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IL 1799 Ideali ed eventi nel Salernitano (VI) intervento di Massimo Mazzetti

Posted by on Lug 9, 2022

IL 1799 Ideali ed eventi nel Salernitano (VI) intervento di Massimo Mazzetti

L’ARMATA   CRISTIANA   E   REALE E LE UNIONI REALISTE NAPOLETANE

Devo dire che non sono un esperto del particolare pe­ riodo storico che stiamo trattando, anche se sotto certi aspetti riveste un interesse notevole perché è il primo caso di resistenza massiccia che i francesi incontrano da parte delle popolazioni nel periodo rivoluzionario.

Cercherò di spiegare approssimativamente come si sono svolti i fatti, di parlare di come era fatta l’armata cristiana e reale e di illu­strare queste unioni realiste napoletane di cui nessuno sa­peva nulla fino a che un giovane laureato, che occupandosi di storia militare era venuto da me, ha fatto questa ricerca e ha scoperto la relativa documentazione, che è veramente una cosa interessante ed assolutamente inedita. Cercheremo anche di fare un’analisi strutturale delle forze in campo da parte del movimento controrivoluzionario. Sarebbe interes­sante farlo anche per l’altra parte, ma siccome non esistono fonti, bisognerebbe andare a vedere posto per posto, il che complica molto le cose.

Bisogna dire che la resistenza all’invasione francese è una cosa che avviene assai prima che i francesi entrino a Napoli. Infatti in Abruzzo, i moti di resistenza iniziano quando ancora i francesi sono fuori di Napoli. Il fuciliere di montagna che poi diventerà famoso comandante della resi­stenza, Michele Pezza, in arte Fra’ Diavolo, ha già comin­ciato nella zona di Itri a opporsi ai francesi. Quando entrano a Napoli, questi lo fanno con un movimento già av­viato di resistenza popolare. Entrano a Napoli dopo tre giorni di violenti combattimenti, o meglio due di combatti mento e uno di repressione, contro la popolazione, che subisce fortissime perdite. È un effetto della disorganizzazione, anche perché chi doveva avere funzioni di guida, era spesso già passato al nemico. Bisognerà tenere presente anche il dato relativo alle perdite: le cifre variano da 3500 a 9000 morti. Mi voglio riferire alla cifra più bassa. In una città di quattrocentomila abitanti che perde quasi l’1% della popolazione, è chiaro che qualcuno si arrabbia. È chiaro che la presenza dei francesi a Napoli mostra fin dall’inizio un handicap pesante. Per quanto riguarda gli elementi suc­cessivi, (di Napoli città parleremo dopo) i punti di resi­stenza che si formano, sono sostanzialmente tre. Uno nella zona di Lecce, la cui vicenda ha del rocambolesco. Gli altri due sono la Calabria e la provincia meridionale di Salerno. Questi sono i centri di resistenza che si formano fin dall’inizio.

Parlavo della vicenda di Lecce. C’è un gruppo di ufficiali corsi, che dopo lo sbandamento dell’esercito, cercano di raggiungere la Sicilia. Uno di questi ufficiali viene scam­biato per il principe ereditario. Benché all’inizio cerchino disperatamente di dire che non è vero, si scontrano con la testardaggine altrui. Allora uno di questi ha una pensata geniale. Convince l’amico a presentarsi ed a comportarsi come principe ereditario e si fa accreditare come principe di Sassonia. Il falso principe, quindi, insieme a pochi altri parte per raggiungere la Sicilia, mentre lui e un altro uffi­ciale rimangono a dirigere l’insurrezione.

Intanto dalla Sicilia arriva in Calabria il cardinale Ruffo con altre sei persone. Egli non solo arriva in una situazione abbastanza definita, ma che addirittura era nota; perché si trattava della zona in cui la sua famiglia aveva forte peso.

Con il suo arrivo cominciano le famose concentrazioni. Ma anche qui, i famosi comuni repubblicani che sono presenti anche in Calabria si sciolgono come neve al sole. L’unica cosa che avviene è il combattimento di Rossano, voluto perché ci sono da 49 a 52 ufficiali francesi provenienti dall’Egitto, che organizzano la resistenza. Questa armata, di­ciamo così, comincia a marciare verso nord. Riceve come rinforzi una masnada di ergastolani graziati, a cui il cardi­nale manda il sostegno dei salernitani prima di andarsene per i fatti suoi a Matera, per prendere contatti con le forze pugliesi, che erano state sottoposte ad un’azione abbastanza pesante, perché una colonna giacobin-francese era calata sulla Puglia. Assistiamo, allora, all’incredibile scena del feudatario che va a sottomettere il feudo della sua famiglia, con il feudatario che parteggia per i repubblicani, mentre i poveri terrazzani di Andria per il re.

In questa vicenda muore molta gente. Non i 10000 del Monitore, ma migliaia sicuramente. I francesi poi saccheg­giano Trani e San Severo, arrivano tranquillamente fino a Bari e poi, battendo De Cesari, arrivano a Brindisi e tor­nano indietro. E in questo momento si assiste alla repubblicanizzazione della zona.

Mentre essi tornano indietro, sta arrivando invece il cardinale. È il 10 maggio, quando Altamura viene presa. Il cardinale dà tutto l’agio ai difensori di scappare. A questo punto succede una cosa significativa. Il 10 è lo stesso giorno in cui il grosso delle forze francesi esce dal regno di Napoli, perché richiamate. Eppure il cardinale ad Altamura si ferma una decina di giorni. Manda avanti De Cesari con la cavalleria. E qui avviene un colpo di fortuna, perché compare il cavaliere Micheroux. Questi era stato incaricato di chiedere aiuti ai russi che stavano assediando Corfù. Questi non si muovono. Eppure, quando l’isola cade, un contingente russo, con un piccolo contingente turco e qualche nave borbonica, fa vela verso le coste pugliesi. Arriva davanti a Bari poco dopo la caduta di Altamura e, senza mettere un uomo a terra, la sola presenza induce anche questa città alla resa. La piccola flotta, poi, si dirige su Manfredonia, e vi giunge il 19. Intanto la cittadina si è già, come si diceva, realizzata. Micheroux manda, allora, un messo a Foggia per chiedere a questa specie di su­percomune giacobino di arrendersi. Dopo una prima timida resistenza, decidono di accettare parti di buona guerra. A proposito di Foggia, il comune aveva un’amministrazione costituita da cinque nobili, quattro possidenti terrieri, tre liberi professionisti, tre preti. Questa amministrazione aveva cercato di barcamenarsi, corrompendo il generale francese per pagare meno contribuzione di guerra (all’italiana). Subito dopo, però, questi si squagliano. L’unica cosa che avviene in questo scorcio di maggio è che i giacobini di Campobasso calano su due paesini della provincia metten­doli a sacco. Allora il Micheroux manda il De Cesari verso Campobasso e concentra le sue forze sulla direttrice che porta alla Campania, perché sembra che i giacobini napole­tani stiano provenendo di là. In realtà, contemporaneamente a questa colonna dalla Puglia, avevano mandato una co­lonna dalla Calabria. Ma quest’ultima non era andata oltre Campostrino perché Sciarpa, noto capo sanfedista della zona, li aveva battuti.

Alla fine di aprile vi era stata anche un’avanzata fino a Nocera, che era stata respinta dalle truppe francesi che avevano preso Cetara, roccaforte degli insorgenti. I giacobini fanno una serie di colonne mobili, per la Puglia e la Calabria, ma con risultati disastrosi. La colonna che muove su Avellino viene dispersa dalle forze locali, orga­nizzate da un ufficiale mandato da Ruffo. L’altra, passando per Nocera, la saccheggia, e così da San Severino e da Montoro le masse li fanno scappare.

In questo periodo vi è un tentativo di colpo di mano Anglo-Borbonico su Castellammare di Stabia, una serie di scaramucce perché i Borboni avevano occupato le isole del golfo. E questo rappresenta un elemento di minaccia per Napoli che avrà il suo peso. Tra la fine di maggio e l’inizio di giugno le formazioni locali campane serrano su Napoli e alla fine non rimane che la zona costiera fra Torre Annunziata e Napoli e la zona intorno a Capua e la città di Napoli stessa. De Cesari, infatti, racconta di questo cartello che diceva: “Una e indivisa è la Repubblica napoletana; /comincia a Posillipo e finisce a Porta Capuana”.

E in effetti prima che il cardinale arrivi, gli insorgenti tagliano la barra di collegamento tra la città di Napoli e la zona costiera. Difatti il combattimento sul ponte della Maddalena è fatto con tutte le forze disponibili dei repubbli­cani, a cui però non partecipano i francesi che lasciano 6000 uomini, il grosso dei quali concentrato a Capua.

Il combattimento della Maddalena nasce nel tentativo di sfondamento compiuto dalle forze repubblicane che si scontrano però col grosso dell’armata di Ruffo che intanto è arrivata.

A questo proposito dobbiamo dire che Ruffo era un po­litico, non un militare. La scelta di passare per la Puglia era una scelta politica. Egli, cioè, vuole permettere a questi di andarsene, facendo questo giro largo. Nel diario scritto da Padre Cimbalo si racconta che durante la battaglia Ruffo se­guisse una processione.

Comunque, dopo questi fatti, i giacobini vengono ribut­tati a Napoli e nella notte alcuni che chiameremo pattuglia degli insorgenti, entrano nella città provocando prima di tutto lo squagliamento generale della guardia civica, e intanto l’insorgenza della città.

Adesso bisogna parlare di queste unioni realiste.

Queste unioni sono molto interessanti. Innanzitutto sono di dimensioni immense e diverse: da poche decine a migliaia di partecipanti, alcune divise anche in sottounioni. E poi erano tante. È anche vero, però, che quando succedono cose simili, come nel caso della guerra partigiana, c’è da aspettarsi un rigonfiamento molto sensibile.

Ad esempio c’è un’unione estremamente vistosa, i cui quadri dirigenti sono composti da magistrati e avvocati, un’unione giuridica, che vanta mille aderenti, e non ha fatto in realtà poi nulla. C’è invece, la sottounione di Posillipo che è molto più piccola, e benché sia segnata da una serie di vicende di cui poi parleremo, si fa ben viva nel momento dell’insurrezione; c’è poi un’altra unione in cui i membri hanno tutti il titolo, o quasi tutti, mentre in altri casi ciò non si verifica, perché le composizioni sono varie. A volte i titoli sono anche fasulli. A parte tutte le tare che presentano, non c’è dubbio però che le unioni rappresentino un’orga­nizzazione così estesa che raggruppa varie migliaia di per­sone, e che avrà anche una qualche funzione di tipo militare.

Intanto bisogna fare una precisazione. Le unioni come sono numerose (ne abbiamo trovato quasi una trentina), sono anche diversificate. Ci sono delle unioni create per acquistare meriti, ce ne sono altre create prevalentemente per mantenere l’ordine pubblico nel passaggio di potere. Poi ci sono delle altre unioni organizzate prevalentemente a scopo informativo e di sabotaggio. Il grosso delle unioni sono quelle da combattimento, che si preparavano a insorgere per cacciare i francesi e i loro seguaci. Sotto questo profilo, per fare un esempio, una delle unioni più note di cui parla anche Croce, che si costituisce come forza armata, è quella cosiddetta del Cristallaro, chiamata così perché il capo era un negoziante di cristalli. È un’unione che nasce da una formazione volontaria preesistente, formata qualche anno prima. Non so se sia stata uno dei dieci battaglioni che combatterono per la difesa della città, ma i suoi membri sono di certo fra i difensori di Napoli. Hanno una serie di perdite, poco meno di cento uomini, dopo di che passano alla clandestinità, per ricostituirsi nonostante il loro capo fosse stato incarcerato.

La notte fatidica fra il tredici e il quattordici, la prima cosa che fanno è di liberare la gente dalle prigioni.

Ci sono molte unioni da segnalare. Una è l’unione di Pietro Passare. Pietro Passaro è un ufficiale dell’esercito, capitano di un reggimento esteri, però si tratta anche in questo caso di gente che ci è stata prestata, è per così dire un oriundo, il quale, nel mese di febbraio, inizia a costituire quest’unione. È una delle poche di cui si abbiano notizie più precise, perché conosciamo sia le ripartizioni, sia le qualifiche professionali di ognuno. È un’unione che ha una base militare, ma con altre componenti sociali. È un’unione divisa in una serie di sottogruppi, a prevalente funzione informativa. Le altre sono, invece, proprio organizzazioni di combattimento che si danno da fare fin da subito.

È il caso ora di rievocare un personaggio formidabile che poi si è riusciti a trovare anche successivamente. Questi è il cavaliere don Gaetano Ferrante di cui nessuno di voi ha sentito parlare. Eppure se c’è un capo della cospirazione realista a Napoli, questi è lui, perché lui è personalmente o tramite qualcuno dei suoi uomini di fiducia, dentro quasi tutte le unioni. E’ così in gamba, che mentre tutte le unioni hanno in fondo il nome del capo, la sua personale unione si chiama Unione dei Capi Popolari. Tant’è vero che ad aprile viene arrestato perché iniziano le retate in massa dei sospetti. Attenzione però, perché i “giacobini” erano partiti da un preconcetto. Dicevano che i militari e i nobili erano i più pericolosi e li mettevano nei castelli mentre gli altri li mettevano nelle carceri comuni.

Così è successo che quando viene preso agli inizi di maggio, don Gaetano Ferrante, sebbene mandato alla Vicaria, continua tranquillamente a dirigere il movimento borbonico in città. Bisogna dire a questo proposito che le unioni sono una formazione quasi immediata dopo l’in­gresso dei francesi. Quasi tutte sono costituite nei primi giorni di febbraio. Sono tanto immediate che il primo colpo di mano contro i francesi viene fatto il tredici febbraio dalla formazione di Capodimonte. Bisogna anche dire che queste avevano un’idea di far insorgere Napoli perché le province potessero assecondarli. Infatti c’è una serie di diramazioni di queste unioni in provincia, anche se poi ci sarà un movimento inverso e saranno le stesse diramazioni in provincia che parteciperanno alla liberazione di Napoli. Quando la mattina famosa del 14 l’unione di Salvatore Bruni si scontra in Largo delle Pigne con i giacobini, le formazioni sono composte da coloro che erano entrati a Napoli al comando del figlio del Bruni, ufficiale dell’esercito, dato che il padre in quel momento era in galera.

Si tratta di un avvenimento abbastanza consistente, che ha un ruolo non piccolo nei combattimenti nell’hinterland napoletano. C’è ad esempio un tizio che faceva parte di un’unione che ha abbattuto alberi della libertà in quasi tutti i comuni del Vesuviano. Queste unioni sono quelle che la mattina, con i pochi calabresi del movimento che sono en­trati, accettano il combattimento contro le forze giacobine, che, per la verità, oppongono una certa resistenza anche in città. Dopo ci saranno dei casi isolati di franchi tiratori. In realtà erano persone che resistevano molto poco cautamente all’arresto, visto che qualcuno ci ha anche lasciato la pelle, mentre quelli che si erano arresi si sono salvati. In realtà la mattina sono loro che fanno queste operazioni di contrasto, sono loro che preparano le scale con cui i calabresi e loro stessi prenderanno il fortino del carcere. È questa, in pra­tica, l’unica azione che viene compiuta contro le posizioni giacobine che comprendono Castel dell’Ovo e Castel Novo. Sant’Elmo era in mano ai francesi, e c’erano due zone for­tificate che sono Palazzo Reale, e il Monastero e la Vigna di San Martino. Quando il cardinale si rende conto della situazione, la sua risposta è molto cauta. Manda poche forze a Napoli, altre poche forze in costiera, e rimane sul ponte della Maddalena con il grosso.

Dopo i combattimenti della prima giornata, e dopo qualche azione derivata dalle operazioni di polizia, (tentativi di arresto e tentativi di resistenza all’arresto), in realtà non vi è più nulla. Alla Vigna di San Martino si susseguiranno una serie di scontri, che avvengono non tanto per tentativi a volte riusciti degli insediati giacobini di rifornirsi di viveri in città, quanto per l’iniziativa dei capi locali. Alla fine la Vigna di San Martino viene espugnata.

Voi sapete anche meglio di me dell’arrivo di Nelson e di quello che è successo dopo. Bisogna anche dire che il car­dinale proveniva da un’area di basso scontro, mentre in Abruzzo e in Campania le cose erano molto più gravi.

Egli, con molta probabilità, non si rendeva nemmeno conto della possibilità di eseguire certi ordini, perché le sue truppe erano in gran parte tutte di massa e quindi partecipi dei sentimenti della gente che voleva i giacobini flambè. Ci fu un tentativo di sorprendere Sant’Elmo, fatto nella notte del 5 aprile da una parte dell’esercito, ma l’ordine, al!’improvviso fu ritirato. Rimasero però circa sessanta uomini, anche un po’ sprovveduti, (c’erano perlomeno un migliaio di francesi a Sant’Elmo), che cercarono di prendere la situazione in mano, ma cinque di loro ci lasciarono la pelle. Dopo questo fatto, l’autorità francese e quella re­pubblicana fanno delle vere e proprie retate mettendo dentro tutti i possibili e i potenziali sospetti. Questo è come buttare benzina sul fuoco.

A Napoli, nonostante ci sia una insurrezione quasi generale della città, non ci sono molte vittime. C’è un elemento di moderazione, e poi i napoletani hanno un notevole fair play anche in questa circostanza. C’è una strofetta in merito che dice: “al giacobino devi tirargli il co­dino, se il codino ti resta in mano quello è vero repubbli­cano”. Avevano un senso dell’umorismo che per fortuna conservano ancora oggi, che non è un atteggiamento da belve sanguinarie.

Prima di passare all’analisi di come sono fatte sia le masse sia le unioni, devo aggiungere che appare abbastanza evidente dalle vicende quanto in realtà fosse debole lo stato borbonico e quanto invece fosse forte l’appoggio sociale che la dinastia aveva. Ci sono questi dati contrastanti, e su questi forse si potrebbe anche cercare di offrire un’interpre­tazione, ma non in questa sede. Oltre a ciò c’è una diversificazione fra le aree a forte conflittualità e quelle a bassa conflittualità. Le aree a bassa conflittualità sono quelle dove non sono arrivati i francesi. Dove invece vi è stata la loro presenza, la piega ha preso un aspetto molto più polemico, con tutte le conseguenze del caso.

Per quanto riguarda l’elemento forse più interessante, cioè la composizione sociale di queste formazioni, per quanto riguarda l’armata cristiana reale ci sono alcune con­ ferme e ci sono invece delle sorprese. La prima conferma è data dalla scarsa presenza nobiliare alla testa delle forma­ zioni sanfediste. Però dopo di questo c’è una serie di sor­ prese.

Sorpresa numero uno è la scarsa presenza ecclesiastica. È vero che ci sono dei personaggi fuori dalla misura, come il cardinale, il canonico De Piro, che comanda una formazione piuttosto cospicua nel salernitano, il prete De Donatis, che comanda quello che finisce per essere una specie di corpo d’armata napoletan-pontificio, abruzzo-marchigiano, che arriva fino ad Ancona e la assedia. Questi sono personaggi di grande rilievo, ma se uno va a livello compagnia, si scopre che tra i capitani, i comandanti ecclesiastici sono pochissimi. Ci sono queste grosse figure, come pure è cospicua la presenza di preti e frati tra le masse. Ma come direzione non ci sono. Invece, e questo è un fatto notevole, compaiono tutta una serie di militari professionali. E non solo del livello di un Fra Diavolo o di uno Sciarpa. Ce ne sono numerosissimi nei livelli medio-bassi.

Alcune formazioni dove il capo, pur avendo un grado militare, non è un militare, hanno un assistente che è militare di professione. C’è una diffusione di queste presenze che è piuttosto rilevante. Fatto assolutamente inedito, e per certi aspetti sorprendente, è che la gran maggioranza delle formazioni sanfediste è a conduzione familiare. La più parte delle federazioni sanfediste è invece a conduzione borghese. Il che cambia molto il quadro di quello che fin qui si è detto a proposito dei due popoli, ecc. Ci sono i colti da una parte e i barbari, gli ignoranti dall’altra. Questo sarebbe stato difficile da individuare se fossero stati diretti dal clero, che era certamente più competente di molti di questi borghesi. Però i comandanti delle federazioni sanfediste, nella loro grande maggioranza, sono di estrazione modesta. Questo feno­meno presenta delle diversità per quanto riguarda le unioni realiste, che abbiamo detto coinvolgono parecchie migliaia di persone, tra loro molto articolate, da meno di cento persone a più di mille persone.

Non è detto che poi le mille valgano qualche cosa, però le consistenze sono queste. Alcune di queste unioni sono poi divise in sottosezioni, e alcune di queste sono più forti delle sezioni madri. Anche qui si assiste a dei fenomeni ati­pici. Ad esempio, compare una massiccia presenza nobi­liare, sia nelle unioni, sia nella direzione delle unioni. C’è poi una forte componente militare. Alcune di queste unioni sono dirette da militari in qualche caso anche nobili. La maggioranza delle unioni è però a direzione borghese. Per quanto riguarda invece i sacerdoti, nelle unioni sono numerosi, ma ad avere un posto di rilievo sono pochi. Ho trovato solo il segretario della sottounione di Posillipo che è sacerdote, che fra l’altro è costretto a scappare subito per le retate di cui si parlava. Poi ci sono due sacerdoti che hanno formato (in una sottounione di un’unione più grossa), una compagnia dei bollettini, che erano in sostanza coloro che si occupavano della propaganda, autori forse del famoso car­tello sull’indivisibilità della repubblica partenopea. Ma ap punto sono molto pochi, e anche qui la grande presenza nei quadri dirigenti di estrazione borghese.

La struttura dell’unione si ripete. C’è un dirigente sommo il quale, specie se di alto grado o di rango sociale elevato, ha per braccio secolare una persona di condizione sociale molto più modesta, che possa muoversi senza dare nell’occhio, che funge da segretario. Poi c’è un tesoriere, che non è però presente in tutte le unioni, e c’è un gruppo dirigente che costituisce il cuore dell’unione. E questo si riverbera in genere anche nelle sottounioni, che però sono varie, e che hanno un movimento piuttosto rapido. L’ultima sottounione di cui ho trovato traccia nella costituzione è quella formata da un capitano di complemento, come di­remmo in termini moderni.

Dobbiamo dire che alcune di queste organizzazioni erano partite con l’intenzione di finanziare i camiciotti, cioè i soldati albanesi che formavano i due reggimenti in Real Mace­donia, per evitare che passassero dalla parte dei repubbli­cani, cosa che in linea di massima è stata realizzata. E c’è il problema (proprio in vista dell’insurrezione), non solo di trovare persone esperte, ma anche capi pratici.

Questa caccia al militare indubbiamente c’è, con mag­giore o minore successo. Queste unioni hanno una composizione, a parte quelle decisamente sospette, varia: tutte le professioni napoletane sono presenti, e sono anche abbastanza diffuse sul territorio. C’è solo la zona del Molo Piccolo, dove o questi erano arruolati in più unioni, o non c’era nemmeno uno che non fosse arruolato. C’è una quantità di queste unioni che ha una forte presenza o gravita addirittura sul Molo Piccolo, dove evidentemente i sostenitori dei francesi non sono mai arrivati.

C’è quindi questo elemento della preminente presenza borghese nel moto controrivoluzionario. Direi anche che se si volessero vedere questi eventi in base ai decapitati o agli inforcati, che era la pena riservata ai nobili, percentualmente erano senz’altro più i nobili che avevano parteggiato per i francesi, dei nobili che avevano parteggiato per il Re. Ma non credo che qui si tratti solo di un fenomeno di cadetti. Per la verità ho l’impressione che molte di queste vicende, specie nella prima fase, hanno una forte coloritura campani­listica. È come se (non è avvenuto e non mi so spiegare il perché), Cava fosse giacobina e Salerno realista o viceversa. Si sono trovate tutte e due dalla stessa parte per puro caso e non se ne sono accorte. Molte di queste cose erano così. Ad esempio molti dei Casali di Cosenza erano schierati a seconda dei loro reciproci antagonisti. Poi le cose cambiano, ma c’è questa forte componente localista almeno all’inizio, che ha un peso molto forte. Penso, ma bisogne­rebbe verificarlo, che in realtà le famiglie prorepubblicane fossero le vecchie famiglie che avevano sostenuto gli Asburgo contro la dinastia spagnola. Questa cosa andrebbe approfondita.

Per riferirmi ad un esempio passato, ho letto che Emanuele Filiberto, nel rientrare e riprendere il ducato, tra le prime cose che fa è minacciare fortissime pene a chi si fosse permesso di nominare ancora guelfi e ghibellini.

Mi chiedo che senso avesse. Poi rileggo, per puro titolo di cronaca, gli Annali di Muratori, e scopro che tutto lo scontro durante le guerre di egemonia era stato fatto tra guelfi e ghibellini. I vecchi partiti erano morti, ma le clien­tele erano rimaste intatte. Appena si sono riformate, si sono rischierate. I guelfi sono filofrancesi sia che il Papa sia a fa­vore o contro la Francia. La faccenda non c’entra più con Santa Romana Chiesa, ma è un fatto di gruppi antagonisti che si fronteggiano. Mi sembra perciò molto probabile, anche se si tratta di una pura ipotesi interpretativa, che ci sia questo problema anche nel 1799.

Anche in questo caso la situazione si presenta con grande complessità e secondo me anche con notevole interesse, anche perché è molto diversa da quella cosa che la vulgata normale ci ha fatto conoscere. E con questo, pensando di essere stato ·piuttosto lungo, vi chiedo scusa della lunga chiacchierata che penso non sia stata del tutto inutile, e vi ringrazio della cortese attenzione.

Massimo  Mazzetti
Università di Salerno

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