I NAPOLITANI AL COSPETTO DELLE NAZIONI CIVILI di GIACINTO DE SIVO (V)
Capitolo Ultimo
APPELLANO ALLE NAZIONI CIVILI
In mentre la fantasia si lancia rapida ne’ campi dell’avvenire, e vagheggia il trionfo della civiltà, il tuonar di barbari cannoni ne richiama al cieco debaccare della forza brutale. Qui ferve una lotta esecranda fra la ragione e la setta, fra la religione e l’ateismo, fra l’ingegno e l’ignoranza, fra la verità e la calunnia, fra l’ordine che rilutta e il disordine che comanda. Il disordine seduto in seggio, sorretto da braccia abbiettissime, vuole l’ordine a suo modo, cioè l’imperio della brutalità.
Né è contento che si ubbidisca, e si paghi, ma vuole benanco si sorrida e si plaudisca, e si faccian luminarie, e si preghi per esso a un Dio cui non crede. Vuole la libertà di tutti i culti, fuorché del cattolico; vuole la libertà della stampa, purché si esalti la rivoluzione; la libertà del pensiero e della favella, purché si pensi e si dica a prò d’ogni storta idea; vuole un re, purché sia quel galantuomo; vuole la costituzione, purché non s’esegua; vuole un parlamento, purché vadan deputati i suoi adepti. Il disordine si è ordinato: ha tribunali che condannano la gente onesta; ha carceri, e le ha piene di reazionarii; ha gendarmi, e lor da nuovi ferrei ordigni da legar la gente; ha guardie nazionali perché faccian le spie e le visite domiciliari; ha camorristi perché si godan tutti gli uffizii; ed ha soldati Pinelli e Cialdini, da fucilare inermi, e da bombardar da lontano, e abbruciare le nostre città. Il disordine è trionfatore; però non rispetta patti né capitolazioni, e imprigiona o deporta sull’isole gli uffiziali fedeli al trono, e i difensori di Gaeta; però mutila e abbatte monumenti, ruba i milioni, addoppia le imposte, impone leve militari, discioglie collegi e istituti d’arte e di scienze, abolisce conventi e se ne piglia le rendite; e fa vendette, e pugnala, e perseguita, ed esilia, e in mille maniere percuote qualunque abbia amor di patria e nobiltà di sangue, o di cuore, o d’ingegno. Il disordine è anche religioso. Ha i suoi Caputi e Gavazzie Pantalei che predicano la religione del coltello dentro i tempii di Dio, che cantano i Te Deum al Signore, perché benedica le orgie; e dicon le messe pe’ suoi martiri, e pongon fiori e croci sulle tombe de’ regicidi. E il disordine è pure legislatore: esso fa cento leggi coercitive pel popolo vinto; ma per sé ha la legge suprema-ed immutabile del non ubbidire a legge nessuna.
E dove ha più gli occhi l’Europa? Mira impassibile la distruzione delle più belle contrade della terra, e lo abbrutimento di quel popolo che trovava la bussola e la filosofia. La pace, supremo de’ beni, n’è tolta impunemente; e siam saccheggiati, scacciati dalle nostre case, e legati e carcerati, e barbaramente vilipesi, e uccisi in cento guise nefande. Oh Dio di pietà! tu poni fine agl’inenarrabili mali nostri; tu disugella gli occhi de’ potenti della terra, perché veggano questo sole delle nostre infelicità. Dio di pietà, fa ch’ei sappiano come al regno sia rapito ogni decoro, ogni forza, ogni ricchezza! Mirino le deserte derubate reggie, i porti vuoti di vascelli, gli arsenali vuoti di arme, gli opificii distrutti, i rovesciati monumenti, i monasteri aboliti, e tante religiose in forse del domani. Veggano le leggi mutate in peggio, l’esercito disciolto, deportati i duci, i soldati costretti a morir fuori per guerre straniere, gli sprofondati erarii, gli addoppiati debiti, il mancato commercio, le abbiettate arti, i liberati galeotti, i contrabandi, le strade rotte e infeste da ladri, gli assassinii impuniti, le fucilazioni illegali, le frodi sublimate, la perduta giustizia, le violazioni del domicilio e delle lettere, gli ergastoli, le paure, e la perdita d’ogni libertà. Veggano come andiam raminghi per la terra, riempiendola di lamenti, invocando soccorso dagli uomini e dal cielo. Come da ingordi stranieri siamo isforzati a lasciare i luoghi cari dell’infanzia, a vagar miseri e canuti, lungi dalle mogli e da’ figli, privi di conforti, tementi di pugnali,, incerti dell’avvenire, per estranie terre ed algenti, fidando all’aura i sospiri che da’ petti angosciati mandiamo alla patria lontana. Vegga l’Europa come questi sono barbari e spietati, come insultano e percuotono, come saccheggiano ed incendiano. Venosa, la patria d’Orazio, ebbe il fuoco; fuoco e sacco ebbero Barile, Monteverde, S. Marco, Ri-gnano, Spinelli, Carbonara, Montefalcione, Auletta, Basile, Pontelan-dolfo, Casalduni, Cotronei, ed altri molti villaggi e borgate. Fuochi, saccheggi e stupri da per tutto. I miseri abitanti innocenti, avvertiti così delle Garibaldesche imprese, chi fugge e chi muore; chi dalle baionette è sospinto a forza a morire nelle fiamme delle crollanti case, e chi da piombo micidiale è atterrato sul limitare della soglia paterna. Vedi le madri, i vecchi, i fanciulli, le verginelle vagolare scalzi pe’ monti, senza panni, senza un tozzo di pane, fra mille stenti, cercar rifugio fra le meno ospitali belve, nelle caverne degli orsi, in recondite valli, o ne’ più ermi casolari. Senti le strida de’ bambini, le preci delle madri, i gemiti di tutti, e di tutti un volger gli occhi a Dio misericor-doso, per un conforto che troppo tarda a venire.
Queste rovine finiranno? ritornerà l’antica nostra pace? Miseri! e sarà possibile d’averla? Dove ritroveremo i nostri cari caduti a migliaia? dove i benestanti riavranno l’entrate disperse, gli animali uccisi, le case derubate? dove i mercatanti chiederanno i mancati capitali? dove i padri di famiglia ricupereranno i figli traviati nel subisso delle idee socialiste? dove centomila capi di famiglia, cacciati d’uffizio, chiedenti li-mosine, avranno soccorso? dove la giustizia impetrerà la forza del dritto? Ma dove, dove ricupereremo i morigerati costumi e la religione de’ nostri padri? Forse nelle eresie, o nelle false bibbie, o nelle chiese diventati teatri, o ne’ teatri fatti chiese? O forse negli osceni detti, o nelle luride immagini, o nelle persecuzioni de’ buoni prelati, o ne’ culti pubblicamente derisi dei santi, e sin della Vergine Madre di Dio?
Nazioni della terra, voi che vi vantate soccorritrici dell’umanità straziata, voi che mandate vascelli e battaglioni a difendere cristiani in Siria ed in China, voi avete permesso che i Cialdini, i Pinelli, i Garibaldi e i loro spietati seguaci vituperino l’italiano nome, e sgozzino tanti cristiani innocenti. È qui, nel bel mezzo dell’Europa, nel seno dell’italico giardino, che i più neri delitti, alla luce del sole, innanzi agli occhi vostri, si van perpetrando. Voi siete sordi a’ nostri gemiti; e par che non giungano a voi. Queste dolorose e miserande grida sono soffocate, sono smentite, sono anzi calunniate; e noi barbaramente morenti ed oppressi, siam tacciati di briganti e di barbarie. Ma tutto ha limite quaggiù: il servaggio che s’appella libertà, la tirannide che si dice uguaglianza, la menzogna che si vanta civilità già spuntano le loro arme. La immaginazione ora retrocede innanzi a un presente che ne insanguina ed insozza, e non osa scrutare un avvenire fosco, e forse più terribile ancora. Le nazioni non possono perire; e una forza ignota prepossente sospinge le braccia de’ popoli offesi…
Deh! l’esempio nostro sia salute universale. Sopra di voi, o mo-narchi, pesano gravissimi doveri in questa ultima lotta fra la barbarie e la civilità. I nostri nemici sono anche i vostri. Voi pure li avete, e coperti d’ipocrisie, intorno a’ più splendidi vostri troni, donde tiranneggiano la terra, e minacciano la società. La setta manovra, investe, combatte, trionfa, procede, e non riposa; né riposerà, perché la società non può riposar fuor del dritto.
I Napolitani invocano il dritto, reclamano la pace, fanno appello agli uomini onesti di tutte le nazioni, e fidano in Dio.
31 dicembre 1861
(1) Un Toscano non intenderà a udire un Napolitano, né questi un Genovese, né questi un Calabro, né questi un Lombardo, né questi un Siculo, né questi un Veneziano. Ciò è perché nella formazione de’ dialetti, e nella fusione del romanesco col germanico linguaggio, ciascun popolo serbò le native forme di pronunzia e di vocaboli. Senza l’ingegno di Dante che unì le sparse membra del favellare nazionale, forse non avremmo lingua scritta universale in Italia.
(1) Questi debiti furon fatti dalle rivoluzioni. Le sette non potendo meglio praticano così il comunismo. I settari (che non hanno mai nulla del loro) saliti al potere, fanno far debiti allo stato; quali in mille guise sono spesi e da essi stessi ingoiati, e poi pagati da chi ha roba. Così senza strida, la proprietà scema del suo valore; perché sempre una maggiore parte, sotto forma d’imposte pubbliche, ne va al fisco, per pagare i creditori.
(1) II governatore rivoluzionario della Capitanata così rapportava da Foggia, a 24 ottobre 1860: II giorno del plebiscito è stato per questa provincia un giorno d’insurrezione, ed i comizii in più comuni non si sono raccolti. Si sono fatti E SI FANNO SFORZI STRAORDINARI, perché il movimento non fosse generale ecc. Parla poi di reazioni universali, e domanda soldati ed arme. Vedi Appendice all’opuscolo II Governo della Capitanata. Napoli, Tip. Colavita, 1861. Se fossero pubblici i rapporti degli altri governatori, avremmo in ogni provincia di simiglianti confessioni.
(2) Presero talvolta a ingannare i contadini, dicendo che i SI accennavano al ritorno di Francesco, come avvenne in Mileto di Calabria, e altrove. Sovente davano molti SI in una cartella; e l’ignaro contadino ubbidiva, credendo con più voti di richiamar meglio il suo re.
(3) Vendevano pubblicamente per le vie il sale di contrabando a due grani il rotolo, gridando: Sono usciti i ladri! per incitare a plaudire la rivoluzione. Così ogni stato costituito sarà ladro se ha pubblici balzelli; e l’Inghilterra, che ne ha di gravissimi, sarà la più ladra di tutti.
(4) Anche il Garibaldi, il Bixio, il Sirtori e consorti ebbero l’impudenza di dare il voto.
(1) II governatore rivoluzionario di Teramo dava fuori a 2 novembre 1860, cioè nove giorni dopo il plebiscito, questa ordinanza: Tutti i comuni della “Provincia dove si sono manifestati o si manifesteranno movimentti reazionari, sono dichiarati in istato di assedio. In tutti i detti comuni sarà eseguito un rigoroso e generale disarmo… I cittadini che mancheranno all’esibizione delle arme di qualunque natura, saran puniti con tutto il rigore delle leggi militari da un consiglio di guerra subitaneo. Gli aggrup-pamenti saran dispersi con la forza. I reazionari presi con le arme saran fucilati… Gli spargilori di voci allarmanti saran considerati reazionarii e puniti militarmente con rito sommario — p. de virgili. — E chi dubitasse della esecuzione ricordi l’ordinanza essere eseguita da generali e soldati piemontesi!
(1) Ricordo i soli fatti d’Isernia e Caiazzo vicinissimi a’ campi di battaglia.
(2) II Pinelli da Ascoli, a 3 febbraio 1861, emanava un ordine del giorno a’ suoi soldati, ove fra l’altre diceva: … Siate inesorabili come il destino. Contro nemici tali (i reazionarii) la pietà è delitto. Noi annichileremo e schiacceremo il sacerdote vampiro, il Vicario non di Cristo ma di Satana… Purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infestate dall’immonda sua bava… Non ti par di udire un cannibale, anzi il Satana del Milton che maledice il creato, la virtù e Dio? Lo stesso governo piemontese l’ebbe a richiamare; perocché voleva, si, che si fosse col ferro e col fuoco proceduto, ma voleva non si dicesse. E di fatto ritornato dappoi il Pinelli, ha usato ferro e fuoco, ma non ha più dato di siffatti ordini del giorno.
(1) Questi doni costarono 200 mila franchi; ed è molto eloquente cotal maniera di plebiscito, dove il prezzo è pagato da chi da il voto, non da chi il riceve!
(1) II proclama di costui è monumento della balorda ignoranza d’un plebeo salito al potere. Parla d’un Vesuvio ruggente, d’un Portici che trema, e non so quante altre pappolate. Quando ei poi andò via, fu schernito con questo scritto per su le mura. Quando il Vesuvio rugge, Cialdini fugge.
fine


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