardi quel magnifico Lorenzo de’ Medici un’ampia confederazione di stati italiani compieva. Fu una lega italica che ricacciava di là dall’Alpe il Francese Carlo Vili; e Giulio II nel secolo XVI fidava alle leghe il suo famigerato motto: Fuori lo straniero] E non fu forse il regnante Pontefice Pio IX che nel 1848 si faceva a stringere la confederazione, dal fedifrago Piemonte avversato? Sin da allora il Piemonte agognava al conquisto, non alla unione, a far da padrone, non da fratello.
Le confederazioni di piccoli stati non destano gelosie, e vivon vita tranquilla. Sono anzi innocue e rispettate. Ventidue cantoni Svizzèri, l’America collegata, trentanove stati germanici, son rimasti collettivi e forti e non tocchi, sino a’ giorni presenti. E l’Italia per le sue cento città, pe’ suoi varii mari, per le sue naturali ricchezze e divisioni, è fatta per essere collegata, e diventare una grande nazione! Chi lanciava in Italia la parola unità, volle gettarvi il pomo della discordia, per abbattere la sua troppo crescente prosperità, e infiacchirla e ammiserirla… Oh! io tremo a diradare un velo che copre la storia contemporanea: chiarirà il tempo quel pomo a prò di chi fu lanciato.
Gli stranieri che si mostran teneri della italiana libertà, ne desiderano liberi, e non ne fanno indipendenti; e per giunta vorrebbero che il primo, il sommo italiano, il pontefice di Dio cadesse nella dipendenza d’un re di setta, cioè d’un re dipendente! Non v’è libertà senza indipendenza; né in Italia v’è indipendenza senza confederazione. Lasciate dal guidarne; lasciatene stare, e saremo confederati, indipendenti e liberi. Siete voi o stranieri che ne fate avere la libertà a parole e il servaggio in fatti. Siete voi l’ostacolo vero e storico e futuro alla nostra redenzione, voi siete.
Se il trattato di Zurigo che fermava le basi della confederazione si fosse eseguito, noi non ispargeremmo tante lagrime, né sarebbero caduti sin ora in guerra nefanda più che centomila italiani. Ma la setta voleva roba; però usciva da tutti i suoi antri, esordiva sul sicuro Marsala, e correva innanzi a spogliare la pinguissima Napoli. La rivoluzione ha riempiute le tasche de’ suoi campioni, e ha raggiunto lo scopo suo. Ma il nobile sangue francese sparso per questa pattuita federazione sarà indarno? Impassibile la Francia si vedrà in viso lacerare i sacrosanti patti d’un solenne trattato? E l’onor Franco resterà vilipeso? E qual nazione poserà più l’arme per patti, se i patti fermati con una Francia saranno impunemente per avidità di conquista lacerati? A voi o generosi Francesi è l’offesa; a voi su’ quali s’appoggiano le pazze sabaude ambizioni; e se voi stessi non vi ponete rimedio, tal vi rimarrà macchia nella storia, che saran pochi a lavarla dieci Solferini e cento Senne.
Fra Zurigo e Gaeta è un abisso; ed ei bisogna colmarlo col cadavere della setta. Il settario Piemonte non volle la convenuta lega; e l’Italia non potrebbe voler con sé quel Piemonte. Mal s’accoppiano lupi ed agnelli. L’Italia, quando col voler di Dio sarà collegata, e che i protettori stranieri la lasceranno far da se, ha anzi il sacro debito d’accorrere su quelle infelici ligure e alpigiane terre conquistate dalla setta, per discacciare la rivoluzione dal suo seggio, e liberare quelle già felici contrade dal giogo di chi le ha cardie di debiti e di vergogne, e l’ha fatte carceri di preti, e le ha retrocesse al paganesimo, e alla brutalità, in onta al nome italiano. Dovrà stendere la mano soccorrevole a quei miseri italiani fratelli, gementi sotto gravissime tasse, sforzati a pascere i settarii dell’universo, spinti a far guerre nefande, e a mirar vilipesa la religione e la morale, e a tenere una larva di re disonesto, che di lascivie è miserando spettacolo al mondo. Liberare quelli ammiseriti popoli è carità di patria, ed è necessità per la comune quiete e del mondo. L’Italia ha il dovere di dare fratellevole aita a quella fredda sua regione; di riscaldarla con l’amor della Fede, e con lo splendore delle scienze e delle arti; di restituirla alla morale, farla salire all’eccellenza delle altre, e ritornarla alle benedizioni del Vicario d’un Dio che perdona.
Imparerà Torino da Napoli il vero costume italiano, e la carità patria, e l’amor di Dio, e che sia libertà e indipendenza. Le sue reggie ritorneranno come le nostre santuarii d’amore; e la vecchia stirpe de’ suoi re, rionorando la croce del suo nobile scudo, ripiglierà le avite virtù, prenderà da’ Borboni di Napoli esempi di magnanimità e di valore; e apprenderà come sia più grande il combattere per la patria, che rapire l’altrui con la corruzione e la menzogna. Il Piemonte allora entrerà nella famiglia italiana; e l’Italia davvero sarà fatta.
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