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Il Cenobio di San Martino al Massico/Martino, il Solitario del Monte Massico

Posted by on Nov 1, 2018

Il Cenobio di San Martino al Massico/Martino, il Solitario del Monte Massico

La presenza di Martino richiamò sul monte Massico diversi uomini che, affascinati dalla santità dell’uomo, vollero diventare suoi discepoli e condividere la sua esperienza.

Martino non li respinse, ma non abbandonò la sua grotta e la sua condizione di eremita. Forse fu in questo periodo del VI secolo che cominciò a sorgere il Cenobio, la più antica presenza  benedettina sul territorio, e che inglobò tra le sue mura perimetrali anche la grotta.
Amedeo Maiuri, archeologo frusinate, nel suo libro Passeggiate campane, parla di ruderi romani, forse un tempio ad Apollo, già presenti sul posto, con torre di avvistamento. Non abbiamo la facoltà di confutare la tesi del Maiuri, ma se pensiamo alla posizione strategica in cui sorge il Cenobio e che domina tutto il golfo di Gaeta, la sua affermazione potrebbe essere degna di fede. 

La prima testimonianza  della presenza del Cenobio sul Massico la troviamo nel Chronicon Vulturnense del monaco Giovanni, cronista dell’abbazia benedettina di San Vincenzo al Volturno che, nel periodo che va dal 703 al 729, registra la concessione di Romualdo II, duca di Benevento,  al monastero:  il possesso del Monte Massico. Sempre dal Chronicon Vulturnese, periodo dal 742 al 750, veniamo a sapere che il monastero era retto dall’abate Albino. il Monastero continuò ad ingrandirsi  grazie a donazioni di  privati  e dei duchi longobardi, tra cui Arechi II  che, intanto, aveva elevato il Ducato di Benevento a Principato e fregiato se stesso del titolo di principe.  Era  principe Sicardo, quando il Monastero passò sotto l’amministrazione di San Vincenzo al Volturno, nel periodo che va dal 832 all’ 839.
Finchè i longobardi furono al potere, il monastero continuò ad esistere ed ingrandirsi grazie alla considerazione che questi principi ebbero verso tutti i monasteri benedettini, ma i Franchi premevano prepotentemente alle porte e con il declino del Principato di Benevento cominciò il declino anche per essi. Alle ragioni politiche che provocarono la fine del monastero ne va unita un’altra, non meno disastrosa: i Saraceni.

I Saraceni furono chiamati in Italia dagli stessi duchi longobardi per avere un aiuto nelle loro guerre intestine. Una cospicua colonia si stanziò presso il Garigliano, probabilmente a Traetto, chiamata inizialmente, come dice Leone Ostiense,  dall’ ipato bizantino di Gaeta Docibile I, che poi li combatté. Se i saraceni furono di un qualche aiuto per gli immediati scopi dei duchi e principi longobardi, essi si rivelarono, in seguito, una vera piaga per le popolazioni del luogo. 

Completamente disorganizzati come esercito e come società civile, i Saraceni vivevano di razzie e saccheggi e tutto ciò che aveva un valore li attirava come gazze. A pagare le spese di questa inopportuna e sgradita presenza saracena nel basso Lazio furono non solo i semplici cittadini, ma anche il Cenobio di San Martino al Massico e l’abbazia di San Vincenzo al Volturno, entrambi non abbastanza lontani per evitare una simile minaccia. Il Cenobio, in particolare, era a un tiro di freccia e forse non abbastanza ben difeso. 
Sugli attacchi dei Saraceni al Cenobio, esiste un curioso opuscoletto di 4 pagine allegato al manoscritto n° XXII della Biblioteca Vallicelliana di Roma, scritto verso la fine dell’XI secolo. L’opuscoletto fu scritto da un  diacono di Monte Massico, Adelberto, come attesta l’ultima frase del documento: Hoc autem conscripsit Adelebertus diaconus et monachus prephati monasterii, qui prope erant ad videndum victoria sancti Martini[…].

Mettendo da parte  qualsiasi dibattito su questo documento che merita uno studio a parte,  esso ci da un esempio di quella storiografia popolare che dominava il medioevo. Il diacono ci racconta che, di fronte all’ennesimo assalto dei Saraceni al monastero, i monaci scesero nella grotta e, davanti alla tomba del santo, ne invocarono l’aiuto per essere liberati da quella minaccia. Al clamore che facevano i monaci, subito apparve il corpo di Martino, in carne ed ossa,  e con voce forte e chiara disse: Ascoltatemi, fratelli miei e servi del mio signore Gesù Cristo, perché  io sono Martino, che giaccio in questa grotta, la cui lode ogni giorno frequentate.[…] Andate, e armate i vostri corpi con corazze, elmi, scudi, lance e spade; salite sui cavalli e senza paura combattete, perchè io vi precedo nel vedere, e si dispone per voi una grande vittoria.*

Nonostante la bella storia raccontata da Adelberto, dopo il 1059 non si hanno più notizie del monastero, che fu molto probabilmente definitivamente abbandonato. 

                                                                                                   c.d.l.


*
Audite me, fratres mei et servi domini mei Iesu Christi, videte quia ego sum Martinus, qui hunc specu adiaceo, cuius laudem quotidiae frequentatis […]. Ite, et armate corpora vestra loricis, galeis, clipeis, hensis et lanceis; equos ascendite et sine dubio pugnate, quia ego antecedo vobis videntes, et copiosam habetis victoriam.

Alcuni testi consultati

Bossi Luigi – Della istoria d’Italia antica e moderna – vol. XIII – Milano, 1821
Cariello Nicola – I saraceni nel Lazio – VIII-X secolo –  Roma, 2001
Federici Giovanno B. (monaco casinese) – Degli antichi duchi e consoli o ipati della città di Gaeta – Napoli, 1791
Federici V. (a cura di) Chronicon Vulturmense del monaco Giovanni  – I, II, III – google books
Gesualdo Erasmo – Osservazioni critiche – Napoli, 1754
Gregorio Magno ( a cura di Simonetti e Pricoco) – Dialoghi –   vol. II, libri III e IV, Milano, 2006
Hugh Moretus – un opuscule du diacre Adelbert – google books
Leone Marsicano – cronaca di Montecassino – google books
Monetti Diego – Cenni storici dell’antica città di Gaeta – Gaeta, 1869
Muratori Ludovico A. – Annali d’Italia – vol. VII – Milano, 1753
Nugnes Massimo –  Storia del Regno di Napoli –  vol. I – Napoli, 1840
Zannini Ugo e Guadagno Giuseppe – S. Martino e S. Bernardo – Minturno, 1997

Martino, il Solitario del Monte Massico

Forse non si chiamava Martino, ma Marco o Marciano, come possiamo ritrovare in diverse fonti del passato. Personalmente, opterei per Marciano perché a Casanova  esiste una zona agreste, proprio ai piede della montagna e lungo la strada che porta alla Piana di S. Martino, che ancora viene chiamata S. Marciano. Se così fosse, quel toponimo che non sono mai riuscita a spiegarmi, avrebbe la sua ragione d’essere. Il nome Martino gli sarebbe  stato imposto dal Pontefice stesso (Anastasio II? Simmaco?) al momento del battesimo per segnare il radicale cambiamento di rotta della sua vita, dal paganesimo al cristianesimo.


Non doveva essere una persona di poco conto se il battesimo lo prese per mano dello stesso Pontefice, ma non abbiamo molte notizie su di lui. Della vita di questo santo sappiamo qualcosa grazie alle ricerche di alcuni studiosi del passato e locali ma, per capire e apprezzare meglio la sua figura, bisogna inquadrarla in quel processo di cristianizzazione dei primi secoli che contribuì a ridisegnare lo stile di vita di tutta la penisola italica, sia con un modo nuovo e personalissimo di vivere la nuova fede, sia con l’organizzazione di una gerarchia che sapesse venire incontro alle nuove esigenze.

Il cristianesimo, camminando lungo le più importanti vie di comunicazione del tempo, penetrava nelle città, nelle campagne e diffondeva i vari modi di viverlo proveniente dal vicino oriente. Ad esso venivano eretti i primi luoghi di culto per accogliere i neofiti, istituite le prime diocesi, ma assistiamo anche alla diffusione del monachesimo che, dai deserti d’Egitto, della Siria e della Palestina, arrivò in Occidente e si andò sempre più affermando, fino a diventare una forza basilare del cristianesimo occidentale.  Dapprima si manifestò in forme di vita molto semplici, che riguardavano il singolo, poi si trasformò in forme di vita organizzata che riguardavano intere comunità di monaci.

 

Il monachòs, secondo la concezione orientale affermatasi in Italia verso il IV secolo ad opera del vescovo alessandrino Atanasio, era colui che viveva solo, in luoghi deserti; colui che, lottando ogni giorno per la sua stessa sopravvivenza contro ogni sorta di disagi e di privazioni, dava testimonianza alla legge di Dio. Grazie a questa concezione, assistiamo, in Italia, al fiorire di eremiti che si isolavano dal resto del mondo per vivere il proprio ascetismo. Le grotte dei monti diventarono luoghi di accoglienza di questi “solitari” e l’intera penisola italiana si punteggiò di grotte della fede”.

 

L’esperienza eremitica ebbe, in quelle personalità particolarmente votate all’alta spiritualità, risposte diverse.  
In Benedetto da Norcia fece nascere la “voglia di fare” che lo spinse a fondare le prime comunità monastiche, a Subiaco e a Montecassino; in Martino consolidò  invece il bisogno di ascesi, e quindi di isolamento, per meglio meditare i misteri divini. L’incontro, (a Montecassino, dove sembra avesse preso dimora Martino inizialmente) di queste due sensibilità spirituali, così simili e così diverse, non poteva che produrre una sola cosa: l’amore  e il rispetto reciproco, che poi si trasformò in santità in entrambi.

Benedetto non abbandonò il suo amico Martino che si era spostato sul Monte Massico per ritrovare là quella solitudine che aveva perso con il suo arrivo, ma dal messaggio che  gli mandò, quando seppe che Martino si era incatenato un piede ad un masso per limitare al massimo il suo raggio d’azione e mortificarsi, possiamo comprendere la diversa evoluzione spirituale dell’esperienza eremitica dei due. Quel “non una catena di ferro, ma la catena di Cristo ti deve incatenare a Dio” rivela in Benedetto il totale superamento della fase eremitica e l’inizio di quella comunitaria; Martino è invece ancora impregnato di monachesimo primitivo che non supererà mai, nonostante la sua apertura verso gli altri. Ma questo, non è certamente un ostacolo alla sua indiscussa santità.

 

 Alcuni testi consultati

 

  1. VV. – Raccolta di Rassegna Storica dei Comuni – vol. 17, Studi Atellani, 2003

Ambrosiani A.- Zerbi P. – Problemi di Storia medioevale – Milano, 1977

De Stasio M. e Iannettone G – Bernardus episcopus calinensis in Campania Felice – Napoli,1988

Gregorio Magno ( a cura di Simonetti e Pricoco) – Dialoghi: storie di santi e di diavoli –   vol. II, libri III e IV, Milano, 2006

Gregorio Magno – Vita di San Benedetto e la Regola – Roma, 1975

Jannelli Gabriele – Sacra Guida ovvero descrizione storica artistica letteraria della chiesa cattedrale di Capua – Napoli, 1858

Moroni Gaetano – Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica – vol. 63, Venezia, 1853

Mugolino Giovanni – Santi eremiti italogreci: grotte e chiese rupestri in Calabria –  Catanzaro, 2002

Penco Gregorio – Storia del monachesimo in Italia: dalle origini alla fine del medioevo – Milano, 1983

Zannini Ugo e Guadagno Giuseppe – S. Martino e S. Bernardo – Minturno, 1997

 

fonte

http://carinolastoria.blogspot.com/

 

Informazioni personali

E’ laureata in Sociologia alla York University di Toronto, Canada. Insegna inglese in quel di Carinola. Adora respirare gli acari degli Archivi di Stato. Ama leggere e scrivere. Ama la sua terra e la sua gente.

 

 

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