Alta Terra di Lavoro

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I tragici fatti di Itri, del 1911, e gli errori di G. Antonio Stella di Alfredo Saccoccio

Posted by on Lug 30, 2021

I tragici fatti di Itri, del 1911, e gli errori di G. Antonio Stella di Alfredo Saccoccio

   Il “Corriere della Sera” del 7 luglio 2011  pubblicò un pezzo a firma del noto editorialista  Gian Antonio Stella, contenente  molte inesattezze  sui sanguinosi fatti  di Itri, che tanta eco ebbero in Italia, conseguenza di uno stato  intollerabile di cose, dovuto al contegno dell’elemento sardo, che, da parecchio tempo,  per i lavori della direttissima Roma-Napoli, risiedeva nella cittadina aurunca. Questi operai isolani, indisciplinati, spavaldi ed arroganti,  rifiuto della loro terra  pur così fertile di anime  buone  e di forti intelligenze,  vollero nel paese altrui  esserne padroni e anziché mostrarsi  grati verso coloro che gentilmente  li ospitavano, assunsero l’atteggiamento di conquistatori.

   Dall’epoca del loro arrivo, essi si resero protagonisti di continue rapine e di furti di bestiame, persino di galline, per affermare la loro superiorità.  Spesso ad Itri, nel 1911, avvenivano attentati con la dinamite  alle case, alcune delle quali  furono scassinate. Gli attentati avvenivano continuamente. Lo dice il caporale dei Regi Carabinieri, Mignone, nell’udienza del 26 febbraio 1914. Dinamite reperibile solo nei cantieri,  che costituivano  per i minatori sardi il fastigio  della potenza con cui affermare la loro superiorità  di fronte al paese che li ospitava, di fronte  ai tranquilli e laboriosi cittadini itrani. Alcuni di essi delimquono con una volontà rara: tre sardi scannarono e derubarono il carrettiere Michele  Di Biase, un itrano universalmente  stimato, padre di numerosa prole. Altri ferirono  il contadino Antonio Del Bove, altri ancora  dettero a due creaturine innocenti delle pasticche di sublimato,  perché le ingoiassero  come zuccherini. Mani sacrileghe sarde derubarono il santuario della Madonna della Civita.

   La causa scatenante, un fatto che esacerbò l’intera cittadinanza fu poi  che una donna itrana, in aperta campagna,  fu violentata da cinque o sei sardi che avevano legato il marito ad un albero. La narratrice nuorese Grazia Deledda, Premio Nobel per la letteratura nel 1926, scaglia, nelle sue opere,  pugnalate contro i costumi dei suoi corregionali.  Ella, che contribuì alla conoscenza della Sardegna, gettando una luce particolare su un’isola arcaica  e nel contempo misteriosa, con uomini  piegati dalla sorte  come “canne al vento”, è di una crudeltà  e di una ferocia zoliana contro i sardi, di cui sciorina al sole, con spietatezza, direi con gusto matto, la miseria morale e la natura portata alla violenza. Siamo a soli due anni dai fatti di Itri.

   Tralascio le considerazioni di Cicerone, che tacciava i sardi di allora di “ladroni vestiti di pelliccia”,  di Strabone, di Lamarmora, di Joseph De Maistre, responsabile della cancelleria sabauda e dello scienziato francese Elisée Reclus, che deplorava come vergogna europea la condizione “leggendaria”  della Sardegna. Per Gian Antonio Stella  l’origine del dissidio tra la popolazione itrana e i sardi che lavoravano alla costruzione della ferrovia sarebbe dovuto al fatto che questi si sarebbero rifiutati di pagare la tangente alla camorra che regnava in Terra di Lavoro, di cui Itri ha fatto parte fino al 1927. Tutto ciò è diffamante. Da quale elemento egli ricavò questo affare del pizzo camorristico preteso dagli operai sardi ? Della camorra ad Itri non esisteva traccia  di sorta, come testimoniò l’inchiesta fatta dai sardi, per cui l’asserzione diffamatoria è del tutto gratuita, senza alcun riscontro. Chi parla di camorra per la vicenda itrana, non adduce la mimima prova. Prima di lanciare una tale accusa, lo Stella avrebbe dovuto assicurarsi da quale regione e da quale scuola era venuta l’impresa appaltatrice Spadari Salvatore, che sottopagava gli operai sardi e non, i quali vivevano in modo promiscuo, in baracche malsane. L’editorialista del “Corriere della Sera”  poi largheggiò sui morti e sui feriti. I dati ufficiali  dicono tre morti, tre feriti  molto gravi,  più una ventina leggeri, invece della decina di morti e dei moltissimi feriti riportati dallo stesso nella sua prefazione al saggio  di Antonio Budruni, dal titolo “I giorni del massacro. Itri 1911: la camorra contro gli operai sardi” (Carlo Delfino Editore, pp. 144, euro 15,90).

   Per i giornali di Roma e di Napoli, gli itrani, in aiuto dei quali si unirono  altri operai dei paesi limitrofi, vittime di varie rappresaglie, uccisero “per legittima difesa”. E fu  una sorta  di Vespri Siciliani, in difesa della vita,  dell’onore, della proprietà.  Gian Antonio Stella sosteneva la ripetitività  di alcuni mali che ci affliggono  facendo  analogie con gli episodi di Castel Volturno e di Rosarno.  La rivolta in Itri fu, invece, “lo scoppio della legittima difesa privata dopo un lungo periodo di compressione  morale, in un momento di pericolo, derivante dalla mancanza  di difesa da parte della forza pubblica”, che poteva contare su pochssimi effettivi. Compressione morale,  pericolo imminente”. Il 27 ottobre  1910 è una data da ricordare per la tragedia di Itri.  E’ la data del primo allarme  che l’autorità locale, il sindaco Gennaro Burali D’Arezzo ( e non  Gennaro D’Arezzo  come riportato dallo Stella) fa giungere al sottoprefetto di Formia. Egli denunzia appunto quello stato di compressione morale, di cui parlò il prof. Pietro Fedele, storico medioevalista, a proposito di un caso di violenza specifico, esercitata  sulle autorità e sulla forza pubblica da parte di un consistente nucleo di sardi, i quali pretesero, a dispetto dei regolamenti, dell’igiene, della prudenza  e delle disposizioni impartite dalle competenti autorità, che si rendessero solenni onoranze funebri, in chiesa e per le vie, alla salma di un disgraziato operaio morto di malattia infettiva  e contagiosa. Il 14 marzo 1911 il sindaco si rivolge  al prefetto della provincia di Terra di Lavoro denunziando quello stato di compressione  morale in genere e poi  una serie di aggressioni e di provocazioni. Il primo cittadino itrano  scrive ancora l’8 maggio  dello stesso anno un altro rapporto al prefetto , in cui dice  che ormai i fatti  si ripetevano frequentemente. I sardi continuavano  nelle loro gesta contro le donne e contro gli averi degli itrani. Nella criminosa indifferenza  dei governanti, sordi  alle continue richieste di intervento (il Ministro  dell’Interno, On. Giolitti, non istituì alcuna delegazione distaccata ad Itri né inviò alcun funzionario di P: S.) , allora, gli itrani, esasperati ed impauriti dal pericolo incombente,  suonarono le campane in difesa della vita. Fischiò per le vie cittadine il vento dell’ira repressa per mesi, facendo tabula rasa di tutti i poteri inibitorii. La folla non sa, la folla  in delirio è cieca, lanciata a colpire, a ferire, a liberare il paese dal terrore  e dall’obbrobrio.  La folla è come l’onda, cieca e mobile come l’onda. Bastano delle nuvolette  nel cielo per farla infuriare. Non è delinquente perché, per essere delinquente, dovrebbe essere responsabile e per essere responsabile  dovrebbe avere coscienza. Ora dov’è la coscienza della folla?  

  Rammentiamo che  il processo, trasferito, per legittima suspicione, dal Tribunale di Cassino  a quello di Napoli,  andò avanti, presso la Corte d’Assise del capoluogo campano,  dal dicembre del 1913 al  al 28 maggio 1914 . “I giurati – come sostenuto dall’avv. Angelo de  Stefamo – respinsero ogni ipotesi di responsabilità per tutti e trentatré  i giudicabili e li mandarono assolti, mentre nove contumaci erano stati condannati, il primo giorno del dibattimento, ciascuno a 30 anni di reclusione”. Circa trecento furono i testimoni. Le deposizioni più importanti e decisive furono quelle di Pietro Fedele, dell’Università di Torino, del Vicario, Mons. Fedele, del Cav. Paone, del notaio Pennacchia, dei Cavalieri Bonelli ed Amante.

Alfredo Saccoccio 

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