Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Il “Diavoletto Indipendente” (XXXVIII)

Posted by on Dic 28, 2025

Il “Diavoletto Indipendente” (XXXVIII)

Il Diavoletto, Anno XIII. N. 241, 16 ottobre 1860

Notizie politiche.

Trieste 15 ottobre.

Abbiamo sott’occhio il famoso manifesto ai popoli dell’Italia meridionale dato in luce da S. M. il re Vittorio Emanuele. Esaminare un simile atto sarebbe voler rifare la storia delle usurpazioni, compiuta in questi ultimi tempi dalla Casa di Savoia o mediante la forza unita all’inganno e colla rivoluzione adoperata scaltramente dal gabinetto Cavouriano, e col mezzo delle armi straniere alle quali si è poscia sagrificata una parte d’Italia.

Gli onesti leggendo questo nuovo insigne paradosso, non possono a meno di convincersi della malafede con cui è dettato. In nessun tempo si è mai fatto abuso più schifoso della parola per coprire atti di una ingiustizia simile a quella operatasi dal Piemonte in confronto dei principi d’Italia. In esso si trovano però confessioni abbastanza esplicite. E mentre il re sabaudo candidamente si chiama puro d’ambizione, grida però che l’Italia tutta deve essere governata dal suo scettro.
La storia ignominiosa della spedizione di Napoli e Sicilia e quella della invasione delle Marche e dell’Umbria, è velata dal solito ritornello del dolore dei popoli, delle rivoluzioni da quietare, dell’anarchia da far cessare, della pace da ridonare all’Europa, ed in nome di tuttociò il re Vittorio Emanuele compie e difende poscia gli atti suoi d’invasione.
Mancandoci lo spazio, riproduciamo un sunto del discorso che basterà a dare un’idea del medesimo: “I miei soldati combatterono nella Crimea; con ciò l’Italia entrò nell’interesse d’Europa. Nel Congresso di Parigi i miei inviati parlarono per la prima volta all’ Europa dei dolori dell’Italia! Napoleone divenne mio alleato, e volontari di tutte le parti d’Italia accorsero sotto la mia bandiera. Considerazioni di Stato imposero tosto la pace.
S’io fossi ambizioso – come si rinfaccia alla mia famiglia – avrei potuto accontentarmi della Lombardia; ma io avevo versato il sangue de’ miei soldati per l’Italia, non per me! Alcune provincie italiane si erano svincolate dai loro Sovrani, e mi sentii obbligato a procurare di far valere il libero voto del popolo. Accettando l’annessione, incontravo grandi difficoltà; ma non potevo infrangere la parola da me data all’Italia. Io dovetti sagrificare due delle mie provincie avite. Invano offersi al granduca la mia alleanza prima della guerra; invano chiesi al Papa di lasciarmi assumere il vicariato dell’Umbria e delle Marche. I miei consigli al re Francesco II rimasero infruttuosi; la mia proposta d’alleanza nella guerra d’indipendenza fu respinta. Io proclamai l’Italia degl’Italiani! Io vengo col mio esercito, non per imporvi la mia volontà, ma per far rispettare la vostra! Voi potete votare liberamente!” A questo sunto mettiamo ora a confronto un passo d’una dichiarazione stampata nella Gazzetta ufficiale di Torino al 17 maggio con a un passo del manifesto del re.
“Il Governo ha disapprovato la spedizione del generale Garibaldi. Appena conosciutasi la partenza de’ volontari, la flotta reale ricevette l’ordine di inseguire i due vapori e d’impedirne lo sbarco”. (G. U. 17 maggio 1860).

“Si combatteva per la libertà in Sicilia, quando un prode guerriero devoto all’Italia ed a me, il generale Garibaldi, salpava in suo aiuto. Erano italiani: io non poteva, non doveva rattenerli! (Manifesto del 9 di ottobre 1860).

Ora tocca al ministro Farini conciliare una cosa coll’altra.

Il Diavoletto, Anno XIII, N. 242, 17 ottobre 1860

Rivista Politica.

Trieste 16 ottobre.

Cominciamo l’odierna rivista colla descrizione dello stato della Sicilia, fatta da un siciliano, dal deputato La Farina; esso in un discorso detto alla Camera di Torino, nella tornata del 10 ottobre, presenta un quadro ben doloroso di quell’isola, che i liberali chiamano redenta a vita novella. Dopo aver detto che nella Sicilia dal 4 aprile al 1. ottobre regna una piena anarchia, il deputato La Farina continua:

“In Sicilia non esistono ancora ordinati municipii, né colla legge antica, né colla legge nuova; e la ragione è semplicissima; perchè, dal momento in cui un decreto del dittatore richiamò in servizio tutti gl’impiegati, come trovavansi nel 1848, vale a dire dal momento che rinviò a casa loro tutti i magistrati municipali e giudiziari, tutto l’ordine amministrativo, tutto l’ordine giudiziario fu completamente disciolto.
“Le mie notizie giungono fino al 1. d’ottobre; e fino al 1. ottobre non esistevano in Siciliam né municipii, né tribunali: e questo stato anormale dura da quanto tempo? Da sei mesi?
“La questione della ripartizione dei beni comunali, è una questione terribile che si è battuta in mezzo della Sicilia, come una face di discordia, con un decreto, il quale cccordò ai combattenti per la patria il possesso, senza sorteggio, d’una quantità dei beni comunali. Da tale questione che n’è seguito? Che le bande, le quali avevano combattuto per la patria, e ritornarono nei loro comuni, hanno creduto di potersi mettere in possesso dei beni comunali, e la lotta che n’ è derivata con coloro i quali n’erano in possesso, o signori, ha preso le proporzioni, bisogna dire la verità, d’una guerra civile!
“Sono seguiti dei fatti dolorosissimi a Bronti. Si, signori, 23 persone sono state uccise. Accorse

il questore di Catania; cercò di salvare altri cittadini che erano perseguitati; li arrestò per condurli in sicuro; ma crescendo il pericolo, un atto di debolezza fu commesso, e quegl’infelici furono abbandonati al furore dei loro avversari …
La Farina soggiunge che in Sicilia regna il maggiore disordine: “Quindi questo strano spettacolo di sei ministeri in cinque mesi; questo spettacolo di una prodittatura data ad un uomo ragguardevole, ad un uomo che noi ci onoriamo di veder in questa Camera, e dopo offerta a tre, a quattro, a cinque persone oscure che ricusavanla, finchè    finchè fu accettata. La Farina dichiara come in Sicilia si fanno le dimostrazioni: “E noti la Camera che, quando io dico dimostrazioni in Sicilia, io non intendo dimostrazioni come quelle pacifiche dell’Italia centrale; erano dimostrazioni nelle quali contavansi 30 o 40 morti ….
Che cosa vi pare di questa libertà, di questo progresso, di questo risorgimento e rinnovamento siciliano?

A Napoli intanto rinascono le incertezze; il pro-dittatore Mordini, che prima aveva data la sua dimissione, dopo una conferenza con Garibaldi, alla quale assistevano Cattaneo e Crispi, oggi invece sappiamo che resta in carica, e Crispi viene allontanato. Anche in ciò si vede come il generale dittatore tentenni continuamente fra Cavour e Mazzini, fra la repubblica e la monarchia. Abbiamo sottocchio la nota colla quale il conte di Cavour avrebbe risposto alla protesta del barone di Winspeare per l’invasione operatasi da soldati piemontesi sul territorio napoletano. Il conte di Cavour, al solito, dichiara che il Governo del re mandò i suoi soldati a Napoli perchè vi furono chiamati dalla popolazione, perchè era partito Francesco II e per salvare il paese dalla rivoluzione e dall’anarchia !.        finalmente per adempire alla grande missione che Vittorio re s’è assunta in Italia. La nota è una replica delle solite ragioni addotte da tutti gli invasori ed usurpatori di tutti i tempi, né più né meno. Le stranezze politiche di cui ci fa regalo il Constitutionnel e delle quali esso ha la privativa, non meritano tutta quella attenzione che il mondo politico si ostina a concedere alle medesime. I fogli semiufficiali di Parigi hanno per massima di dire e disdire a seconda dei casi, e di mutare le loro opinioni come una femmina muta la moda del suo vestire; fanno ciò con un garbo, con una grazia, con tale disinvoltura ch’è proprio difficile il far meglio. Adesso il Constitutionnel per esempio chiama giusta la rivoluzione nel Napoletano (quale rivoluzione?), giustissimo l’operato di Garibaldi, ingiusto l’intervento armato del Piemonte nel reame; più tardi e quando ne avrà avuto l’ordine, il Constitutionnel ed i suoi amici di convinzioni, torneranno alla carica contro Garibaldi per chiamare santa l’opera del Piemonte; il titolo di filibustiere verrà di moda ancora una volta per Garibaldi, e quello di re Galantuomo dato a Vittorio Emanuele figurerà nelle colonne del Giornale semi-ufficiale colla stessa franchezza con la quale ora si condanna quel re per il suo intervento nel Napoletano.

Oh! i pagliacci non sono mica tutti al teatro Mauroner…….. O quelli, a dire il vero, non ambiscono alla fama di gravità. Napoleone in Italia vuole e non vuole – comincia a temere che il suo pupillo (Vittorio re) la faccia in barba al tutore………………………………………………………… e davvero che la sarebbe bella. Il Bonaparte si mette forse in gelosia del suo umile e devoto alleato, il quale prova le sue ali e tenta di emulare il volo dell’aquila napoleonica… Oh! se a Varsavia si potessero trovare le forbici per tagliare le ali ai due volatili…

  • Sono desiderii, capirete bene lettori, desiderii… he per realizzarsi hanno bisogno di tempo – intanto speriamo.

Già sortire da questo stato di incertezza conviene – e fino ad un certo punto è logico il dilemma recatoci dal telegrafo e tolto alla Patrie.

  • Il Veneto è il pomo disputato, e il conte di Cavour e Vittorio Emanuele e le Camere lo vogliono entro sei mesi per fas o per nefas, per cessione o per invasione………………… e con esso anche Roma per Capitale dell’ Italia.

E quei signori parlan chiaro. Dunque, è dessa, l’Austria, disposta a perdere questa provincia od a cederla?……………. Mai no, crediamo – ergo, eccoci alla guerra – e vogliasi o non vogliasi, solo colla guerra potremo definire la questione italiana. Ammettiamo pure, per un momento, che il Piemonte avesse il Veneto; credete che si accontenterebbe?

Oh! neanche pensarlo – e chi lo crede darebbe prova di non avere studiata la storia di questi ultimi tempi; l’Istria, Trieste, il Tirolo, la Dalmazia…. e poi……………… e poi, più si mangia e più si ha fame, e la fame del Piemonte è come quella della famosa lupa di Dante. Ma queste cose non tocca a noi a dirle; ben le diranno a Varsavia, e non andranno certo perdute al vento; là si potrebbe anche capire che il Veneto senza il Lombardo è un braccio senza mano, e che l’una cosa non può stare senza l’altra….

Ma passiamo ad altro. I Francesi del generale Goyon hanno occupato Viterbo, città nelle vicinanze di Roma e che erasi già dichiarata per Vittorio Emanuele, mostrandosi Napoleone in questo caso potente a cacciare la rivoluzione, mentre in altri casi si era dichiarato impotente a farlo. Ora i giornali piemontesi sono sulle furie per una tale occupazione, e si scagliano contro il magnanimo alleato, (se per burla o sul serio non sappiamo) ma certo con una virulenza inusitata – se la prendono per conseguenza con il signor conte di Cavour, il quale non impedisce lo scandalo!! esso però da parte sua, come il Ludro della commedia di Bon, squassa il suo abito e se la ride… del susurro delle rane; il signor conte è aristocratico fino al midollo, non bisogna dimenticarlo, è fatto apposta per comandare; egli non si degna rispondere agli assalti dei suoi buoni sudditi: la fortuna è degli audaci, dice il proverbio, e perciò il conte Cavour, al quale le andaron bene tutte fino ad oggi, gettata la maschera, mostra i denti e non fa più mistero delle sue intenzioni. Roma e Venezia se si rispettavano dieci giorni fa, adesso un tale rispetto va raffredandosi: il Papa deve essere un cappellano del signor Conte, e la Venezia un nuovo regalo da farsi al re dei galantuomini, l’amico di Garibaldi.

Ma chi fa il conto senza l’oste lo fa due volte, dice il proverbio: e l’oste viaggia le poste per Varsavia

  • vedremo al suo ritorno se troverà giusto il conto.

Ultime notizie.

L’Opinione di Torino dice: Dacchè Napoli e la Sicilia espressero solennemente l’intenzione di unirsi al resto d’Italia, Francesco II è non solo il re detronizzato delle Due Sicilie, ma un nemico dell’Italia, la quale lo deve scacciare dall’ ultimo suo rifugio.

L’ Italia non respinge il giudizio dell’Europa, ma si riserva il diritto d’ogni stato civilizzato pel libero suo interno sviluppo, e siccome non crede la Francia risponsabile degli avvenimenti succeduti dopo la pace di Villafranca, essa vuole costituirsi per comparire forte ed ordinata nel Congresso europeo. Leggiamo nella Gazzetta di Torino: le nostre truppe si concentrano lungo la linea del Po. Sono comandate da Cialdini, Cucchiari e Durando. Lamarmora difende sempre la linea del Mincio.

Da altra parte si pretende che il generale Lamarmora sarà chiamato presso il re in Napoli; in questo caso il generale Cucchiari prenderebbe il suo posto; si aggiunge che Cialdini appena rimesso dalle febbri che lo travagliano a Bologna, raggiungerà anch’egli il re a Napoli. La prima notizia ci sembra più probabile, trattandosi tanto più della necessità di organizzare l’armata meridionale.

I signori Mancini, Massari, Spaventa e molti altri napoletani, che trovansi presentemente in Torino, si dispongono a partire per Napoli, onde trovarsi colà per il plebiscito.

La Perseveranza annunzia da Messina: Allorchè si doveva porre il busto di Garibaldi sul piedestallo, dal quale fu tolta la statua di re Ferdinando, la popolazione volle allontanare il busto di Garibaldi, cosicchè il questore condiscese a tale desiderio.

Leggiamo nelle recentissime della Patrie:

“Gli ultimi dispacci dell’Italia meridionale, c’informano che le truppe piemontesi continuano ad entrare nel regno delle due Sicilie. Il re Vittorio Emanuele doveva fare nella mattina del 17, il suo ingresso solenne a Napoli. Si assicura che dopo aver provveduto all’amministrazione del paese, egli doveva andare a prendere la direzione delle operazioni sul Volturno.

Arrivano ogni giorno nel porto di Gaeta, dei bastimenti esteri da guerra. Il vice-ammiraglio Barbier de Tinan doveva, a quanto si dice, staccare da Napoli un vascello, una fregata ed una corvetta per mandarli in questo porto. Correva voce che i piemontesi fossero stati prevenuti che il blocco di Gaeta non sarebbe riconosciuto dalle Potenze.

Un giornale ha annunziato, a proposito di un articolo del Giornale di Roma sul denaro di S. Pietro, che il Papa aveva rifiutato alcuni sussidii che gli sarebbero stati offerti dalla Francia e dal Piemonte. Questa notizia è del tutto inesatta ed importa che sia smentita. La Francia non ha offerto verun sussidio al Santo Padre. Una proposta di questo genere, nelle attuali circostanze, avrebbe implicato il riconoscimento indiretto per parte della Francia dei fatti compiutisi di recente negli Stati della Chiesa, ed ognun sà che la Francia ha protestato e protesta sempre contro tali fatti, che hanno a

vuto luogo malgrado la di lei volontà energicamente manifestata.

Da una corrispondenza generale di Berlino, il Nord desume esistere tra l’Austria e la Prussia un accordo su certe questioni di politica estera, ed il conte di Rechberg esporrebbe o avrebbe già esposto, in una circolare diretta alle Corti tedesche, le identiche vedute dei due gabinetti rapporto gli affari d’Italia, e specialmente poi riguardo al rifiuto formale di accettare un Congresso.

Sinora, a detta del Nord, il Congresso non fu ancora proposto, ma la forza delle cose, l’irresistibile bisogno della sicurezza generale, lo condurranno infallibilmente. Tutte le Potenze sono interessate a porre un termine alle incertezze attuali.

Il corrispondente parigino dello stesso Nord lo informa che il nunzio del Papa a Parigi recasi a Roma, per motivi di sommo rilievo.

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.