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IL CANE DA GUARDIA AL SERVIZIO DEL CANE RAGIONIERE TORINESE!

Posted by on Dic 2, 2021

IL CANE DA GUARDIA AL SERVIZIO DEL CANE RAGIONIERE TORINESE!

“Sig. Ministro dell’Interno e della Polizia – Napoli – Appena qui giunge il Sindaco e il Comandante della Guardia Nazionale di Napoli che attendo, io verrò tra voi. In questo solenne momento vi raccomando l’ordine e la tranquillità, che si addicono alla dignità di un popolo, il quale rientra deciso nella padronanza dei suoi diritti.

Il Dittatore delle Due Sicilie – Giuseppe Garibaldi” “All’invittissimo General Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie. Con la maggiore impazienza Napoli attende il suo arrivo per salutarla il redentore d’Italia e deporre nelle sue mani il potere dello Stato e i propri destini. In questa aspettativa, io starò saldo a tutela dell’ordine e della tranquillità pubblica. La sua voce, già da me resa nota al popolo, è il piú grande pegno del successo di tali assunti. Mi attendo ulteriori ordini suoi e sono con illimitato rispetto, di lei, Dittatore invittissimo, Liborio Romano.”Ad accogliere uno straniero in armi contro il suo Stato è niente di meno che il ministro dell’Interno di Sua Maestà Francesco secondo, legittimo capo di Stato delle Due Sicilie sotto attacco straniero.

Se in Sicilia, la sorte già segnata, del regno, fu determinata dall’aiuto dei “picciotti”, che accompagnarono il nizzardo per tutta l’isola, a Napoli i fatti assunsero un rilievo addirittura grottesco e inimmaginabile senza ombra di paragone con la storia conosciuta. A tradire senza segno di vergogna o imbarazzo furono uomini dell’entourage di re Francesco! In nessun’altra vicenda di altri Stati si è mai potuto vedere nulla del genere. Quando si parla di Napoli e di Garibaldi, non si può evitare di pensare a don Liborio Romano, pugliese di nascita, liberale della prima e ultima ora, docente universitario a Napoli di materie giuridiche. Prefetto di Polizia prima e Ministro dell’Interno dopo nel Ministero Spinelli. Figura alquanto controversa e dibattuta ancora oggi. Si sa che la corruzione pianificata dal conte torinese e portata a compimento dai suoi uomini militari e non, si avvalse della preziosissima collaborazione di persone meridionali come appunto il Romano.

Egli aveva sperimentato il carcere, il confino e la destituzione dall’insegnamento per il coinvolgimento nei moti del 1820, successivamente fu anche esiliato. Tornato a Napoli, Romano è l’uomo che soffia sul fuoco della questione degli zolfi di Sicilia e in qualità di avvocato, assiste legalmente con successo, l’Inghilterra nella causa contro lo Stato nel 1836. Si tenga presente che Romano sarà sempre legato alla Gran Bretagna per le sue posizioni liberali e inoltre, uno dei suoi fratelli, si era imparentato tramite matrimonio, con il fratello del primo ministro inglese, Lord Temple, III visconte di Palmerston. Don Liborio prese parte ai disordini di Napoli del maggio 1848, seguiti alla concessione della costituzione da parte di Ferdinando II.

Avete capito bene! Dopo la concessione della carta costituzionale vi furono disordini! Ancora incarcerato, fu, su sua richiesta, esiliato e andò in Francia. Poi, verso la fine del regno, nel 1854, tornato dall’estero, fu protagonista di alcune delle azioni più devastanti per le sorti del regno e della sua monarchia: organizzò una rete di cospiratori. Spesso protetto dal fratello del re, Luigi di Borbone, conte d’Aquila che nei giorni della latitanza, lo nascose nella sua villa. Il dibattito su Romano è scivolosissimo e pericoloso, egli, dopo aver capito che Cavour lo aveva solo sfruttato e usato per poi buttarlo via, si ritirò amareggiato e iracondo.

Avrebbe sognato un più lustro destino nel nuovo contesto nazionale. A suo modo, come i contadini del regno, e l’aristocrazia siciliana, aveva assaggiato il “sapore” piemontese. Un sapore amaro, fatto d’irriconoscenza e cinismo politico. Infatti, il discorso storico su Liborio Romano, è molto insidioso perché egli, dopo una vita trascorsa a combattere la sua monarchia con una sconcertante abnegazione parossistica, diede alle stampe, dopo il suo fallimento politico a Torino, una memoria di recriminazioni e nomi coinvolti nelle congiure che portarono alla morte del Regno delle Due Sicilie. Temi cari a chi nega da sempre la storiografia ufficiale e retorica dell’epoepa romantica risorgimentale. Si sa che le motivazioni che spinsero Romano a tradire il suo regno furono per ambizione personale e per una rivalsa contro il suo ambiente politico il quale non era mai stato convinto delle sue reali competenze politiche. Resta il dubbio sconcertante se si fosse mai davvero reso conto di quello che faceva. I traditori, le spie, i sabotatori, i collaborazionisti, sono sempre stati presenti in ogni epoca e in ogni guerra a tutti i livelli. Costoro lavoravano per uno straniero e un nemico della propria terra.

Senza immaginare però di dissolverla. Nella Francia del 1940, i fascisti collaborazionisti di Philippe Pétain, lavoravano per un ideale di Francia, secondo il loro punto di vista, forte e alleata con la Germania nazista. Le spie sovietiche che tradivano, intendevano rovesciare un regime, un assetto di Stato, non cancellare la propria nazione! Chi tradiva, lo faceva anche per soldi, sono tutte ragioni plausibili. Ma nulla di quello che ha spinto Romano è accettabile. Egli agì con sistemi subdoli e bassissimi per un uomo di Stato. Le finalità di tale comportamento furono ancora più assurde. Si può ammettere il caso che egli, vecchio liberale, volesse la fusione del suo regno, a quello retto da una monarchia costituzionale come quella sabauda? Sciogliere il suo Paese in un altro Stato? Annientarlo ed evaporarlo dandogli la morte eterna? Di fronte a un possibile scontro armato in seno al tessuto sociale, Romano disse di “voler risparmiare” tutto questo alla capitale duo siciliana consigliando al re di abbandonare la città. Intanto era da un lato, accomodante con re Francesco, e ammiccante con il nizzardo che stava arrivando a Napoli come si addice a un classico conquistatore o liberatore: in treno!

Con le truppe borboniche presenti in città che evitarono di arrestarlo. Paralizzate dagli ordini dei suoi comandanti, vili, traditori e passati già al nemico. I due telegrammi, il primo di Garibaldi, il secondo di don Liborio, provano come in un dibattimento processuale l’assoluta e oggettiva colpevolezza del ministro di polizia che non aspettava altro che il passaggio sul continente di Garibaldi. In conclusione, per lui sarebbe dovuta scattare la pena capitale, in quanto uomo di Stato e traditore. Per lui era solo una questione meschina di arrivismo personale. Nel parlamento sub alpino, deputato del Regno delle ormai “province del Sud”, vistosi scartato e abbandonato come un utensile che non serve più, scatta la rivalsa e l’amarezza per chi misura finalmente il suo peso specifico nella considerazione del conte e di degli ambienti torinesi. Egli, insieme all’avvocato Raffaele Conforti, incaricato del plebiscito a Napoli furono letteralmente scaricati da Cavour quando ormai i loro compiti erano esauriti. Conforti ebbe un’esistenza più soddisfacente dopo l’annessione del regno rispetto a Romano perché era più affidabile e leale, meno insidioso e subdolo dell’ex ministro di Polizia.

Secondino Tranquilli

Dal prossimo libro sulle Due Sicilie – Volume 2, capitolo settimo

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