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IL 1799 Ideali ed eventi nel Salernitano (XI) intervento di Donato Dente

Posted by on Lug 14, 2022

IL 1799 Ideali ed eventi nel Salernitano (XI) intervento di  Donato Dente

LA PROVINCIA DI SALERNO NEL 1799 TRA RIFORMISMO MODERATO E RIVOLUZIONE: NOTE

Occasioni e ragioni di una ricerca sul 1799

Iniziamo col segnalare che R. Moscati, nostro maestro ed amico, più volte sottolineò la mancanza, per le province napoletane, di una vera storia dei fatti che si svolsero, nelle città e nei villaggi, durante i cinque mesi della Repubblica Napoletana.

Egli spesso si richiamava al lavoro di A. Genoino e di qualche altro studioso, i quali, in parte, avevano cercato di colmare “la lacuna per quanto riguarda il Salemitano”, con degli studi pure apprezzabili: “ma la storia del 1799 nelle province del Regno di Napoli è ancora da fare”.

L’indicazione del Maestro ci ha spinti al co1npito non agevole di rinvenire circa quattrocento rogiti notarili inediti, nei quali quei complicati accidenti sono più o meno raccontati per quasi tutte le comunità, piccole o grandi della provincia: un centinaio di quegli inediti sono stati esposti nella mostra documentaria allestita in occasione del Convegno sul ’99, rievocativo della caduta della Repubblica Napole­tana, svoltasi a Battipaglia il 26/27 maggio scorso.

Il Convegno è stato curato, con la solita maestria intel­lettuale e finezza culturale dal Prof. Fernando Di Mieri in sintonia con l’amministrazione municipale, attenta a contri­buire efficacemente e generosamente allo sviluppo civile e culturale della giovane cittadina.

Comunque, la ricerca sul ’99 ha avuto un precedente. Avevamo in mente di studiare le carte, tante, relative al re­cente dissesto geologico di Sarno e dintorni, con l’intento di proporre un volume di storia di educazione civica e di storia sociale attraverso le relazioni ed numerosi esperti, anche stranieri, e di altre testimonianze che, nei secoli scorsi, avevano esaminato i modi per poter evitare le temute inondazioni o alluvioni, calate a valle da quelle montagne: decidemmo di iniziare dal ‘700. Proprio in quel secolo fu pensato di far pulire il Sarno, o meglio il suo letto, dalle bufale, che vi camminavano sollevando e polverizzando il fango per renderlo più facilmente preda dell’acqua corrente e impedire il peggio. Ma rilevammo ben altro: in quel periodo le questioni inondazioni erano entrate a far parte delle riflessioni degli autori del “Riformismo” napoletano, che, è noto, furono impegnati a “lumeggiare” il rapporto tra natura, cultura e società.

In altri termini, da Antonio Genovesi in poi i riformisti meridionali, nell’ampia visione ch’essi avevano dello svi­luppo e del rinnovamento della società, non dimenticarono i problemi dell’agricoltura, delle acque, dei boschi, dello stato di impaludamento di questo o quel territorio, del clima, ecc….: non si deve dimenticare che A. Genovesi invocò l’istituzione delle Società Agrarie e che quelle di Salerno e di Teramo si dimostrano in grado di adempiere alla funzione per la quale erano sorte.

Il progetto di un libro che avesse esaminato un’epoca, già letteralmente vivisezionata da studi molteplici di ordine storico, filosofico, politico, ecc…., dal punto di vista del- 1’ambiente, delle necessità del territorio, della sua razionale difesa e della coltura, ci sembrava un fatto nuovo, attualizzato dalla terribile alluvione, una delle tante verificatesi nel sarnese e zone circostanti, nel corso dei secoli.

Si trattava di un profilo nuovo: rileggere cioè l’intellet­tualità napoletana spogliata del vestito strettamente di carat­tere filosofico-politico-pedagogico[1] per cogliere invece gli ·aspet­­­ti del suo pensiero che assunse il problema dell’agri­coltura, della spartizione e difesa dei terreni come base fondamentale al ristrutturare e rinnovare lo stato napoletano.

L’intenzione era di dedicare il volume, meglio dire rac­comandare il testo, ai tanti cittadini che sono diventati am­ministratori di comunità locali, piccole o grandi, e a quelli che sono all’interno di tale prospettiva, perché siamo convinti della necessità e dell’urgenza della formazione storico­civile dell’am­ministratore, che non può non conoscere le più nascoste esi­genze del territorio e le difficoltà complessive dell’ambiente naturale ed antropologico in cui vive e di cui si vuol far garante.

Purtroppo abbiamo dovuto sperimentate che la maggioranza di coloro che chiedono di rivestire le cariche di sindaco, consigliere, assessore, ecc…., poco conosce le intime cose che caratterizzano il proprio ambiente e la sua evoluzione storico-geologica, premessa indispensabile per non essere coinvolti nell’anonima ditta degli amanti del potere per il potere! Il nostro proposito, anche per trovare la fonte economica della pubblicazione, fu esposto a qualcuno: accettazione dell’idea in maniera entusiastica ed elogio per l’originale pensata! Ma il chiarimento sulla prospettiva che volevamo raggiungere, proporre in altri termini un testo di educazione civica richiamando la “paidea” dei grandi riformisti del Settecento meridionale, fuori delle articolazioni odiose della burocrazia, e, peggio, della dema­gogia, non fu per niente compreso.

Allora lasciammo che altri utilizzassero per vie alterna­ tive la nostra intenzione, mentre la lettura delle carte notarili relative al 1799 a Salerno, il richiamato avvertimento di R. Moscati e la verifica, negli archivi di Salerno, Sala Consi­lina e Vallo, di poter disporre di buon materiale per indiriz­zare lo studio già fatto in altra direzione, ci spinse a ricer­care le testimonianze sul ’99 per tutto il territorio dell’allora Principato Citra.

Tuttavia non fummo felici nel dover lasciare agli altri, che con diverse intenzioni potranno pubblicarli, i documenti da noi indicati.

Negli archivi, dunque, di Napoli, Salerno, Sala Consili­na e Vallo della Lucania, per non dire dei tentativi per rompere il muro di gelosia di qualche archivio privato, tra molteplici difficoltà ambientali, finanziarie e temporali, siamo riusciti a “recuperare” i circa quattrocento rogiti, che dovrebbero offrire agli studiosi di quel periodo, ai curiosi o agli interessati in genere, la possibilità di avvicinarsi ai “fatti” restando fuori delle formulazioni aprioristiche, diventate ormai stantie ed improduttive.

La nostra prima convinzione, ma il rispetto nei confronti dell’interpretazione di chi legge le carte è decisamente totale, è che gli accadimenti dei cinque mesi della Repubblica Napoletana, vanno calati in ciascun ambiente e nell’interno degli interessi che vi si perseguivano, del ruolo dei singoli o dei gruppi, del grado di istruzione che vi regnava, dell’incidenza della religione, con tutti i miti, i riti, e le superstizioni che vi dominavano, insomma della com­plessiva, complicata e diversa realtà di ciascuna comunità.

Del resto R. Moscati e L. Cassese, due eminenti stu­diosi, hanno sottolineato, sempre per le località di Princi­pato Citra, che le motivazioni determinanti l’azione del singolo o di una aggregazione di cittadini, nel corso dello svolgimento dei fatti del 1799, variò da luogo a luogo[2]

A. Puca, ha aggiunto che gli esponenti della borghesia locale si sarebbero schierati nei diversi campi in base a considerazioni di “carattere pressoché esclusivamente personale e locale, prima e più che per motivi politici”[3].

L’autore è convinto che la stragrande parte dei repubbli­cani e dei sanfedisti appartenenti a quel ceto puntasse quasi esclusivamente a consolidare o ad affermare il proprio pre­dominio nel circondario di residenza e nelle immediate vici­nanze, per ricavare il maggior numero di possibili benefici.

Molto di vero circola nelle note di A. Puca; ma alla fine bisogna convenire che non si ridusse tutto in quella direzione. Sulla strada tracciata per altre regioni da F. Venturi, che per quanto riguardava Napoli sosteneva di non aver conseguito alcun risultato, abbiamo cercato, e ci siamo riu­sciti, di rinvenire i nominativi di tutti coloro che dal Cilento, dal “Vallo di Diano” e da altre località di Principato, anda­rono a frequentare lo Studio di Napoli e vi conseguirono

i diplomi di laurea, proprio nel corso della primavera cultu­rale illuministico-riformista. E noto che nuovi saperi animarono la capitale a partire da quando Antonio Genovesi, pro­prio in quello Studio, iniziò ad indicare le vie della moder­nità e del necessario rifacimento-rinnova­mento delle terre napoletane.

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F. Venturi ha scritto che A. Genovesi, il quale aveva orientato i suoi studi verso le idee che gli provenivano dall’Olanda e dall’Inghilterra, per verificare i problemi della filosofia della natura, della scienza e della logica, “caratteristici dell’empirismo postlockiano e postnewtoniano”, aveva creato a Napoli una vera e propria scuola, “che s’andò allargando in una organizzazione, in un partito, nato attorno alla sua cattedra e diffusosi in poco più di dieci anni per ogni dove, in ogni città, in ogni provincia del regno napoletano”[4]

Sicché tra gli anni Cinquanta-Settanta la cattedra dell’A­­bate salernitano divenne il pernio del movimento riformatore e “ad essa dobbiamo far risalire le fila di coloro” che tentarono di creare nuove condizioni culturali, vedi le ri­chiamate Società agrarie, per tutte le popolazioni meridio­nali e le diverse prospettive per il loro riscatto civile.

Sempre secondo il Nostro, un elenco, per Napoli, di coloro che ascoltarono A. Genovesi, nonostante le ricerche compiute, non “lo possediamo”; né “possediamo una carta dei luoghi di provenienza dei suoi scolari”, per i quali, pertanto, “non è possibile seguire con la necessaria precisione il destino ulteriore, l’attività futura o il loro acquietarsi nel1’accidia e nel silenzio delle province meridionali”. Evidentemente quando F. Venturi scrisse questi pensieri l’Archivio di Napoli, già però impegnato nella ricerca, e lo sappiamo per esperienza, non aveva ancora completato la non facile ricognizione per rinvenire le carte dei dottori.

Ora, invece, uno schedario in permanente aggiorna­ mento, offre allo studioso la possibilità di fornirsi di un co­spicuo numero di «nominativi degli addottorati» nel secolo XVIII, particolarmente della seconda metà, con l’indica­ zione della provenienza e dello specifico titolo conseguito.

Noi, pertanto, abbiamo rilevato quei nominativi, non limitando la ricerca al solo periodo indicato da F. Venturi, ma procedendo negli anni successivi fin quasi al 1799.

Ad un riscontro sommario, perché non sono facili le certezze, possiamo dire che un discreto numero di quei dottori fu apertamente e dichiaratamente riformista e repubblicano: essi erano stati allievi diretti di A. Genovesi o allievi dei suoi allievi come accadde a Salerno, sede dove il discorso del riformismo settecentesco “oscillò” tra modera­tismo iniziale, proprio secondo i principi del Maestro, e ri­formismo rivoluzionario.

Così avvenne anche nei paesi della provincia dove non pochi della classe “mezzana”, per una ragione o per l’altra, digerivano male un mondo politico-amministrativo avviato alla dissoluzione, malgrado i tentativi della cultura riformista e la volontà di qualche personaggio influente di dar luogo alla realizzazione delle necessarie ed urgenti riforme.

In provincia, infatti, non mancarono coloro che non inte­sero “quietarsi nell’accidia e nel silenzio”, restando fedeli all’insegnamento dei maestri riformisti e all’intima convin­zione per la quale la civiltà si evolve con le azioni degli uomini e con gli avvenimenti che segnano la loro esistenza: era questo uno dei meriti dell’insegnamento dell’intellettua­lità illuministico-riformista, che, a partire da A. Genovesi, aveva introdotto in tutti i domini della conoscenza la nozione di evoluzione, cioè di sviluppo.

Comunque ha ragione A. Puca quando afferma che la maggioranza della borghesia provinciale passò, per motivi di “opportunismo”, nel campo repubblicano; così come fece quando riandò nel campo realista, appena ebbe sentore che l’avventura rivoluzionaria non poteva avere durata lunga. Questo spiegherebbe, non lo sostiene solo A. Puca, ma lo ha sottolineato con forza anche R. Moscati, per eviden­ziare le colpe del ceto borghese, incapace di elevarsi a classe politica, la scelta del popolo, al quale non rimaneva altro che continuare “a considerare il potere regio come l’unico efficace, anche se non sempre efficiente, soprattutto nel frenare le prepotenze baronali o della borghesia terriera”.

Il risultato fu che quei popolani, in linea generale non realisti né giacobini, furono facilmente arruolati come prin­cipali protagonisti, tra coloro che cavalcarono “la tigre della reazione sanfedista”: per qualche studioso, a fare la vera ri­voluzione nel 1799 furono proprio gli “oscuri popolani”, che si erano venuti a trovare nella condizione descritta nel dialogo tra il campanaro e l’arciprete, di G. Gioannetti:

” …Noi parliamo continuamente di tante qualità di go­ verno senza conoscerne alcuno, e quel che è peggio, come vi dissi fin da principio, chi è di un partito, chi è di un altro, e nessuno è capace di sostenerlo con delle ragioni; e molte volte ci troviamo in cimento di sostenere la nostra qualun­que siasi opinione colla forza. Qui tutto il giorno si parla di libertà, di uguaglianza, di sicurezza, di proprietà, di democrazia, di sovranità popolare, di schiavitù, di dispotismo, di tirannia, di costituzione, e che so io, e nessuno intende neppure il significato di tali parole. Oltre di che siamo così confusi in questo nuovo ordine di cose, che non sappiamo dove battere la testa quando abbiamo bisogno di ricorrere al governo per ottenere giustizia. Quelli che si vantano demo­cratici ci van dicendo che il governo popolare rappresenta­tivo è l’unico che possa farci gustare una vera e costante fe­licità. Ma il fatto si è che noi non la gustiamo, questa feli­cità, quantunque si dica da per tutto che abbiamo guada­gnato dopo l’arrivo dei francesi”: il campanaro concludeva questa parte del dialogo con l’arciprete chiedendo a questi un favore grande: “se voi vi degnerete di fare a noi tutti un sì segnalato favore, spiegando il tutto, voi in compenso ne avrete un’eterna riconoscenza”[5].

Il dialogo di Gioannetti rientra, ci pare, nella dimensione pedagogica del riformismo in generale del ‘700 e nella impellente necessità proclamata in quel tempo di un programma di istruzione e di educazione pubblica.

Sono parole, quelle di Gioannetti, che in altre forme si rilevano negli scritti dei riformisti meridionali, i quali cercarono “con esplicita volontà di creare un comune linguaggio tra le diverse popolazioni e classi che disordinatamente si accatastavano nel regno napoletano”[6]

Sta di fatto che gli allievi di A. Genovesi e di altri intel­lettuali riformisti si trovavano davanti, in provincia, un’umanità che viveva Io spettacolo umiliante dell’inefficienza, degli stridenti privilegi dei pochi, della miseria della mag­gioranza, che da anni aspettava qualche decisa riparazione: ignorante ma intelligente, disperata ma sempre fiduciosa nella propria saggezza ed, ingenuamente, in qualcosa che avrebbe rovesciato tutto: il privilegio del barone o l’insulto del borghese, con cui aveva combattuto la feudalità e dal quale era stata tradita[7].

In quell’ambiente poco o niente potettero fare i giovani e meno giovani professionisti locali che portavano nel cuore e nella mente l’insegnamento della cultura riformista acquisita e sperimentata a Napoli! Alcuni aderirono al movimento repubblicano, molti rimasero in attesa, coltivando speranze ed illusioni, altri, per ragioni diverse si dichiararono ostili alla nuova situazione, senza avvertire che, in fondo, stava per cominciare un’era nuova, ancorché sofferta per il rinnova­ mento del paese, per la libertà del pensiero, del commercio e dell’economia, delle relazioni, delle scelte, della maggiore dignità dell’uomo e del suo valore in sé.

Per raggiungere questi scopi, in collaborazione con il “principe illuminato”, Genovesi e la sua scuola invitarono ad esaminare e riso! vere i problemi di fondo della società e dell’amministrazione del paese già dall’epoca “in cui si era raccolto a meditare i problemi economici, nelle colline di Massa Equana col vecchio Intieri, col giovanissimo Ga­liani, col Rinucci, Cerati ed altri, agli inizi degli anni ’50”, quando da poco aveva assunto la cattedra di economia nello Studio napoletano.

Fu allora, osservò F. Venturi, che Genovesi meditò sul fatto che un fossato “divideva la grande città di Napoli, immensa testa d’un gracile corpo, dalle campagne che la cir­condavano”.

E non era necessario andare lontano per osservare il grado di miseria e di incultura in cui si degradavano quelle popolazioni, tanto da poter essere paragonate a “quegli Ot­tentotti verso cui si dirigeva la sua avida curiosità di libresco viaggiatore alla ricerca di efficaci paragoni e paralleli sociali”[8].

Da qui i gravi problemi da risolvere sul piano econo­mico, culturale, politico ed amministrativo: per quanto ri­guardò l’economia non fu senza significato il suo interes­samento per la pubblicazione di un libro di Claude Jacques Herbert, con un suo saggio introduttivo a sfondo pedago­gico-civile, esplicitamente favorevole al libero commercio e alla prospettiva di una economia sciolta dai tanti legami bu­rocratici, che ne impedivano lo sviluppo, e capace di ren­dere attivi gli uomini dopo aver trasformato le cose, “onde creare una società economicamente operosa”.

Ma, appunto, per attuare il progetto bisognava operare le riforme necessarie ed urgenti relative all’altro profondo fossato esistente tra ricchi e poveri, tra istruiti, colti e analfabeti ed incolti, tra signori e servi: abolizione perciò del privilegio feudale, riforma e moralizzazione del clero e delle amministrazioni dello Stato, distribuzione enfiteutica delle grandi proprietà, diffusione della piccola proprietà, abbattimento di tutte le “strutture annonarie ereditate dal passato”, regolarizzazione dei comportamenti del “ceto dei giuristi, che gli sembrano i mandarini del regno di Napoli”. Non ultimo risolvere il gravissimo problema dell’analfabetismo, a cui egli connetteva l’immediata “impellente necessità” di un programma di istruzione e di educazione pubblica, con la diffusione delle tecniche agrarie, con l’inse­gnamento in lingua italiana[9] e la pubblicazione di manuali di morale, di economia, di diritto, ecc.: il tutto indirizzato, probabilmente con punte di ispirazione utopistico-egualita­ria, a trasformare  “ab  imo”  la  società  del  regno  di Napoli[10].

Anche l’appello al ceto “mezzano”, l’unico in quel pe­ riodo capace di determinare il cammino del rinnovamento e dell’ammodernamento del Regno, aveva lo scopo di accele­rare la trasformazione della società meridionale nella quale le attività burocratiche ed amministrative dovevano essere ridotte al minimo: egli si rivolgeva soprattutto ai rappresen­tanti colti di quella classe sociale, considerati l’unico ele­mento attivo o più attivo e promettente della società che si andava ristrutturando nell’epoca moderna: a loro egli affi­dava i suoi messaggi!

A quelli, in particolare, che frequentavano o si muove­ vano intorno alla sua cattedra, di origine contadina, benestante o nobiliare, “portino essi il collarino dell’abate o quello del paglietta”, consegnò l’appello, già in sé rivolu­zionario, di rendere concreto il principio generale sottoline­ato nelle sue Lezioni di commercio:

“Il principio generale e fondamentale onde seguitano tutte le regole particolari che appartengono all’economia è, com’è detto, che la classe degli uomini producitori di rendita sia la più numerosa ch’è possibile e, pel contrario, quelle classi che non rendono immediatamente siano il meno possibile”[11].

Una rivoluzione prospettata, come i tempi suoi suggerivano e l’azione di Carlo m tendeva a confermare, in senso mode­rato, in piena collaborazione con il sovrano “illuminista”, anche se l’Abate non sottovalutava i tanti ostacoli che si sarebbero presentati ed opposti al suo complessivo pro­gramma sociale, forse troppo ampio e generico.

Sta di fatto che A. Genovesi iniziò a “costruire” la miccia, il filo combustibile, che doveva trasmettere a distanza di quasi mezzo secolo l’accensione della polvere dell’ordigno esplosivo del1799, che avrebbe dovuto realizzare quanto già in potenza era nel pensiero del Maestro: segnare cioè la vittoria della rivoluzione liberale. che egli ed i suoi allievi avevano sognato e predicato.

Una rivoluzione legata al principio fondamentale sopra richiamato, che doveva moltiplicare il più possibile i “producitori di rendita”, di ricchezza, seguendo le regole, da cui dipendono tutte le altre: quelle cioè dell’economia e del liberalismo economico, politico sociale. L’attualità di quei pensieri non ha bisogno di verifica! Questa è in fondo la ragione per la quale siamo lontani dall’accettare i giudizi ideologicamente precostituiti sulla rivoluzione del 1799, perché essa, già “viva” nelle diverse realtà del regno napoletano, portò in giro l’insegna della libertà o delle libertà di tutte le libertà: un’insegna di cui ancora oggi, in diversi modi e motivi, si sente il bisogno di innalzare, in più parti del mondo, alla luce delle tante esperienze politico­ culturali che l’uomo ha vissuto a partire anche solo dai fatti del 1799, che, a giusta ragione, B. Croce definì i “più rilucenti della moderna storia d’Italia”[12].

Gaetano Filangieri, ne “La scienza della legislazione” scrisse: “…L’uomo non può conservarsi senza mezzi, né può essere tranquillo se non è sicuro di non poter essere molestato. Possibilità dunque d’esistere e d’esistere con agio; libertà d’accrescere, migliorare e conservare la sua proprietà; facilità nell’acquisto dei generi necessari o utili pel comodo della vita; confidenza nel governo, confidenza nei magistrati; confidenza negli altri cittadini, sicurezza di non poter essere turbato, operando secondo il dettame delle leggi, questi sono i risultati del principio universale della conservazione e della tranquillità.

Ogni parte della legislazione deve dunque corrispondere ad uno di questi risultati. Ogni legge, che non reca alla società uno di questi benefici, è dunque inutile”[13].

Dunque, all’entusiasmo di aver trovato i sentieri culturali che avrebbero condotto alla modernizzazione dello Stato napoletano e al riscatto civile della sua popolazione, fece riscontro un’altrettanta infervorata fiducia nella volontà del sovrano illuminista di procedere sulla strada tracciata dalla nuova cultura. Da qui, l’attivismo della seconda generazione di riformatori nell’esplorare e nel far conoscere le particolarità di quel mondo da riformare. Ed allora dalla Calabria si fece sentire la voce di Domenico Grimaldi, il cui discorso interessò la complessiva condizione economica della regione che girava intorno alle questioni della seta, dell’olio, dei pascoli, del grano, della pastorizia, l’irriga­ zione, la libera attività dei proprietari, dell’ignoranza dei contadini, la loro grettezza, quella dei “signorotti” locali, la questione del credito, ecc.: insomma tutto quanto era nel testamento del Maestro, con il quale aveva tentato di indi­ care le urgenze dell’ammodernamento.

Dalla Puglia faceva eco a D. Grimaldi Giuseppe Palmieri, le cui conclusioni furono moderate, ma ferme, perché il “paese era malato, e come malato bisognava trattarlo”.

Egli consigliava di dar luogo ad un credito intelligente­ mente distribuito nelle province; l’obbligo ai grandi proprietari, baroni e feudatari, di dare luogo ad iniziative corag­giose trasformandosi in imprenditori delle proprie terre, se­condo l’insegnamento che poteva venir loro dall’esempio inglese che Arthur Young aveva messo in essere per la massima occupazione; limitare l’influenza del clero, dei monaci in particolare; combattere i fannulloni, i banditi ed i disoccupati volontari: nel 1787 divenne membro del Supremo Consiglio delle finanze e finì per fare un’esperienza negativa perché tutto si opponeva ai progetti di riforma! Intorno a Palmieri si mosse una compagnia di attivi parteci­panti al moto riformatore, i quali guardavano con interesse lo sviluppo della politica progressista del dispotismo illumi­nato: Filippo e Domenico Briganti, Giovanni Presta, ed altri.

Secondo F. Venturi la parte “più attiva e dove numeroso vediamo germogliare il seme gettato dal riformismo moderato e deciso di A. Genovesi, è costituita dalle montagne del Molise”.

In quelle località nacquero Francesco Longano, Giu­seppe Maria Galanti, Giuseppe Zurlo, Vincenzo Cuoco, ed altri, nei cui scritti furono discussi tutti i problemi, comuni, del resto, alle altre regioni del Regno, cercando di capire ed illuminare le carenze che vi rendevano il vivere gravato di tanti mali.

Non occorre sostare sul capolavoro di G.M. Galanti, La, descrizione del contado di Molise; diciamo solo che egli cercò di accostare i problemi locali a quelli generali e da quell’opera trasse ispirazione per i quattro volumi riguar­danti l’altra importantissima opera: Nuova descrizione delle Due Sicilie, che è da considerare il filmato più reale, com­pleto e problematico dei diversi gravami politico-sociali in. cui vivevano le nostre popolazioni.

Passione autentica per la risoluzione di tante e gravose difficoltà espressero gli altri riformisti tra i quali i vicini abi­tanti degli Abruzzi, Dragonetti e Delfico, autori di importanti pensieri relativi alla feudalità, all’agricoltura, alla giu­st1z1a, ecc. [14]

Nel 1779 fu iniziata la pubblicazione di Francesco An­tonio Grimaldi, Riflessioni sopra ineguaglianza tra gli uo­mini; l’anno dopo apparì la Scienza della Legislazione di Gaetano Filangieri, che precedette di tre anni la pubblicazione di Francesco Mario Pagano, I saggi politici: era la grande “stagione dell’illuminismo napoletano”.

Il discorso del riformismo moderato incominciò a per­dere colpi, mentre l’ambiente in cui si andava formando l’intellettualità riformista, non più intorno alla cattedra del Maestro A. Genovesi, si andò enucleando nella “deliziosa villa dei fratelli Di Gennaro, Antonio, duca di Belforte poeta e Domenico, duca di Cantalupo, economista”.

“Quivi, scrisse Venturi, compariva talvolta, grande e modesto”, l’autore della Scienza della Legislazione, e vi fa­ cevano sosta gli intelletti migliori: Bertola, Fortis, Fantoni, Domenico Cirillo, Bettinelli, Pianelli, Calzabigi, ecc…., che, tra l’angoscia ed il dubbio, prendevano coscienza delle difficoltà incontrate per dare una spinta concreta alle ri­forme. Insomma si affacciò l’ipotesi che, senza un’azione rivoluzionaria, non era facile smuovere i tanti ostacoli che impedivano l’ammodernamento dello Stato e della società meridionale.

In quell’orizzonte si inserì anche nella cultura napole­tana, perché in Europa era da tempo vivo, il filone della fi­losofia della storia e il connesso riscoprire la Scienza Nuova ed il rifarsi, in modo originale, a G. Vico: Grimaldi, Filangieri e Pagano vi cercarono la risposta ai grossi pro­blemi socio-politici come l’origine della nobiltà, la sua fun­zione, il perché della sua esistenza nel Regno meridionale e l’ipotesi che la storia consenta pure “in qualche necessità” di usare atti rivoluzionari per proseguire nel cammino del progresso. Fatto è che verso la fine degli anni Ottanta, dopo alcune fondate speranze di attuare finalmente le sospirate riforme, nell’ambito di un rapporto migliorato di collaborazione tra riformatori e governo della corona[15], subentrò la cosiddetta “crisi delle riforme”, che presto divenne il terreno di diffusione delle idee rivoluzionarie, anche se molti studiosi non persero la fiducia di costringere la monarchia borbonica a proseguire nell’azione riformatrice e di cooperazione con l’intellettualità del Regno[16].

L’attività cospirativa, è noto, ebbe inizio dopo l’incontro dei patrioti napoletani, Giuseppe Cestari, Francesco Saverio Salfi, Giuseppe Abbamonte, Vincenzo De Filippis, Carlo Lauberg, Antonio Jerocades, fondatore a Tropea di una loggia massonica, affiliata alla loggia marsigliese, con il comandante della flotta francese, Latouche, nel gennaio del 1793.

Fu creata la Società patriottica nell’agosto del 1793 e la medesima fu scissa agli inizi del 1794 in due club, il Romo (Repubblica o morte) e il Lomo (Libertà o morte): l’ala radi­ cale e quella moderata.

La prima fu fautrice della creazione di una repubblica democratica ed in quella direzione indirizzò le sue azioni co­spiratrici, svelate e represse con la celebrazione di alcuni processi della Giunta di Stato, che condannò a morte Em­manuele De Deo, Vincenzo Vitaliani e l’avvocato Vincenzo Galiani il 3 ottobre 1794[17].

Nel marzo del 1795 la Giunta di Stato riapriva l’iter giu­diziario nei confronti di altri presunti cospiratori, molti dei quali, come il salemitano A. Matteo Galdi, erano già fuggiti in diversi luoghi della Penisola Italiana o in altri paesi europei.

Quei processi chiusero completamente l’ipotesi di un dialogo tra riformatori, corte e governo: e mentre i primi si attivavano per dare un corso decisamente più dinamico e concreto al pensiero riformatore, i secondi coronavano la loro svolta reazionaria, ribaltando “decenni di rigorosa politica regalista, limitativa dell’ingerenza ecclesiastica, facendo proprie le direttive papali sulla necessità di difendere trono e altare”. Su questo tracciato si incamminarono i fatti socio­ politici che portarono alla fuga in Sicilia di tutti i componenti della casa borbonica, dopo la sconfitta dell’esercito napoletano nel corso dell’avventura nello Stato Pontificio, all’arrivo delle truppe francesi del generale Championnet e alla proclamazione della Repubblica Napo­letana, il 21 gennaio del 1799, una e indivisibile[18].

Come furono vissuti in provincia i tempi che prece­dettero e seguirono i toni della cultura riformista a Salerno e in gli avvenimenti del 21 gennaio 1799 sono in qualche modo rac­contati o sottintesi dai rogiti notarili, di cui si è detto prima. La nostra provincia, e soprattutto, per ovvie ragioni ambientali e culturali, Salerno, visse il Settecento percependo con coscienza critica l’atto di nascita di una visione politica nuova e di una cultura diversa, non più incorniciata tra il sapere teologico e giuridico e l’immobilismo politico­amministrativo di uno Stato senza anima e senza prospettive, volta alla meta di cui parlò P. G. Cabanis[19].

Anche qui, a Salerno, il cammino, che si avvertiva ancor più a Napoli, delle ricerche teoriche e pratiche, scientifiche e filosofiche a servizio del progresso umano, non fu più ostacolato e nuove indagini, nuovi problemi, nuovi com­portamenti suscitarono, in campi molteplici, appas­sionati e fecondi dibattiti, ispirati o suggeriti dalle grandi figure appena in parte già menzionate.

Non dimentichiamo che siamo partiti dal convincimento che molti giovani che si formarono intellettualmente e moralmente intorno al primo grande illuminista riformista, il salernitano Antonio Genovesi, recarono nei loro paesi di origine, dopo il conseguimento del diploma di laurea nello studio di Napoli, il segno dei motivi e dei significati della nuova cultura.

Neppure è da dimenticare che Salerno e le terre del Principato Citra allinearono i nomi di F. Conforti, Giuseppe Abbamonte (o Abamonte), Vincenzo Lupo, Giuseppe Cestari, A. Matteo Galdi, ed altri, per non dire del caposcuola del riformismo, A. Genovesi, a quelli dei personaggi di non comune rilievo che prepararono o parteciparono agli avvenimenti del 1799.

Nei due volumi su Salerno nel Seicento si parlò della nostra città come la più attenta del Meridione agli stimoli culturali nuovi e della sua disponibilità (anche perché fun­zionava lo studio universitario ed operavano i Gesuiti) a rinnovare il sapere filosofico, giuridico e letterario: fu rile­vata la circolarità della filosofia cartesiana ed annotate le tematiche filosofiche legate ai nomi di P. M. Doria, M. Spinelli, a G. Caloprese, F. D’Andrea, G Valletta, L. Di Capua, L. A. Porzio, V.  Gravina, B. Giannelli, S. Biscardi, L. Grasso, T. Cornelio ed altri, a cui andò il merito di aver tolto, vedi B. Croce, gli “studi napoletani al vecchiume e all’isolamento in cui giacevano; per essi penetrarono e circolarono a Napoli le idee che permisero di tenersi informati del grado di avanzamento delle scienze”.

La disponibilità della parte colta salemitana a mettersi al passo “con gli avanzamenti” del sapere che si sviluppava in Europa ed in Italia, permise di ascoltare pure gli echi provenienti dal dibattito filosofico-scientifico-politico, ovviamente più vivo nella Napoli settecentesca, della cultura illuminista e riformista. Sicché i segni di quella particolare modernità, impegnata nella costruzione di un edificio dottrinario inteso a rivendicare antichi e nuovi diritti, furono accolti a Salerno e in provincia da buona parte della “borghesia” intellettuale, che, pur moderata e cauta, andava esprimendo l’intenzione di soppiantare il vecchio regime e l’organizzazione scolastica tutta gestita da personale ed isti­tuzioni religiose. A Salerno fino al 1767 furono i gesuiti a gestire le “formule educative” e i modelli culturali della gio­ventù di tutta la provincia, con predominanza nei confronti dell’attività educativa svolta dai seminari sparsi nel territo rio provinciale. Nei Seminari si apprendevano le nozioni di base, attraverso le scuole di grammatica e di “humanità”, che consentivano la prosecuzione degli studi presso le fa­coltà liberali o Teologiche: i seminari ospitavano infatti i “convittori o alunni” destinati a non vestire l’abito talare, con un pagamento dei primi di trenta o quaranta ducati annui, mentre gli “alunni” non pagavano alcuna retta perché poveri ma intelligenti.

È facile comprendere che gli indirizzi educativi dei Seminari e soprattutto quelli impartiti nel Collegio dei Gesuiti erano finalizzati al controllo dei “saperi” e ad esercitare anche una determinante influenza all’interno della tessitura socio-civile e delle istituzioni pubbliche e private delle counità[20]. Tuttavia la cacciata dei Gesuiti, i segnali di novità di qualche nuovo programma di studio di alcuni Seminari, quello di Salerno in testa, il sorgere delle Scuole regie sulle ceneri di quelle gesuitiche, altri motivi di aggiornamento culturale, espressione di entusiasmo per i significati illuministico-riformisti, le possibili letture di autori stranieri ispirati alla laicità del sapere e alla modernità delle prospettive socio-politiche, 1’indirizzo laico e la rivalutazione delle scienze positive, consentirono ai giovani salemitani e provinciali di leggere e vivere la realtà storica della seconda metà del ‘700 in modo diverso da quanto era accaduto alla precedente generazione[21].

Bisogna riconoscere che la predominanza dei Gesuiti e del clero in genere e il monopolio del sapere che essi detenevano costituirono le note dai contorni più evidenti sullo sfondo di un quadro di arretratezza culturale che incombeva sulla maggioranza degli abitanti, soprattutto in provincia; ma gli indizi ora richiamati segnalano che in quella fase Salerno e le altre comunità provinciali non rimasero estranee alla vivacità culturale che i nuovi tempi annunziavano.

L’istituzione delle Scuole regie, che ebbero carattere de­cisamente laico, pur non potendo di colpo uscire in modo reale dall’ambiente ecclesiastico entro cui per due secoli si erano svolti i curricoli scolastici, dettero inizio all’ammodernamento del sistema educativo, cercando, tra moltissime difficoltà, di preparare un rinnovamento profondo della cultura, della scuola e dei suoi insegnamenti.

Proprio verso questa prospettiva indirizzarono la loro opera ed il loro costante impegno gli intellettuali legati alle idee dell’Abate A. Genovesi, essendo stati suoi allievi, che insegnarono in quelle scuole appena sorte.

Infatti Fiore, Grippa, Onorati, Gargiuli, Guida ed altri, insieme con la più promettente gioventù studiosa formatasi proprio in quell’istituto, vedi Angelo Matteo Galdi, investirono il loro ingegno e la loro cultura nella trasformazione della società, nel promuovere il progresso umano e civile della popolazione salemitana[22]. Essi, in qualche maniera espressero, dando vita nel 1789 ad un periodico, il primo a Salerno, il Magazzino Enciclo­pedico Salernitano, la tensione creativa di quegli anni, re­cando il segno evidente di una stagione che non stava tra­ scorrendo invano: forse del Magazzino Enciclopedico Sa­lemitano e degli intellettuali che lo fondarono e lo ressero con i loro saggi, non si è detto molto, mentre meriterebbero una maggiore considerazione.

Infatti fu tra loro vivo lo spirito riformista moderato e tra loro sorse il successivo giacobinismo, che li vide in prima linea nel corso dei cinque mesi di “regime” repub­blicano[23].

Come seguaci dell’insegnamento genovesiano e quali af­fezionatissimi allievi diretti, Fiore, Grippa ed altri non poterono non seguire, inizialmente, il moderatismo riformista del Maestro; fu solo in seguito che, risultando impossibile la collaborazione con le autorità costituite, essi divennero estremisti.

Lo stesso A. M. Galdi, allievo di Fiore e di Grippa[24], dai primi anni Novanta giacobino, era stato un propagandista del riformismo moderato, esaltando, per esempio, la famosa Fondazione di S. Leucio, voluta da Ferdinando IV, verso il quale non mancarono le lodi e gli osanna del salernitano.

In verità sia a Salerno sia in qualche altra località non dovettero mancare forme non moderate di opposizione e di diffusione dei principi liberali o libertari: la presenza di massoni, accertata a Salerno da esplicite dichiarazioni del­ l’Accademia salernitana degli immaturi, e, per le altre località, dalle indicazioni sulla setta massonico – giacobina – I Normanni e su quella operante nell’Agro-Nocerino, la cosiddetta”Vendita di Montalbino”, rimandano all’ipotesi della presenza di uno spirito contestatario circolante in più parti della provincia[25].

Ma vediamo di recuperare qualcosa di interes­sante circa gli elementi più rappresentativi della cultura salemitana, che direttamente o indirettamente legati al Genovesi, propagandarono il riformismo moderato fino a quando non presero atto che conservare e trasmettere alla generazione successiva lo spirito e la dottrina del Maestro, senza la mediazione di una forte spinta pratico-politica rimaneva tutto nel campo del velleitarismo ideal-culturale.

L’insegnamento nelle scuole regie consentì a Fiore, Grippa e gli altri di tentare l’attuazione del progetto dell’Abate salemitano che contemplava un rinnovamento del sapere “proveniente dalle idee”, che avessero però “il senso della terra”: una ideazione che presupponeva la non possibilità di ipotizzare un movimento che partisse dal basso e si caratterizzasse come movimento rivoluzionario.

Gli intellettuali salemitani impegnati in tale prospettiva non ebbero, dunque, la pretesa di rinnovare il sistema attra­verso trasformazioni radicali delle strutture costituite o di sanare le profonde contraddizioni in maniera violenta; essi, invece, andarono affermando e richiamando il dovere di tutti di preparare nuove condizioni, aggiustamenti e dovute riforme per consentire una esistenza meno precaria e forse più giusta.

Da qui il necessario richiamo all’insegnamento genovesiano che postulava un rinnovamento profondo della classe “mezzana” più colta e più vicina ai ceti popolari, attraverso la conoscenza della realtà economica, dell’ambiente naturale in cui essi vivevano e del necessario rinnovo dei rapporti economici di produzione così inceppati nei vincoli della proprietà feudale ed ecclesiastica[26].

Un programma di cose essenziali che veniva divulgato non solo nel corso delle lezioni presso le scuole regie, ma in modo più universale mediante il già citato MAGAZZINO ENCICLOPEDICO SALERNITANO, su cui Angelo Mat­teo Galdi pubblicò, in più puntate un saggio-polemico contro coloro, che, pur “predicando” il progresso civile e politico del mondo, si davano al commercio dei negri, alla cosiddetta “tratta” di “carne umana”.

Il Magazzino cominciò la pubblicazione il 3 luglio 1789 ed il livello del contenuto saggistico dovrebbe testimoniare come nella nostra Salerno vi fossero intellettuali pronti a partecipare al noto fervore di attività culturali così vivo a Napoli dalla fine del secolo XVII e in maggior rigoglio nella seconda metà del XVID.

II “Magazzino” dovrebbe smentire le osservazioni di Galanti, che parlò di Salerno come cittadina, nel suo complesso, poco ispirata al progresso civile e culturale[27].

Ma i Gesuiti prima, il Seminario in continuità, le Scuole regie dal 1768-69, ed il medesimo Studio di medicina, che era stato di recente aggiornato con l’istituzione di nuove cattedre di orientamento scientifico positivo, qualcosa di culturalmente buono lo avevano «esplicitato».

È probabile che il Magazzino Enciclopedico Salemitano, inizialmente, fosse legato all’iniziativa solo di un ristretto gruppo di intellettuali apparentemente quasi isolati nella città; ma non bisogna dimenticare che Salerno era la sede dove Antonio Genovesi si formò e vi lasciò traccia di sé sia quando frequentò le famiglie Capograssi e Cavaselice, in possesso di biblioteche aggiornate, presso cui l’abate poté leggere numerosi “classici ed opere antiche e moderne” (il che significa pure che non mancava di circolare l’aggiornamento culturale), sia quando curò a Napoli la formazione di professionisti di questa città[28] .

Non è, ancora, da trascurare che il capo del giacobini­smo politico salernitano era apparentato ai Cavaselice; infatti Ferdinando Ruggi era cugino del marchese Cavaselice, nobile iscritto al seggio del Campo, nominato dallo stesso Ruggi comandante della milizia civica, mentre altri intellettuali nobili, Domenico Carrara, Mariano Del Pezzo, ecc…., ebbero incarichi diversi nell’ambito dell’or­ganizzazione del governo provvisorio repubblicano.

Il Magazzino e le nuove idee

Abbiamo letto di recente che il ·nostro tempo è un cimitero di idee e che il secolo, o se volete il millennio, si ad dormenta nella memoria storica come in “un cimitero di idee sepolte”, dal quale si intravede anche “una sala parto (di nuove idee) come un mortorio, un silenzio di tomba”.

L’autore dello scritto, parlando delle idee politiche del Novecento, ha sottolineato che l’ultima di questo genere venne alla luce vent’anni fa e “avanzò sull’onda di Reagan e della Signora di ferro, la Thatcher: il liberismo”.

Per la verità l’idea liberale non era affatto nuova, perché risaliva a data precedente, ed in particolare proprio al Settecento. La sua novità, così abbiamo capito dallo scritto del1’autore, consisteva nel fatto che liberismo significava rottura con tutti i tradizionalismi politico-ideologico-economici e con il connesso statalismo.

In altri termini non era la data di nascita a determinare la sua entusiastica accettazione, ma il fatto che essa metteva in crisi tutte le chiavi di interpretazione della vita e dei rapporti sociali succedute al liberalismo, largamente derivato dalla cultura riformista del Settecento.

Si trattava di un’interpretazione non del tutto politica per ché rappresentò soprattutto un principio di organizzazione politico-economica, con relativo primato del mercato e la sua globalità, intesa ad abbattere lo statalismo, appunto, e mettere nel cimitero delle idee sepolte i vari socialismi, co­munismi, socialdemocrazie, solidarismo cristiano, i vari fascismi e quanto altro rimaneva intorno a simboli utili so­prattutto per un solo uso: il potere!

Sicché quella prospettazione così legata ai due perso­naggi, d’America e d’Inghilterra, fu “l’ultima novità dal re­gno delle idee del Novecento: viviamo ancora su quella eredità e gli indirizzi di governo, i programmi di partito, i dibattiti residui, riguardano ancora il dosaggio di liberali­smo: tutti ruotano attorno a questa idea, senza avere la ca­pacità di produrne qualche altra originale che potrebbe costituire un civile antagonismo all’universo liberal del pensiero unico o uniforme”![29].

In verità a noi è piaciuto di più il pensiero di chi ha con­siderata attuale, nella sostanza e nei fini, l’idea liberale settecentesca divulgata e sostenuta dai riformisti napoletani come fonte di energia culturale e di mobilitazione sociale, come nuova visione del mondo, come una guida per orien­tarsi nella realtà e plasmarla. L’idea liberale riformista degli intellettuali meridionali, come quella di Reagan e della That­cher (ma con il vigore forte della primogenitura e la voglia di dare mano alla costruzione di un nuovo “edificio dottri­nario”, in termini filosofico-scientifico-politico-sociali), intese abbattere tutto quanto si dipanava nella complessa rete di relazioni tra le persone, i gruppi, le situazioni economiche, il moltiplicarsi dei privilegi, delle privazioni, delle miserie materiali e morali: insomma tutto il vecchio tessuto della vita pubblica e privata, così strettamente dominata dai vantaggi baronali! Qualcuno, pertanto, si domanda se quegli intenti sono ancora da rendere concreti: gran parte sono stati messi nel cassetto, altri sono stati avvelenati dal potere, altri ancora non hanno trovato attuazione perché, da sempre, il potere, rifiutando la soluzione dei problemi che si vanno evidenziando dall’incontro tra la realtà economica e civile del paese, con i suoi fermenti di libertà, privilegia il carattere ideologico che lo anima.

Ripetiamo: A. Genovesi, i suoi allievi e tutti gli altri ri­formisti napoletani si impegnarono per la “creazione” di una società che non conservasse nulla più del paralizzante si­stema precedente, una società libera, attiva razionale, il più possibile imparziale, rispettosa della persona: un messag­gio, per quei tempi, decisamente esplosivo, rivoluzionario, che riuscì a mettere in crisi un mondo sociale e politico­ culturale da secoli contorto contraddittoriamente nei suoi af­fanni, nelle sue ingiustizie, nella sua ignoranza, nell’incom­petenza nel campo commerciale, nell’industria, nell’agricol­tura, nella violenza, nella corruzione dei costumi e in ogni altro rapporto che formava lo scenario di quel misero, disu­guale e pericolosamente discrepato mondo.

Quanti di quegli “aspetti” viviamo ancora? Quante di­screpanze circolano nella nostra società, indicata da più parti come una strana e permanente deregulation? Sarebbe interessantissimo uno studio a riguardo.

Comunque qui interessa la divulgazione di quelle idee, così affascinanti, che certamente dovettero, quanto meno per la grandissima novità che le distingueva, interessare, con diversa intensità e vari modi di adesione, almeno la parte più colta della popolazione, la più amante della libertà senza i veleni delle interpretazioni ideologiche, della pura li­bertà come conquista della dignità dell’uomo!

Per la semplice e rapida diffusione di quelle riflessioni, per Salerno e provincia, ci pensarono i gruppi di intellettuali appena citati, i quali, ripetiamo, prima nelle scuole regie e poi attraverso il “Magazzino Enciclopedico Salernitano” si impegnarono a far conoscere le idee di ispirazione genove­siana ed ogni altra riflessione dei riformatori illuministi na­poletani, della prima e seconda generazione, testimoniando maggiore attenzione ed interesse nei confronti del riformismo “concreto e moderato caratteristico del movimento nelle province”[30].

Sicché il Magazzino assolse il compito o l’ufficio di conservare e trasmettere, soprattutto ai giovani, lo spirito e la dottrina del maestro e di quanti, per le dovute riforme, si occuparono di commercio, di agricoltura, di produzione e del progresso civile e politico della società. Sorsero, così, gli altri gruppi di allievi-indiretti-dei riformisti, a Salerno e in provincia, perché il Magazzino fu accolto con molto favore ed interesse: il che, affermò M. A. Galdi, costituì un incoraggiamento lusinghiero per rendere ancor più vivace l’aspirazione riformatrice nel Principato Citra[31].

Tutti i collaboratori del Magazzino si tennero in stretto contatto con gli ambienti colti della capitale e dettero spazio n1aggiore agli argomenti riguardanti la soluzione dei pro­blemi dell’agricoltura e del commercio, ritenuti fondamen­tali per la crescita civile della popolazione.

Accanto agli scritti dei riformisti salemitani il Magazzino ospitò anche importanti saggi, sempre relativi all’economia agricola del Regno, dei napoletani Vincenzo Pecorari e dell’economista Domenico Di Gennaro già prima incontrato. Domenico, che sosteneva la necessità di abbattere il sistema vincolistico dell’annona, con il fratello Antonio, ospitarono, nella loro villa di Posillipo, numerosi riformisti napoletani, cioè quella compagnia di intellettuali veramente di prima scelta, che fecero della cultura “il mezzo ancor più ardito” nel chiedere le riforme: tra gli ospiti, spesso comparivano Filangieri, M. Pagano, M. Delfico ed altri, che avevano ripreso a studiare G. B. Vico e le sue teorie sulla dinamica della storia, esigente, in particolari, frangenti, l’opera della rivoluzione.

Notevole interesse suscitarono i saggi di M.A. Galdi, appena ventiquattrenne e giovane studente in giurisprudenza a Napoli, amico e allievo di Gaetano Filangieri, sul disgustoso commercio dei negri, nei quali condannò gli scritti di N. H. Linguet, un pubblicista francese in polemica con Montesquieu, che andava sostenendo la difesa di “quel branco di mercanti europei” dediti all’ignobile commercio”[32]: il richiamo del Galdi a filosofi e moralisti di Francia, d’Inghilterra e d’Italia testimonia che il salernitano era già fornito di un vasto e serio corredo di letture (Linguet, Mallet, Montesquieu, Voltaire, Robertson, Raynal, Rousseau, Filangieri e Locke…)[33].

Questo atteggiamento, molto probabilmente frutto di tante letture, fu una logica premessa, dopo lo scoppio della rivoluzione francese, del suo giacobismo. Nort è perciò da meravigliarsi, mentre può suscitare sorpresa il furore rivoluzionario di G. Fiore e G. Grippa, già maturi negli anni, che già avevano decisamente scelto la linea della modera­ zione riformista o del moderato conservatorismo.

Diffusione dei principi liberali a Salerno e provincia prima del 1789

I principi liberali a Salerno e nel Principato Citra ebbero certamente una più accelerata diffusione dopo la rivoluzione francese. Ma essi non erano assenti, anche prima, soprat­tutto negli ambienti intellettuali più avanzati.

Diversi segnali certificano sufficientemente che, nel corso di tutto il secolo XVIII, la parte più progredita o più libertaria dell’intellettualità salernitana non era rimasta indif­ferente alla vivacità culturale di quei tempi “nuovi”, perce­pendo, magari con spregiudicato entusiasmo le tensioni di matrice illuministico-riformista, nel campo religioso, poli­tico, culturale e morale.

La reazione della parte più conservatrice della città confermò il cosiddetto “dilaceramento” del vecchio quadro so­ciale, che anticipava il futuro talvolta con scenari “di liberti­naggio” e di trasgressione come avvenne per la “faccenda Casanova” nel palazzo del marchese Carrara.

Per la verità non mancarono composte e responsabili considerazioni di ordine positivo nei confronti delle linee culturali filosofico-scientifiche, come avvenne nell’inse­gnamento universitario e nei “curriculi” scolastici del locale Seminario voluti dall’Arcivescovo Isidoro Sanchez De Luna, simpatizzante giansenista, se non proprio seguace degli insegnamenti di Pascal.

L’Accademia degli “Immaturi” e la reazione conservatrice

In sintesi: l’Accademia degli Immaturi fu inaugurata il 2 gennaio del 1759 nel Duomo del Capoluogo, in uno scenario di cerimonie assai solenne, direttamente in linea con le finalità per le quali era sorta, e con la partecipazione di tutte le maggiori personalità del potere civile e religioso della Provincia.

Il sodalizio sorse per interessamento, in particolare, del duca di Camerota Annibale Marchese, Preside della provincia di Principato: una sorta di ricostituzione della più antica fondazione dei Rozzi Risvegliati, così come si legge nel Magazzino Enciclopedico, n. 23 a p. 1777, ma con le prospettive politico-religiose a servizio della difesa del “trono e dell’altare”.

Infatti gli impegni dell’Accademia si enucleavano fon­damentalmente nell’azione di contrasto, anche mediante la cultura classica, di un “nimico sì fier giunto da galliche terre”; un impegno che avrebbe consentito di accrescere i meriti “con la Chiesa Santa e col Principato contro li ser­peggianti errori massonici che abbiamo preso di proposito ad impugnar”; “a correre in fulgi d’armi e preste là dove più abbonda l’indominato velen di lingue infeste contro i sogli e la Chiesa”; a “difendere la Religione ed il Trono; infine, far voti che dal suo seno sorgano bravi campioni ch’a Dio, c’al Re sian di frontiera e scudo or ch’un mar d’eresie fiero n’ingombra”[34].

La folla – annota R. Guariglia – di gentiluomini, di magistrati, di dottori, di patrizi dei tre sedili, di eletti, di monsignori, “accalcata intorno all’illustrissimo e Reverendissimo Arcivescovo Casimiro Rossi, celebrante, conferiva allo spettacolo una solennità grave dei grandi eventi” e alle parole che esprimevano l’intenzione di combattere il fenomeno germinativo delle nuove idee provenienti dalla cultura straniera, in particolare quella francese, si elevavano i toni “di un giuramento deciso”.

Quell’adunanza di esponenti, almeno formalmente rea­zionari, sta a significare che a Salerno, e per vie indotte anche in provincia, la cultura illuminista di orientamento laico­riformista non mancò tra una certa parte dell’intellettualità progredita.

Inoltre essa certificò la presenza a Salerno, ma anche in altre località, lo si è constatato prima, di gruppi massonici, che “si facevano portatori di oscuri presagi e si insinuavano in ogni ambiente”.

Casanova a Salerno ed il marchese C

M. D’Ayala, concordando con quanto riferisce P. Colletta nella Storia del Reame di Napoli, affermò che la massoneria si diffuse ancor più tra i nobili che conoscevano la lingua francese[35]. L’affermazione degli autori trova ri­scontro nel cosiddetto “affare Casanova a Salerno, mas­sone, in casa del massone marchese Carrara”, richiamato più volte dallo stesso Casanova nelle memorie ed indicato come “vecchio e ricco a sfascio”, un personaggio che avrebbe fatto gola a Boccaccio o, soprattutto, a Masuccio Salernitano, ossia Tommaso Guardati, noto come un novel­liere satirico polemico, di notevole spessore, prima del Verga e dopo il Boccaccio[36]. L’episodio relativo al Casanova potrebbe concorrere a comprendere il clima storico-politico-culturale a Salerno entro cui si svolsero i con­ trasti ideologici tra la parte conservatrice della società e quella chiusa, attaccata alla tradizione e ai costumi di un mondo che andava esaurendosi.

La nuova cultura nel Seminario

Sul Seminario a Salerno e sulle vicende scolastico-culturali che ne seguirono fortuna e decadenza, dalla fondazione alla fine del secolo XVIII, ho già detto in altri “lavori”[37].

Qui sottolineo due fatti relativi al secolo XVIII e agli studi che in esso si svolgevano. Il primo è che dopo la cacciata dei gesuiti e la successiva crisi delle scuole regie, l’istituto assunse, via via, il carattere di un centro di studio più che luogo che servisse a preparare solo uomini pii, di cui la Chiesa aveva bisogno.

Infatti, il costante interessamento degli arcivescovi lo re­sero, proprio nel Settecento, il più importante centro di istruzione e di educazione della provincia di Principato Citra ed uno dei più “celebrati” del Regno: sicché esso non mancò, in particolare nella seconda metà del secolo, di esercitare una marcata influenza sulla vita della città e sulla formazione erudita di buona parte delle classi dirigenti laiche. La documentazione dell’epoca indica che l’arcivescovo Isidoro Sanchez De Luna “fosse solito chiamare ad inse­gnare nel seminario maestri dotti e a fornire le scuole di quanto­­­ fosse necessario all’insegnamento”.

De Luna fu quanto meno un simpatizzante giansenista: proprio a questo atteggiamento bisogna legare il secondo fatto a cui si faceva cenno.

Il prelato per testimoniare l’attività culturale esercitata nel seminario e la qualità dell’istruzione che vi veniva impartita prescrisse, che, ogni anno, in una pubblica “Accademia” i seminaristi dessero un saggio della loro preparazione, nel cortile del Duomo, alla presenza di tutta la “intellighentia” ecclesiastica e laica di Salerno e dei centri vicini.

La cosa più interessante non fu l’accademia ma il nuovo curricolo scolastico che l’arcivescovo aveva designato: in­fatti egli ordinò che fossero insegnate la matematica e la geo­metria con la dignità a loro derivante dal contributo che esse offrivano alla ricerca della verità. In altri termini egli allineò il curricolo scolastico ai tempi appagando, altresì, i suoi convincimenti e le simpatie pascaliane. E noto che Pascal parlò di tanti “esprits” con cui si colgono gli aspetti parziali della verità; ma due erano ritenuti fondamentali: l’esprit de finesse e l’esprit de geometrie, come dire sentimento e ragionamento. Infatti possedere solo l’uno è non comprendere nulla dell’altro!

Nell’Archivio capitolare si trova un compendio a stampa di geometria piana che sembra confermare queste indicazioni e quindi il sottinteso della particolare posizione spirituale dell’arcivescovo.

Vi si afferma che la filosofia e la matematica sono state strettamente unite come scienze dalla natura delle cose e non solo dal pensiero degli uomini: in tale prospettiva, è prope­deutico e fondamentale per tutte le scienze il metodo matematico; basta pensare allo sviluppo economico e sociale dell’Europa.

Comunque la prima osservazione è che la cultura propa­­­gandata nel Seminario, pur conservando il carattere dell’an­tica classicità, con particolari riferimenti ai problemi della religione, della morale, del diritto canonico e della filosofia, al fine di stabilire una serie di regole vincolanti il compor­tamento dell’uomo, non trascurava il sapere delle scienze positive, tanto da programmare saggi o accademie pubbli­che riservate agli studi della matematica e della geometria.

Il che non poté non dare in città un contributo allo spirito di rinnovamento culturale della modernità in cammino e alla consapevolezza, in via di diffusione, del cambiamento che albergava nei pensieri degli esponenti della “borghesia” colta e della stessa nobiltà più o meno lontana da quella persistente nel catino delle forme culturali complessivamente antiquate. Salerno, pertanto, per i motivi espressi, fu un punto di riferimento del nuovo che avanzava per tutta la provincia di Principato Citra, che guardava con interesse anche allo “scontro” dialettico giuridico tra la “borghesia”, che non intendeva sottostare ancora alle pretese del privile­gio, e la nobiltà inseggiata che di quei privilegi faceva stru­mento di dominio politico-amministrativo ed economico.

Possiamo dunque ipotizzare che la vastità e la generalità dei fenomeni, che interessarono il Regno di Napoli nel 1799, posero problemi di scelta a tutta la popolazione, anche nella nostra provincia; lo prova il fatto che in quasi ogni comune, la frattura esistente all’interno della società tra le varie componenti sociali, provocò moti rivoluzionari e con­trorivoluzionari all’indomani della proclamazione della Re­ pubblica Napoletana.

Ma per ottenere una interpretazione più vicina alla verità, lo ripetiamo, bisogna mettere in luce la totalità e la varietà delle realtà locali dove interessi personali, di gruppo, stret­tamente inseriti nel tessuto sociale di ogni singolarità so­ciale, costituirono il terreno in cui quegli avvenimenti trova­rono il principale e determinante elemento della rivoluzione e controrivoluzione. E proprio il rispetto che portiamo per i fatti accaduti nel 1799, che comunque costituirono, a giusta. ragione, “una delle parti più note, e quasi, più rilucenti, aggiunge B. Croce, della moderna storia d’Italia”, ci ha suggerito di cercare, con la maggiore ampiezza possibile, la documentazione storica di quanto accadde nei nostri paesi nei primi sei mesi del 1799.

Per consentire al lettore un suo giudizio personale su quei fatti, che furono importanti anche per la loro origina­lità, può essere· di aiuto la piccola antologia che poniamo alla fine di queste note. Essa è stata curata con la consueta, intelligente e diligente operosità da Francesco Manzione, alla cui esemplare capacità di ricercatore dobbiamo la raccolta dei circa quattrocento documenti.

Un’antologia che invita il lettore ad analizzare le parti recitate o svolte dagli uomini, nell’interno di ciascuna Uni­versità dei cittadini, costringendo, altresì, ciascuna a difen­dersi dai tanti tentativi operati per un’interpretazione generi­camente unitaria di quel fenomeno così particolare, figlio di una grandissima cultura meridionale, il cui caposcuola fu un salernitano: Antonio Genovesi, portabandiera della li­bertà civile, morale, culturale, politica, religiosa ed economica.

Donato Dente
Università di Salerno


[1]  D. DENTE ED ALTRI, Educazione e società nel ‘700 Napoletano, Anto­ logia degli scritti di pedagogia dei riformisti meridionali, Roma, 1976.

[2] R. MOSCATI, Ad Eboli nel 1799, in IL Comune di Eboli in memoria di R. Moscati, Salerno 1987; dello stesso: Fonti e Documenti, per le Fonti della storia del ’99, in “Rass. Stor. de] Risorgimento”, a. l 934(XII-XIII); L. Cassese, Giacobini e re alisti nel Vallo di Diano, in “Rass. Stor. Salernitana”, X, 1 949, nn.1-4.

[3] A. PUCA, Insorgenza e classi sociali: N. Tommasini e la Massa delle Piaggine, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, a. XI-nn.1- 2, 1993.

[4] F. VENTURI, Il movimento Riformatore degli illuministi napoletani, in Illuministi  italiani, V  tomo del voi. 16.

[5] Giacobini italiani, voi Il, a cura di D. CANTIMORI e R. DE FELICE. Bari, 1964: Il dialogo primo del cittadino Giuseppe Gioamietti Bolognese (1798), Circolo ambulante, o sia dialoghi repubblicani, ecc…,  pp. 423-451; cfr. pure M. MONTANILE, Parole e rivoluzione note su lessico e vocabolario nel triennio giacobino, Salerno, 1994.

[6] F. VENTURI, op. cit., p. 10.

[7] Ibidem, p. 11.

[8] Ibidem, p. 12.

[9] In quel periodo, per la prima istruzione, non esistevano scuole utili a tutti indipendentemente dalla condizione sociale degli allievi, una scuola cioè appositamente destinata al leggere, scrivere e far di conto. Vi erano invece le cosiddette scuole di grammatica inferiori e “superiori”: in quella inferiore si iniziava lo studio del latino, mentre in quella superiore si insegnava la grammatica e la sintassi latina, la lingua con la quale si compilavano gli atti. Nelle Università le lezioni si svolgevano in lingua latina: quando A. Genovesi, inaugurò la lezione in lingua italiana, non mancò lo scandalo!! Cfr.: Il catechismo e la grammatica, a cura di G.P. BRIZZI, Bologna 1985, pp.25-81.

[10] Le opere del Genovesi: Metafisica, Napoli 1743; Discorso sopra il vero fine delle lettere e  delle  scienze,  Napoli  1753;  Meditazioni  filoso­ fiche, Napoli 1758; Le11ere filosofiche, Napoli 1759; Metafisica per li giovanetti, Napoli 1766; Diceosina, Napoli 1766; Lettere accademiche, Napoli 1764; Lezioni di Commercio, Napoli, 1766-67.

[11] Cfr. Lezioni di Commercio

[12] B. CROCE, La Rivoluzione napoletana del 1799, Napoli 1978.

[13] G. FILANGIERI, La scienza della legislazione, Napoli 1998.

[14] F. VENTURI, op. cit., p. 16.

[15] Ebbero incarichi governativi, nella prospettiva filangieriana di un rapporto di collaborazione tra riformatori e corona, giuristi, economisti e filosofi: lo stesso Filangieri, G. Palmieri, G. M. Galanti, F. Grimaldi. Furono realizzate alcune riforme come l’abolizione dei diritti feudali di passo, la divisione dei demani comunali, la soppressione della giurisdizione feudale nei feudi ecclesiastici e nei feudi devoluti, cioè ritornati alla corona per estinzione della linea di successione feudale. Ma poi tutto si fermò!

[16] A. M. RAO, La Repubblica napoletana del 1799, Roma, 1 997, p. 13; A. M. RAO e P. VILLANI, Napoli, 17991815. Dalla Repubblica alla monarchia amministrativa, Napoli ’95.

[17]  B. CROCE, La Rivoluzione napoletana del 1799, Napoli, 1998.

[18] A. M… RAO, La Repubblica, ecc…. , cit.: fu stabilito  che  la  bandiera della Repubblica fosse di tre colori: gialla, rossa e turchina.

[19] P. G. CABANIS, “Medicin-philosophe”, verso la fine del secolo XVIII, scrisse che l’epoca dell’illuminismo resterà nella memoria degli uomini come uno dei grandi periodi verso il quale la posterità sovente si rivolgerà perché ha insegnato i l modo con il quale la ruota della storia si può rapidamente far marciare per il miglioramento del “genere umano”: P. G. CABANIS, Coup d’oeil sur le révolutions et sur le réfonne de la médecùie, in S. MORAVIA, Il tramo nto dell’illuminismo, Bari, 1986, p. 11.

.

[20] In effetti i Gesuiti, attraverso lo spirito dell’istruzione e dell’educa­ zione da loro impartite, fornirono gli strumenti culturali all’aristocrazia ed alla borghesia conservatrice, per perpetuare lo “status quo” stabilito nell’iniziale programma. La loro egemonia culturale ed educativa veniva esercitata all’interno della intera tessitura socio-civile anche attraverso l’organizzazione della città tutta in associazioni-Sodalitates- di categoria, che erano frequentemente convocate e catechizzate affinché i loro modelli culturali ed educativi fossero tradotti in stereotipi “comportamentistici” ed in meccanismi di relazione che consentissero, da una parte, alle classi privilegiate di mantenere pressoché inalterato il proprio ruolo sociale e politico- amministrativo e, dall’altra, mitigassero i conflitti, così come ere stato pattuito con il Viceré Conte di Miranda il 1590- cfr. D. DENTE, Salerno nel Seicento, nell’interno di una città, Salerno 1989 e D. DENTE, Itinerari per una storia culturale e civile di Salerno (secoli XVI-XVIII), in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, aa. XIV-XVI, 1996- 1998.

[21] D. DENTE – G. RESCIGNO – F. MANZIONE, Lo Staio di Sanseverino nel 1799, Ed. Laveglia: vi si trovano le disposizioni di censura emanate dal governo borbonico nei confronti delle pubblicazioni, provenienti dall’estero, degli autori francesi in particolare.

[22] Gennaro Fiore, nato a Coperchia (SA) e Giuseppe Grippa, nato a Napoli, rispettivamente insegnanti di matematica e di filosofia, furono discepoli di A. Genovesi: entrambi, poi, maestri di A.M. Galdi, nato a Coperchia il 1765: cfr. D. DENTE, Prospettive pedagogiche di M. A. Galdi dall’illuminismo moderato a quello rivoluzionario, Salerno 1980, terza edizione.

[23] Molti presero parte attiva al propagandismo repubblicano: G. Fiore, già componente dell’amministrazione della città, subito dopo l’arrivo dei francesi, fu incaricato, insieme con T. Mantenga, di comunicare al generale Championnet l’attaccamento di Salerno al nuovo regime; G. Grippa, con altri dell’Amministrazione compartimentale, propose che il governo della città “prendesse espediente per lo sterminio dei nemici della libertà e della Patria”: A. SINNO, Salerno durante la Repubblica Partenopea, p. 45.

[24] A. M. GALDI, Pensieri sull’istruzione pubblica relativamente al Regno delle Due Sicilie, Napoli, Stamperia Reale 1909: l’autore ricorda G. Fiore e Giuseppe Grippa come “uomini per costumi e per sapere distintissimi, de’ quali ho avuto la sorte di essere stato uno degli allievi”, p. 61.

[25] D. COSIMATO, La valle dell’lrno, Salerno 1985, p. 118; cfr. Antologia dei documenti inediti, per il comune di Nocera, Ediz. Laveglia.

[26] A. CAPONE, Rassegne, discussioni e varietà il Magazzino Enciclopedico Salernitano, in Rass. “Storica del Risorgimento”, Napoli 1790.

[27] G. M. GALANTI, Descrizione geografica e politica delle Sicilie..

[28] A. CUTULO, Le memorie autobiografiche di A. Genovesi, in “Arch. Stor. delle province napoletane”, Nuova serie, vol. X, p. 241.

[29] M. VENEZIANI, in Il Giornale, 13 agosto 1999.

[30] F. Venturi ha scritto circa il sorgere di due correnti del movimento riformista: quella più filosofica, utopica a Napoli, mentre quella più osservatrice, tecnica e descrittiva mise radici in provincia F. VENTURI, Il movimento  riformatore  degli  illuministi  meridionali,  in “Rivista storica italiana”, a. LXXIV ( 1 962) n.1, p. 6.

[31] Nel volume che diede la possibilità di diventare Direttore Generale della pubblica istruzione con Zurlo Ministro dell’Interni, 1810, M. A. Galdi scrisse:  “appena  fu stabilita  in  Salerno una  mediocre stamperia,  che videsi uscir alla luce il Magazzino Salernitano, giornale periodico compilato da pochi letterati cittadini amici del bene pubblico, e che non chiedevano altro compenso per le loro cure che i vantaggi della Patria, e che non erano mossi da altro sentimento, d’altro interesse che dall’amor della gloria. Memorie di pubblica economia di agricoltura, di medicina, di letteratura giunsero in folla ai compilatori, che già godevano veder esaltati e coronati dal successo i loro travagli e già si accingevano ad aumentare i numeri periodici del loro giornale, quando cessò. di esistere la stamperia, e la maggior parte dei deposti materiali rimasero inediti” cfr.: M. A. GALDI, Pensieri sull’istruzione pubblica, p.61, Napoli Stamperia reale 1809.

[32]Cfr. Il Magazzino Enciclopedico, presso Biblioteca Prov.le Salerno.

[33] A. CAPONE, Rassegne, Discussioni e Varietà Il “Magazzino Enciclopedico Salernitano, in “Rassegna Storica del Risorgimento”, a.L. fase. II, 1963 – Aprile-Giugno.

[34] D. DENTE, Itinerari per una storia culturale e civile a Salerno (secc. XVI-XVIII) in “Bolleltino storico di Salerno e Principato Citra”.

[35] M. D’ AYALA, / Liberi muratori di Napoli, in Arch. Storico per le pro­ vince napoletane, fase. I-II-III-IV; P. COLLETTA, Storia del Regno di Napoli dal 1734 al 1825-libri 1-Y, Biblioteca univ. Rizzoli, pp.169-170.

[36] Brevemente: Casanova aveva avuto amante tal Lucrezia Castelli; da quella relazione era nata Leonida, bella ancor più della mamma: Lucrezia Monti aveva sposato l’avvocato Castelli. Leonida, cantante, aveva incon­trato Casanova – il padre – nel palazzo della famiglia Maddaloni. Fu notata dal marchese Carrara, che ne fu colpito per la bellezza, stando sulla scena: lo sposò “in pochi giorni”. Venuto a Salerno per incontrare Lucrezia, Casanova seppe del destino della figlia, sposa in casa Carrara, con un marchese “ricco a sfascio”, che I’ “avventuriero” incontrò con “la sorpresa di trovarlo suo fratello in massoneria”. Il soggiorno di Casanova nella casa Carrara durò dieci giorni, nel corso dei quali padre e figlia “si congiunsero”. Tutto ciò potrebbe anche aiutare a comprendere quanto si nascondesse sotto le apparenze di un mondo sostanzialmente ipocrita e quanto poco l’interesse morale prevalesse nelle azioni degli uomini formalmente ossequiosi verso la religione e la legge.

[37] D. DENTE, Salerno nel Seicento Istituzioni culturali, Salerno, 1991; D. DENTE – M. A. DEL GROSSO, La civiltà salernitana nel sec. XVI, Salerno, 1983; D. DENTE – D. COSIMATO, Il Principato Citra, Napoli, 1978; D. DENTE, Andare a Scuola, Napoli, 1986. Confronta A. CAPONE, Il semi:zario di Salerno, dalle origini ai nostri giorni, Salerno, 1933, vi si legge la “dedicatoria”, che riporta l’alto riconoscimento delle benemerenze di mons. I. S. De Luna sia “per il progresso che i Vostri giovani allievi fanno nelle scienze matematiche, in cui Voi siete valentissimo, sia perché Tu Seminarium nostrum, novis erectis aedibus, exornasti, et omnibus, quae studiose Pubi opus erant, rebus compesti. Tu viris insraxisti selectissimis quibusque studia, colerent, perpolirent, omament”: A. CAPONE, Il seminario di Salerno, dalle origini ai nostri giorni, Salerno, 1933.

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