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IL 1799 Ideali ed eventi nel Salernitano (XII) intervento di Massimo Viglione

Posted by on Lug 16, 2022

IL 1799 Ideali ed eventi nel Salernitano (XII) intervento di Massimo Viglione

PER UN APPROFONDIMENTO DEL PROBLEMA DEL “BRIGANTAGGIO” SANFEDISTA

Non è possibile esaurire in poche righe questo im­portantissimo fenomeno storico, tenendo anche conto del fatto che va ristudiato e ripresentato in maniera molto più corretta. In questa sede mi limito solo a sottolineare qualche considerazione generale, utile, si spera, per iniziare a inquadrare il problema ai fini appunto di una riproposizione storica.

Anzitutto partiamo da una considerazione di carattere ideologico. Normalmente, col termine “brigantaggio” si dovrebbe intendere un solo concetto: quel fenomeno eminentemente sociale di delinquenza comune, reiterata e di gruppo, sviluppatosi nei secoli un po’ ovunque, ma particolarmente nella Penisola italiana, e soprattutto nelle regioni del Centro-Sud, senza alcun nesso politico o religioso particolare.

Purtroppo, però, nella storiografia “communis” della Rivoluzione Francese e del Risorgimento, è prevalsa la discutibile abitudine di definire “briganti” anche coloro che sono insorti armi in pugno contro la Rivoluzione, e, quindi, di conseguenza, di identificare spesso il fenomeno generale della Controrivoluzione con quello del brigantaggio “tout-court”. Tale operazione, occorre dirlo, è avvenuta per dar libero accesso a interpretazioni partigiane di tutta la questione che sovente non rispecchiano la realtà delle cose, adattando questa alle esigenze ideologiche di parte.

Scrive Roberto de Mattei a riguardo: «L’uso del termine brigantaggio, introdotto dalla Convenzione per liquidare i vandeani, e ripreso da molti storici per squalificare ogni forma di insorgenza controrivoluzionaria, negando ad esse significato ideologico e una ispirazione religiosa e morale, è evidentemente una falsificazione storica che capovolge i termini della questione. La repressione delle insorgenze, allinsegna della repressione del brigantaggio, manifestò in realtà un ulteriore aspetto brigantesco dell’occultazione, che ricorda il genocidio vandeano, inteso come volontà di annientare una popolazione ribelle, per motivi ideo­lo­gici».[1]

Come appena chiarito, i primi ad usare in senso ideolo

.  

­gizzato il termine “brigands” per definire i ribelli della Vandea furono proprio i rivoluzionari di Parigi, i quali evidentemente, abituati come erano a vivere nel terrore, non si facevano troppi problemi a definire come delinquenti coloro che non condividevano esattamente le loro idee di palingenesi sociale; e questo appellativo veniva usualmente attribuito senza alcuna remora di riscontro di veridicità, anche se si trattava di affibbiarlo come marchio di infamia a centinaia di migliaia di uomini, donne, vecchi, bambini, contadini, nobili, ecclesiastici, che fino a qualche mese prima avevano vissuto in piena serenità morale e sociale – come i loro antenati da secoli e secoli – e che quindi col brigantag­gio non avevano proprio nulla a che vedere; anzi, l’utilizzo di quello specifico e menzognero termine era necessario per giustificare le crudeli stragi perpetrate dagli eserciti rivoluzionari.

Tale cattiva abitudine fu poi facilmente ripresa dai gia­cobini nostrani; infatti, in Italia esisteva un forte fenomeno di brigantaggio delinquenziale, ma, naturalmente, inteso nel senso di cui sopra, e non nella sua accezione poli­tico-ideologica.

Ovviamente, fu quasi gioco-forza definire “briganti” cen­tinaia di migliaia di insorgenti (tra i quali, tra l’altro, anche a differenza della stessa Vandea, erano presenti effettivamente esponenti del brigantaggio nel vero senso della parola) che si opponevano armi in pugno alla giacobi­nizza­zione della loro terra.

Tale cattiva abitudine fu infine, come si diceva, ancor più facilmente ripresa dalla storiografia di questi due secoli, che ha tranquillamente definito “patrioti”, coloro che servivano l’invasore, e “briganti” coloro che sono morti, anche qui in Italia, per difendere la loro tradizionale civiltà, religione, e i loro legittimi Sovrani.

Anzi, mentre per la Vandea, come detto, esiste ormai una certa giustizia storica, tanto che non solo se ne conoscono generalmente le tragedie, ma nessuno storico con un minimo di dignità da difendere si azzarderebbe oggi ad appellare “brigands” le vittime vandeane del terrore giacobino, per l’Insorgenza italiana, invece, tale situazione ancora non sussiste, sia per l’occul­tamento storico e la mistificazione ideologica degli eventi, sia proprio per la reiterata cattiva abitu­dine di definire “briganti” gli insorgenti, anche quando essi erano sacerdoti, nobili, magi­strati, benestanti, ufficiali, ecc.

Naturalmente, se da un lato è palese la necessità di riscrivere daccapo questa storia purificata dalle falsità e omissioni degli ultimi due secoli, d’altro canto è altrettanto innegabile che parte di tali “briganti”, come detto, siano stati veri e propri briganti, assassini e ladri senza scrupoli che strumentalizzavano una causa ideale per rubare e uccidere. Solo uno studio serio ed approfondito, soprattutto local­mente, potrà distinguere, per quanto possibile, “i buoni dai cattivi”, i patrioti dai briganti, i combattenti dagli assassini.

Un secondo aspetto che si voleva puntualizzare concerne proprio tale questione, vale a dire i criteri necessari da adot­tare per iniziare la non più rinviabile chiarificazione storica del fenomeno. Infatti, qualche elemento basilare di giudizio, qualche chiave di studio, di discernimento, per dividere “i buoni dai cattivi” già esiste, almeno a livello elementare. Anzitutto il ceto sociale; come pensare che aristocratici, sa­cerdoti, ufficiali, uomini di cultura e comunque benestanti, si mettessero a praticare all’improvviso il vero brigantaggio, quello saccheggiatore? E a questo riguardo, altra “chiave” sono senz’altro le benemerenze acquisite sul campo, concesse spesso perfino dai Reali in persona. È evidente che questa gente ha combattuto, sia per dovere di lignaggio, di stato, sia per convinzione personale. Tanto per fare dei nomi, riferendosi esclusivamente ai più celebri, tra le cate­gorie suddette rientrano senz’altro il barone don Giovanni Salomone, il barone de Riseis, i sacerdoti don Donato De Donatis, don Costantino De Filippis, tra gli ufficiali di car­ riera il Branda de’ Luciani e lo stesso Gerardo Curcio detto Sciarpa, fra quelli premiati per le loro gesta il Gen. Vito Nunziante (che diverrà, nella Restaurazione, Viceré di Sicilia) e il colonnello Leone di Tora, il colonnello Rodolfo Mirabelli, ricco proprietario calabrese, che resistette per nove mesi all’assedio del Verdier, il Micheli, che era Preside della provincia di Cosenza, che fu fucilato con  25 suoi ufficiali, per non parlare dei tre più celebri, vale a dire il marchese G. B. Rodio, il Duca Michele Pezza (il noto Fra Diavolo) e Andreas Hofer (da sottolineare è che, a parte il Brandaluccioni e l’Hofer, tutti gli altri furono ufficiali o comunque al servizio della Armata Cristiana e Reale del cardinale Ruffo).

Altra “chiave” di discernimento è senz’altro l’operato dei briganti: sia qualitativo (es.: Mammone fu sicuramente soprattutto un delinquente efferato, anche se combatté i francesi[2]), sia cronologico, vale a dire la effettiva durata della loro azione controrivoluzionaria. Bisogna infatti considerare che il “brigantaggio” sanfedista ha avuto due fasi di tempo ben distinte, gli anni ’98-’99 e gli anni 1806-181 O circa: ebbene, alcuni “briganti” li troviamo attivi in entrambe le fasi cronologiche, ed anzi nella seconda hanno spesso ricevuto anche riconoscimenti e cariche di comando ufficiali; su tutti, valga l’esempio, oltre che dei soliti Pezza e Rodio (che rientrano anche in questa categoria), del colonnello Gernaliz, dello stesso Sciarpa, di Panedigrano[3] e di Pronio. Tutti costoro hanno combattuto per anni, oltre che nell’Armata Cristiana e Reale del Ruffo, anche contro Re Giuseppe, pro aris et Jocis.

Quindi, qualche criterio di discernimento esiste: ceto sociale, stato personale, meriti acquisiti sul campo, dedizione alla causa, specie dal punto di vista della durata cronolo­gica, evidenza dei fatti, ecc. Questi primi elementi basilari già ci consentono di distinguere i briganti veri dai veri insorgenti; per fare luce definitiva al riguardo occorrerà, come già detto, studiare serenamente ed obiettivamente, e, soprattutto, localmente, i vari “briganti” ricordati dalle fonti dell’epoca. Altrimenti si rischia di continuare a identificare preconcettualmente Insorgenza controrivoluzionaria e brigantaggio sociale.

È necessario invece iniziare a scrivere la storia per quello che essa è, e non per quello che le esigenze di parte impongono che sia: brigante è colui che delinque, insor­gente è colui che prese le armi contro l’invasore francese napoleonico e contro i giacobini italiani. Più chiaro di così è impossibile: si deve partire da questa evidentissima e necessaria distinzione di principio per ricostruire la storia e la verità. In caso contrario, infatti, bisognerebbe dedurne che per alcuni rimane ancora valido il principio che chi osi non accettare la Rivoluzione Francese e il giacobinismo sia di per sé un delinquente!

Scrivono Vittorio Fiorini e Francesco Lemmi a riguardo del cosiddetto “brigantaggio”: «Odii municipali, privati ran­cori, desiderio di saccheggio, naturale insofferenza di di­sciplina spesso determinarono o inasprirono, a seconda delle circostanze, il moto controrivoluzionario; ma non è conforme alla verità storica l’affermare che esso debbasi ascrivere unicamente a bramosia di rapina. Inoltre, quando si dice che alcuni fra i capi della rivolta erano briganti, bisogna pure ricordare che a Napoli era ed è stato sino ai nostri giorni non un volgare predone, bensì un uomo energico e fiero ribellatosi, nella impotenza del governo ad assicurare il rispetto della legge per tutti, a quelle che riteneva, non sempre a torto, iniquità sociali. Ciò spiega la simpatia di cui molti fra siffatti individui, miseranda conseguenza di male signorie straniere ed indigene, furono circondati istintivamente dagli studiosi e dal popolo»[4].

Per fornire un esempio concreto sul semplicismo che ha finora caratterizzato le disamine di certa storiografia sulla questione, ecco come il noto storico Carlo Zaghi, in un suo studio nel quale, come detto, l’insorgenza viene a confon­dersi col brigantaggio vero, fornisce la sua indiscriminata descrizione del fenomeno[5]: «Chi sono? Sono miserabili, vagabondi, fuorilegge, ora briganti e ora partigiani secondo i casi, per lo più analfabeti, individui privi di beni di for­tuna, perennemente umiliati ed affamati, che nella rapina e nella rivolta armata contro lo Stato e la proprietà vedono una forma di rivalsa contro la società che li ha ghettizzati. Individui, che parlano un linguaggio facilmente comprensibile alle masse proletarie e contadine, e che nel rifiuto della coscrizione e del fiscalismo governativo, nell’attacco alle classi possidenti, borghesi e aristocratiche, nella lotta contro i privilegi e gli abusi della proprietà signorile e il prepotere della burocrazia governativa, e contro lo “straniero occu­pante”, trovano il consenso e, spesso, anche l’appog­gio dei ceti meno abbienti, nonché della piccola e media borghesia agraria, nei cui confronti assumono quasi sempre un atteggiamento protettivo. Un modo di essere che non era soltanto di rivincita contro gli odiati padroni, ma che esprimeva sia pure confusamente, una forma di prote­sta, se non di ripulsa, della proprietà terriera stessa, o con­ tro il modo con cui essa era gestita dalla società capitalistica. Briganti, quasi tutti di mezza tacca, violenti e sanguinari, che non hanno però né lo spessore né la ferocia né le moti­vazioni socio-politiche di Fra Diavolo, di Sciabolane, di Mammone o di Rodio nell’Italia meridionale, dove il bri­gantaggio fu reazionario, sanfedista e controrivoluzionario nel 1799, e realista dopo il 1806, e in cui l’elemento politico primeggia su tutto (…) Alcuni erano contadini e braccianti, altri vetturali, facchini e servitori, altri semplici vagabondi; altri ancora soldati disertori o renitenti alla leva, operanti spesso con la collaborazione di sacerdoti, consapevolmente o meno a servizio della potenza in guerra con la Francia attraverso la cattura di corrieri con dispacci importanti». In un lungo elenco di nomi di individui di tale risma, lo Zaghi non si pone problemi ad inserire anche «lo Hofer, nel Tirolo, un albergatore».

Ora, anche volendo sorvolare sull’opportunità dell’utilizzo delle usuali e forzate categorie interpretative di natura “sociologico-economicistica” e sull’uso di termini come “proletariato”, come si può fare a immettere in una lista di “briganti di mezza tacca, violenti e sanguinari” Andrea Hofer albergatore? Hofer è universalmente riconosciuto come il più audace, nobile d’animo, geniale, e religioso di tutti i protagonisti della Controrivoluzione armata. È per antonomasia l’eroe nazionale del Tirolo; basti dire che ad Andreas Hofer è anche dedicato un treno…

E lo Zaghi in questo è ancora più responsabile, in quanto aveva poco prima distinto, giustamente, i vari Fra Diavolo, Rodio, ecc. da tutti gli altri da lui elencati (concede perfino a Mammone una “attenuante” ideologica!); poi, invece, ha immesso Andreas Hofer in tale elenco di delinquenti comuni e “mezze tacche”!

Naturalmente con ciò non si vuole sostenere che molti di costoro non fossero veramente assassini o “mezze tacche”; solo che, proprio perché a volte è veramente difficile distin­guere, come detto, i briganti veri dagli insorgenti veri, sa­rebbe cosa molto più saggia affrontare con maggiore serietà e serenità l’intera questione, centrando l’interesse proprio sul meccanismo del passaggio dal concetto di Insorgenza a quello di brigantaggio, tanto a livello storico quanto storiografico[6].

Come concreto contributo storico, mi limito a riportare le principali indicazioni biografiche di due fra i più noti prota­gonisti del sanfedismo meridionale, sovente epitetati da vari storici con l’etichetta di “brigante”; ma le loro vite e la loro lotta, così come soprattutto le loro morti, come si potrà notare, ben difficilmente possono essere ridotte a tale aggetti­vazione.

G.B. RODIO (1779 – 1806)

Giovan Battista Rodio[7] nacque a Catanzaro nel 1779. Di buona famiglia, divenne avvocato, ma la vita gli riser­ vava ben altro destino. Impulsivo e coraggioso, di grandi ideali, dopo una breve adesione al giacobinismo, seguì il Ruffo nella spedizione del ’99, e ben presto si meritò il grado di brigadiere e la decorazione dell’Ordine Costantiniano, raggiungendo uffici altissimi (fu anche aiutante di campo di Francesco Ruffo, fratello del cardinale), benvo­luto soprattutto dalla Regina. Dopo la riconquista di Napoli, il Ruffo lo nominò “Commissario di guerra in capite” con pieni poteri nella spedizione che si stava preparando per liberare Roma.

Scrive Isabella Rauti[8]: «L’audace e giovanissimo Rodio (…) presto e bene si impose in tutto il Circeo, con un gruppo di comandanti spericolati. Rodio avanzò metodicamente: occupava paesi e paesini, al posto degli abbattuti al­beri della libertà inalberava nelle piazze la croce e la ban­diera di re Ferdinando, nominava i nuovi reggitori e, quando doveva affrontare i francesi, andava allo scontro “muro contro muro”, come se comandasse a sua volta esercito regolare. Lanciò un suo “proclama” politico Veroli; batté i francesi in uno scontro frontale a Val­motone, il 9 agosto si attestò a Frascati e con un su “distaccamento” mise in fuga il presidio francese di Marino, inseguendolo sino a pochi chilometri da Roma».

Nel proclama di Veroli si firmava: «Nobile Patrizio della città di Catanzaro in Calabria Ultra, Commissario in Capo di Guerra, Tenente Colonnello de’ Reali Eserciti di S.M. Siciliana, e Comandante in Capo della Divisione dello Stato Romano, che forma la vanguardia della Grande Armata Cristiana».

Negli anni seguenti ebbe dalla Corte importanti incarichi: fu Preside di Teramo nel 1801, e sventò il tentativo rivolu­zionario degli Abruzzi che prende nome da Vincenzo Pi­gnatelli Strongoli; nel 1804 venne inviato come Commissario Regio presso il Gen. Saint-Cyr, compiendo un’ottima opera di “seminatore di zizzania” fra i Generali francesi e quelli italiani. Al principio del 1806 fu spedito in Abruzzo con un corpo di cavalleria regolare con incarico di organiz­zare la controrivoluzione con il titolo di Luogotenente del Re, divenendo vero anello di congiungimento fra gli insor­genti e M. Carolina (che lo nominò anche marchese).

In Puglia poi, mentre i francesi invadevano il Regno, fu fatto prigioniero dal Gen. Ottavi mentre portava avanti un tentativo di insorgenza. Egli chiese di essere trattato come prigioniero di guerra, e, in effetti, la Commissione militare, presieduta dal colonnello Cassan, ritenendo che non si po­tesse reputare “brigante” un Commissario Regio incaricato dal suo Governo di provvedere alla difesa di province non ancora occupate dai francesi, assolse l’imputato, mercé anche l’abile difesa di sé stesso che il Rodio seppe tenere. Ma il Massena, spinto dal Saliceti, senza tenere in alcun conto la decisione della Commissione, il giorno stesso ne nominò un’altra, straordinaria, che giudicò in ventiquattr’ore il pri­gioniero, e, naturalmente, lo condannò a morte.

Il marchese Rodio vegliò in serenità tutta la notte, rice­vette i Sacramenti e morì con coraggio e abnegazione, no­nostante dovesse pure subire l’umiliazione di venire fucilato alle spalle come i traditori(!) in P.zza del Mercato a Napoli. Riporta il Lemmi un brano del Diario napoletano[9]: «Dal suo confessore ho sentito che ricevette la sentenza di morte con infinita costanza, e stiede a piedi di quello sino alle ore quattro d’Italia della sera stessa. Questa mattina si è riconciliato e, munito del Ss. Sacramento, è andato a morte. Si è inteso questa sera che il sacerdote che lo ha accompagnato andando a morte sia stato arrestato perché gli ha posta tra le mani una palma insinuandoli essere quella del martirio».

Il Lemmi ed altri storici sostengono poi che tale assassi­nio suscitò indignazione in tutta Italia, perfino tra i democratici. Pare che anche il novello Re, Giuseppe Bonaparte, lo deplorasse, visto che il suo regno iniziava col sopruso; ma sembra che a volere così fu, oltre al Massena, l’onnipo­tente Saliceti, l’antico commissario depredatore dell’Italia. Interessante notare che la nostra storiografia pone tra i briganti un uomo che neanche gli stessi capi militari francesi osarono ritenere tale.

MICHELE PEZZA, DETTO FRA’ DIAVOLO (1771 – 1806)

Michele Pezza[10], più noto come Fra’ Diavolo. Era nato a Itri nel 1771 da famiglia benestante. Tutti gli autori che hanno studiato il personaggio concordano sulla inaffidabi­lità delle astiose notizie fornite dal Colletta[11]. Non si conosce con certezza quando, aggredito in un vicolo da più uo­mini a causa di una fanciulla che egli amava e che altri vole­vano, ne uccise due in stato di legittima difesa, tanto è vero che egli fu ripetutamente ferito. D’altro canto, proprio il fatto che fu accettata – nonostante egli ormai vivesse alla macchia – la sua domanda affinché la pena gli venisse com­mutata in tredici anni di servizio militare nell’esercito regio, dimostra che il suo operato fu di difesa e non di offesa[12].

Dopo la disastrosa ritirata del dicembre 1798, con la seguente fuga del Re a Palermo, mentre avrebbe potuto tornar sene a casa come privato cittadino, invece «sentì il richiamo della patria in pericolo, e cominciò la sua epica guerriglia contro l’invasione francese. Soldato di un esercito in rotta si mise a capo di altri dispersi ed organizzò un’eroica disperata resistenza contro l’invasore. Egli, dunque, divenne partigiano per la stessa identica ragione che qualche anno prima l’aveva reso omicida: per la sua natura indomita, ribelle ad ogni sopruso, pronto a difendere, fino alla morte, il suo amore, la sua patria, la sua fede».[13]

Dapprima con pochi seguaci si rifugiò nel fortino di S. Andrea, sulla Via Appia fra Itri e Fondi (ancora oggi visibile), e di qui si spostò a sorvegliare i passi di confine tra il Regno e la Repubblica Romana; in breve tempo raccolse più di 4.000 uomini. Ma il 29 dicembre 1798 il Gen. polacco Dombrowschki si impadronì del fortino e, in seguito alla vile resa di Gaeta, calò ferocemente su Itri, saccheggiando e uccidendo senza pietà dal 16 al 21 gennaio seguenti: fu sul cadavere ancora sanguinante del padre Francesco che Fra’ Diavolo giurò guerra eterna ai francesi. «Egli spiegò allora un’azione veramente efficace piombando dalle sue montagne, al momento opportuno, sugli sparsi corpi invasori, catturando i convogli e mantenendo poco sicure o interrompendo affatto le comunicazioni tra Roma e Napoli e lungo la grande Via Appia. L’opera sua guerresca, energica e spietata, non ebbe tregua durante l’intiero anno 1799: ora con parecchie centinaia di uomini, ora con pochi compagni, sempre acceso del medesimo entusiasmo (il 16 gennaio i francesi, saccheggiata Itri, gli avevano ucciso il padre), molestò la ritirata del Macdonald, contribuì al blocco di Gaeta difesa da Girardon e prese parte alla spedizione di Roma»[14].

Le vicende dell’assedio di Gaeta e del suo contributo alla riconquista del Regno si sono già esaminate. Egli arrivò a comandare un esercito di 6.000 uomini, «ordinati con di­sciplina, gradi e paghe di truppa regolare. C’erano anche ufficiali medici (il chirurgo don Saverio Bonelli) e cappel­lani (don Onorato Costanzi e don Francesco Cassetta). Molti i sacerdoti combattenti con le sue truppe»[15] .

Ricevette da vari comuni di Terra di Lavoro uomini e migliaia di ducati, e di tutto rese conto al Re per filo e per segno, tanto che ancora oggi si conservano nell’Archivio Storico di Napoli i “Conti del Colonnello don Michele Pezza”. Nei mesi successivi combatté senza tregua in nome di Ferdinando, e col suo consenso, anche se ebbe vari scontri col Ruffo. Fu anche inviato a porre l’assedio a Roma, e qui, dopo aver riconquistato Velletri, si incontrò con il Rodio, il quale venne da lui aiutato in un pericoloso frangente.

Tornato il Re a Napoli, si sposò (ebbe poi due bambini), e si ritirò a vita privata. Michele Pezza già in passato aveva rifiutato personali elargizioni pecuniarie, limitandosi ad accettare prestiti in nome e col consenso del Re al fine di pagare i soldati. Quando poi chiese a Ferdinando la restituzione di quelle somme spese a difesa del suo Trono, questi non si degnò giammai di pagare i debitori, tanto che alla fine fu lo stesso Fra’ Diavolo che ne pagò molti di tasca sua. Il Re comunque lo nominò colonnello, assegnandogli una rendita annua di 2.500 ducati, e quindi ebbe l’ufficio di Comandante del Dipartimento di Itri.

Ma la sua vita da “borghese” doveva finire nel 1806, quando, senza che gli fosse richiesto, ricominciò, abbando­nando titoli, beni e famiglia, la sua guerra contro l’invasore. Fu uno dei protagonisti della difesa di Gaeta, dove arrecò perdite ingentissime all’assediante francese piombandogli in continuazione alle spalle. Presa poi però Gaeta, il Pezza tornò a Palermo, e qui, con 600 uomini e con il titolo di duca conferitogli da Ferdinando, sbarcò ad Amantea, or­ganizzando attivamente l’insorgenza calabrese. Nell’agosto fu con lo Smith all’attacco della Torre di Licosa nel Golfo di Policastro, poi all’assalto di Capri, ed il 5 settembre a Sperlonga; qui fu battuto, ma nel ritirarsi, sorprese e mas­ sacrò il presidio francese di Itri.

In quei giorni Sora insorgeva; egli vi accorse e vi pose il suo quartier generale a capo di 4.000 uomini. I francesi vi inviarono contro ben tre eserciti; dopo feroci scontri, Sora fu espugnata, saccheggiata e incendiata, mentre Michele riusciva a salvarsi. Una grossa colonna, al comando del capo battaglione Hugo (padre dello scrittore), fu mandata a inseguirlo mentre tutto l’Abruzzo fu chiuso, sorvegliato e perquisito metro per metro. Non è qui possibile neanche riassumere le incredibili vicissitudini della caccia a Fra’ Diavolo da parte dei francesi, in special modo da parte dell’Hugo (divenne una specie di duello a due, che segnò profondamente l’animo dell’ufficiale francese, e lo dimostra il fatto che il figlio ne portava ancora il ricordo; ma il rocambolesco duello fu vinto dal guerrigliero itrano). «Ma l’abile guerrigliero, conoscitore sicuro dei luoghi, paziente di ogni fatica e di ogni privazione, ricco di espedienti e di astuzie, sembrava proprio che dovesse raggiungere La Calabria per mettersi di là in salvo in Sicilia, quando a Baronissi venne riconosciuto in una farmacia ov’era entrato per medi­carsi, scalzo, ferito, esausto, e, suprema ironia, spogliato di tutto dai briganti! Era il primo novembre, e La caccia era durata quasi due mesi»[16]. Preso a tradimento, condotto a Napoli, fu processato e condannato a morte. Lo Smith e lo stesso Hugo fecero di tutto perché fosse trattato come prigioniero di guerra, ma invano (Hugo andò anche a trovarlo in carcere). Una sola possibilità gli venne offerta: servire Re Giuseppe; scrive il Marulli: «Del valore di lui ne fu anche l’inimico ammiratore; epperò il Ministro Saliceti gli disse per parte di Giuseppe Bonaparte, che se amasse servire l’armata francese, gli avrebbe conservato il grado di Colonnello di gendarmeria, titoli, pensioni, ed ogni altra cosa già conceduta da Re Ferdinando, obbligandosi solo a mantenere l’intenza tran­quillità del Regno»[17].   … Naturalmente 1’11 novembre 1806 fu impiccato come traditore in Piazza del Mercato; il corpo fu portato nella chiesa degli Incurabili. Come scris­sero nel Registro della Congregazione i Frati Bianchi, inca­ricati di assistere spiritualmente i condannati a morte: «L’esecuzione seguì verso l’una al Mercato ed il paziente morì con segni di vero cristiano e con molta edificazione». L’ammiraglio inglese Sidney Smith protestò e minacciò di trucidare i prigionieri francesi che erano in sua mano, qualora avessero ucciso «Il Comandante Don Michele Pezza, alleato delle forze inglesi[18]».

La Corte di Sicilia gli rese onoranze funebri solenni.

Non rimane che affidare al sereno ed onesto lettore il giudizio sull’utilizzo della qualifica di “briganti” per uomini come il Rodio e il Pezza[19].

Questo del “brigantaggio” sanfedista rimane a tut­t’oggi uno degli aspetti meno chiariti di tutta la storia delle insorgenze; ben venga quindi ogni ulteriore approfondimento in materia, sia a livello generale, sia nello specifico dei vari protagonisti di quei tragici giorni.

Massimo Viglione
Università di Cassino


[1] DE MATTEI R., Presentazione a VIGLIONE M., La “Vandea italiana”. Le insorgenze controrivoluzionarie dalle origini al 1814, Milano, Effedieffe, 1995, p. 15.

[2] Importante è anche notare che la stessa Maria Carolina, mentre da un lato elargiva compensi materiali e sociali a uomini come Rodio, Pezza ed altri, nei confronti di Mammone, era di tutt’altra opinione. In una sua lettera al Ruffo, ella scrive che la guerra che tale brigante conduceva in nome del Re, della religione, della patria contro gli stranieri, era per lui solo un pretesto per dare un’aureola di legalità alle sue depredazioni – pur ammettendo che ciò era utile alla causa della Monarchia (Cfr. ERCOLANI A., Francesi, briganti e borbonici nel Lazio meridionale, in: Le insorgenze antifrancesi in ltalia nel Triennio giacobino (1796-1799), Roma, Apes, 1992, p. 270). Questo particolare è significativo perché permette due considerazioni importanti: da un lato, infatti, dimostra come la Corte di Napoli non fosse del tutto sprovveduta (o ciecamente interessata) nei suoi giudizi, e, di conseguenza, nelle sue elargizioni di rendite e titoli nobiliari agli insorgenti come compenso per i loro servizi alla causa; dall’altro, dà ancora più valore all’operato di uomini come Rodio (il quale non per niente arrestò il Mammone), Pezza, Leone di Tora, Vito Nunziante, i quali, evidentemente, meritarono i loro titoli nobiliari e le loro cariche, e per i quali, quindi, diviene ancora più insostenibile l’appellativo di “briganti”, forzatamente loro attribuito nella faziosa volontà di paragonarli ai vari Mammone del tempo.

[3] Al secolo Nicola Gualtieri, che viene descritto perfino dal Pepe come un uomo che univa al grande coraggio una non indifferente bontà di cuore. Un episodio per tutti: quando un giorno, avendo invitato alla sua tavola dei prigionieri francesi, vi riconosce il governatore di Scigliano, il quale mesi prima aveva fatto arrestare e fulcilare un suo figlio, in onore allo spirito cavalleresco, il Gualtieri fece finta di non riconoscerlo.  Cfr. TIVARONI C., Storia critica del Risorgimento italiano, Torino, Roux, 1889, III, Il, p. 243.

[4] FIORINI V. LEMMI F., Periodo napoleonico dal 1799 al 1814, in: A.A. V. V., Storia politica d’Italia scritta da una società di professori, Milano, Vallardi, s.d., p. 750.

[5] ZAGHI C., L’Italia di Napoleone dalla Cisalpina al Regno, in: A.A.V.V., Storia d’Italia, a cura di G. GALASSO, cit., voi. XVIII, pp. 624-626.

[6] Un interessante quanto sfuggevole accenno a tale strumentalizzazione si trova in una frase di M. CAFFIERO nel suo saggio edito nel recente lavoro dell’Istituto Gramsci sulle insorgenze (Le insorgenze popolari nell’Italia rivoluzionaria e napoleonica, in: “Studi Storici”, 2, aprile­ giugno 1998, a. 39, Bari, Dedalo p. 598), quando, in riferimento alla politica di pacificazione (ma soprattutto di ritorno all’ordine generale) attuata dal governo pontificio dopo la restaurazione del 1800 nei confronti degli stessi  insorgenti ancora  in  anni  (sovente con l’aiuto degli stessi francesi contro i giacobini più irriducibili), scrive: «In questo modo, l’intransigenza contro i giacobini radicali e la rigorosa repressione dell’insorgenza o, quanto meno, la sua riduzione a brigantaggio e a rivolta sociale  andavano di pari passo nelle strategie di ricomposizione dell’ordine politico sociale».

[7] Sul Rodio, oltre alle opere generali di Storia regionale e locale, a quelle di carattere biografico e a quelle dedicate alla spedizione del Ruffo. cfr.: RAMBAUD J., Il processo del marchese Rodio in Archivio Storico napoletano, XXXIII  1908; FIORINI-LEMMI cit., pp. 760-761; A.A.V.V., Gli anni rivoluzionari nel Lazio meridionale, (1789-1815). Atti del Convegno. Pratica, 29 ottobre /989, Pratica, Istituto di storia e di arte del Lazio meridionale, Centro di Anagni, 1990, pp. 25, 42, 76, 158-160; cfr. inoltre gli articoli a lui dedicati sub voce Da A. SIMIONI nel Dizionario del Risorgimento   nazionale, cit., e nell’Enciclopedia Italiana cit., ove è indicata la bibliografia sul personaggio.

[8] RAUTI, Viterbo, il “Vespro trasteverino’; e gli eccidi nelle abbazie, in: Apes, cit., p. 248.

[9] LEMMI F., L’età napoleonica, in: A.A.-V.V., Storia politica d’Italia, diretta da A. SOLMI, Milano, Vallardi, I 938, pp. 279-280.

[10] Sul Pezza esistono vari studi. Oltre a quanto scrivono FIORINI-LEMMI (cit., pp. 762-763) e alle opere generali di storia regionale e locale, cfr. tra gli altri: AMANTE B.• Fra’ Diavolo e il suo tempo (1796-1806), cit.; JALLONGHI E., Fra’ Diavolo (colonnello Michele Pezza) nella storia e nell’arte, Città di Castello, 1910 (ristampa anastatica a cura di Alfredo Saccoccio, Fondi, Ed. Confrontografic, 1984); BARGELLINI P., Fra’ Diavolo, Firenze, 1932; PEZZA M., Fra’ Diavolo, Casamari, 1977; DAL­ L’ONGARO G., Fra’ Diavolo, Novara, De Agostini, 1985; GIARDINA R., la Leggenda di Fra’ Diavolo, Casal Monferrato, Piemme, 1995. Cfr. inoltre gli articoli sub voce in: Dizionario del Risorgimento nazionale, cit., a cura di E. MICHEL, e nell’Enciclopedia Italiana, a cura di E. JALLONGHI

[11]Cfr. ad esempio M. PEZZA, cit., p. 19. Sulla questione dell’origine del soprannome, M. Pezza fornisce la seguente versione (ivi): avendo la madre dell’eroe itrano fatto il voto a S. Francesco di Paola che avrebbe fatto vestire il suo bambino con la tonaca del Santo se fosse guarito da una brutta malattia, ottenuta la grazia, mantenne il voto, e così tutti gli altri ragazzi di Itri lo soprannominarono scherzosamente “Fra’ Michele”. Michele però era, come è facile intuire, un bambino piuttosto irrequieto, e così un giorno, essendo andato il padre a parlare con il suo povero ma­ estro, canonico De Fabritiis, si sentì dire da questi, a conclusione di una lunga serie di monellerie, «E’ un diavolo! .I compagni lo chiamano Fra’ Michele, ma dovrebbero chiamarlo Fra’ Diavolo!». Commenta il suo discendente a conclusione del racconto: «Non poteva immaginare il buon canonico quanto successo avrebbe avuto la sua singolare proposta!». Tale semplice storia appare essere la più credibile nella sua naturalezza.

[12] Lo stesso Alexandre Dumas ne “La Sanfelice” parla dei due delitti di Fra’ Diavolo come «legati ad un/atto non ignobile d’amore». Cfr. PEZZA, cit., p. 20

[13] [13] Ibidem, p. 22.

[14] FIORINI-LEMMI, cit., p. 672.

[15] PEZZA, cit., p. 30.

[16] FIORINI-LEMMI, cit., p. 672

[17] 1n: PEZZA, cit., p. 55.

[18] Ivi

[19] Scrive A. SACCOCCIO nella Prefazione alla ristampa anastatica dell’opera dello Jallonghi (cit., pp. 5-7): «Per il già citato Rambaud, autore di un pregevole lavoro su Giuseppe Bonaparte, re di Napoli, Fra’ Diavolo, sceso in lotta contro le soverchianti truppe franco- polacche, “in virtù di funzioni ufficiali”, è “in ogni caso una grande figura di partigiano”. Il Gachot lo scagiona da tutte le accuse rivelandone i meriti militari ed onorandolo con giudizi assai lusinghieri. Egli deplora di veder oggetto di caricatura una figura “grande e drammatica”, non meritevole della morte decretatagli da un tribunale straordinario. Il de Koch definisce il Pezza «il più formidabile capo degli insorti napoletani del ’99». Il Capefigue scrive: “quel Fra’ Diavolo qualificato per masnadiere nei bullettini, moschettato (sic!) senza pietà, era unicamente un ardito e fedele montanaro devoto alla Regina Carolina, siccome più tardi vedremo le guerrillas di Spagna sollevarsi al grido dell’indipendenza”. Lo storico francese continua: “vengono denominati masnadieri coloro che non piegano il collo al giogo della parte vincitrice”». Conclude il Saccoccia: «In Italia, invece, (…) se ancora non pochi parlano del Pezza come di un brigante, in un ‘ottica riduttiva, lo si deve alla storiografia francofila, che ricostruì poco fedelmente gli eventi di quel fosco periodo di tempo che va dal 1796 al I 806, denso di sconvolgimenti politici e sanguinose vendette. Essa, parziale conformista, desiderosa di metterlo, nel proprio interesse, al bando anche morale, lo dipinse con le cromie più fosche creandogli La nomea di brigante e svisandone la vera personalità».

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