Il Codice di Santa Marta di Napoli
Il Codice di Santa Marta di Napoli rappresenta uno dei documenti più preziosi per comprendere la storia artistica, araldica e politica del Regno di Napoli tra la fine del Medioevo e l’età moderna. Conservato oggi presso l’Archivio di Stato di Napoli, esso raccoglie in forma manoscritta e miniata una straordinaria sequenza di stemmi di re, regine, principi, nobili e dignitari che furono legati al Collegium Disciplinatorum Sanctae Marthae, confraternita che aveva sede presso la chiesa di Santa Marta, nel cuore del centro antico della città.
L’opera, realizzata su pergamena e arricchita da miniature di altissima qualità, è una raccolta di emblemi araldici ed un vero e proprio compendio visivo della memoria politica e sociale napoletana dal Quattrocento al Seicento.
Il frontespizio si apre con l’immagine di Santa Marta, raffigurata con un mantello rosso e una tunica azzurra, accompagnata dalla Tarasca, mostro leggendario che la tradizione agiografica voleva domato dalla santa. Attorno a questa figura si dispiega il racconto araldico: emblemi di sovrani angioini e aragonesi, stemmi di regine come Margherita di Durazzo, segni araldici di nobiltà locali e dei viceré spagnoli che governarono il Regno. Il codice, dunque, non fu solo una raccolta celebrativa della confraternita ma anche un monumento alla continuità dinastica, uno strumento di autorappresentazione collettiva in cui la fede e la memoria politica si intrecciavano in maniera indissolubile.
La sua storia materiale è segnata da eventi travagliati. Custodito nella sacrestia della chiesa di Santa Marta, sopravvisse miracolosamente ai saccheggi e agli incendi del Seicento, in particolare durante la rivolta del 1647. Quando la confraternita venne soppressa nel 1742, del codice si persero le tracce per quasi un secolo, finché nel 1848 esso riemerse sul mercato librario e fu acquistato dall’Archivio di Stato di Napoli, che ancora oggi lo conserva. Nel 2001 è stato oggetto di un importante restauro che ha restituito leggibilità e splendore alle pergamene e alle miniature, liberandolo dalle pesanti indorsature ottocentesche e garantendone la conservazione.
Sul piano artistico, il Codice di Santa Marta costituisce una fonte straordinaria per lo studio della miniatura meridionale. Gli studiosi vi hanno riconosciuto influssi diversi: dalla tradizione monastica di Montecassino alla cultura pittorica romana e senese, fino alla penetrazione di modelli toscani e franco-fiamminghi nel Quattrocento. Alcuni stemmi sono stati attribuiti a maestri di primo piano, come Leonardo da Besozzo, autore dello stemma di Renato d’Angiò, e Jean Fouquet, miniatore di Tours, cui è stato ricondotto lo stemma di Alfonso d’Aragona. Altri fogli mostrano il tratto di maestranze locali, tra cui è ricordato Cola Rabicano. Questa pluralità di mani e di stili testimonia quanto il codice fosse un’opera composita, arricchita nel tempo e capace di accogliere suggestioni provenienti da diverse aree culturali.
La sua funzione andava ben oltre il gusto antiquario o la raccolta araldica. Attraverso la sequenza di stemmi e iscrizioni, il manoscritto costruiva una memoria visiva delle dinastie e delle élites che segnarono la vita politica del Regno di Napoli, offrendo un percorso iconografico che dalla stagione angioina conduceva al dominio aragonese e infine alla stagione vicereale spagnola. La presenza degli stemmi di Margherita di Durazzo e di Carlo III, posti nelle prime carte, sottolinea l’importanza attribuita alla fondatrice della confraternita e al ramo durazzesco degli Angiò, mostrando come la religiosità confraternale si intrecciasse con le dinamiche dinastiche e con le politiche di legittimazione del potere.
Il Codice di Santa Marta è stato oggetto di numerosi studi moderni, tra cui spicca il saggio di Pierluigi Leone De Castris, che nel 2002 ne ha offerto una lettura approfondita, con nuove attribuzioni artistiche, datazioni più precise e contestualizzazioni storiche. Grazie a questi lavori, oggi il codice è considerato non solo un documento araldico, ma una fonte di primaria importanza per la storia della miniatura, per la ricostruzione genealogica delle famiglie regnanti e nobiliari, e per lo studio delle pratiche confraternali nella Napoli tardo-medievale e moderna.
Oggi esso rimane una testimonianza preziosa della stratificazione culturale della capitale del Mezzogiorno, simbolo di un’epoca in cui la devozione religiosa, l’orgoglio aristocratico e l’arte si fusero in un’opera di rara suggestione. La sua riscoperta e il suo restauro hanno permesso di riportare alla luce un tassello fondamentale della memoria storica napoletana, che continua ad attirare l’attenzione di storici, araldisti e storici dell’arte.
Roberto Cinquegrana





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