Idola temporis, lenti deformanti della conoscenza
Gianandrea de Antonellis
Tutto ciò che è “moderno” è “bello”? Siamo sicuri che le nostre categorie mentali siano le migliori e, soprattutto, che ci possano permettere di comprendere il passato?
«Moderno è meglio». Tale visione è purtroppo connaturata allo studioso “moderno”[1], intendendo con tale termine il riferimento alla visione antropocentrismo che dal XV secolo ha sostituito la visione teocentrica del mondo medioevale. Il filosofo del diritto Francisco Elías de Tejada individua più precisamente il passaggio alla modernità nelle cinque successive fratture dell’ordine cristiano medioevale: teologica (con Lutero), etica (con Machiavelli), politica (con Bodin), filosofico-giuridica (con la secolarizzazione del tomismo da parte di Grozio e del volontarismo di Hobbes), istituzionale (con i trattati di Westfalia)[2].
Il nostro tempo, infarcito di pregiudizi democratici ed egualitari (se non egualitaristi), riesce con difficoltà a comprendere le logiche che sottostanno alle scelte compiute negli aristocratici e gerarchici secoli precedenti.
Per superare tale distorsione, cui vanno soggetti molti storici del diritto, portati a interpretare gli avvenimenti passati alla luce – deformante – della Weltanschauung moderna, proporrei di aggiungere ai quattro classici idola indicati da Francesco Bacone – idola tribus, specus, fori, theatri – un’altra categoria: gli idola temporis.
Forse, però, non a tutti è nota la distinzione attuata da Francesco Bacone nel suo Novum Organum (1620). Il filosofo, giurista ed epistemologo inglese distingue quattro tipi di idòla, lenti deformanti della conoscenza:
Specus: percorso conoscitivo personale
Tribus: pregiudizi sociali
Fori: linguaggio
Theatri: dottrine filosofiche del passato
Gli idola specus[3], ossia «della caverna», costituiscono un fortissimo richiamo alla filosofia platonica e al suo mito della caverna, ma in tono negativo. Qui per Bacone la caverna è la mente di ciascuno di noi, che rifrange ed altera il lume della natura: questi infatti sono pregiudizi che appartengono al nostro inconscio, propri di ciascun individuo, dipendenti dalla sua educazione, dal suo stato sociale, dalle sue abitudini e da casi fortuiti. Tutti siamo portati a proiettare all’interno e negli altri noi stessi, e forzare la realtà in una personale direzione.
Gli idola tribus[4] sono i pregiudizi della tribù (intesa come società), connaturati nella mente di tutta la specie: li possiede ogni uomo. Il più noto degli idola tribus è quello della fallibilità dei sensi: l’uomo dà troppa importanza all’esperienza sensibile, ed è convinto che questa non possa ingannarlo..
Gli idola fori[5], ossia «della piazza», sono dovuti al linguaggio e alla sua fallacità, ai suoi equivoci; molte parole non hanno significato, non corrispondono a nulla di reale (quasi tutte quelle usate dai filosofi), altre ne hanno molteplici, corrispondono a molte cose. Fonti degli idola fori sono, infatti, quei termini che, diffusi da false teorie, non colgono alcun significato preciso («fortuna», «elemento del fuoco», «primo immobile», «orbite dei pianeti») o che descrivono cose che esistono, ma che nella realtà sono confuse e male determinate: è questo il caso di parole che descrivono qualità («poroso», «grave», «denso», «leggero») e azioni («generare», «corrompere»).
Gli idola theatri[6] sono quei pregiudizi che derivano dalle dottrine filosofiche del passato, paragonate a mondi fittizi o a scene teatrali, simbolo della forte critica che Bacone rivolge alle differenti scuole filosofiche assimilandole a favole o sceneggiate. In particolare, Bacone distingue tre specie di false filosofie: l’empirica, la sofistica e la superstiziosa. Della filosofia empirica i maggiori esempi sono Gilbert e gli alchimisti, che pretendono di spiegare la realtà con pochi esperimenti, seppur curati; al genere sofistico appartiene la filosofia di Aristotele, che Bacone criticò aspramente in quanto cercò di dare più una descrizione astratta delle cose che andare alla ricerca della loro vera realtà. La filosofia superstiziosa, infine, è quella che si fonde con la teologia, come accade con la filosofia pitagorica e platonica.
Ad essi si possono affiancare gli idola temporis, che a differenza degli idola theatri, lenti deformanti derivate dalle dottrine filosofiche del passato, provengono dal pregiudizio, tipicamente moderno, che tende ad interpretare tutto – compresi i fatti (e quindi il diritto) del passato – alla luce della mentalità contemporanea. Eppure dovrebbe essere palese che le mentalità dei nostri progenitori vissuti all’epoca dell’Impero romano o di quello ispanico differivano enormemente rispetto alla nostra e che è del tutto incongruo pretendere che quest’ultima costituisca la pietra di paragone con la quale vagliare la maggiore o minore bontà di ogni scelta effettuata in passato alla luce di quanto avverrebbe presumibilmente ai nostri giorni[7].
Scrive sull’argomento un noto medievista francese:
Qualsiasi giudizio sul passato basato sul metro delle conoscenze attuali non può essere che anacronistico. Non è questo il modo di fare storia. Non si può comprendere – e tanto meno giudicare – il passato, specialmente il passato remoto, sulla base delle sensibilità, dei valori e delle certezze del tempo presente. Nel campo della storia intellettuale e culturale, lo “scientificamente corretto” non è solo detestabile, ma anche fonte di un gran numero di confusioni, sviste e assurdità.[8]
Eppure quante volte abbiano sentito esclamare «roba da medioevo!» anche da parte di persone la cui cultura dovrebbe spingere a riflettere maggiormente sull’uso improprio di certi termini. Tale icastica affermazione definisce qualcosa non solo di obsoleto, di non adatto ai nostri tempi, bensì addirittura di sbagliato, d’inesatto, di realizzato male. Sia esso uno strumento tecnico oppure un concetto filosofico o giuridico.
Anche se non lo vogliamo – rectius, anche se non ce ne accorgiamo – una serie di pregiudizi (nel senso etimologico di giudizi aprioristici: pre-giudizi) si è sedimentata nel corso degli anni all’interno della nostra cultura, del nostro modo di pensare e siamo portati ad utilizzare alcuni termini al di fuori del loro reale valore semantico, bensì ampliandone – quasi sempre erroneamente – il significato. Pregiudizi che posso essere negativi (accade con i termini medioevale, feudale o, per giungere a tempi più recenti, fascista) oppure positivi (come si verifica con i termini moderno, rivoluzionario e democratico).
Poco importa che i termini, presi di per sé, abbiano un significato del tutto diverso da quello che siamo soliti associare a loro.
Da: Lezioni di Metodologie e Tecnologie didattiche delle Scienze Giuridiche, a cura di Francesco Petrillo, Maggioli, S. Arcangelo (Rimini) 2019
[1] Con tale termine, usato in senso filosofico e non tecnico, indico il pensiero filosoficamente successivo al superamento (o meglio all’abbandono) del tomismo. Sul concetto di modernità in senso assiologico e non cronologico, cfr. Giovanni Turco, Protestantesimo e modernità. Soggettivismo religioso e soggettivismo politico nell’analisi di Balmes, de Maistre e Taparelli, in «Espíritu. Cuadernos del Instituto Filosófico de Balmesiana», LX (2011), n. 142, p. 311-377.
[2] Francisco Elías de Tejada, Europa, tradizione, libertà. Saggi di filosofia della politica, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2005, p. 43.
[3] «Idola specus sunt idola hominis individui. Habet enim unusquisque (praeter aberrationes naturae humanae in genere) specum sive cavernam quandam individuam, quae lumen naturae frangit et corrumpit: vel propter naturam cujusque propriam et singularem; vel propter educationem et conversationem cum aliis; vel propter lectionem librorum, et authoritates eorum quos quisque colit et miratur; vel propter differentias impressionum, prout occurrunt in animo praeoccupato et praedisposito, aut in animo aequo et sedato, vel ejusmodi: ut plane spiritus humanus (prout disponitur in hominibus singulis) sit res varia, et omnino perturbata, et quasi fortuita. Unde bene Heraclitus, “homines scientias quaerere in minoribus mundis, et non in majore sive communi”». Francesco Bacone, Novum Organon, l. 1, XLII.
[4] «Idola tribus sunt fundata in ipsa natura humana, atque in ipsa tribu seu gente hominum. Falso enim asseritur, sensum humanum esse mensuram rerum; quin contra, omnes perceptiones, tam sensus quam mentis, sunt ex analogia hominis, non ex analogia universi. Estque intellectus humanus instar speculi inaequalis ad radios rerum, qui suam naturam naturae rerum immiscet, eamque distorquet et inficit». Ivi, XLI.
[5] «Sunt etiam idola tanquam ex contractu et societate humani generis ad invicem, quae idola fori, propter hominum commercium et consortium, appellamus. Homines enim per sermones sociantur; at verba ex captu vulgi imponuntur. Itaque mala et inepta verborum impositio miris modis intellectum obsidet. Neque definitiones aut explicationes, quibus homines docti se munire et vindicare in nonnullis consueverunt, rem ullo modo restituunt. Sed verba plane vim faciunt intellectui, et omnia turbant; et homines ad inanes et innumeras controversias et commenta deducunt». Ivi, XLIII.
[6] «Sunt denique idola, quae immigrarunt in animos hominum ex diversis dogmatibus philosophiarum, ac etiam ex perversis legibus demonstrationum; quae idola theatri nominamus; quia quot philosophiae receptae aut inventae sunt, tot fabulas productas et actas censemus, quae mundos effecerunt fictitios et scenicos. Neque de his quae jam habentur, aut etiam de veteribus philosophiis et sectis tantum loquimur, cum complures aliae ejusmodi fabulae componi et concinnari possint; quandoquidem errorum prorsus diversorum causae sint nihilominus fere communes. Neque rursus de philosophiis universalibus tantum hoc intelligimus, sed etiam de principiis et axiomatibus compluribus scientiarum, quae ex traditione et fide et neglectu invaluerunt. Verum de singulis istis generibus idolorum, fusius et distinctius dicendum est, ut intellectui humano cautum sit». Ivi, XLIV.
[7] È l’errore, ad esempio, degli studiosi di formazione marxista che pretendono di ridurre ogni decisione umana a mere questioni economiche. «Le ragioni che può avere un uomo per abominarne un altro, o per amarlo, sono infinite: [il marxista] Moon riduceva la storia universale a un sordido conflitto economico. Affermava che la rivoluzione è destinata a trionfare. Gli dissi che ad un gentleman non possono che interessare le cause perdute…». Jorge Luis Borges, La forma della spada (da Finzioni).
[8] Michel Pastoureau, Bestiari del Medioevo, Einaudi, Torino 2012, p. 50, 52. A proposito di quanto affermato da Pastoureau, commenta uno studioso italiano: «Cresciuto alla scuola storica francese, figlia delle Annales dei Bloch e dei Le Goff, Pastoureau mette in guardia da un approccio positivistico scientista, supponente e falsamente razionalista ai bestiari medievali. […] Dietro le “favole” sugli animali, reali o fantastici, dei cosiddetti “secoli bui”, c’era l’opera intellettuale di uomini colti, profondi e innamorati conoscitori non solo dei testi sacri ma anche dei classici pagani, che attraverso l’allegoria e la simbologia animale istruivano e catechizzavano i fedeli, influenzavano i costumi e costruivano programmi politici. Nulla d’ingenuo, ma, semmai, la sapiente costruzione di quella che oggi chiameremmo una “narrativa” culturale e ideologica». Francesco Mastromatteo, I bestiari medievali: la simbologia animale secondo Pastoureau, in http://www.storia medievale.net/pre-testi/index.htm [16.08.2017].


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