Alta Terra di Lavoro

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Il “Diavoletto Indipendente” (XXXII)

Posted by on Mar 24, 2025

Il “Diavoletto Indipendente” (XXXII)

Il Diavoletto, Anno XIII, N. 209, 7 settembre 1860

Rivista politica.

Trieste 6 settembre.

Il grande lavoro dei ministeriali del Piemonte e dei loro giornali, sta tutto presentemente nel far sentire al partito d’azione la necessità di fermarsi a Napoli, o quanto meno dopo avere tolte al pontefice l’Umbria e le Marche.

  • Da Berlino, da Monaco, da Parigi, da Londra, i corrispondenti degli organi ufficiali ed officiosi del gabinetto sardo gridano, pregano, inculcano a Garibaldi ed al Piemonte di non attaccar le Venezie, pena lo sfacelo dell’edifizio italiano; e da Londra mentre partirono gli escursionisti in aiuto di Garibaldi, partì pure il signor avvocato James, gran parlatore alle Camere dei Comuni, amico e portavoce di Palmerston, onde portare consigli di prudenza e di saviezza al dittatore di Palermo e di Napoli (?), ed a fine di scongiurarlo a non attaccar l’Austria, se non vuol perdere tutto l’acquistato.

Un corrispondente berlinese d’un giornale di Milano, dopo avere anch’esso provato che l’attacco contro le provincie austriache in Italia sarebbe un inimicarsi da parte del Piemonte l’Europa intera, chiude la sua lettera con alcuni particolari sull’incontro di Teplitz, ove, a dir suo, non si sarebbe trattato solamente della Venezia, ma eziandio del Belgio, dell’Olanda e della Svizzera, che formerebbero coll’Inghilterra, colla Germania, colla Russia e coll’Austria una lega eventuale contro ogni disegno di preponderanza francese in Italia.

Sulle decisioni prese dai Governi della Germania in caso di una mossa da parte del | Piemonte, o di Garibaldi che è tutt’uno, verso il Veneto, da Monaco si scrive alla Perseveranza:

“La Germania, a fronte degli avvenimenti che si vanno di mano in mano succedendo nell’Italia, si trova ancora titubante, e non sa a qual partito appigliarsi; è però certo che questo partito sarebbe tosto scelto, se gli avvenimenti avessero a progredire verso i suoi confini, e specialmente nel Veneto, o se per la seconda volta la Francia calasse nell’Italia. Il primo perchè essa considera il quadrilatero delle fortezze del Veneto come una sua antimurale difesa, il secondo per non

lasciar prendere troppa preponderanza nei destini dell’Europa alla Francia. Il voler poi asserire che la Germania starà sempre spettatrice d’ogni cosa, è un voler asserire troppo; invece io vi dico, che non passerà gran tempo senza ch’ella sarà chiamata a sguainare la spada”.

Ma a tuttociò quale risposta manderà Garibaldi? – Che farà egli? – modificherà il suo programma? cederà alla pressione di Cavour, ai consigli dell’avvocato James, a quelli della stampa ministeriale di Torino?

Il partito che esso rappresenta e che gli grida: o tutto o niente, cederà esso, lascerà incompiuta l’opera che s’è assunta, non trascinerà con sè il suo campione? Ecco delle domande alle quali è difficile il rispondere.

A Roma restano i francesi a difendervi il Papa, come a Viterbo, a Civitavecchia, e nella Comarca. Garibaldi vorrà egli per la seconda volta affrontare quei francesi che nel 1849 lo sloggiarono col cannone dall’eterna città?

Ma davvero che la situazione attuale presenta anche un lato bastantemente comico.

La Francia trova giusti i diritti del Pontefice a Viterbo ed a Civitavecchia, e non ad Ancona, non a Rimini, non a Bologna. Permette che la rivoluzione compia quivi il suo corso, e la impedisce poi oltre un fiume, oltre un colle, quasiché valicati quei materiali confini, l’usurpazione sia legale, mentre sarebbe ingiusta dove s’alza la bandiera francese.

Non si vuole che venga assalita per ora, ben intesi, per ora, la Venezia: non già perché si rispetti il diritto, ma solo perchè questa è legata in certo modo alla Germania e quindi sarebbe dalla medesima difesa; si permette invece l’eccidio di un principe che legittimamente regnava in altra parte d’Italia. Si dice a Garibaldi: operate pure come meglio v’aggrada purchè non abbiate a toccare le acque del Mincio o del Po. Giustizia nuova…! Giustizia moderna e vera di Francia! Noi replichiamo che fu, è, e sarà usurpazione quella che s’è compiuta a Modena, usurpazione quella che s’è perpetrata a Firenze, come la è quella adoperata in confronto di Bologna, di Parma, e finalmente a danno del reame di Napoli, usurpazione come la sarebbe a Mantova, a Verona ed a Venezia. Non possiamo fare alcuna differenza fra usurpazione ed usurpazione; ed è perciò che non possiamo tacere veggendo l’inerzia con la quale s’assiste all’opera della rivoluzione che si è lasciata compire in tutta Italia, ove i sacri diritti dei principi furono sagrificati alla prepotenza e all’ambizione d’un solo.

Le operazioni di Garibaldi.

Ora che Garibaldi è quasi al termine del suo compito per ciò che spetta l’Italia meridionale (se è vero che all’8 vuol essere a Napoli) il piano delle sue operazioni è pienamente conosciuto e non sarà senza interesse il riandarlo colla scorta d’un articolo dell’0st-Deutsche Post.

Garibaldi fece sbarcare una serie di piccoli corpi a settentrione di Reggio, i quali si diressero tutti verso Aspramonte, altura che domina la strada da Cosenza a Reggio. Con quest’operazione fu chiusa la via ad una parte dell’armata napoletana. Il comandante di quel corpo di sbarco, probabilmente Cosenz, attaccò Bagnara, dove stava il generale Melendez con un distaccamento di truppe di linea, indi lasciando da parte questa posizione si rivolse verso Palmi.

In tal modo venne minacciata la congiunzione del generale Melendez con Monteleone, dove trovavasi il grosso dell’esercito delle Calabrie, e quindi la ritirata era tagliata. Questa manovra fu eseguita con molta abilità, e riuscì per eccellenza. Frattanto sbarcò al 20 agosto presso Capo dell’Armi il grosso della spedizione di 3.000 uomini, ed attaccò Reggio. Alcune compagnie napoletane sostennero coraggiosamente il primo attacco, ma alla fine furono respinte entro la fortezza. Dopo una lotta accanita (d’ogni parte saranno caduti 500 uomini) le truppe dovettero ritirarsi nella posizione che avevano presa i generali Melendez e Briganti. La mattina seguente ricominciò il combattimento. Siccome era tagliata la ritirata alle brigate dei suddetti 2 generali, le truppe comandate dai generali Vial e Chio, che si ritiravano da Reggio, non poterono trovare più alcun appoggio. Pare che tutti questi corpi siano stati o sbaragliati o fatti prigionieri. La battaglia di Piale era quindi decisiva, ed ebbe per conseguenza la disordinata ritirata di tutti i reggimenti accampati presso Monteleone.

Si vede che ai movimenti dei corpi napoletani mancava fin da principio la necessaria guida; giacchè le brigate di Piale non cooperavano colla guarnigione di Reggio, ed i rinforzi di Monteleone erano giunti troppo tardi. Pare inoltre che i soldati napoletani, quand’anche non siano passati in gran numero a Garibaldi, si astenessero spesso dal combattere o vi si rifiutassero. Tosto che Garibaldi

fu padrone dell’altipiano di Piale, dovette capitolare anche la guarnigione di Scilla, perché le era stata tagliata la congiunzione con Catanzaro. Siccome Garibaldi domina ora lo stretto, dovrà cadere presto anche la citta della di Messina. Garibaldi sta inoltre a cavalcione della via di Catanzaro, ed ha libero movimento tanto per terra quanto per mare sulla costa di Reggio. Un piccolo corpo di garibaldiani tira frattanto a sé tutte le forze belligeranti nelle tre Calabrie, mentre il corpo di Sargi sta facendo le sue operazioni nella Basilicata, a Cilento, a Salerno ecc. conducendo seco tutte quelle forze verso la capitale. A Cosenza è seguita la rivolta senza combattimento, e ciò, malgrado ai 4.000 uomini di truppe regie che ivi si trovavano; le persone più agiate entrarono nel comitato, gl’impiegati e i gesuiti partirono, l’intendente della provincia, come pure il comandante delle

truppe non si fecero vedere. Al 25 agosto poté quindi entrare a Bagnara l’esercito meridionale di Garibaldi. .

In simili circostanze non è da meravigliarsene se giunse la notizia essere stata perduta l’importante posizione di Monteleone e che i garibaldiani vi sono entrati al 1. settembre.

Il colpo di mano intrapreso dalla parte meridionale della penisola fu quindi condotto a termine felicemente per Garibaldi.

Ora si ascrive a Garibaldi un ulteriore piano. Egli vuole cioè rinnovare nel resto delle Calabrie tutto ciò che fece nei dintorni di Reggio; egli precurerà cioè di effettuare degli sbarchi o nel mare Tirreno o nel golfo di Taranto, onde riunire tutte le sue truppe nelle vicinanze di Castrovillari, sopra uno stretto situato su d’un altura che fu già al principio di questo secolo teatro di sanguinosissime scene. Un pugno di gente che occupasse quell’alta posizione, potrebbe tagliare il passaggio nelle Calabrie. Se Garibaldi realizza questo piano, egli impedirebbe la ritirata del resto dell’esercito calabrese e lo dividerebbe così dal resto del regno. E se quell’armata non trova dei navigli pronti per imbarcarsi, ella sarebbe costretta a rendersi fino all’ultimo uomo.

Finora i napoletani furono sempre battuti sul continente, come in Sicilia, ed il futuro sviluppo di questa guerra non sembra dubbio.

  • Togliamo dal Giornale di Verona i due proclami del traditore generale Nunziante all’esercito napoletano, ed al corpo dei cacciatori.

Commilitoni,

Poco fa, nel dare addio ad una parte di voi, io vi esortai a mostrarvi sempre soldati non meno valorosi verso i nemici d’Italia che generosi verso gli inermi, ed a dare nobilissime prove di questa vera virtù militare nella nuova via di gloria, che la Provvidenza destinava a tutti i figliuoli della gran patria comune.

Il momento di attuare queste mie esortazioni è oramai giunto.

Separato da voi, crebbe ancora più in me il pensiero della vostra prosperità, del vostro onore, della vostra gloria. Ed avendo studiato le condizioni di tutta Italia e di Europa, mi sono profondamente convinto, che per voi e per tutta questa bella parte d’Italia, non vi è altra salvezza se non quella di appartenere all’intera famiglia italiana, sotto lo scettro di Vittorio Emanuele, quell’ammirabile Monarca, che l’eroico Garibaldi venne non ha guari ad annunziare alla Sicilia, e che fu evidentemente eletto da Dio ne’ suoi fini imperscrutabili a costituire in gran Nazione la nostra gran patria comune, sinora così indegnamente spogliata ed assassinata.(?)

Questo pensiero mi ricondurrà irresistibilménte tra voi, e con voi a compiere il santo mandato di cui dobbiamo sentirci tutti investiti dalle supreme necessità della patria.

Finché la Provvidenza, ha tollerata l’Italia divisa, io ho saputo essere il più costante bracciata. Ma quando la mano visibile di Dio intende onnipotentemente a riunirla, chiunque non ne segue lo impulso, è traditore della patria. (?!!?).

Questa santa verità si fa strada da sé nelle vostre coscienze; e nella compressione in cui vi trovate, vi trascina alla diserzione alla spicciolata.

Non seguite questa via, poichè ella è funestissima alla patria!

Il re Vittorio Emanuele, in cui l’Italia s’incarna, ha bisogno di avervi tutti intatti e braccio a debellare quello straniero che fu nemico di ogni nostra felicità.

Italia settentrionale, agosto 1860.

Alessandro Nunziante.

Il seguente appello, è diretto al Corpo dei Cacciatori:

Sinora avete ben meritato della patria, pel vostro contegno, per la vostra disciplina, pel vostro coraggio. Bisogna però che vi uniate al popolo pel riscatto della causa italiana, capitanata del gran monarca Vittorio Emanuele. Non udite le bugiarde dicerie di taluni dei vostri capi, come un Marra ed altri, i quali vorrebbero con la loro codardia invilire un esercito designato dalla Provvidenza a più nobili destini, e non già a combattere ed uccidere i suoi fratelli. (7)

Ricordatevi che per infamare il vostro onore vi hanno affidato al comando di quegli stessi generali che vi abbandonarono nel momento del pericolo, facendo inutilmente spargere il sangue dei vostri camerati in Sicilia. E ciò per opera del general Pianelli da tutti odiato: il quale, per non esporsi al cimento, brigò per essere ministro della guerra, reputandosi utile e necessario per tutti; ma egli non isfuggirà alla pubblica vendetta, non potrà comprimere il vostro ardore.

Soldati, il momento è vicino; da voi dipende l’onore della patria, da voi la gloria militare in faccia all’Europa. Unendovi alle gloriose milizie di Vittorio Emanuele, quello straniero che fu sempre nemico dell’unione d’Italia, della prosperità della gran patria comune.

Napoli, agosto 1860. Alessandro Nunziante. Ultime notizie.

Se il giovine re di Napoli vuol scendere almeno onorato dal suo trono, e prima di ce dere alla rivoluzione, che il minaccia, ed alla invasione nemica, che si avanza sulla sua Capitale, per unirsi ai soldati che portano sul petto la croce di Savoia, tentare le sorti dell’armi; se, questo giovine infelice figlio di quei Borboni che diedero santi e martiri al Cielo, vuol coi fidi che nol tradirono tentare l’ultima prova, noi non possiamo che applaudirlo, anche convinti che la prova riesca dolorosa alla di lui nobile decisione. Dio volesse che il nostro presagio fosse fallace, e che vedessimo il figlio di Ferdinando ritornare il suo paese a quella indipendenza di cui il padre suo era tanto e così a buon dritto su perbo e geloso.

Francesco di Napoli ora è nella situazione terribile in cui fu posto l’infelice Luigi di Francia, nei giorni che precedettero alla di lui cattura.

Come al pio e santo re che fu il martire della rivoluzione francese, così a questo giovane monarca la piazza impone i suoi ordini, e la guardia nazionale costituita a salvaguardia dell’ordine invade la reggia per dettargli la sua volontà. Oggi è il rinvio di due fidati generali che gli si chiede colle bajonette cittadine, domani i coltelli della plebe domanderanno forse la testa…………………………………. di qualche infelice cui la fedeltà sarà posta a delitto.

Francesco di Napoli è presentemente nella situazione di Luigi XVI, e come l’Europa monarchica fremette dopo che questi fu ghigliottinato, né seppe prima salvarlo; così la presente inerzia dei potenti lascierà compiersi l’opera della distruzione a Napoli per chiederne poscia ragione agli autori. Sapremo se Francesco II cedette e rinviò i generali che la guardia gl’impose d’allontanare; se ciò avvenne, pel re non vi ha altro da fare a Napoli – esso può abbandonare il regno.

  • La Gazzetta austriaca venne pregata dalla Nunziatura apostolica in Vienna di dichiarare quale una malevole invenzione, la notizia che il generale Lamoricière abbia minacciato di far saccheggiare quelle città dello Stato pontificio che tentassero di sollevarsi.
  • Leggiamo nelle recentissime della Patrie:

Gli ultimi dispacci di Napoli sono del 2 settembre. A questa data, nulla v’era di nuovo. Le truppe destinate a coprire la Capitale eran concentrate a Salerno, a Napoli e a Gaeta. Il comitato annessionista continuava a dare ordini in tutto il regno. Esso aveva spedito degli agenti a Ponte Corvo per sollevare questa città, appartenente al Papa, e ch’è internata nella Terra di lavoro, provincia del regno delle Due Sicilie.

Parecchie navi da guerra eran giunte in rada per rinforzare la squadra piemontese davanti Napoli. Questi bastimenti avevano a bordo delle truppe di sbarco, appartenenti all’armata sarda.

  • L’Opinione del 4 reca un articolo sulla politica sarda in cui osserva che la Francia respingerebbe un attacco contro Roma come contro sé stessa. Pure la Francia prevede la possibilità d’una guerra coll’Austria, non essendosi dimenticata del suo programma di Milano: “Un Italia libera dalle Alpi fino all’Adriatico, è divenuto un principio politico della Francia, ed essa lo realizzerebbe tosto

se credesse consigliabile una guerra contro l’Austria nell’attuale politica europea. Il Piemonte non attaccherà né l’Austria né Roma, ma se la forza degli avvenimenti lo spingesse a questo passo, l’attuale ministero si dimetterebbe. Il partito liberale è della stessa opinione.

  • Il Moniteur pubblica la seguente lettera di S. A. il principe Murat:

Al signor Redattore del Moniteur.

Signore,

Sono a reclamare contro l’interpretazione data alla mia lettera del Moniteur di ieri. Non ho mai avuto la pretensione di vincolare preventivamente né la politica dell’Imperatore, né l’alleanza della Francia. Ma penso ed ho voluto dire che se fuori di ogni influenza straniera, il suffragio universale si manifestasse in mio favore, il voto di quelle popolazioni non sarebbe meno rispettato per Napoli di quanto lo fu per le altre parti d’Italia.

Ricevete, signore, l’assicurazione della mia distinta considerazione. Parigi 1. settembre 1860.

Murat.

Il Diavoletto, Anno XIII, N. 210, 9 settembre 1860

Che dirà la storia?

L’abbiamo scritto altre volte, e siamo costretti a ripeterlo: se fra gli uomini della rivoluzione vi potesse essere onestà, noi la troveressimo piuttosto in Garibaldi, che non negli altri grandi campioni di essa.

Questi almeno non mente, non si avvolge nel mistero, non propina il veleno, né ferisce col pugnale per poscia nascondere la mano assassina.

Fra Garibaldi e alcuni altri campioni,…. per noi abbiamo la franchezza di dirlo, val meglio il primo che i secondi; Garibaldi ha un solo programma, non mente; non veste che una sola divisa; Cavour, Farini, Ricasoli, e gli altri soci di menzogna e d’inganni, sono posti ben più bassi nella scala della degradazione morale.

Garibaldi vuole sgombrar l’Italia, in bando principi e chiesa, e colla spada sostiene il suo desolante assunto; egli disse a Francesco II – togliti di là, che al tuo posto ci vengo io – ma lo disse; – non lo baciò prima in fronte per poscia abbandonarlo nelle mani de’ suoi nemici.

Che fecero invece e Napoleone, e Cavour, e Vittorio Emanuele? Accolsero i messi del giovane infelice re che aveva eseguiti i consigli del padrone della Francia, li accolsero, li carezzarono, e poscia venuta l’ora li misero alla porta ghignando loro in faccia il riso beffardo di una finta compassione.

Mentre si trattava della famosa alleanza fra il re costituzionale di Torino e quello di Napoli, Cavour distendeva la tela della rivoluzione nel reame, preparava colle arti subdole dei traditori quanto era d’uopo per ottenere la caduta del re, di quel re di cui ascoltavansi le proposte d’amicizia.

Quel libro del Principe, che Macchiavelli, a vostro dire, o liberali, esso scrisse ad istruzione dei tiranni, quel libro voi lo ponete in pratica dalla prima all’ultima pagina, e della immorale politica di cui è maestro, voi siete i più docili in una ed attenti scolari.

Come è egli possibile il non dettare sdegnose parole quando si hanno sotto gli occhi i documenti della più schifosa doppiezza? Voi vorreste invadere e non essere chiamati invasori, ma bensì virtuosi campioni del diritto; voi vorreste mentire ad ogni ora coi fatti alle parole, eppure esser detti bocche di verità, fiori di morale e di onestà; voi vorreste vendere e barattare la patria a vostro comodo, eppure essere invocati quai numi del patriottismo!

Perchè non avete voi il coraggio delle vostre convinzioni? – perchè non dite chiaro il vostro pensiero, perchè lo coprite ognora col velo della menzogna? – Oggi vi protestate nemici di Mazzini, e domani vi si trova a braccietto con esso sulla sua stessa via; rinnegate l’opera di Garibaldi, e poscia l’aiutate; e più tardi la proclamate opera vostra; nel vostro gabinetto o ministri del galantuomo, si sono apparecchiati i progetti, tracciate le vie, formati i piani per invadere e Sicilia, e Napoli, e Romagna; eppure avete il coraggio, o diremo meglio l’impudenza di mostrare le vostre mani all’Europa, e gridare ad essa: vedete, sono innocenti!

Farini pubblica la sua famosa circolare con la quale furono proibiti gli arruolamenti per Garibaldi – che ne fu? Da Livorno e da Genova i volontarii non tralasciarono di partire neppure un giorno.

Nicotera aveva radunata, d’accordo con Garibaldi e con Bertani, una banda d’uomini per invadere lo Stato del Pontefice; il Governo piemontese, mentendo sempre, si chiamò estraneo a quella spedizione, e forzato la disciolse; ora si vegga, lo veggano coloro, nemici o no, che hanno ancora retto il giudizio e sana la mente, quanto e come il Governo sardo fosse inconscio di quella spedizione ch’era pronta ad invadere per diverse vie lo Stato romano, vestita, pagata, ed armata dal Governo di Vittorio Emanuele.

Non sono i nostri giornali, che ad essi mal si crede la verità, ma i periodici di Torino che ci danno le prove della correità del Governo del conte di Cavour, e delle opere dei suoi pro-dittatori della rifatta Italia anche in questa tentata impresa.

È il Diritto del 3 corrente che pubblica la narrazione dei preparativi per la spedizione contro gli Stati pontifici; spedizione approvata dal ministero sardo, approvata nel momento stesso ch’esso ne’ suoi organi ne faceva smentire la esistenza.

La lealtà è rispettabile in qualunque luogo ella si trovi; la doppiezza è più che infamia, quando è posta appresso ai gradini del trono.

Ora ai nostri lettori il documento; giudichino essi della moralità del Governo sardo e di chi se n’è fatto potente suo campione.

“Una spedizione per rivoluzionare le Marche e l’Umbria si sta attivamente preparando: la quinta brigata si deve formare per tentare la impresa. Garibaldi chiama Nicotera al comando di questo corpo, che devesi organizzare in Toscana.

“Avanti di accettare un tale incarico, Nicotera volle da sé stesso vedere se le cagioni di riuscita erano più o meno probabili. Di subito lascia Palermo e visita il Piemonte. A Genova, a Torino, a Milano trova tutto ammirabilmente disposto. I comitati posseggono tutto in abbondanza: denari, armi, munizioni, di nulla son mancanti. Pur non ostante Nicotera non vuol cominciare nessuna cosa senza essere prima assicurato da solide e certe garanzie.

“Un accordo venne firmato dal ministero piemontese e da Bertani, mandatario di Garibaldi e dei Comitati.

“Nicotera, assicurato da tutto ciò, sen va a Milano, si unisce in matrimonio con la figlia del general Poerio, ed all’indomani del suo maritaggio si porta in Toscana per la formazione della brigata.

“Il baron Ricasoli, rappresentante del ministero piemontese, osserva scrupolosamente la convenzione.

Egli assegna Castel Pucci, proprietà degli ospedali, per alloggiarvi i volontarii: è lui che pensa a tutto. Le armi furono consegnate per suo ordine, come pure i keppis, i cappotti, ed in una parola tutto quello che fu d’avanzo all’armata toscana nell’ ultima campagna. Il denaro, fu liberamente distribuito ed ogni cosa andava per il meglio. Nicotera vedeva sovente il baron Ricasoli, il quale, pieno di speranza per la buona riuscita della spedizione, nessuna cura risparmiava per assicurarle un favorevole successo.

“Tutto era all’ordine, ognuno era pronto.

Le quattro prime brigate organizzate a Parma, a Milano, ecc., stavano sulla partenza, ed il baron Ricasoli non voleva che la quinta fosse in ritardo per cui raddoppiava di attività.

“Viene l’ordine di partire. La quinta brigata deve muovere su Perugia.

“Le rimostranze del Governo francese e la nota dell’Austria portarono la circolare Farini. “Chiamati a Torino il baron Ricasoli e il generale Cialdini fu dato loro l’ordine di disciogliere il corpo di Castel Pucci, e d’impedire ogni mossa di volontarii sulle frontiere romane.

“Il barone Ricasoli che avea carezzata con amore la riuscita del piano concertato con il ministero, resiste con tutta l’abituale fermezza del suo forte carattere agli ordini ricevuti. Le armi, il vestiario, il danaro continuano ad affluire come prima a Castel Pucci. Una più straordinaria attività fu messa in opera   delle lettere pressanti, degli ordini formali e reiterati vengono da Torino a più riprese,

imponendo il discioglimento dei volontarii; perfino il nome del re fu invocato.

“Alle preghiere, alle minaccie, Nicotera non risponde che questo: Io ho 250.000 cartuccie che voi stessi mi avete dato: i miei volontarii ed io siamo decisi di saltare in aria insieme al castello piuttosto che scioglierci, senza avere in prima adempiuto ai nostri doveri. Del resto il vostro accordo è chiaro e preciso, io non voglio eseguire che gli ordini ricevuti precedentemente da voi. Che cosa avete da rimproverare ai volontarii che voi stessi m’inviaste? nulla.

“Datemi i mezzi di trasporto, ed io parto all’istante; lascio Castel Pucci. Ma lo dichiaro, se voi non mi date quel che giustamente domando, io non mi muovo dal castello.

“Il barone Ricasoli, al quale Nicotera faceva questa dichiarazione, tentava calmarlo dicendoli che in quanto a lui deplorava più che ogni altro un sì fatale impedimento, e nello stesso tempo lo assicurava che la forza non sarebbe stata mai impiegata per la dissoluzione del corpo.

“Nicotera, confidando in queste parole, rassicura i suoi volontari, i quali, chiusi da un mese a

Castel Pucci, senza poterne uscire sotto qualsiasi pretesto, eranco stanchi dai continui chiacchiericci e vessazioni dei loro parenti che ogni giorno venivano a visitarli”.

Qui il documento segue a narrare l’arresto del colonnello Nicotera, e come il Governo dovette accordare alla sua brigata di partire per la Sicilia, somministrandole i mezzi d’imbarcarsi a Livorno.

Smentita ad una calunnia.

Torino 5 settembre. Leggiamo nell’Armonia:

“Abbiamo fatto conoscere l’infamia del telegrafo di Torino, che annunziò l’ordine del giorno del generale de Lamoricière in Perugia, con cui s’intimava ai soldati di saccheggiare le città che si fossero rivoltate. La Gazzetta del Popolo e l’Opinione di ieri (?) cacciavano fuori un feroce articolo contro Lamoricière, e ricordavano con compiacenza che il conte di Cavour aveva chiamato in Parlamento orde papali i soldati del Papa, e l’ordine del giorno di Perugia confermava quella denominazione. Ci dicono che l’articolo dell’Opinione fosse già dato allo stampatore prima che giungesse il telegramma, sapendosi che doveva giungere in Torino. Ma checchessia di questo, quel telegramma è una solenne bricconata. Noi non vogliamo di ciò altro giudice che il Siècle, il quale pure non non è preso d’amore per il Papa, nè per il suo generale. Nel Siècle adunque del 3 settembre, che giunse oggi a Torino, leggiamo quanto segue: “Perugia 31 agosto.

Un ordine del giorno del generale Lamoricière ordina alle truppe pontificie di spiegare una grande energia contro qualunque città che, all’avvicinarsi di Garibaldi, si sollevasse”. Or dov’è qui il saccheggio non solo promesso, ma intimato dal generale pontificio? E ciò che havvi di più curioso si è che il telegramma pubblicato dal Siècle ha la data di Torino 1 settembre. Cosicchè è lo stesso dispaccio che venne manipolato a Torino, cioè falsificato ad uso della rivoluzione.

“Già la rivoluzione quando si apparecchiava ad assalire gli Stati pontificii colla spedizione dispersa dalla circolare di Farini, aveva calunniato il Governo romano che volesse far lega con Napoli contro il Piemonte.

Questa calunnia avrebbe giustificato l’attacco che si meditava.

“Ora si rimette in campo la lega di Roma con Napoli, e per rinfrescare la calunnia viete e stantie le si aggiunse l’ordine del giorno pel saccheggio. Questo indica che la rivoluzione sta per fare un colpo contro gli Stati Romani. Si fanno circolare queste notizie per disporre così la pubblica opinione a ricevere con minor ribrezzo la notizia di qualche nuovo attentato. Queste gherminelle però possono servire pei citrulli, e per qualche giorno. Ma la diplomazia e l’Europa tutta saprà dare a ciascuno il fatto suo. La rivoluzione vuole giuocare l’ultima carta, e l’ultima posta: sta bene. Noi siamo sicuri che farà bancarotta”.

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