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Il Cardinale Fabrizio Ruffo: brigante e mostro?

Posted by on Apr 27, 2026

Il Cardinale Fabrizio Ruffo: brigante e mostro?

Giuseppe Gangemi

Uno degli aneddoti falsi, che più sono stati diffusi con lo scopo di denigrare Fabrizio Ruffo, è quello secondo cui, un giorno, nel corso dell’impresa sanfedista del 1799, subito dopo aver finito di officiare messa, il Cardinale ha personalmente giustiziato, con un colpo di pistola, un prigioniero repubblicano.

Con l’aneddoto, all’accusa di essere un brigante hanno aggiunto quella di essere stato blasfemo o peggio. L’aneddoto è falso per lo meno nella prima parte, laddove si dice che aveva appena finito di officiare messa. Fabrizio, infatti, ha scelto di fermarsi al grado di diacono che non permette di celebrare messa. Quindi, se la prima parte di un aneddoto è sicuramente falsa, perché la seconda parte dovrebbe essere vera? Vero o falso l’aneddoto, esso serve a giustificare l’immagine di “Cardinale Mostro” (Croce 1897, 62).

L’opera di ridimensionamento dell’impresa dei Sanfedisti e della figura intellettuale e politica di Fabrizio Ruffo comincia subito dopo il ritorno dei Francesi nel 1806. Viene interrotta per un certo periodo di tempo da Giuseppe Mazzini, quando questi ha bisogno, appena dopo la fondazione della Giovane Europa, di sostenere, con prove empiriche, che il compito di alfiere della rivoluzione è passato dalla Francia all’Italia. Mazzini sostiene che, essendoci state due rivoluzioni in Italia nel 1799, la Rivoluzione Repubblicana che egli considera rivoluzione per la conquista della libertà e la Rivoluzione Sanfedista che egli considera rivoluzione per l’indipendenza, è evidente che la fiaccola della rivoluzione è passata dalla Francia all’Italia.

Malgrado questo riconoscimento al movimento sanfedista, Mazzini rifiuta di considerare la persona di Ruffo come rivoluzionaria. Recuperando in questo la Degnità LIII (“Gli uomini prima sentono senza avvertire; dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso; finalmente riflettono con mente pura” (1836, II, 113) e puntando sul fatto che il riflettere con mente pura è un salto che richiede un intellettuale o un leader progressista, e Ruffo non lo è per Mazzini, nel passaggio tra sentire senza avvertire e avvertire con animo commosso al riflettere, può succedere che il popolo venga deviato dai suoi bisogni, per definizione rivoluzionari, verso obiettivi reazionari. Ruffo, per Mazzini, è quel leader carismatico che trasforma una rivoluzione in una controrivoluzione. Quindi, il Sanfedismo è rivoluzionario, Ruffo un furbo controrivoluzionario che impedisce che la rivoluzione sanfedista sortisca risultati rivoluzionari e che promette cose che non può mantenere e concede e toglie. Come farà Ferdinando IV con la Costituzione del 1812.

Anche per Benedetto Croce, che ne scrive ne Gli Studii storici sulla rivoluzione napoletana del 1799, Ruffo è un furbo che scrive lettere con buoni propositi ad Acton e ai sovrani, che non ha alcuna intenzione di mettere in atto a vittoria avvenuta. Croce mostra, infatti, che è la regina a dare il via a Ruffo sulle riforme sociali, con lettera del 16 febbraio: ” Animare quelle provincie a unircisi, con levarle dazii per dieci anni, abolire feudalità, jus proibitivi, insomma anticipare tutte quelle cose che i Francesi faranno, e con le quali si renderanno graditi alle popolazioni” (Croce 1897, 55, nota 1). L’indicazione della Regina è chiara: promettere e concedere molto perché i Francesi prometteranno e daranno molto al popolo napoletano, come hanno fatto in Francia dove hanno concesso ai contadini le terre della Chiesa, del demanio e dei nobili fuggiti all’estero. Nessuno pensa, a inizio della Repubblica, che i Francesi porteranno idee astratte e, nel concreto, ruberanno a man bassa.

Croce, ancora nel 1897, diffida di Ruffo e crede che promette con lo stesso animo della regina quando, giorno 3 marzo, da Monteleone scrive al ministro Acton: “Dei fiscali ho fatto qualche rilascio, anzi la metà del focatico ed industria ai braccianti e poveri di quei paesi che si sono dimostrati i più fedeli ed arditi ritornando al loro dovere, nutrendo sempre la gelosia fra il popolo e il ceto medio, ed esonerando il povero, che è veramente troppo caricato di pesi, ma non sciogliendolo interamente” (Croce 1897, 54-55). E, pochi giorni dopo, il 19 marzo, partecipando la notizia della presa di Cosenza fatta dalle sue bande, ribadisce: “Spero che il popolo basso abbia saccheggiato insieme con gli aggressori, e cosi mantenga a freno i nobili ed i paglietti, Il 23 marzo, avvertiva ch’egli avrebbe riformato l’onciario, come quello ch’è ingiusto, e formato per cabala dei ricchi” (Croce 1897, 55).

A corollario finale della presunta furbizia di Ruffo, Croce insiste a sottolineare la maggiore serietà dei Repubblicani: “La Repubblica non sapeva e non poteva mettersi per questa via: qualche tardivo accenno come l’abolizione del dazio sulla farina, fu interpretato al suo giusto valore: pure sembra che l’abolizione della gabella del pesce, ch’ebbe un effetto immediato, servisse a guadagnare alla repubblica gli animi di quasi tutti i marinai ed i pescatori della capitale” (Croce 1897, 56).

Croce avrebbe retto il gioco dei sovrani e di Nelson anche sul capitolato: Ruffo è stato realmente ingannato da Nelson o ha trovato conveniente ignorarne le vere intenzioni? Nella pubblicazione, del 1943, de La riconquista del Regno di Napoli nel 1799. Lettere del cardinal Ruffo, del re, della regina e del ministro Acton, Croce, che ha potuto leggere tutta la corrispondenza del Cardinale, conclude che questi ha tentato di giocare una partita politica importante: operare con clemenza e indulgenza con i Giacobini perché i compromessi con il regime rivoluzionario erano moltitudine e perché, per non incancrenire il futuro del Paese, si doveva puntare sulla conciliazione e pacificazione per costruire una monarchia che avesse il massimo consenso possibile dei suoi cittadini. Questo disegno, continua Croce, è visibile del tipo di capitolato che propone ai Giacobini: far uscire le guarnigioni dai forti con gli onori militari (art. 3 del capitolato) non era forse un implicito riconoscimento della Repubblica? Appunto quello che più di tutto fa uscire fuori dai gangheri la regina e indispettisce l’ammiraglio inglese. Solo nel 1943, Croce conclude che la strada che il Cardinale cerca di prendere, anche se forse non del tutto consapevolmente, porta inevitabilmente a trasformare i sudditi duosiciliani in cittadini di un libero stato moderno.

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