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IL 1799 Ideali ed eventi nel Salernitano (X) intervento di Francesco Volpe

Posted by on Lug 13, 2022

IL 1799 Ideali ed eventi nel Salernitano (X) intervento di  Francesco Volpe

IL 1799 NEL CILENTO

La rivoluzione scoppiata a Napoli nel gennaio del 1799 ebbe subito larga diffusione anche nei piccoli centri abitati del Cilento “storico” o “antico”, ma per trovare cenni di essa nella storiografia locale si dovette attendere la pub­blicazione delle memorie di famiglia da parte di Matteo Mazziotti nel 1916[1] e di alcuni brevi saggi di Andrea Genoino e Carlo Carucci, rispettivamente nel 1934 e nel 1937[2]; recentemente un mio studio[3] ha ripreso l’argomento, integrando quanto già noto con notizie ricavate da una fonte speciale: i libri di famiglia della borghesia locale che prese parte a quei moti e li vide e descrisse, ovviamente dalla propria visuale, che quasi sempre era di parte filoborbonica[4].

Richiamando qui brevemente quanto è stato scritto, si può dire che in quasi tutti i centri abitati della zona nello stesso mese di gennaio scoppiarono tumulti provocati dai rivoltosi repubblicani, che “democratizzarono” i paesi se­condo la nota procedura che prevedeva l’erezione in piazza dell’albero della libertà, su cui si faceva “sbandoleggiare una bandiera a tre colori rossa blé, e gialla”, e l’erezione di un governo provvisorio, costituito da quattro deputati, un presidente e due giudici di pace. Animatori di tali rivolte, che trovarono seguaci un po’ dappertutto, furono i commis­ sari repubblicani Francescantonio del Mercato di Laureana e Matteo Mastrogiacomo di Torchiara e la famiglia Mazziotti di Celso. Tutto questo, scrive il nostro cronista più accu­rato, il barone Alessandro Materazzi di Serramezzana, av­venne “con solenni cerimonie” e “senza gravi resi­stenze”[5]. Quando però cominciò a correre voce dell’avan­zata della spedizione del cardinale Ruffo e apparvero in mare “torreggianti navili inglesi” e furono diffusi proclami che invitavano il popolo a sollevarsi in difesa della religione e del re, “cambiò d’improvviso la scena” e vi fu una vivace reazione dei filoborbonici, guidati da vari capimassa, fra i quali emergeva Antonio Guariglia di San Mauro Cilento. Veri punti di riferimento di tutti i sanfedisti della plaga cilentano-lagonegrese furono peraltro il vescovo di Policastro Ludovico Lodovici, nominato plenipotenziario dal cardinale Ruffo, e il vescovo di Capaccio Vincenzo Torrusio.

Il 12 aprile i seguaci delle due parti avverse si raduna­rono, la sanfedista davanti al convento carmelitano di S. Maria dei Martiri a Mercato, la repubblicana nell’antico castello di Rocca, già capoluogo della baronia dei Sanseverino. Il nostro cronista Materazzi rivolse ai primi una fervorosa “parlata”, che poi fedelmente riportò sul suo libro di famiglia[6], e li guidò quindi all’attacco assieme con gli altri capimassa. Lo scontro tra le due fazioni avvenne sul crinale che corre tra Mercato e Rocca: secondo il cronista, “vi fu un fiero combattimento d’archibugiate e moschet­tate”, al termine del quale la parte repubblicana, che era guidata dal Mastrogiacomo, risultò sconfitta e i suoi capi furono incatenati e imprigionati. I capimassa non potettero evitare alcuni disordini e saccheggi a cui si abbandonarono i loro seguaci, ma si ristabilì comunque la calma e non molto tempo dopo i prigionieri furono un po’ per volta liberati. Si trattò, in definitiva, come si vede, di una rivoluzione molto blanda e di uno scontro armato che non fu altro che una scaramuccia. La consultazione dei libri parrocchiali dei defunti, eseguita in vari paesi della zona, conferma questa impressione, in quanto la percentuale dei morti per cause violente, annotati scrupolosamente dai parroci, risulta per il 1799 di poco più elevata rispetto alla media di quegli anni di fine Settecento[7]. Sembrerebbe perciò giustificato il citato disinteresse della storiografia se non si sapesse che gli avvenimenti di quell’anno avviarono un fermento nuovo nella società locale e da essi “germogliarono, poi – come ebbe a dire il Carucci – i moti successivi del 1828 e del 1848”[8]. È opportuno quindi riesaminare questo 1799 cilentano, non solo per scoprire nuovi particolari su episodi ignorati, quanto soprattutto per tentare di valutare fino a che punto ebbe valore diro1npente tra il periodo delle riforme e quello delle rivoluzioni.

  • Negli anni di fine Settecento il Cilento, nella sua vita quotidiana, conservava pressoché immutati certi caratteri peculiari della società di antico regime, come l’endemica violenza che rendeva insicure le strade, il timore del mare ancora infestato da qualche brigantino barbaresco, le tristi conseguenze di annate penuriose e di epidemie mortifere, tipo quelle disastrosamente registrate nel 1764 con carestia prima e tifo petecchiale dopo; d’altra parte però si avvertivano segni di mutamenti nella crescita della popolazione[9], nell’avanzante laicismo[10]nel fermento culturale di certa borghesia illuminata, attenta alle novità provenienti dall’e­sterno[11]. Una società, nell’assieme, in fase di crescita, senza particolari palpiti di violenza, tanto che per trovare nella sua storia notizia di agitazioni di massa bisogna risa­ lire ai tumulti del 1647, quando borghesi e contadini si erano trovati alleati contro la prepotenza baronale[12].

Nei moti del 1799 è inutile cercare alleanze di ceti, perché non ce ne furono. Rosario Villari, in uno studio sulla limitrofa Basilicata, partendo dal fronte antibaronale, com­patto al tempo della rivolta di Masaniello, ricostruisce le vi­cende attraverso cui il ceto borghese, col maturare di una coscienza politica, si è man mano distaccato dal fronte co­mune ed ha indirizzato la sua azione non più contro il feudatario ma contro alcuni aspetti dell’ordinamento statale, aderendo infine alla repubblica del ’99, mentre il ceto contadino  ha  continuato  la sua lotta contro il barone secondo caratteri arcaici e tradizionali ed ha costituito così la base della campagna reazionaria dei Borboni[13]. Il Cilento storico non ha conosciuto una spaccatura così netta e forse è più aderente alla sua linea la considerazione recentemente fatta dalla Rao sul comportamento della provincia: “Esplosero – ella dice – anche municipalismi e conflitti locali, familiari, sociali, che impedirono generalmente il com­porsi di fronti di classi netti ed omogenei”[14].

La spaccatura che si verifica nella borghesia e nella pic­cola nobiltà cilentana, al di là dei conflitti locali, molto vivi talvolta anche oggi negli ambienti di provincia, può trovare una sua spiegazione nell’esame delle vicende interne nelle singole famiglie. Ce ne forniscono un esempio emblematico proprio alcuni protagonisti dei fatti del ’99. Di parte borbo­nica conviene seguire il caso del barone Alessandro Materazzi: leggendo il discorso con cui egli il 12 aprile ar­ringa. i suoi seguaci prima dell’attacco ai repubblicani, si notano i timori che il borghese avverte contro coloro che vengono ad attentare non solo alla sacralità della religione e della monarchia, ma anche ai tre valori tradizionalmente difesi dalle generazioni passate (la vita, la “robba”, l’onore) e perfino alla morte, che si rischia di fare in modo ignomi­nioso, con scempio del cadavere e sepoltura in luogo profano. I limiti di questa visione della vita, così legata al ri­fiuto delle novità, alla difesa strenua di valori considerati assoluti, al concetto tradizionale della “buona morte”, il Materazzi li confessa implicitamente in altra parte delle sue memorie, quando scrive: “La nostra famiglia, la quale non si ha mai voluto dalla provincia allontanare vantarsi non può di personaggi distinti nell’armi, e nelle lettere giacché a questo splendore s’arriva col soggiorno nella capitale”[15].

Per considerare invece i caratteri di parte giacobina, conviene rifarsi alle memorie di una famiglia che fu prota­gonista in ogni vicenda del Risorgimento cilentano, quella dei Mazziotti di Celso. In esse si legge che negli anni di fine secolo “… giunsero nel regno le prime notizie della rivoluzione francese, destando nelle classi colte del regno, massime tra i giovani, ammirazione ed entusiasmi. Le opere del Vico, del Giannone, del Genovesi, del Galiani, e del Filan­gieri, le riforme del Tanucci avevano suscitato negli animi nuove idee e caldo desiderio di ordini più civili”[16]111. E nel 1799 i Mazziotti avevano a Napoli due esponenti della loro famiglia, Gherardo e Giambattista, che esercitavano lì la professione di avvocato. In effetti, la maggior parte dei de­mocratizzatori era costituita da giovani studenti che avevano importato dalla capitale le nuove idee e le avevano diffuse tra i loro familiari e conterranei.

  • La spaccatura originatasi nel ’99 continuò fino all’U­nità ed anche oltre. La società cilentana del secolo nuovo, considerata nei suoi aspetti più significativi sotto il profilo demografico, economico, politico e religioso, si presenta ancora con molte permanenze da ancien régime, ma anche con taluni mutamenti estremamente significativi. La popo­lazione è legata alla demografia naturale fondata su alti tassi di natalità e mortalità e su un’aspettativa di vita che non va al di là dei 20-25 anni, mentre appena qualche spiraglio fa pensare ad un avvio verso quella fase che i demografi chia­mano di transizione tra la vecchia e la nuova demografia. L’economia si fonda e gravita su raduni mercantili periodici che continuano a svolgersi, come nei secoli precedenti, lungo un asse mediano longitudinale, che pochi sbocchi ha verso l’esterno, anche ora che le vie di mare sono sicure e si cominciano a costruire le strade di collegamento col capoluogo di provincia[17].

La regione sembra chiusa in sé stessa, in una condizione di arretratezza e sottosviluppo su cui ha insistito, e fin troppo, larga parte della storiografia. È sorprendente dun­que costatare come in questo mondo trovino terreno favore­vole e “germoglino” le idee del 1799. La vitalità della pro­vincia, che si manifesta in molte aree del Mezzogiorno a partire dal 1820, è qui più intensa che altrove e il Cilento sarà presente in tutti i moti risorgimentali, protagonista assoluto di quello del 1828, promotore della prima rivolta contadina con l’occupazione delle terre demaniali di Vallo nel 1820. Delle sette che fiorirono nelle varie contrade cilentane nel periodo risorgimentale, nonché dei cospiratori affiliati ad esse, si trovano ampie citazioni nelle pagine del noto saggio di Antonio Pizzolorusso[18]. Si tratta di un fermento che inserisce la regione nell’ambito della circolazione di idee di livello più avanzato e civile.

Francesco Volpe
Università di Salerno


[1] M. MAZZIOTTI, Ricordi di famiglia (1780-1860), Milano-Roma- Napoli 1916.

[2] A. GENOINO, Francesi e realisti nel Salernitano, in IDEM, Studi e ricerche sul 1799, Napoli 1934, pp. 5-106; C. CARUCCI, Documenti sul 1799 nel Cilento, in °Rassegna Storica Salernitana”, I (1937), pp.162-180.

[3] F. VOLPE, Il1799 nel Cilento, Agropoli 1992, ora, ritoccato con qualche modifica, in IDEM, Il Cilento tra antico e nuovo regime. Permanenze e mutamenti dopo la rivoluzione del 1799, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane 1998.

[4] Il timore di essere sorpresi dalla sospettosa polizia borbonica dovette consigliare ai borghesi liberali di non trattare di argomenti politici nelle loro carte private, per cui è più frequente in tali famiglie la compilazione di memorie fatta a posteriori, dopo l’Unità nazionale. Tipico è il caso citato del Mazziotti.

[5] I brani più significativi delle memorie di Alessandro Materazzi sono stati pubblicati in C. MILEO (a cura di), Memorie di famiglia. I baroni Materazzi di Serramezzana, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane 1994.

[6] Il discorso è riportato integralmente in F. VOLPE, Il Cilento tra antico e nuovo regime cit., pp. 155-157.

[7] Ovviamente non mancarono paesi nei quali si registrò un numero più elevato di vittime, dovute verosimilmente a più accesi contrasti tra le due fazioni. Tale fu il caso di Castellabate, democratizzata dal giovane studente Costabile Matarazzo, a cui si contrappose la parte borbonica, capeggiata da Francescopaolo Carnicella. Su una popolazione di 1.750 anime, che normalmente ogni anno vedeva due morti per cause violente, le vittime del 1799 furono otto (cfr F.  VOLPE, Castellabate nell’età moderna, in AA. VV., LA Basilica di Santa Maria de Gulia in Castel/abate, in corso di stampa presso le Edizioni Scientifiche Italiane di Napoli).

[8] C. CARUCCI, op.cit., p. 165.

[9] La popolazione nel Settecento crebbe nella seguente misura: nei paesi cilentani della diocesi di Capaccio passò da 55.066 anime del 1708 a 87.209 nel 1795; in quelli della diocesi di Policastro dalle 17.683 anime

del 1736 alle 27 .177 del 1795; in entrambe le diocesi la crescita media percentuale fu dello 0,67 annuo (cfr F. VOLPE, Il Cilnto tra antico e nuovo regime cit., pp. 28-29).

[10] È provato dalle progressive forme di resistenza verso la Chiesa nel pagamento delle decime, nella pratica dai sacramenti, nei testamenti ad pias causas (cfr F. VOLPE, La parrocchia cilentana dal XVI al XIX secolo, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura 1984, passim).

[11] Ne è esempio probante il caso della famiglia Ventimiglia di Vatolla, in seno alla quale fiorirono vari studiosi di buon livello culturale, costituendo una biblioteca di opere pregiate (ora nell’apposito fondo “Ventimiglia” presso il Centro studi per la storia del Mezzogiorno dell’Università di Salerno). Il più significativo di tali intellettuali, Francesco Antonio (1738-1822), intrattenne corrispondenza culturale con vari illustri studiosi del tempo di Napoli, di Roma, della Badia di Cava, di Firenze, di Palermo (Cfr F. VOLPE, La borghesia di provincia nell’età borbonica, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane 1991, pp. 161-88).

[12]  Su tale rivolta nel Cilento v. F. VOLPE, Il Cilento nel secolo XVII, seconda edizione, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane 1991, pp. 153-164.

[13]R. VILLARI, Mezzogiorno e contadini nell’età moderna, Bari, Laterza 1961, p.156.

[14] A. M. RAO, La repubblica Napoletana del 1799, in AA.VV., Napoli e la Repubblica del ’99. Immagini della Rivoluzione, Napoli, Elio de Rosa editore 1989, p. 37.

[15] F. VOLPE, La borghesia di provincia cit., p. 163 e passim.

[16]  M. MAZZIOTTI, op.cit., pp. 5-6.

[17] Per questi aspetti inerenti all’ andamento della popolazione e dei movimenti mercantili nel primo sessantennio dell’Ottocento si rinvia a quanto è stato detto in F. VOLPE, Il Cilento tra antico e nuovo regime cit., capp. I e Il.

[18] A. PlZZOLORUSSO, I martiri per la libertà italiana nella provincia di Salerno dal 1820 al 1857, Salerno 1885.

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