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I nemici politici di Fabrizio Ruffo nel Regno di Napoli

Posted by on Giu 1, 2026

I nemici politici di Fabrizio Ruffo nel Regno di Napoli

Giuseppe Gangemi

Finito il lavoro come Tesoriere, Ruffo capisce che a Roma non gli saranno offerte nuove occasioni di uguale o superiore prestigio. Nel novembre del 1794, si reca a Napoli, ospite nel palazzo del fratello primogenito, Duca Vincenzo, e offre i suoi servigi al re Ferdinando IV. Questo, che diffida del personaggio, non può, tuttavia, rifiutargli qualche incarico, anche perché, sia la potente famiglia Ruffo, sia qualche parente della famiglia Colonna, il ramo siciliano cui apparteneva la madre di Ruffo, morta nel 1779, premono in suo favore. Insieme al suo primo ministro, John Acton, gli concedono prebende “avvelenate”.

Secondo Mario Casaburi, che ha fatto la ricostruzione più convincente del periodo napoletano di Ruffo, ciò sarebbe avvenuto perché “Acton temeva di poter essere scalzato dal Ruffo, numerosi uomini di corte, fra questi il segretario per l’ecclesiastico Carlo de Marco, ritenevano che il cardinale, uomo scaltro, intraprendente e molto ambizioso, potesse esautorarli o mettere in ombra il loro ruolo e, probabilmente, erano venuti a conoscenza di qualche suo più ampio progetto politico” (Casaburi 2003, 68).

E siccome essi diffidavano di questo eventuale disegno politico, la strategia del re e di Acton è stata quella di approfittare della sua debolezza, che consisteva nel fatto che “era alla ricerca di rendite e di incarichi che gli consentissero di vivere” (Casaburi 2003, 71), per dargli sufficiente denaro per farlo vivere bene, ma in modo che apparisse o come una diminutio (l’incarico di San Leucio) o come uno strumento che gli facesse perdere l’appoggio di chi più lo aveva appoggiato nel passato, Pio VI.

“Essendo persuaso Sua Maestà, – scriveva de Marco – che tale di Lei permanenza sarà utile, lo destinerà a dirigere e sopraintendere alle Manifatture ed Industrie (quelle della Colonia di S. Leucio) colla commissione di invigilarvi con delegazione particolare, ha stimato Sua Maestà anche d’incaricare Vostra Eminenza della Intendenza di Caserta, e suo stato … [Inoltre] la Maestà Sua si è degnata di conferirLe l’Abbadia di Santa Sofia per il suo maggior decoroso sostentamento”.” (Casaburi 2003, 68).

Pio VI, infastidito per la seconda concessione, gli sbatte in faccia, per lettera, che l’accettazione dell’incarico di San Leucio è poco onorevole per chi, come Ruffo, ha occupato il ruolo di ministro di Stato Estero: “Ignoriamo di qual lustro sia l’Intendenza di Caserta, e suoi annessi, giacché mai abbiamo inteso nominare tra i ministri di rango l’intendente Ottero” che ha preceduto il Cardinale nell’incarico di San Leucio. I Cardinali della Chiesa, quando “impegnati in Corti estere” hanno sempre occupato posti in cui non avevano superiore a cui rispondere. Dopo di che, adotta toni minacciosi relativamente all’Abbadia, la quale “è stata sempre conferita dalla Santa Sede, che non darà mai titolo legittimo al godimento di qualsivoglia parte dei frutti, e chi li percepisce, incorrerebbe nelle pene Canoniche, e sarebbe debitore a Dio d’incontrastabile usurpazione e per la sacrilega percezione dei redditi ecclesiastici” (Casaburi 2003, 70).

Questo volontà della Corte di Napoli di umiliare Ruffo, è lo stesso Pio VI a comunicarlo a Ruffo nella lettera a quest’ultimo; “E da Napoli si notifica, che alla nominata Intendenza si destina qualche Cadetto” (Casaduri 2003, 69). In altri termini, dopo avere ignorato il fatto che fosse stato un ministro, la Corte di Napoli mostra di voler ignorare che si tratti di un cardinale (e in qualche modo pensa di poterlo fare perché è solo un diacono che non ha mai preso i voti) e lo tratta da cadetto (osa che è vera perché è il primogenito nel secondo matrimonio del padre Litterio che ha, tuttavia, avuto un figlio, Vincenzo, dalla prima moglie.

Va, tuttavia, considerato che il piano non riesce del tutto perché il Papa conosce Fabrizio sin dalla nascita di quest’ultimo e gli è stato maestro. Fabrizio, infatti, fa diretto appello al pontefice e offre l’immediata disponibilità “ad ubbidire all’istante e a rinunciare a carica e badia” (Casaburi 2003, 82). La controversia con il Papa viene subito chiusa. Dalla Corte di Napoli, arrivano segnali inequivocabili, nei suoi confronti. Tali sono, infatti, “le frequenti richieste, avanzate al Ruffo dal re e dal suo ministro, di invio di conti sulle varie attività” (Casaburi 2003, 72) come Intendente di San Leucio. Queste richieste sono un modo per ricordare a Ruffo che egli viene pagato perché sta lavorando per loro da subalterno e servono a fargli capire che deve stare al suo posto o, altrimenti, perderà gli incarichi.

Ruffo suscita più diffidenze che fiducia alla Corte di Napoli. E non migliora la situazione quando sconsiglia il re di lasciare Napoli per Palermo (Roncuzzi 2022, 98). Lo segue, comunque, nella fuga. E a Palermo si offre per riconquistare il Regno (Roncuzzi 2022, 99). Prima che divengano repubblicane anche le Calabrie e il contagio si diffonda nell’isola. Lo scrive la regina in una lettera: “Ho la triste convinzione che quando il Regno di Napoli sarà in rivoluzione da un capo all’altro, la Sicilia non tarderà a seguire il cattivo esempio” (Roncuzzi 2022, 99). Nessuno, però, si decide. Ruffo è il primo a esprimere l’urgenza di proporre una riconquista. Il re acconsente, ma come già a San Leucio, gli lesina i finanziamenti e le risorse: gli concede titolo e autorità (Vicario generale del re), un solo militare (il marchese Filippo Malaspina) e 1500 ducati. Secondo il suo compagno di impresa, Malaspina, la regina descrive la vicenda osservando che solo “un matto poteva abbracciare tall’impegno senza dar mezzi, e che il cardinale avesse detto, il matto è trovato e sono io” (Malaspina 1846, 67). Tutti trovano una qualche personale convenienza nel mandare Ruffo alla rischiosa impresa: “Il Nelson non ci perdeva nulla, la regina non lasciava, così, proprio alcun mezzo intentato, il re poteva, oltre tutto, dare una prova di stima al Cardinale, e l’Acton liberarsi della presenza di un personaggio temuto” (Roncuzzi 2022, 99). Ruffo parte consapevole “che, nella cattiva ventura, tutti lo avrebbero abbandonato, nella buona, scavalcato” (Roncuzzi 2022, 100). La regina scrive: “Io fido poco nella buona riuscita del Ruffo” (Roncuzzi 2022, 103).

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