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IL 1799 Ideali ed eventi nel Salernitano (XI) intervento di Luigi Maurano

Posted by on Lug 15, 2022

IL 1799 Ideali ed eventi nel Salernitano (XI) intervento di  Luigi Maurano

VERSO IL 1799 NELLA LETTERATURA DELLA SECONDA METÀ DEL SETTECENTO

I critici interpretano oggi la storia letteraria in maniera as­sai diversa da come si era soliti considerarla un tempo.

Essa non è più intesa come l’elencazione, in dimensione diacronica, degli autori e delle loro opere: la vita letteraria è avvertita come un perenne crogiuolo, in cui si concentrano, con provenienza da ogni fonte culturale, momenti di sviluppo e di sollecitazione che s’incontrano, si concentrano o si scontrano.

Cogliere e descrivere, attraverso la lettura delle opere e lo studio del mondo morale-culturale dei loro autori, tali momenti, equivale a tracciare la storia nel suo farsi e nel suo definirsi, solcando una di quelle vie che implicitamente Voltaire aveva indicato, quando aveva criticato i volumi di storia della Francia scritti fino al suo tempo, affermando che la loro lettura faceva nascere l’impressione che le terre di Gallia da mille e seicento anni fossero state popolate solo di re, ministri e generali.

E del resto già Francesco De Sanctis, nel disegnare il profilo della sua storia letteraria d’Italia, aveva sentito que­sta come l’esposizione del farsi e del dipanarsi della stessa civiltà della Nazione. E nasce di qui il giudizio che quella del grande critico irpino è una storia intima del popolo ita­liano nel suo costituirsi e maturare attraverso i secoli, fino alla conquista della sua identità e della sua unità morale e spirituale.

Se vogliamo perciò renderci conto di ciò che fu veramente la rivoluzione napoletana del 1799 e di ciò che essa significò per i decenni che la seguirono e nei quali scoppia­rono i moti, sorsero le barricate, si svolsero le lotte che portarono l’Italia all’indipendenza ed all’unità, dobbiamo cercare di conoscere il contributo che la letteratura di fine secolo fornì alla rivoluzione, della quale necessariamente costituì l’alimento e la linea vitale. Non potremmo altrimenti capire la ragione, per la quale pensatori e studiosi illustri di quel periodo storico, in prima linea Benedetto Croce, ab­biano potuto affermare che dalla rivoluzione napoletana del 1799 ha inizio il Risorgimento d’Italia. Se lo hanno fatto, è perché le idee, che sostennero l’azione rivoluzionaria) fu­rono il patrimonio morale che dalle forche e dall’esilio fu trasmesso ai figli e ai nipoti. Ed esso si era costituito nello studio e nelle riflessioni scritte nelle opere del secondo Settecento, che si trasformarono poi in lievito per il movi­mento di rivolta.

Non è certo mia intenzione affrontare e dipanare, in questa sede e nello spazio di tempo consentito al mio inter­ vento nell’economia generale del convegno, il problema.

Mi limiterò perciò ad alcune considerazioni e indicazioni, sulle quali, senza presumere di esaurire la tematica dell’ar­gomento, mi permetto richiamare l’attenzione dei parteci­panti. Ciò che viene spontaneo sottolineare per prima è che tre argomenti fondamentali emergono nel corso della lettura, sia pure non approfondita, delle opere degli scrittori del meridione d’Italia nella seconda metà del secolo XVIII e sono tutti d’ispirazione illuministica calata nella realtà delle condizioni della popolazione delle città e delle campagne del Regno.

La prima ricorrente preoccupazione è il contributo che gli scrittori offrono al riscatto, da loro vagheggiato, del popolo, che, per non pochi tra loro, non sarà neppure possi­ bile chiamare con questo nome, se non quando, finalmente, esso non sarà stato aiutato, mediante il processo di alfabetizzazione a lasciare la mortificante condizione dell’ignoranza, che porta con sé la miseria e la schiavitù dello spirito. Il secondo problema è la necessità di affrontare, mediante il suggerimento delle riforme e la introduzione di nuove tecniche di preparazione professionale delle maestranze, le tematiche della produzione e del commercio, per migliorare l’una e dare ordine all’altro, allo scopo di ammodernare e migliorare la qualità della vita. Ultimo in ordine di elenco e non certo per importanza, quello che massimamente sta a cuore agli scrittori e assorbe ogni loro pensiero, è il problema della ricerca dei mezzi idonei a far nascere nel popolo da rinnovare lo spirito civico della convivenza, la dignità del cittadino, la libertà dell’uomo.

Non toccò all’Illuminismo napoletano la ventura di cui ebbe invece a godere quello dell’Italia Settentrionale. Non nacque e non operò nel Napoletano un poeta quali furono il Parini, e l’Alfieri, capaci l’uno di dispiegare nei versi quell’ironia, rimasta insuperata, per fustigare i costumi tradizio­nali e corrotti della nobiltà, dei falsi dotti e dei ricchi delle classi dirigenti del suo tempo; l’altro di rimuovere dalla scena guerra alla tirannia e al dispotismo in nome della li­bertà. Bisogna però dire che non poche pagine degli scrit­tori del Regno meridionale, anche se trattano di problemi concreti, si accendono di afflato poetico, quando l’animo dei loro autori s’infiamma alla luce degli ideali che poi fu­rono della rivoluzione: la libertà, la fratellanza e la dignità dell’uomo, che sono le virtù di un popolo veramente civile.

Fu intorno alla metà del Settecento che l’esperienza ar­cadica poté dirsi conclusa pressoché in tutte le Regioni della penisola italica; le opere in poesia e in prosa, in lingua o in dialetto, si avviavano, su sollecitazione delle istanze delle ragioni della filosofia sensista diffusa dalla Francia, non solo a ospitare gli aspetti più comuni e accoglibili di essa, ma anche ad aprirsi alle novità culturali che saranno rese imponenti dall’Illuminismo, destinato a diventare la cultura di tutti, mentre il secolo correva verso la fine.

Il passaggio dall’Arcadia alla tendenza sensista è segnato dalla produzione poetica di Innocenzo Frugoni; ma già prima di lui il napoletano Carlo Antonio Broggia dava alle stampe un trattato de’ tributi, in cui erano annessi due altri trattati, l’uno che si occupava delle monete e l’altro del Governo delle Società, nei quali si fornivano idee tanto nuove da poter essere giudicate dal Genovesi degne di essere accolte nella sua visione rinnovata dall’economia del Regno.

In Sicilia scrisse FRANCESCO GRITTI e fu poeta di grande incisività GIOVANNI MELI, autore il primo di fa­vole e apologhi, scritti in dialetto, nei quali criticava la deca­duta nobiltà e le miserie del suo tempo; il Meli, per la forte spinta della sua curiosità filosofico-scientifica e per il biso­gno urgente della sua fantasia, rinnovò contenuto e forma della poesia del suo tempo, dando alle sue composizioni un colore e una musicalità di gran lunga superiori a quelli degli Arcadi.

La mancanza delle virtù civili veniva giudicata da Eleo­nora Pimentel De Fonseca, in un articolo del “Monitore Napoletano”, il giornale della Repubblica, di cui fu redat­trice, come la ragione fondamentale per la quale la maggioranza dei Napoletani non riuscivano a cogliere l’essenza stessa della rivoluzione: “Una gran linea di separazione disgiunge fra noi quella gran parte del popolo, la quale, fintanto che una migliore istruzione non l’innalzi alla vera dignità di popolo, biso­gnerà continuare a chiamare plebe; per fin che lo stabilimento di una educazione nazionale non riduca la plebe ad essere popolo, conviene che il popolo si pieghi ad apparir plebe”.

E questo appariva ad Eleonora la via maestra da perseguire: “Ogni buon cittadino dunque, cui per la comunione del patrio linguaggio, si rende facile il parlare e il commi­schiarsi con lei [cioè con la plebe] compie con ciò opera non solo utile, ma doverosa”.

E così al calabrese di Reggio, GIUSEPPE LOGOTETA, giustiziato anch’egli a piazza del Carmine nel novembre del 1799, era venuta alla mente questa osservazione, da lui re­gistrata nel volume pubblicato due anni prima con il titolo ”Tranquillità e floridezza del Regno di Sicilia”: “Le nazioni più culte hanno sempre riguardato come punto essenziale il rendere il popolo attivo, il far apprendere nella prima età un utile mestiere e allontanare l’ozio desola­tore”.

“I giovani che crescono privi di cultura invece di giovare con l’industria e con la fatica, riescono mendici a carico della società”.

Il napoletano MICHELANGELO SPADA aveva scritto, nel suo libro “L’uomo alla felicità”, che, “essendo noi impegnati a consumare la vita in inezie e trastulli, ci crediamo perciò stesso impossibilitati ad occuparci di cose più serie e importanti” e in altro momento aveva avvertito che ogni dottrina, anche la più perfetta si deve rigettare, qualora sia riprovevole il costume di chi la predica o l’impartisce.

Sembra di leggere alcuni punti del “Giorno” pariniano!

Il palermitano FRANCESCO PAOLO DE BLASI aveva affer­mato, nel suo “De ortu et progresso iuris Siculi”, che l’uomo, se dovesse vivere nell’isolamento dello stato di natura, non avrebbe bisogno di educazione; poiché invece convive con i suoi simili e deve talvolta uniformarsi loro, talvolta farli seco uniformi, ora deve cedere, ora superare, deve apprendere quando deve essere loro utile e quando da loro ricavare sollievo. È probabile che l’autore abbia letto e assorbito pagine di letterati e poeti che dalla lezione del Rousseau avevano in Europa trovato modo di far poesia esaltando lo stato di natura, o di trasformare il patto sociale in un canto delle umane virtù.

MARIO PAGANO, che fu il presidente del comitato le­gislativo e l’autore della Costituzione della Repubblica e fu impiccato nella piazza del Carmine nell’ottobre dopo aver firmato nel giugno la resa ed essere stato consegnato dal Nelson alla Giunta di Stato borbonica, aveva scritto nei “Saggi politici”: “una repubblica deve avere un gran po­polo, armato e agguerrito, quindi libero”: “l’amore dei più interni piaceri dello spirito, cioè delle cognizioni, della virtù, della libertà, del potere, forma il costume e il carattere che fa nascere le popolari repubbliche”.

Il concetto echeggia non poche volte nei versi delle tra­gedie alfieriane e ne costituisce il fulcro ispiratore.

“Bisogna gettare – aveva aggiunto nella “Riforma della legislazione e dell’educazione pubblica” – il seme del buon costume, bisogna dare all’istruzione e alla educazione le migliori fondamenta e mettere al governo magistrati onesti, senza dei quali anche le leggi migliori son da considerare morte, come scrive Platone che preferisce i buoni magistrati alle buone leggi”.

Si sente l’eco della impressione che la lettura dei Dialo­ghi del grande filosofo greco aveva prodotto suggerendo immagini che toccano la soglia della poesia!

NICOLA FIORENTINO, Lucano come il Pagano e morto nel giugno in combattimento contro le truppe del cardinale Ruffo, nelle sue “Riflessioni sul Regno di Napoli” raccomandava di coltivare nei giovani più il cuore e il costume che l’intelletto e la memoria, perché non è possibile agli uomini “menare felice la vita socievole, se non siano giusti e umani”;

LUIGI TARGIONI, napoletano, nato e vissuto nella città fino alla caduta di Murat, aveva, nei suoi “Saggi fisici, politici ed economici”, scritto che l’educazione forma i co­stumi e questi danno il carattere alla nazione; su questo si modellano i rapporti sociali a dispetto persino delle leggi, “le quali giacciono inseguite, o si eludono, quando il carat­tere della nazione o non ne sente più la forza o sta in oppo­sizione con essa”.

E il teramano MELCHIORRE DELFICO, vissuto anch’egli ben oltre l’anno della rivoluzione (morì nel 1835 a 91 anni) nella “Memoria su la perfettibilità organica consi­derata come il principio fisico dell’educazione” notava: “Dobbiamo opinare che tutti i governi avessero qual più e qual meno implicitamente l’idea di guidare le generazioni nascenti a un migliore essere civile, corrispondente a quel fine dell’istruzione sociale che avevano più in mira; ma spesso avvenne, che volendo formare de’ cittadini prima di farli uomini, non ottennero che i risultati dell’errore”.

Il cosentino FRANCESCO SAVERIO SALPI, nel suo “BRIEVE SAGGIO SUL METODO NORMALE” rispon­deva alla domanda, se le scienze siano utili, o perniciose con la condanna del metodo dei paragoni, i quali scandalo­samente pongono a confronto tempi e popoli affatto diversi e che nulla hanno in comune tra loro.

“È la solita sventura degli esempi, quando prendono il luogo delle ragioni!”

VINCENZO RUSSO, nato a Palma Campania e salito sul patibolo perché membro della Commissione legislativa, esprimeva nei suoi “PENSIERI POLITICI”, la persuasione che “non può risorgere alla libertà un popolo che si trovi nella condizione dell’ignoranza, se non per la via di un’i­struzione opportuna e ben guidata”. Allora la libertà ritor­nerà ad essere la prima e la più rilevante facoltà umana e il popolo ne ridiventerà geloso e difensore tremendo.

C’è l’’eco di certi versi danteschi sulla libertà che è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta.

Il salernitano (di Coperchia) MATTEO ANGELO GALDI, collaboratore del giornale “MAGAZZINO ENCICLOPEDICO SALERNITANO”, nel “SAGGIO D’ISTRUZIONE  PUBBLICA RIVOLUZIONARIA”, sosteneva che nella rivoluzione di un popolo non basta il sostituire all’antico un nuovo governo. Principi ed idee nuove debbono sostituire i costumi antichi: d’un vecchio gotico edificio bisogna farne uno nuovo, regolare e ben architet­tato.

Trema sulla sua prosa il palpito dell’animo che si ab­ban­­­dona alla poeticità dell’immaginazione e fa trasparire il ricco fondo di cultura di cui esso è alimentato.

DOMENICO CIRILLO (di Grumo Nevano), che sostituì Mario Pagano nella presidenza della Commissione legisla­tiva e fu consegnato al patibolo, sintetizzava la sua solleci­tudine e il suo afflato di fratellanza umana in queste espres­sioni contenute in uno dei suoi “Discorsi accade­mici”: “per sensibilità intendiamo quel movimento interno, quell’idea, quella inestinguibile sollecitudine, che ci inte­ressa in favore delle altrui disgrazie e si consola nell’entrare a far parte de’ dispiaceri altrui, perché la natura, per suo essenziale attri­­buto portata a mantenere la pace e l’uguaglianza delle cose create, subito si rattrista e si per­turba all’aspetto della miseria, alle acute espressioni del dolore ed al luttuoso apparato della nostra distruzione”.

Anche in lui la vena creativa si nutre delle profondità del sentimento, di cui attinge con pienezza anche l’importanza di chi scrive in versi.

E gli faceva eco l’altro CIRILLO, il napoletano GIOVA NNI, nell’opera scientifica in cui trattava de “L’ISTINTO”: “pericoloso e detestabile è l’ordinario costume dei nostri cittadini, i quali profittar volendo sin dalla tenera età dei loro figliuoli, gli impongono delle fatiche gravi e difficili.

Quali violenze, quali contraddizioni in questo tempo soffrir non si debbono? “Il salernitano (di Calvanico) GIUSEPPE FRANCESCO CONFORTI, anch’egli giustiziato, nella “RELAZIONE PER RISANARE LA SEDUZIONE DELLA GIOVENTÙ” affermava che ‘uomo non può godere della vera libertà senza l’ordine sociale; che all’opera dell’educazione dovrebbero concorrere tutti; che in ogni nazione ha un potere concreto la classe di coloro che fanno professione d’insegnare e di coloro che scrivono libri.

Il napoletano GAETANO FILANGIERI, il quale morì a Vico Equense un anno prima che scoppiasse la rivoluzione e fu scrittore illustre e godé fama diffusa in tutta l’Europa per il valore delle sue indagini di scienza politica e della le­gislazione, ci permette di cogliere nelle sue opere idee e concetti che trascendono il tempo, che fu del suo vivere, e conservano una perenne validità.

Preferiva l’educazione domestica per la formazione di un uomo singolo, postulava la necessità dell’educazione pub­blica per la formazione di un popolo: definiva contrari ai veri principi dell’educazione le dissipazioni dei piaceri nei ricchi, le distrazioni della vanità, l’ambizione nei nobili, l’abuso delle cariche e dei pubblici impieghi nei magistrati e nei potenti, i pregiudizi e gli errori universalmente adottati.

Scorgeva in tutte le classi la corruzione dei costumi.

Desiderava che si formasse con gli educatori un ordine di magistratura, cui offrire grandi speranze, ma li voleva uomini degni di esercitare funzioni così rispettate.

Il leccese GIUSEPPE PALMIERI, che si occupò di arte della guerra, delle arti produttrici di ricchezza, di pubblica felicità e di economia nel Regno di Napoli considerava l’educazione come “la maggiore forza per cangiare gli uomini, i quali “saranno sempre come dall’educazione si formano”.

Il beneventano (di Santa Croce del Sannio) GIUSEPPE MARIA GALANTI distingueva, nella sua opera “OSSER­ VAZIONI INTORNO AI ROMANZI, ALLA MORALE E A’ DIVERSI GENERI DI SENTIMENTI”, i piaceri dello spirito da tutti gli altri. Solo i primi sono nobili, capaci di formare il giudizio, il gusto e il cuore e di abbellire l’im­maginazione.

Questo lo avevano detto anche gli Arcadi, ma il loro cantare aveva disperso nella levità delle immagini il concetto che ha ben altro vigore nella prosa delle osservazioni del Sannita.

L’uso del leggere, scrivere e numerare erano, a suo pa­rere, il mezzo per riformare la nazione senza violenza.

Il calabrese di Seminara (provincia di Reggio) DOMENICO GRIMALDI nel proporre un suo ragionato “PIANO DI RIFORMA” della pubblica economia delle provincie del Regno di Napoli, si dichiarava persuaso che la diffusione di nuovi modi di coltivare la terra sarebbe stato il mezzo effi­cace per introdurre in breve tempo nelle due Sicilie quell’in­dustria “che rendeva l’agricoltura di parecchie nazioni estere di gran lunga superiore a quella napoletana, ad onta della ingratitudine originaria dei loro terreni”.

Il suo fratello minore FRANCESCANTONIO, nelle sue “RIFLESSIONI SOPRA L’INEGUAGLIANZA TRA GLI UOMINI”, osserva che, se un uomo non deve ricorrere ai soccorsi di altri per soddisfare ai suoi bisogni, si cura poco della società, com’è il caso dei selvaggi.

Ma quando, per soddisfare ai bisogni necessari della vita vi deve corrispondere l’aiuto di tutti gli individui di un corpo sociale, allora ognuno s’interessa della società, ne av­verte le forze e, senz’avvedersene, cede ad essa ogni sua indipendenza. L’uomo civile è perciò l’uomo che vive nella società.

L’agrigentino (di Castel Termini) GIOVANNI AGOSTINO DE COSMI, nel proporre una “RIFORMA DELL’UNIVERSITÀ DI CATANIA”, in uno scritto sui PROBLEMI DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE e nelle “RIFLESSIONI SULL’ECONOMIA DELLA SICILIA”, insisteva sul valore della morale ai fini del vivere civile, esaltava i doveri civici e attribuiva grande importanza ai sentimenti della virtù sociale, al civile costume e alla cultura letteraria.

Anche in queste frasi affiora la natura del letterato e fa testo la pregnanza della sua preparazione culturale.

Il pugliese (di Gallipoli) FILIPPO BRIGANTI, esami­nando analiticamente il sistema legale, afferma va che “le intere nazioni divengono barbare, quando si fa universale la paralisi dello spirito e l’interesse particolare si converte in passione dominante”. Il deliquio della ragione produce per lui il dispotismo, il cui potere considera la ricerca del vero come l’affezione più sospetta. Per esso il pensare è delitto, il leggere è fellonia. Una volta proscritti, i libri, cioè le esperienze di una generazione, non si trasmettono all’altra.

“Un popolo che sia immerso in tale barbarie, se, per vivere in pace, ha bisogno di leggi, non troverà un Solone; se, per difendersi in guerra, ha bisogno di macchine, non troverà un Archimede; se, per guarire dei suoi mali, ha bisogno di antidoti, non troverà un Ippocrate; se, per misu­rare i suoi campi, ha bisogno di compasso, non troverà un Euclide”.

Il molisano (di Campobasso) Francesco LONGANO, combattendo i pregiudizi popolari scrisse che il cambiamento del metodo di arare e di zappare, o degli istrumenti stessi usati in agricoltura, veniva considerato un peccato imperdonabile.

Il Chietino FERDINANDO GALIANI, conosciuto per il suo “SOCRATE IMMAGINARIO”, ma autore anche di un trattato “SULLA MONETA”, dei “DIALOGID SUL COMMERCIO DEL GRANO”, preceduti da un saggio “SULLA PERFETTA CONSERVAZIONE DEL GRANO” e seguiti da un trattato sul “DIALETTO NAPOLETANO” e da un altro “SUI DOVERI DI UN PRINCIPE NEUTRALE”, affermò che “la comunità e la nazione in cui viviamo sono i nostri precettori; che l’educazione pubblica spinge alla democrazia, quella particolare al dispotismo”.

Nella sua LETTERA AL DIDEROT del 1972 esaltava la figura di Socrate che aveva ” richiamato la filosofia dalle sfere e l’aveva volta all’umana vita, impegnandosi a formare utili cittadini alla sua patria ingrata”.

Su tutti gli autori, per molti dei quali fu maestro e ispiratore, spicca ANTONIO GENOVESI.

Con le sue “MEDITAZIONI FILOSOFICHE”, prece­dute dalla “METAFISICA” e dal “DISCORSO SOPRA IL VERO FINE DELLE LETTERE E DELLE SCIENZE” e seguite dalle “LETTERE FILOSOFICHE”, dalla “METAFISICA PER GIOVANETTI, dalla “DICEOSINA”, dalle “LETTERE ACCADEMICHE”, da quelle “DI COMMERCIO” e dalle “LEZIONI DI COMMERCIO”, cui fecero da riscontro le lezioni impartite dalla Cattedra di Economia, egli esercitò per lunghi anni, fino al 1769 in cui morì, un efficace magistero culturale, cui va riferita gran parte delle idee che segnarono la rinascita dello spirito delle regioni meridionali.

A suo parere, senza l’educazione non vi sarà mai uno stato savio ricco o potente. A tutti vanno somministrate le cose che servono ai bisogni, alle comodità e al piacere della vita.

Si meravigliò già un tempo Plutarco che all’educazione dei fanciulli fossero preposti quelli tra i servi che non veni vano riconosciuti atti ad altre cose (non al negozio, non all’ agricoltura, non ad altre arti). Sicché i fanciulli affidati a quelli erano giudicati dai padri come le cose più vili del loro patrimonio.

Bisogna seguire gli ammaestramenti della sapienza, non le ricchezze: la dottrina e non l’oro.

La vera gloria e la vera grandezza appartengono al saggio.

I piaceri del corpo per la stessa natura dell’uomo sono tali che sono sempre o preceduti o seguiti da dolore o tristezza.

I soli piaceri esenti da questa legge sono quelli dell’animo: essi sono scevri di ogni mescolanza di qualità maligne. Grandissimi sono i piaceri che derivano dalla coscienza della grande e retta ragione, impiegata alla nostra e all’altrui felicità che è il più grande bene e la maggior perfezione dell’umana natura.

Anche la letteratura del Regno è quindi percorsa da fer­menti di innovazione, tracciando una linea che è comune ad altre regioni d’Italia e tra le prime la Lombardia. Questa li­nea s’inarca dal momento di affievolimento prima e di deca­denza poi della Arcadia e delle sue pastorellerie verso il trionfo delle idee illuministiche che alimenteranno la vita culturale di fine secolo e si costituiranno a sostegno del pensiero riversato nelle opere degli scrittori.

Due circoli brilleranno di vivida e propria luce: quello di Milano e quello di Napoli. Di questo sono animatori e rappresentanti di gran valore alcuni degli scrittori da me citati nella veloce carrellata dedicata alla cultura del Regno nei decenni che precedettero la rivoluzione: Antonio Genovesi, il grande maestro, Gaetano Filangieri e Francesco Mario Pa­gano, suoi allievi illustri; fecero loro corona Giuseppe Palmieri, Giuseppe Maria Galanti, Vincenzo Russo, Mel­chiorre Delfico.

Sia ricordato che il Filangieri ricevette l’omaggio del Goethe, che si recò a visitarlo, non solo per la profondità dei pensieri, ma per l’eleganza e il nitore del suo dettato.

La provenienza degli studiosi e letterati dalle diverse province del Regno è di per sé stessa una testimonianza dell’interesse che la città capitale suscitava negli ingegni più eletti delle regioni che il Regno componevano: è salemitano il Genovesi, lucano il Pagano, pugliese il Palmieri, sannita il Galanti, abruzzese il Delfico, sono napoletani il Filangieri e il Russo.

La loro provenienza da sedi diverse attesta anche che le idee nuove si erano diffuse su di un vasto territorio, non coincidente solo con il perimetro della città più grande ed importante. La larga diffusione territoriale del movimento culturale illuministico può essere assunta come la riprova del carattere e dell’ambizione di cosmopolitismo che quel fenomeno recava seco. Nel circolo fu prevalente la voca­ zione degli studi economici, tra i quali brillarono di luce vivida le “LEZIONI DI COMMERCIO” del Genovesi.

Nelle loro ricerche gli Illuministi napoletani river­sarono la loro dottrina, ma anche la vena d’indagine specu­­lativa e distaccata, rasentante in qualche caso l’uto­pia, secondo la caratteristica tradizionale degli intellettuali meridionali, eredità lontana di quelle scuole filosofiche che erano fiorite, nell’Italia pullulante di colonie greche, nei secoli VII, VI e V a. C., nelle città di Taranto, Crotone ed Elea e nella Sicilia di Empedocle.

E il Genovesi produsse le “MEDITAZIONI SULLA RELIGIONE E SULLA MORALE” e le “ISTITUZIONI DI METAFISICA E DI LOGICA”; il Filangieri stampò l’e­semplare “SCIENZA DELLA LEGISLAZIONE”, in cui ideava una riforma della società nei suoi aspetti più qualificanti, quali l’organizzazione giuridica, la econo­mica, l’educativa, la morale e la religiosa; il Pagano si propose di cogliere, scrivendo “DEL CIVILE CORSO DELLE NAZIONI”, le leggi che governano il fluire della storia dei popoli.

A chi mediti, sia pure per poco tempo, sulla natura e sul significato di siffatte opere, appare subito chiaro che in esse e nell’influenza profonda che dovettero esercitare è da ricercare la del resto da esse non molto lontana origine della rivolta del 1999.

L’elenco dei martiri della Repubblica registra i nomi del Pagano e del Russo fra gli altri e, se l’arrivo dei Francesi fu l’occasione dell’esplosione della tempesta rivoluzionaria, la spinta iniziale e che incise più nel profondo va individuata non sulla punta delle baionette· delle armate transalpine, bensì nel lievito di libertà sparso a larghe mani nei libri in cui erano stati raccolti pensieri e fremiti che si erano venuti facendo ansia e smania di un vivere nuovo.

Raccogliendo le idee più pregnanti presenti già nel fiorire della civiltà del Rinascimento – e bastò ricordare la fede e la coscienza della dignità dell’uomo! – gli scrittori napoletani le avevano coniugate con i postulati della ragione illumi­nistica, come ci fanno capire le prese di posizione del Genovesi, che si richiamava contemporaneamente al Giannone e a Paolo Sarpi in questioni di svincolo della vita civile dall’oppressione clericale. Era medesimo l’atteggia­mento del Filangieri, il quale leggeva le opere del Monte­squieu inforcando lenti vichiane; la chiave di lettura, di cui s1 serviva il Pagano intendeva integrare la “SCIENZA NUOVA” del Vico con suggerimenti colti nella filosofia dell’empirismo.

Se la rivoluzione fosse scoppiata alcuni decenni più tardi e se la plebe si fosse potuta in quei decenni trasformare in popolo – come avrebbe voluto Eleonora Pimentel Fonseca quando invitava gli intellettuali a scendere al livello di quella per poterla educare – è probabile che alla rivolta i plebei napoletani, non più tali, avrebbero partecipato.

Poiché, come scrisse il Croce nell’approvare il giudizio che Eleonora aveva dato su Pietro Giannone e sui suoi scritti, l’autore della “ISTORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI” e de “IL TRIREGNO” aveva formato dei Na­poletani quasi una nazione. Questa invero non è una cosa fisica, ma una personalità morale, una coscienza.

A rendere meno avventata – come pure potrebbe sem­brare – l’ipotesi, consentitemi di provare a dimostrarne la validità logica con una argomentazione di natura indiretta, ma che a me sembra essere idonea a costituirsi quale prova.

Dirò anzitutto che, secondo quanto ho acquisito nell’ ac­costarmi alle opere degli autori napoletani degli ultimi decenni del secolo XVIII, anche per loro può valere il giudizio che Francesco De Sanctis ebbe a esprimere per Giuseppe Parini: anche in loro e nella loro produzione “RINASCE L’UOMO”, anche in loro è inalterato, puro di macchie e di ombre dovute a vanità, a passioni e a interessi egoistici, il mondo dell’uomo fondato sulla natura e sulla ragione in opposizione al fittizio e al convenzionale.

Anche in loro è tramontata quella figura del letterato puro, formatosi nel crepuscolo del Rinascimento negli ultimi decenni del Cinquecento.

Questo letterato, come provano le opere scritte in quel tempo e la letteratura del Seicento e del primo Settecento, si era ritirato dalla vita per gli eventi connessi con le vicende della restaurazione cattolica dopo la rivolta di Lutero e predominio spagnolo nella penisola.

Come la vicenda di Bruno e di Galilei avevano chiaramente dimostrato, il vero “sia pure condito in molli versi” – per usare una definizione di Torquato Tasso – o anche consegnato alla incisività raziocinante della pagina scientifica – come aveva voluto fare Galileo Galilei – si offriva non come fonte e motivo di apprezzamento e di lode, ma come spinta e causa per il rogo o l’esilio. Il letterato aveva, per non correre pericoli, nettamente scisso tra letteratura e vita vissuta.

Precipitato nel puro intellettualismo, il comporre lettera­ rio, e specie quello poetico, si era esaltato nel concettismo del pensiero seicentistico o nel vuoto gioco della minuta fantasia dell’Arcadia della prima metà del Settecento.

Nei decenni che precedono la rivoluzione era passato come un turbine per l’Europa il vento del rinnovamento illuministico. Il letterato italiano era tramontato e subentravano al suo posto da una parte Parini e l’Alfieri, dall’altra gli Illuministi napoletani. Con essi veramente nella letteratura rinasceva l’uomo: l’uomo con i suoi problemi e con la tematica del suo concreto vivere, operare, credere e sperare, gioire e penare. Ma possiamo dire di più, per capire quale e quanto valore ebbero gli scrittori napoletani di questo periodo di preparazione alla rivolta.

È noto che del loro gruppo fecero parte Vincenzo Cuoco e Francesco Lo Monaco. Non li ho citati prima perché ho voluto riservarli per l’ultima parte della mia necessariamente breve relazione, quali punti di riferimento della mia conclu­sione.

Li ritroviamo quali esuli illustri a Milano nei primi anni dell’Ottocento, nei quali, dopo l’invito di Madama De Stael, i letterati lombardi, primi tra gli Italiani, stanno per imboccare l’esperienza del Romanticismo, che si costituirà corrente letteraria e filosofica della cultura di tutta l’Europa nel secolo XIX.

Orbene: dicono critici di letteratura e filosofi che, se le idee romantiche calarono in Lombardia come non del tutto nuove ed estranee, ciò avvenne perché l’ambiente intellet­tuale era pronto a riceverle e per alcuni aspetti le trovò congeniali. Ma l’ambiente milanese era tale anche perché gli esuli napoletani, che fondavano parte rilevante del loro sapere sulla grande lezione di Giovan Battista Vico, avevano, specie nella visione della storia e della poesia, trasmesso un patrimonio su e per il quale fu facile capire ciò che i Romantici volevano che s’intendesse per poesia, letteratura, attualità della composizione poetica, validità dell’io soggetto, ragione e sentimento nelle arti, storia e svolgimento di questa.

I letterati e gli intellettuali di Napoli furono perciò in grado di anticipare il nuovo, aprire le menti all’avvenire, educare in una parola gli spiriti dei più aperti ingegni di tutta l’Italia.

Si fece la rivoluzione e fallì. Ma fu come ho già detto valutata come l’inizio del Risorgimento: la nascita dell’uomo e del cittadino che prima lottò per liberare la Patria e poi pensò a farla grande.

Forse non uno solo di quei letterati che partecipò alla ri­volta e morì sul patibolo per la libertà nel 1999 avrebbe po­tuto dire e scrivere anch’egli come farà Francesco De Sanctis per la rivolta del 1848 a proposito della sua scuola: “io non parlai mai di libertà. Non parlai mai d’Italia, parlavo della personale dignità. Dicevo che la scuola deve essere vita e quando venne il giorno della prova e la patria ci chiamò, maestro e discepoli dicemmo: ma che? La nostra scuola è per avventura un’accademia? Siamo noi un’arca dia??

E maestro e discepoli entrammo nella vita politica, che conduceva all’’esilio, alla prigione, al patibolo”.

Quando fu sfiorita la breve intensa stagione della sua vita, passato il primo momento di entusiasmo e di ebrietà, quella Repubblica si trovò senza radici e senza forze, come sottolineò Benedetto Croce.

Ma i martiri e gli esuli della rivoluzione furono per l’Italia come tanti piccoli vulcani i quali, come aveva detto quasi profeticamente Carlo Lauberg (nella sua risposta al discorso inaugurale della Repubblica del generale francese Cham­pionnet), non avrebbero occupato l’ultimo luogo nella rige­nerazione della coscienza popolare in tutta la penisola. Qualche anno prima Matteo Galdi, esule dal 1794, in un suo libro dedicato alla necessità di stabilire una repubblica in Italia, aveva espresso l’idea della unità di questa.

Quei martiri e quegli esuli erano stati tra i pochi – pochi sempre e in ogni luogo – i quali, come il Cuoco scrisse del Cirillo, in mezzo a una rivoluzione non amano che il pub­blico bene.

E questa lezione le generazioni del Risorgimento ricorde­ranno, cadendo sulle barricate o caricando, negli assalti alla baionetta, le truppe degli oppressori.

Luigi Maurano
già Provveditore agli Studi

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