Alta Terra di Lavoro

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I RIVOLUZIONARI CILENTANI DEL ’48 VERI EROI O……..(VI)

Posted by on Giu 1, 2020

I RIVOLUZIONARI CILENTANI DEL ’48 VERI EROI O……..(VI)

Cari amici di Alta Terra di Lavoro, ogni cosa nella vita se viene affrontata con impegno passione e serieta’ rischia di diventare un servizio  utile alla societa’, cosa che e’ successa al Blog dell’Ass.Id. Alta Terra di Lavoro.

Grazie alla mia curiosita’ di guardare i fatti storici da ambedue i lati mi sono incuriosito su alcuni personaggi facendo l’ elenco corposi dei liberal giacobini del Vallo di Diano In Cilento considerati padri della patria. Leggendo le loro biografie mi sono accorto che si faceva una certa propaganda forzata pur di cercare di enfatizzarli come personaggi che si sono prestati alla causa dell’ abbattimento della casata borbonica affinche’ ci fosse un taglio netto con il vecchio regime e trionfassero i principi di liberta’ che essi volevano portare in zona appoggiando  qualsiasi personaggio che fosse disposto a organizzare il colpo di stato contro i Borbone. Ma esaminiamo attentamente questi personaggi giu elencati perche’ lo facevano, quali erano i veri interessi e chi avevano dietro.

Tutti proprietari terrieri o appartenenti a famglie benestanti che come e’ risaputo venivano tassati dai Borbone a favore dei contadini e frenati nelle loro ambizioni contro l’ arricchimento e prepotenze nei confronti dei meno abbienti che venivano protetti da quel re che si basava su principi cristiani dove il vangelo era al primo posto e il profitto al servizio del essere umano ( prerogativa degli ancien regime ) e non viceversa, cosa che avverra’ con le ideologie liberali.

I valori delle monarchie in nome di Dio sono praticamente stati distorti e ridicolizzati dalle propagande giacobine che predicavano le LIBERTE’ alla francese e gli stessi preti appartenenti a quelle ideologie piantavano gli alberi della liberta’ che rappresentavano l’ opposto del crocifisso ovvero l’anticristo tanto e’ vero che e’ risaputo che le ideologie mutuate dalla Rivoluzione Francese avevano distrutto chiese e ucciso sacerdoti che si rifacevano alla tradizione, in pratica si voleva creare un mondo che, con la scusa di creare democrazie, costituzioni e parlamenti in nome del popolo ma gestite dai ricchi che  non vedevano l’ora di togliersi di torno quel Re garante del popolo e creare un mondo di ipocrisia, di poveri, di guerre, di appiattimento culturale, di manipolazione mentale, di degrado culturale che tendesse ad una societa’ che era nata solida piena di valori e tradizioni ma doveva diventare liquida corrotta tendente al nichilismo piu’ assoluto  dove i pricipi demoniaco satanisti la facessero da padrone e tutti questi personaggi sotto elencati hanno contribuito a questo sfacelo intellettuale che e’ quello oggi gestisce le nostre menti.

Che e’ quello gestisce le menti delle masse inconsapevoli che si lasciano trarre in inganno dal vitello d’ oro di biblica memoria che non e’ altro che la materializzazione del demonio che nel momento in cui si toglie la sua maschera dorata nei esce il mostro che fagocita l’ uomo in un sol boccone distruggendolo e bloccandone la sua anima nella tensione e nel viaggio verso l’ infinito o Dio.

Ennio Apuzzo

oggi parliamo di Federico ROMANO

Patriota.  Nato a Padula da nobile famiglia di sentimenti liberali, fu tra i principali ispiratori ed organizzatori dell’infelice Spedizione di Sapri. Corrispondente fidato di Carlo Pisacane, lo accolse con i rivoltosi nel suo palazzo (ancor oggi svettante al Largo 1° Luglio) quand’essi giunsero in paese, la sera del 30 giugno 1857. Per tale proditorio gesto e per la sua condotta apertamente antiborbonica, la sua casa fu poi saccheggiata e bruciata dai borbonici all’indomani del 2 luglio, mentre lui con la famiglia si dava alla macchia sui monti. A lungo ricercato anche dalla polizia dei comuni limitrofi, si consegnò volontariamente ai nemici il 25 gennaio 1859, ormai stanco e malato, chiedendo di morire nel suo letto. Piantonato dai gendarmi, spirò qualche giorno dopo. (Testimonianza diretta dei familiari).

Antonio SANTELMO

Patriota. Nacque a Padula il 25 dicembre 1815 da Michele, Tenente della Legione Provinciale del Circondariale di Padula, e da donna Rosa Marrano. La sua famiglia si era già segnalata nel 1799 per essersi schierata dalla parte dei rivoluzionari ed il padre aveva partecipato ai moti del 1820-21. Indicato coi fratelli Vincenzo (n. 1813), Giovanni e Francesco (n. 1820) – rispettivamente Capitano della Guardia Nazionale, Sindaco e Consigliere Provinciale dopo l’Unità – quale cospiratore e nemico del governo borbonico, fu arrestato e incarcerato con loro. Tornati a Padula, tutti  e tre i Santelmo mantennero un atteggiamento più cauto, continuando però ad intessere rapporti con altri patrioti (primo don Vincenzo Padula), in preparazione di future imprese. Nel luglio del ‘52 la polizia borbonica trovò libri “proibiti” nella loro casa, condannandoli così ad un’ammenda di 200 ducati. Nel corso della fatidica spedizione dei Trecento, Antonio fu certo uno dei motori della cospirazione padulese, come ebbe modo di dichiarare l’arciprete Santomauro, eppure vennero diffuse voci discordi: si parlò di una sua fuga per i monti, mentre i verbali della magistratura borbonica annotavano del suo ritrovamento da parte dei gendarmi in una cantina, ove l’avevano nascosto due donne del paese. Arrestato ed esiliato, nel 1860 era tra i Mille di Garibaldi: ferito ad un ginocchio il 15 maggio a Calatafimi, fu insignito di medaglia d’argento e promosso luogotenente. Costretto ad abbandonare il campo di battaglia, venne ingiustamente apostrofato come traditore da Giovanni Nicotera (già presente nel ‘57 a Padula al fianco di Pisacane e sopravvissuto all’eccidio), che lo riteneva responsabile del fallimento di una spedizione – come quella di Sapri – in realtà affrettata, male armata e piena d’imprevisti. In seguito Santelmo organizzò l’insurrezione del Cilento e del Vallo di Diano, per preparare la vittoriosa risalita di Garibaldi verso Napoli, continuando – anche dopo l’unità nazionale – a vivere a Padula. Qui contrasse matrimonio nel 1880 con Maria Grazia Arato, morendo appena l’anno dopo, il 5 giugno

Giuseppe BUFANO

mugnaio, protomartire del Risorgimento nel 1828, riuscì ad entrare in contatto con la rivoluzione e a mescolarvisi tramite la moglie, Donna Domenica Giuliani, di famiglia Cilentana; fu fucilato in Polla il 14 Agosto nella “strada Ponte”. La sua testa fu recisa ed esposta, come ammonimento, sulla stessa strada in cui era avvenuta l’esecuzione, finchè mano ignota non pose fine al turpe spettacolo; fino al terremoto del 1857 pare che per volere di Sua Eccellenza il Ministro Segretario di Stato della Polizia Generale a ricordare l’avvenimento fosse stata posta una lapide: Qui esisteva il teschio del giustiziato Giuseppe Bufano

Gerardo CURCIO (Polla, 9 Febbraio 1762 – Napoli, 25 Dicembre 1825).

Si costruì fin da giovane la fama di uomo temibile per i suoi eccessi, meritando il soprannome di Sciarpa; uccise a sangue freddo il seduttore di sua sorella e fu liberato dal carcere dalle autorità borboniche a patto che eseguisse un omicidio nelle Puglie. Comandante della truppa civica costituita appena in Polla si piantò l’albero della libertà, passò dall’altra parte poco dopo offrendo i suoi servigi al Vescovo di Policastro, mons. Ludovici, e a quello di Capaccio, mons. Torrusio, a cui il cardinale Ruffo aveva affidato la restaurazione del Salernitano. Protagonista assoluto della battaglia di Castelluccia, dove sconfisse il repubblicano Giuseppe Schipani, fu nominato colonnello del Regio Esercito e insignito del Titolo di Barone da re Ferdinando, e potè fregiarsi di uno stemma sormontato dalla corona reale. Con la discesa delle armate napoleoniche e la nuova disfatta dei Borboni, ritornò in Polla e cominciò a trattare con i francesi per salvaguardare la cospicua posizione economica e sociale che aveva guadagnato, consegnandosi dunque alle autorità francesi e compiendo pubblico atto di adesione al nuovo regime. Superate le prime riserve sulla sincerità del suo rallemient, fu nominato capitano comandante della compagnia franca del corpo delle Guide della divisione militare di Terra di Lavoro, che diventerà poi il battaglione dei Cacciatori di montagna di Principato Citra, addetto a combattere il brigantaggio e ad assicurare la sicurezza della strada regia dal valico dello Scorzo alla Certosa di Padula. Con il suo battaglione, su disposizione di Gioacchino Murat, fu destinato a combattere fuori dal regno, partecipando alla repressione della guerriglia antifrancese sul Tirolo, quindi nel 1812 abbandonò il servizio attivo e passò alla riserva, ritirandosi definitivamente a Polla

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