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Il 6 luglio 1861 Montefalcione (AV) insorge

Posted by on Lug 12, 2025

Il 6 luglio 1861 Montefalcione (AV) insorge

“Due uomini armati entrarono spavaldamente in paese e si presentarono dal sindaco, Diocle Polcari, con l’ingiunzione di adunare il popolo in pubblica piazza, distruggere le insegne sabaude ed inneggiare ai Borbone. Il sindaco, stupefatto ed atterrito, finse di accondiscendere, ma, resosi conto dell’aria che tirava, appena possibile fuggì, riparando a Candida presso il fratello Basilio.

Nel pomeriggio sessanta uomini, tra cui molti soldati con divise militari del disciolto esercito, con a capo Basilio Pagliuca e Carmine la Contrada, suo luogotenente, al grido di “Viva Francesco II! Morte a Vittorio Emanuele e Garibaldi!” entrarono in Montefalcione, provocando l’immediata sollevazione dei paesani, i quali, senza incontrare alcuna opposizione, spazzarono via il governo fantasma dei liberali difeso da pochi, spauriti merce¬nari. Disarmarono la Guardia Nazionale e ripristinarono la Guardia Urbana, distruggendo le insegne sabaude e innalzando ovunque la bandiera patria. Dichiarato decaduto il governo nazionale, proclamarono la restaurazione del governo borbonico, nominando sindaco Gaetano Baldassarre.”

“Dal pomeriggio del 6 luglio Montefalcione, di diritto e di fatto, tornò ad essere territorio del Regno delle Due Sicilie, in armi contro orde di stranieri e barbari invasori.”

Passano appena 3 giorni.

“La mattina del 9 arrivarono ad Avellino, al comando del maggiore Girczy, tre compagnie del battaglione di fanteria e centoventi Usseri. In breve, un’accozzaglia di Ungheresi (definiti dal Tecce “veri patrioti”) venne a salvare l’occupazione sabauda nella provincia di Avellino!

La prima compagnia, al comando del capitano Pinczés, fu spedita in direzione di Montefusco; la seconda, al comando del capitano Birò, in direzione di Montemiletto. Verso sera furono inviati altri uomini a rinforzare le due compagnie con l’ordine di convergere da nord su Montefalcione alle ore 7 del giorno 10, mentre il Girczy mosse direttamente verso il paese per attaccarlo, alla stessa ora, da sud. Un caporale della Guardia Nazionale di Candida, tal Michelangelo Parziale, si offrì a far da guida alla cavalleria ungherese.

Nel frattempo, la truppa del de Luca, rinserrata senza scampo nel monastero, meditava di rompere l’assedio tentando con le armi di aprirsi un varco tra la folla tumultuante. Ma, improvvisamente, la mattina del giorno 10 si fece il vuoto intorno agli assediati. Questi, infatti, ad un certo punto osservarono un viavai di gente, di vecchi, mamme con bambini che precipitosa¬mente fuggivano in un frastuono di campane: la notizia dell’arrivo degli Ungheresi, noti per la loro ferocia, fece sì che “migliaia di contadini alla rinfusa si disperdessero per i campi”.

Montefalcione precipitò nell’inferno!

“Gli stranieri a passo di carica si lanciarono sugli assedianti, mentre dall’interno del monastero la brigata Aosta e le guardie nazionali fuoriuscirono al contrattacco. Gli insorti mantennero le posizioni per circa un’ora, per poi disperdersi in ogni direzione. 1 più arditi, un mezzo migliaio circa, risoluti a resistere, ripiegarono precipitosamente verso la parte alta del paese. Una quarantina di essi si asserragliò in due masserie vicine. Dagli Ungari, non militari, ma iene inferocite, “vi fu messo il fuoco, e, come uscivano, erano fatti a pezzi; non ne campò pur uno’.

Il Girczy prese allora il comando di tutti i militari, e intorno alle 11 li fece marciare verso il centro di Montefalcione. I cinquecento nostri patrioti, risaliti lungo il paese, nel frattempo eressero, in una concitazione spaventosa di animi, barricate per ogni dove, accatastando tutto ciò che trovarono a portata di mano. Riuscirono a resistere per un po’ di tempo, opponendo a più riprese violente ma innocue scariche di fucileria, ma “poi furono attaccati da ogni parte, e ne fu fatto orribile macello per le vie e le campagne”‘.

“Cessata la battaglia, mentre Montefalcione veniva orrendamente data alle fiamme dai militari, si scatenò una feroce caccia all’uomo con fucilazioni indiscriminate fin verso le 11 di sera. “Si trovarono 30 cadaveri per le vie dell’abitato, oltre quelli che sono per le campagne, e che saranno, poiché sono inseguiti da ogni parte, e come li pigliano li fucilano. Qui non se ne vogliono veder più prigioni, e, se ne verranno, saranno ammazzati inesorabilmente” 6. L’Irpino del 10 luglio 1861 scrisse: “La strage dei nemici è cosa orrenda a dirsi e a vedersi, a nessun tristo è stata risparmiata la vita”. L’Irpino del 18 luglio 1861 narrò di un insorto moribondo che raccomandò l’anima a “Santo Francesco Borbone”!

(Estratto dal libro <La rivolta di Montefalcione> di Eduardo Spagnuolo

Franco Zavaglia

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