Il concetto di società equa di Giambattista Vico rilanciato da Antonio Genovesi
Giuseppe Gangemi
Il Settecento, ovvero il secolo dei lumi, è il secolo in cui diventa centrale l’idea di un governo razionale o scientifico della società.
Quest’idea viene alimentata da due concezioni alternative che così possono essere delineate:
1) l’illuminismo come movimento e quindi come società aperta (più persone vengono coinvolte nel processo razionale o scientifico, più la società diventa inclusiva e più presumibilmente facile l’implementazione delle decisioni);
2) l’illuminismo come società chiusa (meno persone vengono coinvolte nel processo di produzione di ragioni scientifiche, più esclusiva la società e più probabilmente alta la qualità delle decisioni). Il primo modello di razionalismo verrà praticato dai favorevoli a concedere autonomie locali e a dialogare tra Centro e Periferia. Grande merito di Genovesi è stato quello di intuire, prima della Rivoluzione Americana che il federalismo è l’organizzazione della società politica che più è congeniale all’idea di società aperta. Il secondo modello di razionalismo è quello prevalso negli illuministi francesi e accolto dai centralizzatori giacobini, prima, e, poi, dal grande generale e riorganizzatore dello Stato francese, Napoleone Bonaparte.
Quello tra Vico e Genovesi è “stato un incontro felice” (Zambelli 1972, 249) anche perché, la comune visione dell’etica e dell’equità, spinge entrambi a combattere le forze aristocratiche e curiali che tendono a chiudere la società. Genovesi esplicitamente segue Vico nelle denunce dell’operato dei nobili, mentre è più prudente nel contrasto alle curie. Una citazione di Vico che Genovesi usa riportare agli studenti si trova nelle Lezioni di commercio o sia di economia civile: “L’illustre Giambattista Vico, uno de’ fu miei maestri, uomo d’immortal fama per la sua Scienza nuova, soleva assai lepidamente dire che troppi vi ha che tiran le carrozze colle budella” (1767, vol. II, 11, nota a). L’espressione è una metafora molto usata nella cultura popolare napoletana. Il riferimento non è alle budella del proprietario. Essa suggerisce che troppa gente viva riccamente sulle spalle dei poveri napolitani. È anche un’immagine cruda, che rappresenta la sofferenza e l’umiliazione materiale dei poveri e che Genovesi e Vico hanno condiviso.
I due studiosi napoletani condividono anche l’esigenza di costruire un ordine civile, alternativo a quello presente, anche se diverso è stato il modo di concepirlo. Vico parte dalla prospettiva di una Provvidenza che spinge verso l’uguaglianza, quando non contrastata dalla boria dei dotti e dalla boria delle nazioni. Per Vico, la boria dei dotti produce il tipo di “homo qui non intelligendo fit omnia”. Quest’uomo frena la spinta della provvidenza verso l’uguaglianza o cerca di invertirne la direzione verso la diseguaglianza. È questa differenza tra Homo qui intelligendo fit omnia e Homo qui non intelligendo fit omnia il fulcro della filosofia politica di Vico. Genovesi, invece, essendo nato quasi cinquanta anni dopo Vico, descrive la costruzione dell’ordine civile in termini meno filosofici: sempre la boria dei dotti e la boria delle nazioni ostacola la costruzione di un ordine civile, ma solo in quanto contrasta l’obiettivo di un’economia civile che, perseguendo il bene comune, ottiene il benessere individuale, ma anche l’equità, la giustizia e la reciprocità.
Biagio De Giovanni sostiene che l’impostazione filosofica di Vico, “incapace di legarsi a una pratica empirica, dovette sembrare, ai contemporanei del filosofo, un’astratta aspirazione incapace di farsi politica reale” (Zambelli 1972, 264). De Giovanni fornisce, di fatto, una spiegazione diversa dal giudizio sull’inutilità della filosofia di Vico espresso da Giuseppe Maria Galanti nel suo Elogio di Genovesi. De Giovanni lega il giudizio di Galanti sull’inutilità della filosofia di Vico alla mancanza di una pratica empirica corrispondente.
Questo atteggiamento pratico è presente in Genovesi (che intuisce l’importanza del federalismo), ma soprattutto in uno dei suoi allievi: Domenico Caracciolo che sarà viceré di Sicilia. Questi, dodici anni dopo la morte di Genovesi, compirà il tentativo maggiore dell’illuminismo napoletano di fare dell’insegnamento di Genovesi la guida per una forte azione politica riformatrice. Una politica che poteva partire solo “dall’interno della società, con le rivolte dei clienti, con l’estendersi della loro coscienza dell’uguaglianza” (Zambelli 1972, 263).
Vero è che Vico non ha suscitato alcuna riforma concreta. Nel 1742-1746, nel Regno di Napoli, viene istituita la riforma del Catasto Onciario e, in essa, le idee di Vico non sono fonte di alcuna ispirazione a una riforma che non intacca la forza della rendita. Solo la riforma del Catasto Teresiano, entrata in vigore nel 1760, risponde a una vera politica di contrasto della rendita. Quando, nel 1772, già circolano valutazioni entusiaste della riforma milanese, gli allievi di Genovesi si infiammano per essa. Al punto che Domenico Caracciolo, nel 1773, ne scrive a Bernardo Tanucci. Il suo giudizio implicito è che il catasto onciario napoletano sia inefficiente, a paragone di quella milanese. Otto anni dopo, Caracciolo, divenuto viceré di Sicilia, si muove secondo i principi della riforma teresiana e non secondo quelli della riforma napoletana. È consapevole che la riforma del catasto onciario non è in condizione di risolvere i problemi della Sicilia.
È il governatore milanese Wirich von Daun, già viceré di Napoli, a realizzare la parte tecnica della più efficiente riforma settecentesca, quella del catasto milanese. Niente impedisce di pensare che il dibattito filosofico napoletano abbia influenzato von Daun nella soluzione data al catasto teresiano, soprattutto la sua convinzione che senza basi scientifiche non si possa pervenire all’equità. Pietro Verri ribadirà, in contrasto con Cesare Beccaria, la posizione di Von Daun: la sostanza della riforma è la tecnica catastale perché il fisco è inefficiente senza precisione tecnica.
È questa linea interpretativa che permette a Gilles Pécout (2011) di presentare un elenco dei maggiori illuministi italiani, ponendoli nel seguente ordine: Giambattista Vico, principale filosofo del primo illuminismo; Antonio Genovesi, principale riformatore dell’illuminismo di mezzo; Pietro e Alessandro Verri, animatori della rivista letteraria “Il Caffè”, i quali sarebbero stati i più influenti del periodo maturo dell’Illuminismo italiano. Come si vede, in questo elenco mancano tre nomi grandissimi (i napoletani Gaetano Filangeri e Mario Pagano e il milanese Beccaria) i quali privilegiano la razionalità della norma giuridica e considerano secondaria, nella razionalizzazione dell’azione statale, la dimensione tecnica dell’implementazione amministrativa.


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