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Il conflitto tra il Viceré Caracciolo e i Baroni siciliani

Posted by on Nov 24, 2025

Il conflitto tra il Viceré Caracciolo e i Baroni siciliani

Giuseppe Gangemi

La storia di Caracciolo Viceré comincia a Parigi, il 14 maggio 1780, quando riceve la notizia di non essere più l’ambasciatore del Regno di Napoli e di essere stato nominato Viceré di Sicilia. Caracciolo non vuole lasciare Parigi. Forse lo avrebbe fatto volentieri nel 1776, quando era stato candidato alla Segreteria di Stato di Napoli contro il Marchese della Sambuca che, alla fine, gli era stato preferito.

Sambuca è quanto di peggio Napoli potesse avere nel ruolo che era stato di Bernardo Tanucci, mentore di Caracciolo e che aveva indicato quest’ultimo come suo più auspicabile successore. Caracciolo, dopo la comunicazione della nomina, se ne resta più di un anno a Parigi e ritorna a Napoli solo il 7 giugno 1781. Da qui va a Palermo nell’ottobre di quello stesso anno. La Sicilia, nel frattempo, rimane, per 17 mesi, senza Viceré, cioè senza il delegato del re cui spetta applicare le leggi siciliane.

Appena arriva, scopre che il nuovo ruolo non è, per lui, senza problemi: non è previsto, per incominciare, che il Viceré di Sicilia comunichi direttamente con il re. Per riferire al re deve ricorrere alla mediazioni del segretario di Stato, cioè del Marchese della Sambuca. Ma siccome, a “Napoli il marchese della  Sambuca era l’anima del partito siciliano” (Renda 2010, 101), decide di comunicare al re le proprie decisioni solo a fatto compiuto. Di fatto, si rifiuta di comunicare preventivamente i propri progetti al sottosegretario che è il maggiore oppositore delle proprie politiche siciliane. Il Marchese della Sambuca, infatti, è decisamente dalla parte di quei Baroni siciliani che più si oppongono alle sue politiche e, comunicargli in anticipo le proprie mosse, significa dare ai nemici il tempo di organizzarsi. Inoltre, il Marchese è notoriamente corrotto (dopo le dimissioni di Tanucci, l’impiego previsto dei beni gesuitici incamerati dallo Stato muta radicalmente e gran parte di essi, per via indiretta, vengono comprati dal Sambuca: “i contadini concessionari dei lotti [vengono] cacciati” (2010, 39).

Il Viceré Caracciolo viene sconfitto in Sicilia anche perché egli comprende con ritardo che la riforma fiscale avrebbe bisogno di altre riforme preventive. La prima da realizzare sarebbe stata correggere “i vizi di governo” (2010, 50). Un primo “vizio” deriva dal fatto che nessuno controlla quello che fanno gli amministratori siciliani e, nel tempo, si è instaurata una prassi che contiene molte illegalità che vengono reiterate perché mai sanzionate. Caracciolo comincia “ad effettuare il regolare controllo dell’operato delle varie magistrature, ogni giorno mandando a domandare al Tribunale del patrimonio o a quello del Concistoro o alla Gran Corte di Giustizia in virtù di quale facoltà si occupassero di questo o di quello. E di solito gli si rispondeva che si era fatto sempre a quel modo” (2010, 50-51), senza citare e senza sapere da quale ordinamento quella funzione fosse legittimata.

Il secondo “vizio” deriva da come si è storicamente strutturato il Parlamento siciliano. Esso è costituito da tre sezioni autonome (il Braccio militare che rappresenta i nobili, il Braccio ecclesiastico che rappresenta gli ecclesiastici e il Braccio demaniale che rappresenta le città autonome dai Baroni e le terre appartenenti al demanio comunale, cioè alle universitas) che decidono autonomamente al proprio interno e compongono il voto finale per somma dei voti di ciascun braccio: la decisione è quella sulla quale esprimono voto positivo o negativo due bracci su tre; se due bracci votano contro una qualsiasi proposta, quella viene bocciata. Il problema è “che i deputati del Braccio demaniale invece di essere procuratori delle città e terre demaniali erano tutti baroni. Similmente accadeva per i deputati del Braccio ecclesiastico” (2010, 87). La conclusione, inevitabile, è che, quando si tratta di decidere su provvedimenti favorevoli o avversi all’aristocrazia, si raggiunge facilmente il minimo di due voti contrari nei due bracci, Braccio militare e Braccio ecclesiastico, e qualche volta, a questi due voti garantiti si aggiunge anche quello del Braccio demaniale.

Caracciolo “poteva disporre che ogni università demaniale non eleggesse come suo procuratore al Parlamento un barone possessore di feudo con mero e misto impero”. (2010, 148). Non sarebbe stata la soluzione di tutto, ma si sarebbe guadagnato almeno un voto favorevole degli interessi calpestati di città e demani. Questo unico possibile voto favorevole, avrebbe anche potuto permettere di far crescere, nell’opinione pubblica, la consapevolezza che gli interessi del Braccio demaniale spesso non coincidono con quelli degli altri due.

Inoltre, egli non si rende conto – o pur comprendendolo non vi ricorre, forse per una malintesa idea dei limiti entro cui si doveva esprimere la fedeltà al sovrano – che l’opinione pubblica è a proprio favore e che potrebbe fare appello a questa per far pressione sul re nei momenti in cui la decisione ricade nelle regali mani. Caracciolo capisce che, oltre alla comunicazione formale o istituzionale, in ogni sistema politico conta moltissimo anche la comunicazione informale, ma se ne serve solo per comunicare dentro le istituzioni; scrive lettere, a Tanucci, ad Acton, a persone vicine al re o alla regina. Mai si rivolge al pubblico più ampio. Naturalmente, data la propria moderazione e dato il proprio ruolo istituzionale (è la seconda carica amministrativa dei due Regni, viene subito dopo il Segretario di Stato e tutti e due sono sottoposti al re) non sarebbe opportuno rivolgersi all’opinione pubblica come un capopopolo che ecciti l’animo perturbabile delle masse. Ma avrebbe potuto, perlomeno, rivolgersi agli intellettuali. Per farlo, gli sarebbe bastato pubblicare libri, dato che, “prima del marchese di Villamaina [Domenico Caracciolo], nessuno aveva mai scritto di economia in Sicilia” (2010, 130). Questa attività gli sarebbe anche riuscita bene dato essendo egli uomo di grande cultura (2010, 130). Invece, l’unico scritto che pubblica è Riflessioni su l’economia e l’estrazione dei grani fatte in occasione della carestia dell’indizione terza 1784-1785. Per il resto, si limita a scrivere lettere private che lasciano il tempo che trovano anche perché il fatto che abbia vissuto per trenta anni soprattutto all’estero, a Torino, Londra e Parigi, dove lo ha portato la carriera diplomatica, lo lascia senza una forte rete di relazioni (il cosiddetto “collegio invisibile”) nei due regni, di Napoli e Sicilia.

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