IL CARNEVALE DEL 1868 A NAPOLI
Vincenzo Giannone
La rivoluzione italiana (figlia della Rivoluzione Francese del 1789) sostituì l’immoralità alla moralità, l’illegalità alla legalità, l’intrigo all’onestà, il sopruso al diritto e alla vera libertà, la miseria estrema alla povertà.
Con le sue miracolose imprese, Garibaldi aveva suggestionato le masse e sconvolto uno Stato plurisecolare, bene organizzato, disciplinato e progredito. Otto anni dopo (1868), in occasione della tassa sul macinato, il giornale satirico di Napoli, il Trovatore, con una grande amarezza rivolse al popolo napoletano un rimprovero dicendo: Ti ricordi quando dicevi: «Voglio la libertà di morirmi di fame!».: Allicordatello mo che te nce truove… — ricordatelo, ora che ti trovi in questa misera condizione — «Ricordati di quest’altro beneficio ricevuto, perché ora è una realtà, le buone azioni non si devono mai dimenticare».
E quale testimonianza potrebbe essere più vera e sincera di quella del popolo? Ecco un trafiletto dal titolo Proclame rivoluzionarie a Napole pubblicato dal medesimo giornale durante i festeggiamenti del carnevale del 1868:
L’articolo cominciava così:
Sotto de chisto titolo, dice ll’Unità Cattolica de li 19 corrente, esserle arrivato no nnerizzo stampato de nascuosto e addedecato a lo Duca d’Aosta co la data de Napole 11 Frevaro, da lo quale nne rileva lo sequente brano comme lo meno ‘nfocato, e che pe ddovere de cronista essa è costretta a prubbecà. — Lo brano è chisto.
(Con questo titolo, l’Unità Cattolica del 19 corrente dice di aver ricevuto un indirizzo stampato di nascosto a Napoli con la data dell’11 febbraio dedicato al Duca d’Aosta, dal quale ne ha tratto il seguente brano, il meno infuocato, che per dovere di cronaca è costretto a pubblicare. Il brano è questo.)
«Chi ha distrutta la nostra secolare autonomia ed indipendenza?
Chi ha rubati i nostri tesori, devastati i nostri storici monumenti, annientato il nostro commercio, bistrattati i più vitali interessi, postergate le più sacre leggi, taglieggiate con pesanti ed immorali balzelli le nostre sostanze?
Chi della libertà del pensiero, della inviolabilità del domicilio, della sicurezza del cittadino ha fatto un mito?
Chi ha importato, provocato, protetto il delitto? Chi ha invelenite le aure del nostro cielo col miasma di uomini abbrustolati [bruciati], e di tredici paesi dati alle fiamme?
Chi gettò nel lutto e nello squallore le vedove e gli orfani di settantamila fucilati, di cinquantamila innocenti imprigionati, o mandati in esilio o deportati?
Chi ha isteriliti i nostri campi ubertosissimi togliendo all’agricoltura innumerevoli braccia, per farne strumento di feroce repressione e di scellerata vendetta contro gli infelici che osassero lamentarsi?
Chi con feroci proclami di più feroci proconsoli ha fatti sgozzare i vecchi, i fanciulli, i ricchi, i poveri, i sacerdoti e fine le stesse donne?
Chi ci à fatti ludibrio di miseria? Che nelle vie di Napoli fa contare uomini uccisi dalla fame? Chi è la rea cagione di questa iliade di mali?»[1]
Altrettanto eloquente è la cronaca del carnevale del 1868, riportata dal medesimo giornale:
CARRE DE CARNEVALE – CARRO DE LO POPOLO:
Oh che carro sfarzoso! Questo sì che è bello! Ti rallegra il cuore e ti delizia la vista!… [ironico] Ma come, il popolo sta così sgangherato, è così libero, l’hanno così civilizzato e ha potuto fare questo carro?…
Eh, signori… ossia pezzenti miei, il popolo quando vuole, QUANDO VERAMENTE VUOLE, sa fare altro che questo… Guardate il carro.
È fatto a forma di carro trionfale antico, cioè chiuso davanti e aperto dietro, ma non come l’Omnibusse[2] [che va] dalla Villa alla porta di S. Gennaro o da San Ferdinando a Foria.
Lo tirano la Fame, la Peste e la Carestia, a cavallo dei quali stanno un venditore di grano, un medico e no paglietta [un avvocato], donne per portare pesi sulla testa ma con una corona d’oro sulla testa e un manto color verde-azzurro addosso è seduta a cassetta e tiene le redini. Questo cocchiere con la gonnella è la Speranza, la quale sferza i cavalli con una grazia tutta particolare.
Sul davanti stanno parecchie persone tutte quante con le spaselle [ceste piane usate dai pescivendoli] in mano, e dal vestito che portano e dalla coppola rossa fatta berrettino lungo si capisce che sono pescivendole discendenti dalla buona anima di Masaniello. Osservate che tiene il pesce e non la palla di Osiride, perciò non dovete confonderle con li reprubbecane [repubblicani] di Mazzino e di Calibarde [Garibaldi].
Vicino a loro stanno le maschere dei macellai con le costate di vacca, le braciole di maiale e i quarti d’agnello.
Appresso vedete i cantinieri con le caraffe di vino rosso e bianco con l’iscrizione vicino 2 rana [una moneta napoletana] la caraffa.
Poi vengono i tavernieri con tanto di focolare davanti e un tegame di maccheroni di Gragnano, che si affaticano a fare piatti di formaggio e pepe e li distribuiscono alla gente che sta fuori del carro.
Giusto in mezzo al carro c’è un cavallo sicco, sicco, sicco, come quello che teneva d’Afflitto [il marchese] prima d’essere prefetto di Napoli. Questo cavallo così brutto riceve complimenti da tutti, e chi gli dà l’orzo, chi l’avena, chi le sciuscelle [carrube], chi il fieno, tanto che quasi per incanto si vede ingrassare e acquistare la salute che aveva una volta: tale e quale come si ingrassarono i cavalli del marchese dopo che fu nominato prefetto di Napoli.
E la gente che batte le mani e i piedi per il piacere, vedendo questo miracolo di ingrasso, mentre ognuno credeva che il cavallo [Napoli] fosse morto di fame e di maltrattamenti di certi ladri che lo avevano derubato e lo governavano come un asino di immondezza… [gli asini che ogni giorno raccoglievano la spazzatura per le vie di Napoli]
I confetti, i confetti, si strilla da tutte le parti e le maschere del carro non si fanno pregare tanto, e cominciano a tirare cannellini, confetti di rosolio e cioccolata, braciole, polpette, pesce fritto, palate di pane, piatti di maccheroni, caciocavalli di Gravina, accio, finocchi, rape, lupini, fagioli, ceci, sementi e via dicendo.
La musica del carro accorda gli strumenti, e al suono di flauti, chitarre, violini, triccaballàcche e caccavelle [pentole] la mascherata canta in coro il seguente inno [d’Italia]:
Si scopron le facce de li schiattamuorte
I maritiri vostri ve fano li muorte;
Le mmosche nel pugno, le ccorne alle chiome
L’arraggia, e lo scuorno, la mmidia nel cor.
Scappate, scappate, o viecchie schiaffiere
Lo viento ha stracciato le vostre bandiere;
L’Italia non vuole cchiù ttasse e malanne
Ca già song’ ott’anne che dura il soffrir:
Va fora d’Italia, va fora a bonora
Ca scema ll’Italia non è comm’ajer!
La terra spogliata da li mariuole
Ritorni a magnare lasagne e brasciole;
Li mute hanno aperta la vocca, e le braccia
Sò lleste a ‘ntorzarle le spalle e la faccia.
Patane e polenta l’Italia non doma
Fuje brutto lo juorno ch’ avisteve a Roma…
Di tante catene ci avvinser la mano
Ma ancora il pacchiano sà pprete brandir:
Va fora d’Italia, va fora a bnora
Ca scema ll’Italia non è comm’ajer![3]
………………………..
……………………….
(fine de li carre)
Ecco il testo volto in lingua corrente:
Si scoprono i volti dei becchini
I martiri vostri vi bestemmiano;
Le mosche in faccia, le corna in testa
La rabbia, e la vergogna, l’invidia nel cuore.
Scappate, scappate o vecchi schiaffeggiatori
Il vento ha stracciato le vostre bandiere;
L’Italia non vuole più tasse e malanni
perché sono già otto anni che dura questa sofferenza:
Vai fuori d’Italia, vai fuori presto
Che l’Italia non è scema come ieri!
La terra spogliata dai ladri,
ritorni a mangiare lasagne e braciole;
I muti hanno aperto la bocca, e le braccia
sono facili a rompervi le spalle e la faccia.
Patate e polenta non domano l’Italia
Fu brutto il giorno che aveste Roma…
Di tante catene ci avvolsero la mano
Ma ancora il contadino sa tirare le pietre
Vai fuori d’Italia vai fuori alla buona ora
Che scema l’Italia non è come ieri.
[1] «Lo Trovatore», Num. 32, Martedì 25 Frevaro 1868. (Chiarisce il cronista del giornale che sotto questo titolo l’articolo è arrivato al giornale l’Unità Cattolica del 19 febbraio, da cui l’ha tratto, questo proclama stampato di nascosto e dedicato al Duca d’Aosta con la data dell’11 febbraio 1868.)
[2] Termine fiorentino; i napoletani dicono Omnibus, una lunga vettura con due sedili laterali e frontali che percorre le vie un punto all’altro della città o fuori città.
[3] «Lo Trovatore», Num. 32, martedì 25 Frevaro 1868.


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