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IL CARDINALE RUFFO TRA PROGETTO POLITICO E CONDANNA DELLA MEMORIA

Posted by on Set 3, 2020

IL CARDINALE RUFFO  TRA PROGETTO POLITICO E CONDANNA DELLA MEMORIA

 La condanna morale che da duecento anni grava su Fabrizio Ruffo, condottiero sanfedista, alcuni storici tentarono di cancellarla negli ultimi otto decenni di questo secolo, ma senza risultati apprezzabili.
La condanna fu pronunciata dal contemporanei del cardinale Ruffo ‑ che vissero in un’epoca dominata da forti passioni ‑ i quali espressero giudizi che spesso coinvolsero la morale dell’uomo, del prelato, del politico a quel giudici perfettamente sconosciuto.

Tra i più accaniti e meno attendibili denigratori del Cardinale ‑tutti ancora oggi citatissimi, troviamo in posizione preminente Pietro Colletta A quale scrisse testualmente: “Fabrizio Ruffo, nato di nobile ma tristo seme, scaltro per natura, Ignorante di scienze o lettere, scostumato in gioventù, lascivo in vecchiezza, povero di casa, dissipatore, prese nei suoi verdi anni il facile e ricco cammino delle prelature. Piacque al Pontefice Pio VI, dal quale ebbe l’impegno supremo nella Camera pontificia; ma per troppi e subiti guadagni perduto uffici e favore, tornò dovizioso in patria, lasciando in Roma potenti amici acquistati, come in città corrotta con doni e blandimenti della fortuna. Dimandò al re di Napoli ed ottenne la intendenza della casa reale di Caserta; indi, tornato nelle grazie di Pio, il cardinale, andò a Roma e lì restò sino al 1798, quando, per le rivoluzioni di Roma, prese in Napoli ricovero, e, poco appresso m Palermo seguendo il re”.2
Ho riportato lo scritto di Colletta soltanto per contrapporgli i giudizi di due autori insospettabili, attraverso i quali è facile comprendere quanto furono partigiani gli storici del tempo. 
Guglielmo Pepe, generale dell’esercito costituzionale e compagno di strada di Colletta, definì il libro di questi “un elegante cumulo di menzogne”.
Alessandro Dumas, nel suo documentatissimo romanzo “I Borboni di Napoli”, scrisse: “…
Eppure noi intraprenderemo uno strano assunto, quello cioè di provare che fin qui il cardinale Ruffo è stato calunniato dalla Storia, o meglio dagli storici: noi speriamo riuscirvi; e ciò come si comprende, per puro amore del vero. Diciamo cosa fosse in quell’epoca il cardinale Ruffo, il quale tra noli molto diverrà uno degli eroi più coraggiosi di quel disgraziati tempi, in cui tutti coloro che parteggiavano per la corte eran ritenuti come completamente privi di senso morale, d’onor nazionale e di diritto delle, genti. Non si creda che noi ci lasciamo trascinare dall’amore del paradosso. Chi leggerà vedrà e sopra tutto giudicherà. ….La nostra parzialità consiste a non volere che l’uomo di genio, di semplice audacia se volete, che ha concepito il piano di restaurazione di Ferdinando 1, che ha varcato lo stretto con tremila ducati, un luogotenente del re, un segretario, un cappellano, un domestico, che ha messo il piede in Catona, in mezzo a trecento insorti, che ha traversato tutta la Calabria, combattendo per una causa ingiusta, ma infine combattendo tuttavia, che è arrivato a Napoli coli 60 mila uomini, che fino all’ultimo momento ha difeso la capitolazione firmata da lui, e che è caduto in disgrazia del re, che doveagli il proprio regno, per avere propugnato contro Nelson, Acton e Carolina, i diritti dell’umanità, venisse trattato come un Pronio, uno Sciarpa, un Mammone, un Fraddiavolo”.3
Fabrizio Ruffo fu irrazionalmente giudicato da un singolo episodio della sua lunga vita, episodio che ebbe la durata di appena sei mesi, mentre e a quel tempo aveva 55 anni ed un importante e indicativo passato di politico e di uomo di governo.
Gli storici suoi contemporanei, appartenenti alla fazione dei soccombenti ‑così come faranno molti liberali del secolo seguente, ignorarono o preferirono far finta di dimenticare che quando Ruffo fu ministro pontificio (1785‑1794) promulgò leggi che furono piene di contenuto e conseguenze politiche, nonostante si trattasse di leggi economiche.
Nel concepire quelle leggi egli aveva avuto come riferimento il pensiero di Grimaldi, di Galanti, di Filangeri e soprattutto di Pietro Verri, che il ministro pontificio cita nelle sue leggi, senza farne il nome, indicandolo come “il celebre autore delle meditazioni sull’economia politica”.
Furono, infatti, leggi che tendevano ad inserire quello pontificio nel movimento riformatore degli Stati europei e dei più avanzati Stati italiani, come la Lombardia e la Toscana.
Furono leggi totalmente rifiutate dal conservatori, potentissimi nello Stato pontificio e da loro tanto accanitamente combattute da costringere il Pontefice a rimuovere dall’incarico il ministro, favorendo addirittura il suo allontanamento da Roma nel 1794.
L’impresa sanfedista fu vista (ed in molti ambienti tale concetto sopravvive ancora) come guerra rivolta all’eliminazione fisica dei giacobini ed alla cancellazione dei loro ideali.
Di essa si ricordano con enfasi la conquista e gli eccidi di Cotrone (come allora si chiamava l’odierna Crotone), concepita e portata a termine essenzialmente da bande di briganti del luogo. Il cardinale era assente e lontano bloccato a difesa della sua artiglieria (due vecchi obici, in quel tempo) da un torrente in piena. 4
Si ricorda il sacco di Altamura e le turpitudini che l’accompagnarono.
Il cardinale era presente ad Altamura, conquistata con le armi e fece di tutto per porre un limite alle nefandezze consumate, per la verità, non tanto dai calabresi quanto dagli abitanti dei paesi vicini e dalle bande di pugliesi, arrivate il giorno prima con De Cesare.
Occorre rammentare che i pugliesi non erano nuovi agli orrori della guerra ed avevano gli animi esacerbati e desiderosi di vendetta.
Quelli all’assedio d’Altamura erano i superstiti delle sanguinose battaglie combattute contro i soldati del francese generale Duhesme e contro Ettore Carafa, Conte di Ruvo.
Erano i combattenti e gli scampati alle stragi di Andria, città nella quale perirono quattromila sanfedisti, come risulta dal rapporto che Carafa fece al governo provvisorio.
Un’altra precisazione sento il dovere di fare, per non incorrere nel peccato di omissione, che spesso rimprovero agli storici di parte: Ettore Carafa, che aveva avuto in Ruvo i natali, al contrario di quanto fu affermato da “storici” di fazione avversa alla sua, si adoperò con ogni sua energia perché i soldati francesi limitassero la ferocia sanguinarla con la quale trucidavano i suoi compaesani, saccheggiavano e distruggevano la sua città.
Erano ancora, i pugliesi che espugnarono Altamura, i superstiti degli eccidi, degli incendi, dei saccheggi con i quali i Francesi avevano distrutto Trani e desolato Molfetta, Bisceglie, Carbonara, Ceglie e tante altre contrade.
I calabresi che troviamo all’assedio di Altamura, non avevano ancora combattuto contro alcun nemico. Potevano avere, ed avevano in effetti, sete di saccheggio, ma solo di danaro o di preziosi, in occasione di una vittoria così lontana dalle loro case.
Dopo Altamura il Cardinale riuscì sempre meno a contenere e governare il suo esercito, che già prima controllava con fatica, poiché con l’arrivo dei pugliesi e dei molti altri che lungo la marcia verso Napoli si aggiungeranno, la massa dei combattenti assunse sempre più la consistenza che hanno le bande di armati in una guerra civile. 5
Il sacco d’Altamura non potette essere evitato (ne scrive lo stesso cardinale ad Acton) ma fu concesso secondo le leggi di guerra.
Petromasi scrive a tale proposito: “[…]Altamura fu presa interamente con le armi; per cui il saccheggio fu dovuto al nemico secondo le leggi di guerra ed in certo determinato tempo”. 6
Autori non favorevoli al Ruffo, come fu, per esempio, il senatore pugliese Ottavio Serena (la notizia è ricavata da un articolo di Oscar Sanguinetti apparso su «Cristianità» del novembre ’99), non riportano notizie di atrocità commesse dai sanfedisti in conventi di suore. Nel saggio di Serena, “Altamura 1799”, è riportata la relazione del parroco della cattedrale di Altamura dalla quale oltre ai nomi delle vittime del saccheggio, in totale trentasette, si apprende che “Dalla clausura delle monache sacrate tutte erano uscite, e lasciarono i monasteri in abbandono”.
Si descrisse in tali termini la marcia sanfedista avviata alla riconquista di Napoli, trascurando di far parola, tra i tanti, per esempio dei provvedimenti che il cardinale adottò per andare incontro ai più urgenti bisogni delle popolazioni            del territorio che andava “realizzando”7, gli atti di clemenza e di recupero dei patrioti che mostravano ravvedimento8, l’impegno del condottiero che appena sbarcato in Calabria. dimenticando dubbi, timori e i mille pericoli del momento, si affanna a dare aspetto di soldati e consistenza d’esercito al primi accorsi. 9
Ciò non doveva, ovviamente, servire a dar gloria o giustificazione al condottiero ‑che soltanto per l’appassionato cronista del tempo poteva ben rimanere, sino a quel momento, il capo di bande in marcia per soffocare nel sangue il grido di libertà che si era levato a Napoli, ma era già sufficiente per ingenerare nello studioso del nostro tempo il dubbio sulla scarsa attendibilità di coloro che avevano scritto in tempi tanto tumultuosi per passioni e lutti e fargli sentire la necessità di un adeguato e scrupoloso controllo documentale.
Neppure i successivi “avvenimenti” di Napoli e la condotta del vincitore che ci fu e ci viene ancora presentato come il “cardinale mostro”‑ nel confronti dei soccombenti e, nientemeno, di ferma opposizione agli ordini del suo re, valsero a smuovere l’indifferenza o la semplice curiosità di sapere di più.
Molti ‑non gli storici, in verità‑ hanno ripetuto l’eresia: la storia si è già pronunciata.
L’ideale che mosse il condottiero, allora come ora, fu individuato nella volontà di riportare sul trono Ferdinando IV mantenendo lo stesso istituto monarchico: ossia la miope e gretta restaurazione del vecchio regime, ignorando che in Europa c’era stata una rivoluzione al cui ideali appunto si ispiravano i giacobini napoletani.
In altre parole il condottiero sanfedista, a dar credito a quanto ci viene ancora insegnato, riconquistando al Borboni il perduto regno continentale, rinnegava inspiegabilmente quanto aveva fatto e sostenuto come ministro pontificio prima, durante e dopo la rivoluzione di Francia.
Se fosse stato veramente mosso da ideale di semplice restaurazione, Ruffo lo aveva già coronato con la vittoria e si sarebbe dovuto sentire appagato e pronto a ricevere la meritata ricompensa invece che ribellarsi pericolosamente ai desiderata del suo re.
A quale e quanto pericolo quella ribellione esponesse il cardinale Ruffo si ricava dalla lettera che il primo ministro Acton il 27 giugno scriveva a Lord Hamilton, che era a Napoli a bordo della nave di Nelson: “[ … ] E se mai egli (il Cardinale n.d.r.) opponesse qualche difficoltà, S.M. prega Lord Nelson, che chiamandolo o invitandolo a bordo, lo arresti e mandi a Palermo. Se poi si tratta di vero e proprio tradimento ci manda tre dispacci, uno al Generale Gambs, perché assuma il comando delle truppe, e arresti il Cardinale, inviandolo a Palermo; un altro al Duca della Salandra con lo stesso scopo, un terzo sempre al medesimo fine al barone Tschoudy. Lord Nelson ne farà l’uso che crederà, ove lì Ruffo, il quale dice di avere a sua disposizione 13 mila uomini, abbia coi suoi Calabresi formato un proprio partito e tradisca” (queste lettere fanno parte delle carte Egerton del Museo Britannico cod. 2640. Copia si trova nell’archivio Ruffo principi della Floresta, tra le carte appartenute al Duca D. Vincenzo).
L’uso che Nelson pensava di fare del cardinale lo apprendiamo dalla lettera che lo stesso Ammiraglio scrisse il 20 agosto a Lord Minto:” [..]Fate che possiamo lavorare insieme e che la più grande azione della nostra vita sia di fare impiccare Thugut, il Cardinale Ruffo e Manfredini [ … i  loro consigli sono dannosi tanto al Re quanto all’Europa. ma lasciate impiccare questi tre birbanti e tutto andrà benissimo”.
Quale significato dare allora alla determinata opposizione di Fabrizio Ruffo alla volontà di vendetta del re e di Nelson?
Attribuirla a bontà d’animo o a vaghi disegni politici (che nessuno, peraltro, ha mai precisato) non poteva godere di alcun credito ieri e tanto meno lo può oggi.
L’uomo,il politico, il condottiero ‑si badi, di quel livello e di quella condizione‑ che accetti d’intraprendere una sanguinosa guerra civile e per giunta alla testa di un esercito che egli stesso riconosce difficilmente governabile, si è già posto oltre quel limiti.
L’ideale doveva essere diverso, di contenuto assolutamente più elevato e tale da giustificare lo scatenamento della guerra civile ed i rischi capitali che, opponendosi alla volontà del re e al disegni della politica inglese, sostenuti a Napoli dalle navi di Nelson, il vincitore con consapevolezza e disprezzo del pericolo affrontava.
Il pensiero politico di Fabrizio Ruffo poteva essere colpevolmente ignorato o realmente sconosciuto agli storici del suo tempo, accecati com’erano dalle passioni ‑come ho già affermato‑ ma agli studiosi nostri contemporanei non può rimanere tale.
Dove ricercare il pensiero politico del cardinale, considerato che non esistono sue biografie e tanto meno un’autobiografia?
Lo indico non agli storici, che sanno bene dove trovarlo, ma alla moltitudine di giovani appassionati di storia, frastornati da tante contraddittorie notizie fornite, in occasione delle celebrazioni di questo secondo centenario, da romanzieri e frettolosi cronisti.
Si trova nel trattato sui diritti dell’uomo, pubblicato nel 1791 da Nicola Spedalieri e dedicato all’allora ministro pontificio Fabrizio Ruffo, del quale l’autore chiedeva ed otteneva la protezione, affermando di essersi a lui ispirato mentre scriveva.
Il teologo Spedalieri affermava in quel suo libro molti dei concetti sui diritti dell’uomo sostenuti dal rivoluzionari francesi, condannando e rifiutando, però, il contenuto deistico ed ateo delle tesi rivoluzionarle.
Non posso chiudere il riferimento che faccio all’opera dello Spedalieri (opera da molti dimenticata ed in verità di difficile consultazione) trascurando di mettere in buona evidenza che in quel trattato A teologo Spedalieri riconosceva nella sovranità popolare A fondamento del potere di un governo.
Infatti, Spedalieri testualmente scriveva nel XVI° CAPO “Elezione del Principe: a chi spetterà ora la elezione del Principe? Non mi pare, che questo possa essere soggetto di disputa. Se il diritto di determinare la forma di governo è del popolo, molto più lo è quello di scegliere la persona o il collegio in cui dee risiedere il Principato”.
Ignorava, il cardinale Ruffo, tale e tanto tema quando concesse allo Spedalieri la sua protezione, avallando con tale atto il pensiero dell’autore ed il contenuto del trattato?
L’argomento è di tale importanza ed interesse che accettarlo significherebbe riconoscere la inderogabile necessità di una radicale revisione storica della controrivoluzione sanfedista del 1799 ‑nel regno di Napoli e rifiutarlo acriticamente avrebbe valore e significato di un degradante atto passionale.
In una simile occasione lo storico e comunque lo studioso, che volessero affrontare l’argomento in maniera degna, non potrebbero farlo senza acquisire la più estesa conoscenza (finalmente) del “primo attore di quella tragedia”, appunto il cardinale Fabrizio Ruffo, Vicario Generale del re di Napoli.
La fonte dove attingere esiste ed è degna di ogni considerazione, trattandosi di una diagnosi medico‑specialistica, che indico, questa volta con consapevolezza professionale, agli storici ed agli studiosi: la diagnosi è formulata dallo psichiatra Prof. Domenico De Maio e costituisce il primo capitolo del saggio “Il CARDINALE FABRIZIO RUFFO TRA PSICOLOGIA E STORIA” edito da Rubbettino. 
Riprendiamo il filo del discorso. 
Nell’intento di stimolare l’interesse degli studiosi riporto quanto scrisse Giuseppe Cimbali nel 188410 a proposito di quella dedica e di quel libro, mettendo in evidenza l’interesse del cardinale per quelle tesi, che il Cimbali ricavava da corrispondenza epistolare del Cardinale sino a quel momento inedita:
“Nel 1791 il Ruffo si trovava a Roma ed era nelle buone grazie di Pio VI, che l’aveva fatto Tesoriere Generale della Reverenda Camera Apostolica e Commissario del mare. In quell’anno stesso Nicola Spedalieri dedicava a Lui i Diritti dell’uomo, e con che parole! anzi, debbo dirlo, da questa dedica di Spedalieri sono stato spinto a studiare un po’ questo di lui mecenate, e sono stato fortunato davvero, avendo trovato molte di Lui lettere inedite, delle quali più sotto pubblicherò alcuna. Nicola Spedalieri non può essere sospetto di adulazione: un uomo che aveva incontrato il dispiacere dei Principi, perché < non aveva adulato alcun Principe > e quello dei Popoli < perché non aveva adulato alcun Popolo > dicendo verità anche al Principi, e al Popoli, tanto meno poteva risolversi ad adulare un Monsignore. Per questo il ritratto del Cardinale Ruffo, che scatta fuori dalla dedica dello Spedalieri, come una testa bella e vigorosa e piena di vita dalla tavolozza del Velasquez è un vero documento storico: è il ritratto di un grande carattere fatto con mano maestra da un grande intelletto “.
Il pensiero politico del Cardinale Ruffo, come ho prima accennato, si ricava dalle sue leggi di ministro pontificio, che però vanno lette dalla prima all’ultima stesura, se si vogliono conoscere le difficoltà create dalla reazione e la determinazione politica del legislatore.
Sono le leggi sulla riforma agraria;
sullo spostamento delle dogane ai confini dello stato pontificio, che creava l’embrione di Nazione (come la concepiva Rousseau);
sull’adeguamento salariale del lavoratore agricolo (ora divenuto enfiteuta), che il legislatore trasformava in partecipazione al frutto della rendita e del lucro, minando alla base, anche con questa legge, l’Istituto feudale.
Ancora è individuabile nella legge che riportava il Banco del Monte nel suoi limiti istituzionali d’Istituto di credito a basso tasso d’interesse diretto a sostenere le attività artigianali, il piccolo imprenditore, l’esercizio del commercio minuto etc.. 
Il Banco era, infatti, diventato nel corso degli anni il sostenitore di comodo del grande capitale nazionale e straniero.
Il pensiero politico é, per certi aspetti, contenuto nella ristrutturazione delle opere di difesa e dell’esercito, che concepì come organismo per il mantenimento dell’ordine interno piuttosto che come difesa del territorio nazionale;
Dopo il 1799 il pensiero politico di Fabrizio Ruffo si legge nel trattato di Fontainebleau del 25 gennaio 1813 stipulato tra il Pontefice Pio VII (ancora in prigionia) e Napoleone; e prima ancora nel suo rifiuto di rimanere nel regno di Napoli dopo il 1799, facendo ritorno a Roma ed al governo della Chiesa.
Si trova, infine, nella motivazione che spinse Napoleone Imperatore, proprio all’indomani della conclusione del trattato di Fontainebleau, ad insignirlo dell’onorificenza dell’aquila d’oro della Legion d’Onore, il 26 gennaio 1813.
L’ideale del condottiero è invece individuabile nella sua determinazione di formare un esercito nazionale, con tutti i crismi richiesti dalle regole internazionali del tempo, poiché l’azione offensiva doveva essere diretta principalmente contro l’esercito invasore (guerra di nazione contro nazione, come l’aveva concepita Rousseau nel contratto sociale del 1762, e non di uomo contro uomo) il e soltanto secondariamente contro quel cittadini, pochi egli giudicava, che avessero opposto resistenza armata oltre ogni ragionevole limite.
Si trova ancora nella sua corrispondenza tenuta durante la guerra con Acton e con i reali.
Il 30 aprile da Policoro il cardinale scriveva: “Ora se noi mostriamo di voler processare e punire……ci precluderemo la strada alla riconciliazione‑ e più avanti nella stessa lettera “Arte ci vuole….perché è ridotta per nostra disgrazia a guerra civile; arte perché distruggendo si distrugge la nostra patria, ed è molto difficile il ristorarla”.
Già ormai vincitore, il 21 giugno scriveva ad Acton dal Ponte della Maddalena: “E’certo, che il caso di far guerra, e temere la rovina del Nemico è la più crudele situazione ed è la nostra”.
Ma è nel trattato di resa concesso ai vinti ribelli che l’ideale, davvero superiore, va ricercato. 13
Con il trattato di resa, ai ribelli era riconosciuta la condizione di legittimi combattenti di un esercito regolare, salvandoli con tale riconoscimento dalla pena capitale che le convenzioni internazionali prevedevano per i ribelli.
Si dava addirittura riconoscimento internazionale alla Repubblica.
Chi mai aveva dato tanto ai patrioti napoletani, quanto Fabrizio Ruffo dava loro con l’articolo 3° del trattato di resa?
Non certo i Francesi che rifiutarono di ricevere la delegazione del governo repubblicano di Napoli, quando andò a Parigi, in ossequio a convenzioni internazionali che avevano ignorato in ogni altra occasione.
La salvezza degli uomini del governo repubblicano avrebbe consentito, attraverso un possibile loro recupero politico ‑che il vincitore dimostrò coi fatti di perseguire – di colmare la frattura istituzionale e la contrapposizione sociale determinatasi con la fuga del re.
Sul piano internazionale avrebbe liberato la nazione napoletana dall’alleanza con gli Inglesi, che la poneva contro la Francia la quale, mentre il Cardinale entrava vittorioso a Napoli, lasciava ‘intravedere segni della volontà di avviarsi verso una sua radicale trasformazione politica ed istituzionale già riconoscibile nelle mire di Napoleone Bonaparte, l’astro nascente della politica francese. 
Se tutto ciò è vero ‑ e se non lo è occorre dimostrarlo e non continuare ad ignorarlo – a quale forma istituzionale poteva guardare un uomo della statura politica e dai trascorsi del cardinale Fabrizio Ruffo se non ad una monarchia costituzionale con a capo il principe ereditario? E’ una proposta di studio che attende conferma . .. o smentita.

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1 Ruffo, G. (1998), Il cardinale rosso, Soveria Mannelli (CZ), Calabria Letteraria (Rubbettino)
2  Colletta, P. (1975), Storia del Reame di Napoli, libro IV pag. 324, Torino, UTET. 
3  Dumas, A. (1862), I Borboni di Napoli, Miliano, Napoli (ristampa 1970)
4 Cingari, G. (1978), La Calabria alla vigilia del 1799, Reggio C, La casa del libro.
5 Gin, E. (1999), Santa Fede e congiura antirepubblicana, Napoli, A. Gallina
6 Petromasi, D. (1901), Storia della spedizione del Cardinale F. Ruffo, Napoli, Manfredi
7 Rodolico, N. (1926), Il popolo agli inizi del Risorgimento nell’Italia meridionale, Firenze, Le Monnier
8 Cingari, G. (1978), cit.
9 Petromasi, D. (1994), Alla conquista del regno, Cosenza, li Giglio
10 Cimbali, G. (1884) «Domenica letteraria>> del 29 giugno e 27 luglio.
11 Cassese, A. (1973), Diritto internazionale bellico moderno. Testi e documenti, vol. P, Pisa 12 Ruffo, G. De Maio, D. (1999), Il cardinale Fabrizio Ruffo tra psicologia e storia, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino. 13 Ibid.

fonte

http://www.sbti.it/bibliotelematica/Ruffo-Saggi_Il%20Cardinale.htm

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