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IL 1799 Ideali ed eventi nel Salernitano (III) intervento di Romeo De Maio

Posted by on Lug 6, 2022

IL 1799 Ideali ed eventi nel Salernitano (III) intervento di Romeo De Maio

RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONE NAPOLETANE DEL 1799

Voglio parlare di un sogno: il sogno democratico dei rivoluzionari. In più voglio parlare della controrivoluzione, indicare come quel sogno è stato realizzato soprattutto con la controrivoluzione, che è controrivoluzione di popolo. Se pensiamo che sono passate otto generazioni di pensatori sull’evento della Repubblica napoletana, e ancora oggi non abbiamo la definizione, l’immagine compiuta di quello che è successo, ciò significa che probabilmente non è stato solo un evento, ma un fenomeno storiografico.

Fino ad oggi il più grande storico della rivoluzione francese che si chiama Michel Vovelle, e la grande storica della Repubblica napoletana del ’99, che si chiama Anna Maria Rao, sono concordi nel dire che la rivoluzione napoletana del ’99 non è figlia della rivoluzione francese, non è ad essa connessa né ideologicamente, né politica­mente, né nelle sue vicende. Dice Vovelle, che è un grande storico, un uomo di grande pensiero, un uomo che ha dedicato la vita a queste indagini, che la repubblica napoletana del ’99 è un unicum come rivoluzione. Nasce come rivoluzione giacobina e diventa rivoluzione di un popolo. In questo senso le emozioni che sentiva il Sindaco sono condivisibili, perché egli vuole mettere l’accento sul popolo piuttosto che su quelli che noi sentiamo sempre chiamare eroi e che sentendosi chiamare così avrebbero sorriso. Per loro era la normalità l’azione in cui credevano e in cui si erano impegnati. In che senso si parla di “sogno” della rivoluzione del ’99? Era il sogno di uno stato normale, era il sogno di uno stato di diritto. Stato di diritto significa che essi avevano nel loro sogno due cose in modo particolare. La prima cosa era l’articolo 16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, dove si stabiliva che senza la costituzione, cioè senza il riconoscimento dei diritti individuali alla libertà pubblica, non si potesse parlare di stato di diritto. Il loro secondo sogno era uno stato che rispondesse a due culture particolari che erano tipiche del Regno di Napoli: la cultura e la tradizione giuridica, soprattutto illuminista, e la cultura sociale, che significava che questo stato nel punto in cui si trovava non corrispondeva ai concetti né di giustizia, né tantomeno di fraternità.

Questo era un sogno. Per realizzarlo, loro avrebbero avuto bisogno della cosiddetta rivoluzione, oltre che politica, sociale. Per fare una rivoluzione ci vogliono soldi sterminati. Questo non ce lo ha indicato soltanto Lenin, ma lo sappiamo dalle storie di ogni rivoluzione. Ci vogliono gli appoggi esterni e ci vogliono i soldi. Il Re aveva preso tutti i soldi dello Stato e dei privati e li aveva portati a Palermo. Si trovarono, quindi, costoro a dover amministrare uno Stato che non aveva la possibilità e l’autonomia di vivere. Ma non è qui il punto. Se vogliamo capire perché mai la rivoluzione di un gruppo di repubblicani divenga rivoluzione di popolo, dobbiamo vedere che cosa ci sia sullo sfondo.

La prima cosa, messa bene in evidenza dal Cardinale Ruffo quando parlava al popolo calabrese, è che il Papa è stato fatto prigioniero da un esercito che ha occupato Roma, l’ha preso e l’ha portato in Francia. E questo Papa, per gli stenti, dopo poco morirà. In ogni proclama di questo cardinale c’è sempre questo: “Italiani, sono venuti a prendersi il Papa!”.

Questo oggi non ci fa una grande impressione, ma dobbiamo pensare cosa significasse questo due secoli prima.

La seconda cosa: a Napoli c’è l’esercito di occupazione. Un esercito di occupazione perché il Re aveva dichiarato guerra alla Francia, la Francia vince la guerra ed entra a Napoli. Entra a Napoli, entra in Puglia, entra in Abruzzo, entra in Lucania, entra in Calabria e in tutta la Campania.

Davanti all’esercito di occupazione la reazione qual è? O è quella di tacere oppure quella di ribellarsi. Nei primi due giorni in cui l’esercito francese ha tentato di entrare a Napoli, venticinquemila napoletani sono stati uccisi. Nasce in Europa un fenomeno che si chiama Resistenza. Questa è resistenza popolare. (Quando ero ragazzo ho visto in parte, guardando cosa succedeva a Napoli durante le famose “giornate”, che cos’è la resistenza di un popolo contro un esercito occupante). Allora, per la prima volta in Europa, in anticipo di circa dieci anni sulla seconda resistenza, che è quella spagnola, fatta anche essa all’esercito francese, ci troviamo con dei termini che non corrispondono più alla semplice reazione antigiacobina. I giacobini venivano visti come fautori dell’esercito francese. Ma bisogna pensare, e questa è la tragedia, che i francesi odiavano i giacobini. I francesi detestavano il governo repubblicano. Questi non sono solo i francesi dei primi cinque anni della rivoluzione, ma sono anche quelli del Direttorio, della post-rivoluzione, sono quelli che in Francia, se sanno che qualcuno è giacobino lo perseguitano. Figuratevi a Napoli. E con un governo che non ha i soldi per pagare il proprio esercito, l’esercito occupante lo deve pagare tre volte di più.

Quando oggi si discute sulla rivoluzione napoletana del ’99, si tende a spartire i territori. Da una parte ci sono gli eroi, dall’altra c’è un popolo inconsapevole, ignaro di quale messaggio questi avessero portato, ma non è così. Chi è stato il primo, ma in una maniera profondissima, a capire che le cose non stanno così? È stato Mazzini. Recente­ mente è stato trovato un manoscritto sulle sue riflessioni intorno alla rivoluzione napoletana del 99, in cui Mazzini dice che con la controrivoluzione napoletana nasce il popolo politico in Europa, perché il fatto che il popolo non si schieri contro i francesi perché il Re ritorni, ma perché loro occupano un territorio che si chiama Patria è cosa nuovissima, perché in Francia non c’era stata l’occupazione straniera del territorio nella rivoluzione del 1789, quindi di dieci anni prima.        

Questo è fondamentale. Se prescindessimo da questo non si riuscirebbe a capire più nulla, e una delle grandi vittime di questa incomprensione sarebbe il cardinale Ruffo, cioè colui che ha guidato l’armata. Ci sarebbe anche da fare il ragionamento sulla natura stessa dell’armata, perché secondo la leggenda nera, essa era un’accozzaglia di detenuti, di ergastolani. Se gli ergastolani a Napoli erano tanti da costituire addirittura un esercito, a me pare che siamo contro ogni immagine possibile.

C’erano gli ergastolani, c’erano i detenuti che preferi­vano combattere in prima linea anziché rimanere in carcere, ma se questa realtà non fosse inquadrata poi nella composizione dell’esercito sanfedista, evidentemente ancora una volta avremmo una falsa immagine.

Era un esercito regolare, un esercito internazionale, come lo è stato poi nella guerra civile spagnola. C’erano corpi di armata inglesi, turchi, russi, austriaci, che non erano volontari, ma regolari, che erano politicamente alleati con il Re, con i Borboni.

Bisogna pensare che quest’esercito sanfedista era gui­dato da un uomo che aveva fatto dei grandi studi sull’arte 1nilitare, nel famoso collegio Clementino, uno dei più famosi d’Europa come impostazione critica degli studi. In secondo luogo Ruffo aveva l’abitudine non di parlare in nome del re, ma di rivolgersi direttamente al popolo e fargli capire che il territorio che egli intendeva liberare era il loro territorio. Era, cioè, un problema di patria, non di monarchia. I programmi di Ruffo sono estremamente interessanti in tal senso. Ma che faceva ancora? Man mano che l’esercito saliva, alle spalle si effettuavano le riforme.

Io sono giacobino, ma come storico devo rimanere di­ stante da queste cose. Eppure i nemici più profondi di que­st’uomo erano i baroni: il cardinale, infatti, immediatamente faceva riforme fiscali e agrarie. Alle spalle egli si lasciava, cioè, delle popolazioni contente e convinte. L’arruolamento dell’esercito da parte del Ruffo non era un arruolamento caotico; era disciplinato e selezionato, ma vi sottostava una mentalità nuova. Il popolo cominciò a sentirsi protagonista. Quando si dice che a San Severo, ad Altamura, nel Vallo di Diano o a Napoli vi sono state stragi, dobbiamo immaginare che erano stragi fatte da un popolo che si sentiva cal­pestato nei propri diritti da un esercito straniero sul territorio e da coloro che il popolo stesso pensava lo de­ tenesse. Non sapevano nulla dell’odio della Francia. I giacobini e, in particolare, la grande mente della rivoluzione, Eleonora de Fonseca Pimentel ed il suo giornale neppure potevano parlar male della Francia; ciò avrebbe significato che l’occupazione si sarebbe trasfor­mata in tirannia ed il progetto di un nuovo stato sarebbe fallito. Prima di dire altro vorrei ricordare una cosa fonda­mentale.

Credo che sia giusto chiamare eroi coloro che sono morti per la rivoluzione del ’99. L’eroismo è venuto soprattutto nel mese di maggio, quando hanno avuto la consapevolezza che la repubblica sarebbe caduta, perché l’esercito francese cominciava ad andarsene e non vi era più possibilità di una difesa fisica. Invece di desistere, però, essi decidono di morire: la morte era importante perché altrimenti il progetto che avevano non avrebbe avuto una sanzione morale. Hanno preparato i progetti, hanno fatto la riforma e poi sono andati a morire. Ma il cardinale Ruffo non li voleva morti. Questi uomini, questi spiriti molto ardenti, giovani e meno giovani, queste menti intelligenti, molto consapevoli e molto etiche Ruffo non avrebbe voluto perderli. E comincia la tragedia di questo cardinale: dopo aver vinto la guerra si è visto tradito, ha fatto i patti, gli ha dato l’onore delle armi, ha rispettato i vinti che stavano per andarsene in esilio.

Il Nelson, allora, richiama le navi e inizia quella che abitualmente si chiama strage. Certo, se si pensa che le con danne eseguite furono soltanto 77, non è proprio una grande strage. Il grosso problema, invece, è quello dei processi, che furono 8500. E più grave ancora è che i Borboni abbiano distrutto tutti gli atti dei processi: Solo sei ne sono rimasti.

Da parte dei Borboni, cioè, vi è stata mancanza di quel giudizio e criterio politico che invece aveva Ruffo. Ruffo, alla fine, è stato schiacciato, se n’è andato. Voglio dire que­sto sempre per tenere chiaro lo sfondo dei fatti. Ho detto che la controrivoluzione diventa una sorta di controrivolu­zione “rivoluzionaria”. Ho ricordato Mazzini, ma ecco come comincia il grande giudizio sulla rivoluzione napole­tana del ’99.

In casa Manzoni, la madre del quale come sappiamo te­neva uno speciale salotto, si cominciò a discutere della rivo­luzione napoletana. Ed il salotto era frequentato da molti letterati ed artisti, fra cui Vincenzo Cuoco, colui che ha scritto il primo Saggio sulla rivoluzione napoletana del ’99. Si tratta di un saggio equilibrato, che oggi viene ridiscusso, che ha introdotto il concetto di rivoluzione passiva, perché egli prescindeva dalla controrivoluzione come azione rivo­luzionaria di un popolo. È un saggio che naturalmente oggi non può essere più sostenuto nei termini in cui è stato po­sto; tuttavia ebbe il merito di aprire la discussione in Europa. Ogni qualvolta in uno stato si parlava di risorgimento, si prendeva come punto di partenza il Saggio sulla rivoluzione del ’99 del Cuoco. In casa Manzoni si di­scu­­­­­teva, dunque, intorno a questo testo e Manzoni nasce poeta a causa della rivoluzione napoletana. A 14 anni egli scrive il terzo canto di un poema che si chiama il Trionfo della libertà. Il terzo canto è tutto sulla rivolu­zione del ’99. Questo poema va nelle mani di Napoleone e anche nelle mani di Vincenzo Monti che scrive un altro poema: “I presocratici”, un’idea legata alla vicinanza alla Calabria, e celebra i caduti del 99. Paisiello lo mette in musica. La prima volta è stato dato davanti a Napoleone; quando poi suo fratello Giuseppe è venuto a Napoli è stato ripetuto e questo poema è divenuto popolare.

Si comincia così. Foscolo, informato delle disquisizioni in casa Manzoni, scrive due saggi sul ’99, ma il popolo non c’entra ancora. Dobbiamo aspettare Filippo Buonarroti, discendente di Michelangelo. Filippo, richiamandosi alla rivoluzione del ’99, afferma che la controrivoluzione non fu una rivoluzione in senso conservativo ma innovativo. Dati i rapporti personali esistenti fra il Mazzini e il Buonarroti, il giovane Mazzini inizia anch’egli a riflettere sulla rivoluzione del ’99. In un saggio di trenta pagine troviamo trecento volte la parola «popolo» (per cui sarebbe da analizzare il cosiddetto lessico della Rivoluzione, cioè le parole chiave). Volendo fare un confronto, prendiamo il cosiddetto Cate­chismo Repubblicano, che viene attribuito ad un vescovo. In realtà non era suo, ma egli lo fece proprio. Abbiamo poi un Catechismo Monarchico, scritto da un altro vescovo, il Torrusio. In ultimo prendiamo il saggio di Mazzini. In questi tre scritti, esaminiamo la parola popolo. Il Catechi­smo Repubblicano comincia chiedendosi chi è il popolo. Che vuol dire: dove risiede la sovranità? La sovranità è nel popolo. E in tal senso si spiega per pagine infinite. Il Catechismo Monarchico, invece, comincia chiedendosi chi è il re.

Dov’è la sovranità? Direttamente datagli da Dio, è nel re stesso.

Sono due civiltà, due epoche che si confrontano.

Prendiamo, poi, Mazzini, che si chiede chi è il popolo. Il popolo è l’unione di cittadini che ha il senso e l’amore della Patria, che è il loro territorio, nel quale si è sviluppata l’esperienza di una comunità. E il Mazzini celebra proprio l’evento del ’99. Io ho citato solo tre documenti, ma potremmo prendere i cinque giornali di Napoli e scoprire chi è il popolo per loro. Oppure vedere il carteggio della Regina Carolina con il cardinale Ruffo. Per la regina si tratta di trovare gli strumenti affinché il popolo ubbidisca soltanto e non ragioni; Ruffo vuole un popolo pensante. Queste sono le necessità che lo storico deve evidenziare. Lo storico non può essere perciò di parte; questa è filologia, è l’indagine lessicale che bisogna compiere sugli eventi.

Vorrei richiamare ancora un aspetto fondamentale: la grande paura. Come cioè si sono comportati i contadini, gli ecclesiastici e gli altri ceti nel ’99?

I contadini non credevano a nessuno: coloro che erano padroni erano nemici. Quanto ad essi valeva l’idea di Cuoco sulla rivoluzione passiva. Ma quando il cardinale Ruffo coi fatti ha cominciato a fare delle riforme e a dimo­strare che in modo particolare il feudalesimo sarebbe stato abbattuto, allora i contadini diventano anche parte attiva nella controrivoluzione. Qui non c’era un clero che li aizzava. Il clero, invece è stato passivo, da una parte e dall’altra. Soprattutto sono stati passivi i professori di semi­na­ri, i parroci. Poi c’era il clero essenzialmente miserevole, quasi pezzente che era sempre con i contadini.

Quando ha cominciato a nascere questo spirito sociopolitico, quando si è cominciato, cioè, a capire perché e come si dovesse stare da una parte e non dall’altra, anche i conta­ dini diciamo hanno cominciato a prendere coscienza. E questa era la prima volta nella storia dell’Italia meridionale. Non dimentichiamo, infatti, che ci sono state centinaia di migliaia di morti in tutto il regno. È stata una rivoluzione seria: neanche la rivoluzione francese aveva prodotto tanti morti in un regno di sei milioni e mezzo di abitanti. Io sto andando in giro in questi mesi nei vari paesi: a Mugnano del Cardinale vi sono stati trecento morti, un terzo della popolazione. E le cronache di questi paeselli, i diari dei   sol­dati, sono interessantissimi. Sono importanti anche gli archivi di famiglia, come la famiglia de Marinis di Genzano, uno dei cui figli di vent’anni è stato ucciso, inforcato a piazza Mercato.

E a proposito di piazza Mercato, voglio farvi capire come il popolo adesso ha un’altra coscienza. Quando si eseguivano le condanne, abitualmente il popolo applaudiva e gridava “viva il Re”. Erano momenti frenetici. Quando portarono questo ragazzo, su una sedia, visto che aveva tutte le ossa dislocate ed era quasi morente, insieme a D’Ercole, ex ministro della guerra, dovettero alzare le sedie e metterle vicino ad una corda. Il magistrato volle che le condanne fossero eseguite per exemplum, come si diceva allora. Erano già morti, ma il magistrato volle che si eseguissero lo stesso. Quel giorno morì moralmente la monarchia. Il popolo non applaudì. Quel 29 agosto del 1799 è stata la morte morale della monarchia.

L’altra evidenza fu che, quando ripresero il regno, la re­gina da una parte e una serie di vescovi dall’altra progetta­rono di costituire nuclei 1nissionari, fatti di monaci e preti, che andassero per tutto il regno per togliere dal cuore e dall’animo il veleno della “maledetta libertà”. Sono parole te­stuali prese dall’atto che sancisce la costituzione di questi nuclei che erano numerosissimi. Questi nuclei si sarebbero mantenuti coi beni e i soldi tolti ai condannati a morte e agli altri 8000 processati. Questo significa che nel mondo mo­derno anche la Chiesa stava morendo.

Era una grande occasione storica perduta dalla Chiesa, mentre nasceva il popolo politico.

Nasce la donna politica anche, tant’è vero che sono state due donne a guidare la rivoluzione: da una parte la regina Carolina, che poteva avere rancore quanto si vuole ma era assolutamente intelligente; dall’altra parte Eleonora Pimentel Fonseca. Lei guidava il Monitore. È la prima volta che una donna fonda e dirige un giornale politico; la prima volta che una donna, invitata a partecipare al governo, si rifiuta per poter vigilare sul suo operato e sulla reazione del popolo. Nasce, dunque, la donna politica, non soltanto perché le donne cadute furono tante. Sono stato di recente a Picerno, vicino Potenza, ed ho visto che in piazza vi sono grandi lastre di marmo, collocate per il primo centenario della rivoluzione, con i nomi di tanti caduti e tante donne.

Quando si metterà in ordine la riflessione sul ’99, si addiverrà, cioè, a questa conclusione: la corte, la monarchia, non può più contare sulla spontanea reazione del popolo. Ormai è necessario un consenso per convincimento.

Quali sono state le conseguenze della nascita del popolo politico? È un discorso che, dopo Mazzini, riprenderanno anche Pisacane, De Sanctis, il poeta Petofi in Ungheria, fino a Croce.

Anche se la posizione di Croce è superata, dobbiamo essergli grati, perché ci ha dato la possibilità di andare oltre. Nietzsche direbbe che questo è il momento della filologia matura. Significa che è il momento in cui la critica è poggiata sulla grande base documentaria.

Chiudo, richiamando la vostra attenzione soprattutto sulla Chiesa.

Noi storici siamo abituati a vedere come la Chiesa perda una serie di grandi occasione storiche: l’occasione di cam­­minare col mondo che da lei aspetta risposte che invece non vengono. Più che guardare avanti, la Chiesa si gira indietro, così come è stato nel ’99, volendo ricostruire un mondo che non c’è più. Ormai non esiste un popolo obbe­dienziale. Lo spirito non è più nutrito da quella cultura. E non solo i giacobini l’avevano capito, ma anche alcune per­sone di parte monarchica, come Ruffo, l’avevano capito.

Voglio chiudere, leggendo una frase di Cuoco: “Verrà la posterità e ci giudicherà”. Dice poi che il sacrificio dei caduti non è stato inutile. Ebbene noi siamo la posterità che li sta giudicando. Giudichiamo i caduti della repubblica, ma soprattutto del popolo. Grazie a loro la nostra testa può concepire pensieri normali, non abbiamo bisogno più di eroi ma di raccogliere il loro messaggio e creare uno stato che sia realmente di diritto; una democrazia non di riferi­mento ma di responsabilità.

Romeo De Maio
Università di Napoli

Rigraziamo il Prof. Fernando Di Mieri per averci dato l’onore di pubblicare un lavoro di grande spessore storico culturale e sempre più attuale, ringraziamo il Preside del Re Vincenzo Giannone che ha curato la trascrizione e l’impaginazione

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