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Il banditismo agli occhi della Napolitania, della Sicilia e della Sardegna

Posted by on Set 4, 2025

Il banditismo agli occhi della Napolitania, della Sicilia e della Sardegna

Il banditismo è un fenomeno complesso che ha avuto un suo sviluppo e subito cambiamenti molto particolari nella sua storia. Originatesi dall’antichità, esso è caratterizzato dall’esistenza dei due caratteri interamente presente nel banditismo, arrivando ad attirare l’attenzione la maggior parte degli intellettuali e politici. Fin qui il banditismo può essere suddiviso in quello criminale e sociale (di ribellione): il banditismo criminale è dedito alla commissione dei reati comuni, anche con l’appoggio dei potenti ceti sociali, del governo complice o delle potenze straniere, come il caso della mafia e dei narcos, e il banditismo sociale è ben diverso da quello criminale, ossia è legato dai sentimenti di ribellione e opposizione dell’individuo contro l’oppressione dell’oligarchia e di un governo vicino ad essa.

Questa differenza appena descritta è stato la parte integrante della vita del banditismo in ogni momento storico, ma non viene presa in considerazione dal mondo intellettuale che, subito e senza alcuna pazienza, punta a prevalere solamente il primo carattere del fenomeno. Infatti, molti intellettuali, politici e militari, attraverso le loro opere e inchieste, sono fortemente convinti che il banditismo sia il sinonimo di criminalità organizzata, la cui causa deriva dall’arretratezza “spontanea” di quel popolo o di altri popoli in determinate situazioni. Questi racconti frettolosamente e insensibilmente descritti, senza badare la vera realtà di un popolo, si affermarono e si diffusero in base alle leggi e teorie che, di fatto, sono state e sono attualmente estranee e dannose agli interessi e ai bisogni popolari, compresi quelli dei ceti meno abbienti, con la conseguenza di rendere più difficile quella determinata situazione sociale e fomentando il carattere criminale del banditismo. Anzi, si può dire che il banditismo criminale nasce per volere di quei entrambi complici, intellettuali e governo, anche con lo scopo di fare gli sporchi interessi ai danni dello stesso popolo. Però non sempre il banditismo è stato un fenomeno unicamente criminale, senza negare che esso può nascere anche dal forte risentimento del popolo che non accetta e non riconosce l’autorità delle istituzioni, delle pubbliche amministrazioni e dello Stato perché sono in contrasto agli ideali identitari civili moralmente condivisi dai suoi abitanti desiderosi di ottenere e riavere i loro diritti, le loro libertà e l’indipendenza del proprio popolo.

I movimenti indipendentisti identitari dei tre popoli italo-mediterranei (Napolitania, Sicilia e Sardegna) si occuparono della descrizione realistica del banditismo e della sua storia con il recupero di fonti archiviali e testimonianze storiche di vari personaggi che hanno vissuto in persona quelle situazioni che hanno favorito lo sviluppo del citato fenomeno. Innanzitutto, gli indipendentisti sono concordi che il banditismo sia il malessere derivante dalla politica coloniale interna dello Stato italo-padano e delle sue istituzioni, incapaci di risolvere i problemi socio-economici presenti nella vita del popolo ma dediti a infliggerli una serie di ingiustizie, correndo il rischio di favorire il banditismo stesso. Sebbene i banditi provenissero da famiglie povere appartenenti al popolo duramente emarginato, questo fatto spinse gli indipendentisti a dipingerli come ribelli mossi dallo spirito di giustizia e di libertà in difesa degli interessi del popolo contro i soprusi degli oppressori colonialisti filo-padani, per poi distinguerli da quelli criminali che sono intenti al furto, alle rapine, ai sequestri, alla violenza e agli omicidi d’onore secondo i regolamenti o codici criminali, anche se gli stessi indipendentisti, a differenza di quelli falsi e ipocriti che li considerano come l’espressione di identità culturale dei tre popoli ignorando completamente la natura criminale e oppressiva di quei regolamenti e codici, li respingono con la legittima motivazione di essere violenti e retrogradi, ossia legati ai mali del colonialismo padano, e per cui vanno entrambi rifiutati. Ma se il popolo stesso e i suoi rappresentanti indipendentisti identitari si battono per la realizzazione della giusta causa dell’indipendenza nazionale per ridare dignità e pace al popolo di appartenenza, gli indipendentisti, nei confronti dei banditi e per evitarli che essi si facessero condizionare ancor di più dal dominio dei signori politici e criminali, ritengono utile e necessario la rieducazione di questi soggetti ingiustamente emarginati attraverso una campagna di sensibilizzazione che li spingesse alla conoscenza e alla prevalenza dei valori morali, civili e moderni della causa indipendentista, i quali potrebbero aiutare gli stessi banditi alla penitenza di aver commesso crimini, o per volontà o dietro istigazione, e a dimostrare che essi sono oggetti e vittime di ingiustizie che li avrebbe spinti a usare le armi per combattere quel regime illegittimo, e non servono affatto a giustificare o a dare impunità ai loro presunti crimini comuni commessi. Grazie a questa iniziativa che i banditi emarginati passarono da ribelli ai patrioti, divenendo veri eroi nazionali per essersi sacrificati nel dare libertà, indipendenza e diritti al popolo che avevano difeso e amato.

Per smontare l’equiparazione coloniale di banditi-mafia-terrorismo, la citata descrizione sul banditismo da parte dei movimenti indipendentisti è valida attraverso le ricerche e i libri arricchiti dalle stesse fonti di cui gli indipendentisti stessi ne hanno preso spunta per evidenziare le vere cause del banditismo. Esempi notevoli sono i seguenti:

. Nelle province napolitane, durante la cosiddetta “guerra al brigantaggio” nel 1863 il deputato ascaro Giuseppe Pica emanò una legge marziale e draconiana che favorì la repressione coloniale sabauda, con l’interruzione dello Statuto Albertino del 1848 ai soli napolitani e siciliani, ad eccezione dei padani piemontesi e lombardi. Tale legge era accompagnata da una relazione parlamentare, guidata da Giuseppe Massari, che descrisse il brigantaggio come “frutto di delinquenza comune” e “retaggio del vecchio regime”, senza sapere che i piemontesi avevano “sottratto da Napoli il patrimonio privato di Francesco II di Borbone, confiscato i beni ecclesiastici, spogliato le chiese da tutta l’argenteria, ucciso quelli che gli si opponevano contro, distrutto e arso col fuoco interi paesi e ridotta Napoli alla miseria”, come si evince dalla famosa replica diplomatica del marchese Giorgio Palomba, rappresentante dell’esiliato governo napolitano borbonico, su invito del re Francesco II raccontata nel libro di Gaetano Marabello, “La verità e menzogne sul brigantaggio. La sconosciuta replica della Corte borbonica alla relazione Massari” (2018). Assieme a Marabello va giunto anche il libro “Brigantaggio come legittima difesa del Sud” (2000) di Giovanni Turco, il quale considera il brigantaggio come vera reazione del popolo contro un’invasione armata che lo aveva spogliato delle proprie leggi, della propria indipendenza e del proprio Re, che era Francesco II di Borbone, tanto da meritare il nome di resistenza vera e propria con la conservazione e manifestazione di solide radici nel diritto all’autodifesa, come d’altronde era accaduto nel 1799 e nel 1806-10. Sul rapporto tra patrioti “briganti” e mafia, Enzo Ciconte dimostrò nel suo articolo intitolato “Ndrangheta e briganti – storie separate in casa”, pubblicato il 30 ottobre 2010, che il brigantaggio è un fenomeno ben diverso dalla ndrangheta, perché il primo consisteva nella occupazione spontanea dei contadini delle terre demaniali illegalmente usurpati dalle famiglie di speculatori agrari, in particolare i Morelli, il cui membro Donato in qualità di governatore della Calabria Citra (provincia di Cosenza) bloccò il decreto di spartizione e spinse molti contadini ad opporsi alla colonizzazione sabauda che iniziava a distruggere tutti i benefici del popolo napolitano ottenuti dai Borbone, mentre la ‘Ndrangheta si affermava con minacce e corruzione nella provincia di Reggio Calabria, tra cui il ferimento del medico Annunziato Paviglianiti avvenuto il 19 agosto 1869 durante le elezioni amministrative relative al piano regolatore comunale che determinò, in seguito, lo scioglimento del Comune per ordine del governo sabaudo, per il timore, da parte dei traditori ascari locali (signorotti liberali e mafiosi come Francesco De Stefano), che i calabresi potessero riprendere la perduta lotta per l’indipendenza napolitana iniziata dal 1860. Quindi il patriottismo dei nostri connazionali napolitani, secondo Ciconte, è totalmente diverso dalla mafia. Ma non solo Marabello, Turco e Ciconte sono i primi ad ammettere l’esistente patriottismo degli abitanti infamati con il marchio di “briganti”, benché tale valore si era già affermato durante gli anni della colonizzazione sabauda da un gruppo di intellettuali, religiosi ed ex-combattenti per la libertà napolitana attraverso il giornalismo identitario, i cui esponenti importanti furono Pietro Calà Ulloa, il cardinale Sisto Riario Sforza, Giuseppe Buttà, Carlo Corsi, Luigi Gaeta, Francesco Scamaccia Luvarà, Nicola Montalbò e Tommaso Cava che elogiarono la resistenza dei partigiani indipendentisti del Re Borbone come un richiamo all’orgoglio nazionale napolitano, secondo Buttà, e di come la dinastia borbonica e l’indipendenza napolitana, scopi principali di tale resistenza, sono fortemente connessi, secondo il capitano Cava. Questi intellettuali e le loro fonti storiche dimostrarono che il banditismo era sociale ma con forti connotazioni patriottiche, ben lontano dagli aspetti criminali.

. In Sicilia l’indipendentismo siciliano è stato sia una legittima  manifestazione popolare sia una forma di riscatto degli abitanti isolani per la conquista dei diritti e delle libertà negate dai colonizzatori padani. Come il patriottismo degli insorgenti napolitani, anche l’indipendentismo siciliano fu la spinta della ribellione degli isolani anch’essi infamati come briganti o, molto peggio, mafiosi, nonostante che la mafia era appena diventata un altro apparato di controllo e repressione coloniale al servizio dell’Italia piemontesizzata. La risposta efficace del popolo siciliano fu la rivolta di Sette e Mezzo avvenuto tra il 16 e il 22 settembre 1866 che assunse i veri caratteri rivoluzionari, risparmiando alcuni prigionieri carabinieri piemontesi e molti Consolati stranieri, fino alla brutale risposta repressiva promossa dal generale Raffaele Cadorna attraverso i bombardamenti sulla città, aiutato dalle navi inglesi. Con il passare degli anni l’indipendentismo siciliano divenne oggetto di calunnie insensate da parte degli intellettuali e politici intrisi di razzismo coloniale, per es. che tale giusta causa identitaria rappresenti una sorta di giustificazione della non presenza della mafia, il cui racconto è indubbiamente privo di realtà isolana. La prova che smonta questa ennesima e ridicola equiparazione coloniale è l’indagine storica dell’ex-magistrato Salvatore Riggio Scaduto che, mediante un articolo de “Scritti Ereticali”, risponde alle denigrazioni sull’indipendentismo siciliano affermando che il banditismo, come ho detto prima, si afferma dalla dissennata, gretta e ottusa politica della “mala signoria” italo-padana, i cui padri fondatori sarebbero stati effettivamente quegli stessi politici ascari per scopi illeciti e gli indipendentisti siciliani si impegnarono propriamente a sensibilizzare i banditi per allontanarli dall’influenza della mafia ormai passata dalla parte dei nuovi colonizzatori padani del “Comitato di Liberazione Nazionale” nel 1944. Tra gli indipendentisti siciliani dediti ad adempiere questo compito lo fece Concetto Gallo quando nell’agosto del 1945, con il consenso dei membri del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, incontrò a Ponte Sagana il giovane Salvatore Giuliano, il Robin Hood siciliano, e rimase per due giorni, introducendo un discorso amichevole e relativo alla vera realtà della Sicilia fino a raggiungere un intesa ideale tra Gallo e Giuliano fondata sulla volontà di supporto del popolo siciliano al raggiungimento della sua indipendenza nazionale, secondo quanto detto da Gallo nell’intervista del 1974. Questa collaborazione ha sancito il successo della rivoluzione d’indipendenza siciliana e, anche se durò poco a causa della cattura di Gallo durante la Battaglia di San Mauro del 29 dicembre 1945, non ha spezzato il spontaneo e onesto sogno di liberazione anticoloniale molto forte nell’anima di Turiddu fino alla sua barbara uccisione da parte dei carabinieri e di un mafioso nel 1950 dopo che è stato vittima dell’accusa denigratoria di essere stato il responsabile della Strage di Portella della Ginestra del 1947, di cui né lui né la sua banda di ribelli non c’entravano nulla. Ma quello che si sa è che l’indipendentismo siciliano dette l’esempio di come il banditismo può essere risanato soltanto con un gesto di pura rieducazione identitaria e culturale che permette di cancellare l’influenza della cultura criminale fomentata dal colonialismo padano, nella storia della cara Sicilia.

. In Sardegna, invece, la storia del banditismo ha avuto uno sviluppo molto particolare lungi dai racconti denigratori degli intellettuali ascari. Dal 1720, anno dell’occupazione dell’isola da parte dei Savoia, il banditismo è considerato un serio problema di ordine pubblico, nonostante che la stessa dinastia piemontese e le sue autorità sono stati in grado di fomentarlo lasciando irrisolti e dando origine altri problemi sociali ed economici ai sardi. L’organizzazione del banditismo sardo è diversa da quella della Mafia, perché se essa è caratterizzata da organizzazioni gerarchiche criminali, il banditismo sardo è legato al mondo pastorale e, soprattutto, ad alcuni soggetti pericolosi per la società sarda stessa, ma entrambi usano la violenza per generare terrore con determinati metodi e regole: la mafia agisce attraverso un giuramento di fedeltà che contiene, persino, i nomi dei tre assassini dei popoli napolitano e siciliano (Mazzini, Garibaldi e La Marmora), mentre i banditi sardi si attingono al cosiddetto “Codice barbaricino” che impone il rispetto dell’onore e l’uso della violenza in stile criminale. Ci sono stati momenti storici in cui il banditismo sardo era caratterizzato dal sentimento di ribellione contro l’ingiustizia subita da altri complici sardi o dalle autorità coloniali sabaude, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento fino alla prima metà del Novecento in cui la maggior parte dei banditi, spinti da questo atteggiamento di risentimento, vengono uccisi o catturati negli scontri a fuoco dai carabinieri filo-sabaudi per essere in seguito fotografati, subendo una serie di pregiudizi razzisti di tipo lombrosiani e senza ricevere un minimo di pietà cristiana. Però la presenza dei banditi in Sardegna ha offerto l’opportunità ai politicanti e terroristi colonizzatori filo-padani di mettere in atto una serie di attività illecite per scopi ideologici e di denaro, esercitando la cieca libertà di strumentalizzare il legittimo indipendentismo sardo, come gli esempi di Barbagia Rossa e del Movimento Armato Sardo, creati per volontà del giornalista padano Giangiacomo Feltrinelli e dei terroristi brigatisti rossi con lo scopo giustificativo di rendere la Sardegna uno Stato indipendente e comunista su ispirazione del modello cubano, tentando di conferire il ruolo di capo delle truppe ribelli al bandito Graziano Mesina, il quale rifiutò tale proposta mediante l’intervento dei servizi segreti coloniali italo-padani. Ma era chiaro che questo obiettivo veniva usato da Feltrinelli e dai brigatisti con il decisivo intento di compiere una serie di attentati terroristici mortali, infliggendo altri dolori all’innocente popolo sardo, come se non bastassero le ingiustizie del colonialismo padano subite dai poveri pastori. A causa di questo evento storico drammatico che l’ascarismo intellettuale, politico e militare filo-padano si gettò a lanciare molte calunnie sul popolo sardo e sulla sua legittima causa indipendentista con articoli, libri e programmi televisivi, con la scusa di “voler aiutare” la Sardegna: per esempio nell’articolo della rivista Avanti pubblicato il 3 febbraio 2020 sul rapporto tra Mafia e banditismo sardo, nella parte che riguarda sul fallimento dell’autonomia ci sta scritto che “Il sostanziale fallimento politico dell’ambiguo autogoverno ha finito per alimentare vecchie malattie e pregiudizi. Mi riferisco al “sardismo”, inteso come una vera e propria rivendicazione indipendentistica, cioè rivolta secessionistica. Né Sciascia né Melis Bassu si sono lasciati influenzare da questo sovranismo avant la lettre. Entrambi hanno anche evitato di finire prigionieri di un’omertà di tipo mafioso o di circondare di un’aura di giustificazionismo la ricerca delle radici del banditismo”. Il significato di queste parole scritte in quell’articolo consiste nell’etichettare il sardismo come il sinonimo di omertà mafiosa e banditesca, peggio delle calunnie dei professionisti d’antimafia rivolte all’indipendentismo siciliano per la sua “sospetta” ma mai esistita connessione con la mafia. In risposta i sardi, alla pari dei siciliani e di noi napolitani, non rimasero immobili e specificarono realmente i veri valori identitari civili e moderni del loro indipendentismo isolano, come ce lo dimostrano i due articoli delle due riviste sardiste, Sa Natzione e Fondazione Sardinia. Il primo articolo, pubblicato il 1° gennaio 2014 con il titolo “Perché l’indipendentismo sardo ha sempre rinunciato al terrorismo”, descrive chiaramente che l’indipendentismo sardo ha sempre abbracciato la democrazia come spazio di rivendicazione politica e per evitare di ricorrere alla violenza del terrorismo, capendo che l’uccisione dei civili non serve a coinvolgere i sardi nella battaglia comune ma causa la loro alienazione dalla propria causa identitaria, anche se ammise che se il contesto avesse impedito ai sardi di liberarsi dall’ingiusta sperequazione sociale coloniale con la non violenza potevano ricorrere alla legittima difesa (che è diversa dal terrorismo). Il secondo articolo, pubblicato il 3 ottobre 2015 con il titolo “Quando le operazioni dei servizi segreti italiani contro il sardismo cominciarono a essere conosciuti e dibattuti dalla pubblica opinione”, si occupava sul caso Columbu per il collegamento tra i banditi rapitori di Carlo Travaglino e Pietro Riccio e i “movimenti separatisti” che si riferiscono al Partito Sardo d’Azione, al circolo “Città Campagna” e al movimento politico “Su Populu Sardu” che, di fatto, appare un vera ed ennesima calunnia verso il popolo sardo mediante l’invenzione del “complotto separatista” fomentata ad arte dai servizi segreti coloniali italo-padani, dal quale rimase vittima Salvatore Meloni. I tre movimenti indipendentisti e sardisti dettero una risposta onesta e coraggiosa contro tale calunnia con la pubblicazione del documento avvenuta il 19 dicembre 1975 durante una conferenza-dibattito. Dal documento di denuncia identitaria si evince che tale accusa di connivenza tra indipendentisti sardi e banditi non era altro che un’aggressione antidemocratica e colonialista al sardismo perché esso rappresenta realmente il fondamento della lotta del popolo sardo per respingere la posizione di sudditanza che gli è stata ingiustamente imposta, condividendo la protesta della classe operaia e dei sindacati sardi di Ottana e condannando i metodi dei nemici del sardismo. L’indipendentismo sardo è riuscito a smontare e combattere le calunnie degli ascari non solo individuando la causa dell’origine del banditismo ma ad affermare la sua apertura alla modernità mediante la pura e spontanea manifestazione della civiltà del popolo sardo contro ogni male del colonialismo padano, come lo aveva dimostrato con i famosi moti rivoluzionari e antifeudali del 1793-96.

Gli indipendentisti hanno saputo dare una risposta che conciliasse con la realtà del popolo per descrivere e trovare soluzioni adatte al banditismo, arrivando in conclusione che esso può essere risanato con una riunificazione federale della penisola italica mediante l’intervento e l’intesa tra rappresentanti identitari e il loro popolo o la richiesta del diritto all’autodeterminazione. Ma deve essere chiaro il fatto che il banditismo deriva sempre e direttamente dal crimine, ovviamente non solo dal colonialismo (per es. i fellaghas, definiti banditi dai colonizzatori francesi, si batterono per l’indipendenza del popolo algerino) anche dalla tirannia oligarchica e dall’imperialismo occidentale (come la guerriglia comunista e socialista nazionale in America Latina). Ma come ci hanno insegnato gli indipendentisti, un bandito può avere la possibilità di liberarsi dalla persecuzione delle ingiustizie o delle manipolazioni di certi e spietati signori criminali e politicanti nella speranza che esso segua moralmente i valori identitari civili del suo popolo, senza rinunciare alla lotta contro quel crimine, che sia armata o non violenta, e che possa riavere una vita civile migliore, pacifica e lontana dai dolori.        

Antonino Russo

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