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Il “Diavoletto Indipendente” (XXXIII)

Posted by on Mar 31, 2025

Il “Diavoletto Indipendente” (XXXIII)

Il Diavoletto, Anno XIII, N. 211, 11 settembre 1860

Cose di Napoli.

I giornali di Napoli, ricevuti oggi, arrivano sino alla data del 4 settembre.

A dare un’idea dello scompiglio che regnava a Napoli nelle regioni governamentali, riportiamo la seguente circolare del ministero e real segreteria di Stato dell’interno, diretta agl’intendenti e sottintendenti, in data di Napoli 29 agosto:

Signori!

Le condizioni in che versiamo non sono le più felici, e sarebbe follia farsi illusione del contrario. Da tutte le parti vengono a questo ministero novelle di disordini, e domande che vi si provvegga mandando forze regolari per contener gli animi nella moderazione e nel rispetto dovuto alla pubblica potestà ed ai diritti de’ singoli cittadini. Ma sciaguratamente sembra che i mandatari del potere non s’abbian formata un’ idea giusta dello stato del paese e de’ mezzi che sono in poter loro per resistere alla piena delle passioni politiche, che meglio si direbbero egoistiche, le quali

spingono alla reazione da un canto, a contrari eccessi dall’ altro. L’esercito (dovrebbero essi saperlo) non è in grado di molto operare per la quiete interna del regno, distratto com’è contro dalle esterne aggressioni, né d’altra parte gioverebbe sempre usare il braccio militare a reprimere e contenere i perturbatori dell’ordine pubblico quando a conseguire lo stesso scopo vi fossero altri modi più civili e più alle presenti condizioni accomodati.

Le persone cui scrivo vorranno bene intendere il mio pensiero, senza che io abbia a stemperarlo in più lunghe parole. Esse sanno quali siano le forze vive del paese, e le hanno tutte sotto la mano.

Sono i proprietari, gli uomini d’intelligenza, quelli di chiesa che più predicano con l’esempio che colle parole, gli uomini in fine di mano ferma e risoluta, resta solo che si sappiano bene ed acconciamente adoperare. E riuscire in ciò con piena soddisfazione del Governo non meno che del paese, alla loro amministrazione affidato, è opera, non dirò facile, ma neppure ardua in modo che a fronte di essa debba venir meno il coraggio civile di personaggi onorevoli per i quali non è nome vano amor di patria e sentimento del proprio dovere. Vi è pur da pertutto una guardia nazionale che in moltissimi luoghi ha meritato, per gli atti suoi, la universale approvazione; e dove questa fosse scarsa di numero, o mal ordinata (che non crederò mai) da non ispirar molta fiducia, mancano forse di quelli uomini detti di sopra da un lato, e di altri di sufficiente abnegazione dall’altro, per supplire a ciò che possa difettare dal lato di quella che più propriamente va dinotata sotto il nome di forza pubblica? In tempi difficili, la forza pubblica è nello stesso paese; occorre solo cercarla, ordinarla, indirizzarla al fine supremo della comune salvezza. E questo soprattutto si domanda agli officiali del Governo, che sappiano suscitarla ed usarla. S’informino le signorie loro a questo gran principio della salute pubblica, ed io spero, anzi me ne vanto certo, troveranno, fino ne’ più piccoli villaggi, tanto che basti a tener testa a tristi sommovitori de’ popoli, contro il presente ordine di cose. Degli effetti ne terrà loro gran conto la patria. Pel ministro

Il direttore – M. Giacchi.

Un decreto del 30 agosto, approva un regolamento disciplinare pel servizio della guardia nazionale provvisoria del regno.

  • Leggiamo nell omnibus del 4 correntre:

“Il Vallo è insorto; numerose bande di gente armata vi accorrono da ogni dove. La guardia nazionale e molti ufficiali del Governo han preso parte al movimento. Il governo provvisorio è costituito a nome di Vittorio Emanuele e sotto la dittatura di Garibaldi: gl’insorti, che aumentano ad ogni ora, sono ben provvisti d’armi e di munizioni.

“In Sala è stato anche proclamato il governo provvisorio e lo presiede in qualità di pro-dittatore il signor Giovanni Matina. Il giorno 30 p. p. mese, una banda di 3.000 uomini, capitanata da Fabrizio Napone, vi entrava acclamata da tutta la popolazione. Von Michel e Bosco, stati spediti contro gl’insorti, si dicono ritornati.

“L’insurrezione del Cilento si è fortemente organizzata, e s’ingrossa ognora. Grossi corpi di rivoltosi sonosi formati: mossi alla volta di Oliveta, furonvi accolti tra le grida entusiastiche di viva l’Italia, viva Vittorio Emanuele, viva Garibaldi! Lo slancio della gioventù è immenso.

“Altamura, come si disse, è in rivolta: le truppe disertano, le autorità cedono. Il maresciallo Flores, comandante le armi, dichiara di non esservi rimedio.

“Dicesi con asseveranza che sia avvenuto un grande sbarco a Sapri la notte del 30 al 31 p. p. m.; e deve essere così, perchè la mattina del 31, a mezzogiorno, scoppiava la rivoluzione nel Vallo.

“Le truppe degli Abruzzi e di Puglia ripiegano su Napoli ed Avellino.

“Si vuole che il Governo abbia deposto, dietro i fatti del Vallo e provincia di Salerno, il pensiero di formare un campo trincierato nella campagna di Eboli: invece la resistenza sarebbe tutta concentrata intorno alla Capitale.

“Si parlò di mandare la nostra flotta nei porti austriaci. Noi non prestiamo punto fede a tal diceria, perchè non pensiamo neppure che si volesse porre il vessillo napoletano sotto gli ordini dell’Austria. Un’altra lezione dice che l’intendimento era vero, ma poi contr’ordine, perchè la flotta appartiene alla Nazione. Ma nell’uno e nell’altro caso gli esecutori sarebbero andati?

“All’albeggiare della mattina del 3, la Capitale si trovò piena di grossi cartelli affissi ai muri, con la dicitura: Viva Vittorio Emanuele, viva Garibaldi, viva l’Italia. I gendarmi andavano stracciando questi cartelli, ed alcuni popolani ne ferirono uno a colpi di pietre.

“Ieri mattina si disse nuovamente avere il ministero Spinelli data la sua dimissione.

E dispiacevol cosa tornare su questo argomento. Dovrebbe oramai esser compreso dai reazionarii che Napoli è totalmente passiva; ed anche qui un eccidio non ritarda, né allontana le sorti del regno. Una volta per sempre si dovrebbe comprendere, che non è qui la cagione motrice, ma fuori, e questa è Giuseppe Garibaldi. Bisogna dunque pigliarsela con lui, e lasciar vivere in pace questa misera città, (V. più sotto Napoli 4).

Salerno 2 settembre. I soldati reduci da Calabria, e che erano stati spediti in S. Severino per formare un sol corpo, si sono sbandati, chi per Caserta, chi per Capua, e chi per altri paesi vicini. I comandanti protestano che essi non possono più contare sulla disciplina dei soldati.

Gaeta 2 settembre. È approdato un gran vapore con bandiera inglese, mandando a terra una lancia con uffiziale per sapere se si fossero veduti legni garibaldiani. Avuta la risposta affermativa, il vapore si è diretto verso Procida. Si vuole che Garibaldi fosse a bordo.

Progetto per la difesa di Napoli.

Riportiamo dal Journal des Dèbats i seguenti interessanti dettagli intorno alla progettata e poi non effettuata difesa della città di Napoli:

“Una parte dell’armata sembrava disposta a tentare uno sforzo supremo sotto le mura di Napoli. La Nazione ci reca un minuto dettaglio del consiglio di guerra, che fu tenuto di recente al palazzo reale. Il general Pianelli fu primo a prender la parola.

Colpito, come tutti, dei disastrosi risultati che ebbe l’armata regia a cagione della sua distribuzione in parecchi piccoli corpi, egli propose di formarne una sola massa compatta e di precipitarla dinanzi a Garibaldi.

“Tutto il consiglio di guerra si dichiarò per questo piano, quando sorse un altro generale. Questi, in un linguaggio conciso e chiaro, come quello di un soldato pratico del suo mestiere, affermò che qualora si seguisse il piano del generale Pianelli, si sarebbe rapidamente trascinati in tutti gl’inconvenienti che si volevano evitare; che l’insurrezione sparpagliandosi sopra un grande spazio e frazionandosi in tanti gruppi, non si potrebbe correrle incontro senza disperdersi e dividersi come lei, che quindi conveniva abbandonare le provincie, concentrarsi su Napoli, forzare in tal guisa l’insurrezione a concentrarsi anch’essa, onde attaccare la Capitale; aspettare questo attacco a piè fermo e sostenerlo sotto la protezione dei forti; che il risultato definitivo di una tal manovra, se Napoli era ben approvigionata di armi e di viveri, non potrebbe essere di un esito dubbio per nessun militare esperimentato. Il generale suddetto aggiunse: Garibaldi è infatti terribile in una guerra breve, ma è senza forza in una guerra che si prolunga; è l’entusiasmo che rende sì formidabili i suoi battaglioni irregolari; e l’entusiasmo si logora col tempo, che invece fortifica la costanza di una truppa disciplinata. Così, disse il generale, il maresciallo Radetzky nel 1848, ha vinto, schiacciando colla sua pazienza l’impeto italiano”.

Chi ‘l crederebbe? quello che ha evocato la memoria del maresciallo Radetzky, non era altri che il generale Ulloa, il difensore di Venezia. E mentre un Nunziante, un Bosco, beneficati ed ingranditi dal loro re, lo abbandonano nell’ ora estrema, il generale Ulloa, è l’unico che pensa a salvare la dinastia! E se non vi è riuscito, certo non è sua la colpa!

Ultime notizie.

A Napoli tutto è finito – anche una dinastia è caduta sotto i colpi ben combinati della rivoluzione; il Piemonte può andare superbo della sua nuova conquista, e menarne trionfo. I traditori di Francesco II applaudiranno intorno al carro del vincitore.

Garibaldi, come aveva promesso entrò in Napoli il 7, e ben si può dire che tutto era preparato per il giorno destinato, se senza colpo ferire egli fece la sua entrata nella Capitale delle Due Sicilie.

La storia registrerà un lungo elenco di nuovi cavalieri Sabaudi, che tradita la croce dei Borboni s’appiccheranno al petto quella di casa Savoia – ma il loro cuore resterà pur sempre il cuore dei traditori. Garibaldi stesso non potrà senza provarne nausea sedere a banchetto coi Lanza, coi Letizia, e coi Nunziante.

L’ultimo episodio dei reali di Napoli va a compiersi a Gaeta; le navi che non vollero seguire il re in quell’ultimo rifugio dell’ultimo dei Borboni, restano nelle mani di Garibaldi, ed unite a quelle che esso raccolse o già defezionarono, formano un grosso e potente naviglio; non sappiamo quindi comprendere come Francesco ll abbia potuto decidersi a chiudere la sua persona e la sua famiglia in Gaeta, che senza avere aperto il mare può essere piuttosto che un rifugio, una prigione.

Ma se come non bastasse il cadere, se come la sventura che colpì il giovine re non fosse abbastanza grande, i giornali del Piemonte insultano al caduto, imprecano a lui – e lo stesso Constitutionnel che deplora la nuova politica del Piemonte, – per noi suona scherno ed insulto alla vittima che cade appunto sotto i colpi più che del Piemonte, della Francia che prima dà il consiglio di licenziare gli Svizzeri, la vera armata ch’eragli fedele e che non si sarebbe mai venduta ai nemici del re ch’essa serviva.

Sì, scherno è l’articolo di Grandguillot, scherno gettato in faccia ai caduti. Come è egli possibile essere più doppii di così?

La Francia deplora la politica del Piemonte… ma chi disse anche ieri a Cavour a Garibaldi, entrate pure nell’Umbria e nelle Marche, fate il fatto vostro e sarà ben fatto ? – chi lo disse se non la Francia col mantenere il principio del non-intervento a danno della giustizia e a pieno beneficio della rivoluzione; rispettate Roma e la Venezia – per il resto agite come meglio vi piace; ecco il modo di disapprovare la politica degli invasori che adopera la Francia.

I giornali sardi si scatenarono contro Lamoricière ed i suoi soldati; il Governo intimò il licenziamento dei medesimi al Pontefice, minacciando in caso contrario d’occupare l’Umbria e le Marche; e non sono che pochi giorni che si gridava a piena gola contro le orde straniere minaccianti d’ invadere il Piemonte! Ora si muta registro, e come era da aspettarsi, da invasi si si muta in invasori. Al momento in cui scriviamo può darsi, e il Pungolo il dice già un fatto, che le truppe di Cialdini abbiano passato il confine         il Constitutionnel le terrà esso indietro?

Ora tocca al Santo Padre – poi alla Venezia. Vorremmo già essere a quest’ultimo atto del dramma; e in ciò siamo d’accordo coi garibaldiani. A che attendere? Uscire pur si deve da questo stato d’apprensioni; alla guerra bisogna arrivarvi, e quindi meglio oggi che domani. Allora vedremo se i dormenti i felici e placidi sonni della pace ad ogni costo, si desteranno al chiarore del vicino incendio; o se pure allettati dai sonniferi napoleonici distillati nel Moniteur e nel Constitutionnel si contenteranno come nel 1859 a preparare le armi ed a srugginirle per i futuri lontani eventi.

Che potrà egli Lamoricière con 20 o 25 mila uomini, quando si vegga preso in mezzo e dalle truppe piemontesi e da Garibaldi, e dalla rivoluzione, e dalle sommosse che gli vengono apparecchiate già da lunga mano sul terreno ov’esso ha il suo campo?

Noi non osiamo attenderci più di quanto può fare un uomo, ed ecco perchè ci aspettiamo già all’ultimo definitivo atto di questo gran dramma il cui scioglimento dovrà, volere o no, avere per scena l’Adige, il Mincio e il Po.

Il Diavoletto, Anno XIII, N. 214, 14 settembre 1860

Per debito di cronisti riportiamo dai fogli italiani tutti i particolari e le notizie che si riferiscono al luttuoso dramma che si svolge in ltalia. I nostri lettori leggeranno documenti della più alta importanza, e si commuoveranno alle dignitose parole di un re, tradito, abbandonato dai suoi spergiuri servi, che congiurarono a’ suoi danni colla rivoluzione.

Vedranno con quale insistenza di proponimenti la Sardegna intende compire la serie delle imprese sugli Stati altrui, e ne arguiranno a quali complicazioni può essere esposta l’ Europa, se una mano provvidenziale non la trattiene sull’orlo del precipizio.

Dacchè un ardito condottiero, con tutte le forze di che l’Europa rivoluzionaria dispone, ha attaccato i nostri dominii invocando il nome di un sovrano d’Italia, congiunto ed amico, noi abbiamo con tutti i mezzi in poter nostro combattuto durante cinque mesi per la sacra indipendenza dei nostri Stati. La sorte delle armi ci è stata contraria. L’ardita impresa, che quel sovrano nel modo più formale protestava sconoscere, e che non pertanto, nella pendenza di trattative di un intimo accordo, riceveva nei suoi Stati principalmente aiuto ed appoggio, quella impresa, a cui tutta Europa, dopo d’aver proclamato il principio di non intervenzione, assiste indifferente, lasciandoci soli lottare contro il nemico di tutti, è sul punto di estendere i suoi tristi effetti fin sulla nostra Capitale. Le forze nemiche si avanzano in queste vicinanze

D’altra parte, la Sicilia e le provincie del Continente, da lunga mano e in tutti i modi travagliate dalla rivoluzione, insorte sotto tanta pressione, hanno formato dei governi provvisorii col titolo e sotto la protezione nominale di quel sovrano, ed hanno confidato ad un preteso dittatore l’autorità ed il pieno arbitrio dei loro destini.

Forti dei nostri diritti, fondati sulla storia, sui patti internazionali e sul diritto pubblico europeo, mentre noi contiamo prolungare, finchè ci sarà possibile, la nostra difesa, non siamo meno determinati a qualunque sacrifizio per risparmiare gli orrori di una lotta e dell’anarchia a questa vasta Metropoli, sede gloriosa delle più vetuste memorie e culla delle arti e della civiltà del reame. In conseguenza, noi moveremo col nostro esercito fuori delle sue mura, confidando nella lealtà e nell’amore dei nostri sudditi pel mantenimento dell’ordine e del rispetto all’autorità.

Nel prendere tale determinazione, sentiamo però al tempo stesso il dovere, che ci dettano i nostri diritti antichi ed inconcussi, il nostro onore, l’interesse dei nostri eredi e successori, e più ancora quello dei nostri amatissimi sudditi, ed altamente protestiamo contro tutti gli atti finora consumati e gli avvenimenti che sonosi compiuti o si compiranno in avvenire.

Riserbiamo tutti i nostri titoli e ragioni, sorgenti da sacri incontrastabili diritti di successione, e dai trattati, e dichiariamo solennemente tutti i mentovati avvenimenti e fatti nulli, irriti, e di niun valore, rassegnando per quel che ci riguarda nelle mani dell’ onnipotente Iddio la nostra causa e quella dei nostri popoli, nella ferma coscienza di non aver avuto nel breve tempo del nostro regno un sol pensiero, che non fosse stato consacrato al loro bene e alla loro felicità. Le istituzioni che abbiamo loro irrevocabilmente garantite, ne sono il pegno.

Questa nostra protesta sarà da noi trasmessa a tutte le Corti, e vogliamo che, sottoscritta da noi, munita del suggello delle nostre armi reali, e contrassegnata dal nostro ministro degli affari esteri, della presidenza del Consiglio dei ministri, e di grazia e giustizia, come un monumento della nostra costante volontà di opporre sempre la ragione ed il diritto alla violenza ed alla usurpazione.

Napoli, 6 settembre 1860. Firmato, FRANCESC0. Firmato, Giacomo de Martino.

Proclama di Vittorio Emanuele.

Torino 11 settembre. Il re ha ricevuto oggi le deputazioni delle Marche e dell’Umbria; ha accettato la protezione di quelle popolazioni, ed ordinato alle truppe di entrare in quelle provincie col seguente

Proclama. Soldati!

Voi entrate nelle Marche e nell’ Umbria per ristaurare l’ordine civile delle desolate città e dare ai popoli la libertà di esprimere i proprii voti.

Non avete a combattere potenti eserciti, ma a liberare infelici provincie italiane da straniere compagnie di ventura.

Non andate a vendicare le ingiurie fatte a me ed all’Italia, ma ad impedire che gli odii popolari rompano a vendetta contro la mala signoria. Voi insegnerete coll’esempio il perdono all’offesa e la tolleranza cristiana a chi stoltamente paragonò all’islamismo l’amore della patria italiana.

In pace con tutte le grandi Potenze, alieno da ogni provocazione, intendo a togliere dal centro d’Italia una cagione perenne di turbamento e di discordia. Voglio rispettare la sede del Capo della Chiesa, a cui sono sempre pronto a dare, d’accordo colle Potenze alleate ed amiche, tutte quelle guarentigie d’indipendenza e di sicurezza, che i suoi ciechi consiglieri sonosi indarno ripromesse dal fanatismo di una setta malvagia, cospirante contro la mia autorità e la libertà della nazione.

Soldati!

Mi accusano di ambizione. Sì, ho un’ambizione, ed è quella di restaurare i principii di ordine e di morale in Italia e di preservare l’Europa dai continui pericoli di rivoluzione e di guerra.

VITTORIO EMANUELE.

Proclama del Prefetto di Polizia in Napoli.

Cittadini!

Il re parte. Tra una eccelsa sventura che si ritira, e un altro principio che, trionfando si avanza, la vostra condotta non può esser dubbiosa. L’una v’impone il raccoglimento al cospetto della Maestà ecclissata, l’altro esige il senno, l’annegazione, la prudenza, il civile coraggio. Nessuno fra voi turberà lo svolgimento degli eroici destini d’Italia; nessuno penserà di lacerare la patria con mani, o vindici o scellerate. Invece attenderete con calma il dì memorando, che aprirà al nostro paese la via per uscire dalle ambagi e dai

pericoli, senza nuove convulsioni, senza spargimento di sangue fraterno. Quel giorno è vicino; ma intanto la città resti tranquilla e non si commova, il commercio prosegua fiducioso il suo corso, ognuno rimanga nelle ordinarie occupazioni della vita; tutte le opinioni si uniscano nel sublime accordo della patria salvezza. Per vostra tutela, la Polizia è in permanenza; la guardia nazionale veglia sotto le armi.

Così, o cittadini, non renderete inutile il longanime sacrifizio di coloro che, affrontando le crudeli incertezze della situazione, si sono immolati al reggimento della cosa pubblica, e deviando i pericoli che sovrastavano alla libertà vostra ed alla indipendenza della Nazione, ne furono i vigili e fermi custodi. Essi proseguiranno il sublime mandato, e sono certo che la vostra concordia, l’ordinato vostro procedere li aiuterà ancora a vincere le difficoltà che restano; sono certo che non saranno costretti ad invocare la severità della legge contro il dissennato agitarsi dei partiti estremi; ed in tal guisa le nostre sorti saranno compiute, e la storia, se terrà conto del patriottismo dei governanti, sarà generosa dispensiera di gloria alla civile sapienza di questo popolo veramente italiano.

Napoli, 6 settembre 1860. Il prefetto di Polizia Giuseppe Bardari.

Proclami e decreti di Garibaldi e di Liborio Romano.

Al Popolo di Napoli.

Appena qui giugne il sindaco ed il comandante della guardia nazionale di Napoli, che attendo, io verrò fra voi.

In questo solenne momento vi raccomando l’ordine e la tranquillità, che si addicono alla dignità di un popolo, il quale rientra deciso nella padronanza dei proprii diritti.

Salerno, 7 settembre 1860, ore 6 30 m. ant. Il dittatore delle Due Sicilie

Giuseppe Garibaldi.

All’invittissimo generale Garibaldi dittatore delle Due Sicilie.

Con la maggior impazienza Napoli attende il suo arrivo per salutarla Redentore d’Italia e deporre nelle sue mani i poteri dello Stato ed i proprii destini.

In questa aspettativa, io starò saldo a tutela dell’ordine e della tranquillità pubblica: la sua voce, già da me resa nota al popolo, è il più gran pegno del successo a tali assunti.

Attendo gli ulteriori ordini suoi, e sono con illimitato rispetto Napoli, 4 settembre 1860.

Di lei dittatore invittissimo Liborio Romano.

Al Popolo Napoletano.

Cittadini,

Chi vi raccomanda l’ordine e la tranquillità in questi solenni momenti, è il liberatore d’Italia, è il generale Garibaldi. Osereste non esser docili a quella voce cui da gran tempo s’inchinano tutte le genti italiane? No certamente. Egli arriverà fra poche ore in mezzo a noi, ed il plauso che ne otterrà chiunque avrà concorso nel sublime intento, sarà la gloria più bella cui cittadino italiano possa aspirare.

Io quindi, miei buoni concittadini, aspetto da voi quel che il dittatore Garibaldi vi raccomanda ed aspetta.

Napoli, 7 settembre 1860.

Il min. dell’interno e della Polizia gen. Liborio Romano.

Il dittatore decreta:

Tutti i bastimenti da guerra e mercantili appartenenti allo Stato delle Due Sicilie, arsenali, materiali di marina, sono aggregati alla squadra del re d’Italia, Vittorio Emanuele, comandata dall’ammiraglio Persano.

Napoli, 7 settembre.

G. Garibaldi.

Il dittatore decreta:

Il signor Liborio Romano è confermato al suo posto del ministero dell’interno;

Il generale Emilio Cosenz è incaricato del dipartimento della guerra; L’avvocato Giuseppe Pisanelli è incaricato del dipartimento della giustizia; I direttori delle finanze sig. Carlo de Cesare e dell’interno sig. Michele Giacchi sono confermati al loro posto;

È nominato direttore di polizia l’avv. Giuseppe Arditi; Il tenente-colonnello Guglielmo Da Sauget è nominato direttore del dipartimento della guerra agli ordini del generale Cosenz.

Napoli, 7 settembre 1860.

G. Garibaldi.

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