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I siciliani e la visione critica del periodo duosiciliano

Posted by on Ott 26, 2020

I siciliani e la visione critica del periodo duosiciliano

La bandiera dei Borbone-Due Sicilie sventola ancora oggi, baciata dal sole di Napoli. Lo stemma reale vive ancora come simbolo della gloriosa ma breve epoca di splendore della monarchia borbonica.

Perché, però, al di la dello Stretto, l’attaccamento a questo periodo significativo della storia del Meridione non viene visto di buon occhio?

La domanda mi è sorta spontanea, nel momento in cui, nel mezzo di una discussione di argomento storico con un’amica siciliana, lei ad un tratto mi ha detto “Noi siciliani non abbiamo mai amato i Borbone”. Successivamente, ho cercato di trovare delle spiegazioni a questa sua affermazione.

Muovendo dagli spunti che lei stessa mi ha dato, questo articolo riassume in breve la risposta alla domanda posta all’inizio. 

Fra le motivazioni del mancato sostegno alla Real Casata da parte dei siciliani, c’è innanzitutto un dato incontrovertibile: l’abolizione del Parlamento siciliano. Era il 14 maggio 1815, meno di un anno prima della Legge fondamentale con cui Ferdinando I dava vita al Regno delle Due Sicilie. Dal momento dello scioglimento, Ferdinando I ignorò anche l’esistenza della Costituzione concessa nel 1812. Il Parlamento siciliano era il simbolo stesso dell’indipendenza del Regno di Sicilia. Era stato istituito nel 1130 su iniziativa di Ruggero II, che aveva convocato tutti i dignitari di Sicilia per far legittimare la sua incoronazione. A rispetto di questa tradizione, tutti i sovrani di Sicilia avrebbero dovuto successivamente ricevere l’assenso del Parlamento, per potersi ritenere tali in modo legittimo.Ferdinando aveva interrotto questa tradizione. A differenza di suo padre, quando ne ereditò il trono, non aveva prestato giuramento di fronte al Parlamento. Agli occhi dei siciliani, inoltre, aveva ridotto l’isola a una mera “provincia”, scegliendo di risiedere a Palermo solamente quando gli eventi storici gli resero impossibile tenere la corte a Napoli.La riottosità del popolo siciliano nei confronti dei re Borbone ebbe, tra le tante conseguenze, il fatto che i siciliani fossero dispensati dalla coscrizione obbligatoria. Il governo di Napoli, probabilmente, temeva di affidare le armi a soggetti potenzialmente ribelli. Dal canto loro, i siciliani percepirono sempre le truppe napoletane sull’isola come una presenza “esterna” e soffocante, messe lì come alfieri dei re, e non come garanti dell’ordine e della sicurezza pubblici.

In Sicilia, la prima rivolta contro i Borbone si ebbe tra il 1820 e il 1821.

Lo scoppio dell’insurrezione avvenne in concomitanza con lo scoppio di rivolte simili in Spagna, contro il regime assolutista della monarchia. Da lì, si erano diffuse in tutta Europa, arrivando anche in Sicilia e a Napoli. I siciliani colsero l’occasione per chiedere il ripristino degli antichi privilegi del Regno, insieme al Parlamento e alla costituzione, ma sempre sotto la guida borbonica. Di fronte a un iniziale accordo col parlamento rivoluzionario di Napoli, successivamente,questo disattese le richieste dei siciliani e soffocò la rivolta con pugno molto duro.Ancora nel 1837, una terribile epidemia di colera mise in ginocchio l’isola. Insieme alla malattia, si diffuse anche il virus della diffidenza nei confronti del governo di Napoli, ritenuto l’unico vero untore. Il malcontento nei confronti della corona non si era mai assopito, dopo i moti del 1820-21, anzi era stato alimentato dalle mai spente istanze indipendentiste. Inoltre, la Sicilia aveva sofferto molto la perdita della sua autonomia e mal tollerava la presenza dei napoletani, sostituiti ai siciliani, nei più importanti ruoli istituzionali. La povertà e una politica di polizia molto dura contribuirono al resto. Anche stavolta, il governo centrale soffocò la rivolta e riportò, almeno apparentemente, la situazione alla normalità.

Così non fu, in effetti, dato che seguì la rivoluzione del 1848, riconosciuta come la prima d’Europa nel contesto di quei moti rivoluzionari al quale si diede il nome di primavera dei popoli.

Il Parlamento venne ripristinato e il governo affidato a Ruggero Settimo, ammiraglio della flotta borbonica che però, in quanto palermitano, aveva avuto sempre a cuore la causa della sua terra. In questo periodo, venne proclamata la (ri)nascita del Regno di Sicilia. In rispetto della tradizione, il Parlamento scelse il suo re e lo fece nella persona di Ferdinando Alberto Amedeo di Savoia, che però rifiutò la corona.
A settembre 1848 si scrisse una delle pagine più buie di questa rivoluzione, con l’assedio e il bombardamento di Messina, capeggiato da Carlo Filangieri. Lo stesso duca di Satriano, a seguito di svariati eventi, riconquistò Palermo nel 1849, mettendo fine all’ultima esperienza indipendentista siciliana.

Questi sono i fatti storici, di fronte ai quali non è poi così difficile comprendere le ragioni dei siciliani.

I siciliani vissero con grande insofferenza il periodo del Regno delle Due Sicilie. Con un colpo solo, la monarchia borbonica aveva effettivamente cancellato secoli di storia e ridotto l’orgoglioso regno a un’appendice di quello napoletano.L’affermazione della mia amica non mi suona più così assurda. Quello siciliano, è solo un esempio, ma è sintomatico del fatto che una lettura relativista della storia è sempre necessaria. Solamente avendo presenti i vari punti di vista è possibile gettare luce sulla verità, e ricostruire il periodo antecedente all’Unità d’Italia nel modo più attinente alla realtà possibile.

fonte

https://corriereborbonico.com/i-siciliani-e-la-visione-critica-del-periodo-duosiciliano/

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